MAD WORLD

Adoro i film catastrofici americani.

Mi mettono allegria e mi rilassano.

Li guardo pensando che, in fondo, è così tipicamente americano vedere il mondo in quel modo. Calvinisti fino al midollo e quindi sopravvive chi se lo merita, chi non fa compromessi e rimane duro e puro fino all’ultimo minuto del film.

Ed essere duri e puri prevede violenza, omicidi, abbandoni e scelte drastiche.

Eterni adolescenti: bianco o nero e nessuna sfumatura nel mezzo.

La cosa più importante è, comunque, avere una buona arma e un numero indefinito di pallottole.

Guardavo questi film pensando che no, il mondo umano non è davvero così, non si divide in buoni e cattivi, attivi e passivi, leader e gregari, è solo pellicola.

O forse no.

Questi giorni – che nella vita non mi aspettavo di vivere e vedere – sembrano dare ragione alle sceneggiature catastrofiste statunitensi.

Ci sono persone che cercano di fare i conti con l’incontrollabile, l’inaspettato, l’ingestibile e cercano di farlo con quel mix di raziocinio e ansia protettiva, paura e logica che aiuta ad accettare che esistano cose che non si possono controllare, che accadono e basta e bisogna imparare ad averci a che fare senza la possibilità di inventarsi cazzate.

E poi ci sono quelli che non ce la fanno, che devono costruire cazzate campate in aria per poter sopravvivere, Mutanti e mutati che teorizzano di nuovi ordini mondiali e fake news per tollerare la propria impotenza, per farsi capaci che non c’è nessuno cui sparare per risolvere il problema, che non esistono colpevoli.

Bellilli loro, campano meglio senza dubbio. Non hanno idea della fatica che ci vuole per ridimensionarsi, abbracciare l’impotenza e volersi bene lo stesso.

Suppongo che sia necessario essere centrati, solidi e adulti per accettare qualcosa che può solo essere subita. Per accettare la nostra mortalità, caducità, piccolezza. Dopo esserci illusi per decenni di avere tutto sotto controllo, di essere invulnerabili ed immortali.

Ieri era l’anniversario della morte di mia madre: 2 novembre 1969; sono passati 51 anni. Un tempo enorme. Tutto il tempo che mi ci è voluto per fare pace, per non avere più conti in sospeso, rabbia e persino dolore. Quest’anno per la prima volta ho capito cosa vuol dire avere qualcuno “dentro”, non avvertire più la perdita né il vuoto, ritrovarmi con la memoria del corpo finalmente in pace.

Non so bene come sia accaduto, credo un insieme di cose, compreso un lockdown passato in assoluta solitudine tra 40 metri quadri ed un terrazzo che mi ha salvato le giornate.

Mi sembra di aver compreso il senso del passare del tempo, la sua utilità e il senso di vita che ti dà.

Per un lungo periodo il tempo l’ho anticipato: non c’è cosa che io abbia fatto senza pensare a quando sarebbe finita o diventata una abitudine. Una strada nuova per un lavoro nuovo? Il pensiero dominante era: “quando diventerà una abitudine e non dovrò più stare attenta ad ogni cosa?”. Anticipare per annullare lo scorrere del tempo.

Nel lockdown ho imparato cose diverse: vivere il tempo. Faccenda incredibile. Ma non c’erano alternative e bisogna prendere il buono da quello che hai. Quindi impara a starci, esserci, tollerarne la lentezza o la velocità (dipende).

Insomma fattelo amico, il tempo, o potrebbe ucciderti.

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