Da quanto

Da quanto tempo non ripassavo su questo blog, non saprei neanche dirlo.

Mi fa strano.

Questo blog è stato compagno fedele di giochi, di rabbia, nutrimento per narcisismo e bisogno di essere vista. E’ stato gioia pura, appuntamento fisso, crescita, diario.

Il parto della mia rabbia, il bisogno di piacere, la voglia di condividere.

Furore, quiete, rimembranza, costruzione, amore.

Tornavo a casa la sera con in testa l’intero post da scrivere. Intero. Ci pensavo in macchina, camminando, vivendo.

Questo blog mi ha fatto conoscere persone, ha fatto innamorare la mia donna, mi ha creato un personaggio che sento ancora mio. Qualcosa, poi mi ha fatto fermare. Ma più che un evento esterno, è stata la morte del bisogno.

Non ne ho sentito più l’urgenza. Non c’erano più post nella mia testa. E poi facebook e la possibilità di condividere subito il pensiero minimale, i giochini, la mancanza di wifi e una vita che cominciava a scorrere come volevo io.

Una vita che ha preso una direzione. Cosa anomala nella mia storia. Una direzione precisa e perseguita.

Non so bene se chiudere o continuare.

Sono legata a Penelopebasta profondamente. Quindi non è facile decidere.

Mi manca, ma non ho post nella testa.

Quest’è.

 

 

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Mio padre

Soundtrack: Samuele BersaniUltima chance

L’8 febbraio 2014 se ne è andato mio padre, Sergio, ad 84 anni e 5 mesi.

Spiegare le cose per come sono andate non è facile come non è facile spiegare cosa, esattamente, significa per me.

Un lutto già elaborato, questo è certo. Per mille e uno motivi. Per mille e cento motivi. Per tutti i giorni dei miei 51 anni, più o meno.

Ma non è neanche esattamente così.

Dovrei ammettere che per me è stato liberatorio: finalmente poterlo guardare senza giudicare e senza provare rancore. Miracoli che solo i lutti possono fare. I lutti ed i salvataggi.

Anche se i salvataggi sono inutili, quando qualcuno non vuole essere salvato da se stesso.

C’è una storia dietro, c’è la storia di una terza moglie avida e stupida, una donna troppo concentrata sul suo bisogno di danaro, da usare poi in modo inutile. Di un uomo sempre solo con i suoi mostri ed i suoi fantasmi fatti di mogli morte, padri troppo ingombranti, persecuzioni razziali, fughe, primogeniture ebraiche, passioni travolgenti.

C’è una storia che si avviluppa sull’impossibilità di accettare una decadenza dolorosa che colpisce quello che si considera il vero e assoluto punto di forza della propria vita: la mente.

E c’è anche la storia di un uomo che non riesce ad accettare aiuto da due figlie che, malgrado lui, lo hanno amato.

E’ esattamente quello che gli ho detto, un giorno a casa mia, dopo averlo portato via da un ospizio che sembrava un canile, accompagnata dai carabinieri (l’ospizio risultava chiuso perché nascondiglio di armi e droga, un posto di merda per gente abbandonata e sola; un canile appunto).

Piangeva e diceva che non credeva che a noi importasse di lui. Ho risposto: “ti vogliamo bene malgrado te, papà”.

Quando l’ho portato a casa mia speravo, profondamente speravo, fosse possibile ricucire brandelli di stoffa emotiva dispersi negli anni del dolore e della incomprensione. Averlo visto così indifeso, così disperato e fuori dal suo ruolo, dalle sue caratteristiche, così pronto a farsi prendere tra le mie braccia, mi ha permesso di vedere un uomo e non un cattivo padre.

C’è gente che si spara 15 anni di psicanalisi freudiana per arrivare a questo. Ho avuto la possibilità di farlo gratis ed in un singolo attimo che è valso una vita.

Intorno a me le persone che amo. Una mobilitazione senza precedenti. I “favolosi” (che adesso sono unità distinte) che mi accompagnano all’ospizio e ci riportano al paesello, Biancaneve che recuperava badanti giorno/notte, FS che cucinava le polpette morbide, mia sorella che arriva per portarlo su da lei, la nipo con il guaglione suo a cucinare pesce fresco per far mangiare mio padre. Che già non mangiava più, che prendeva 8 antipsicotici al giorno, che ha dormito solo la prima notte di filato, che si stava perdendo le procedure per fare le cose, che non trovava le parole che solo mia sorella ha imparato a recuperare e spesso a tradurre.

Abbiamo sperato insieme che tutto questo fosse il modo.

Il modo per tornare ad essere famiglia, il modo per farci capire nel nostro amore inutile, il modo per riscattare anni di dolore e lontananza, il modo per farci VEDERE.

Guarda queste tue figlie, padre. Frutto dei tuoi lombi e sangue del tuo sangue. Queste due figlie a loro modo integre, malgrado te (di nuovo), che aprono il baule dell’affetto sepolto sotto chilometri di distanze e tonnellate di coperte di lana grezza e litri di lacrime e parole rancorose e ti mostrano il tesoro. Il loro tesoro fatto di qualcosa che non ha, lucidamente senso, ma è lì ugualmente, anche se non dovrebbe.

Le figlie depredate delle madri, degli affetti, delle case, dei ricordi. Le figlie senza protezione che si proteggono da sole. Le figlie che restano quando potrebbero andar via. Le figlie che non discutono mai le tue scelte e che, sempre, hanno sperato che quello che facevi fosse il meglio per te. Questo lo hai fatto anche tu per noi.

Queste figlie hanno poi deciso di fare qualcosa. Di tenerti lontano da quel parassita di tua moglie e costruirti una chance di vita altra. Più dignitosa, pensavano le tue figlie. Più in salute, pensavano le tue figlie. Più vicino alla tua famiglia. Pensavano le tue figlie.

E pensavano male.

Un mese di ospedale per rimetterti in piedi. Via gli psicofarmaci, per scoprire che eri troppo depresso per toglierli tutti. Cercando di farti mangiare per scoprire che avevi deciso di non farlo più. Avviando l’organizzazione di terapie per recuperare gesti e parole.

Poi nella migliore delle case di cura possibile. Comunque legato al letto di notte. Comunque col bavaglino. Comunque imboccato. Comunque pulito e lavato da una sconosciuta. Non c’erano alternative.

Ma io te l’ho visto negli occhi che non era quello che volevi e non volevi sentire ragioni.

Hai scelto di tornare dal parassita che, nel frattempo, ha cominciato ad inseguirci a botte di avvocati e denunce.

Lei sì, noi no perché tu non volevi lo facessimo.

Avremmo dovuto proteggerci. Avresti dovuto proteggerci.

Sei tornato a Napoli.

Ho pianto come se fossi morto. Ho provato tutta la rabbia del mondo per l’occasione mancata, per la preoccupazione di quello che poteva accaderti, per il dolore di saperti tra le mani di una persona che cercava solo di spremerti con tutta la forza e la violenza che ci vuole con una arancia avvizzita. Ho pianto per la delusione, per la vergogna nei confronti delle persone che mi hanno aiutato credendo di fare la cosa giusta. Ho pianto per me che ho perso l’occasione, ho pianto per mia sorella che ha dovuto fare appello a tutta la forza che aveva da parte per occuparsi di te che non ti sei occupato mai di lei. Ho pianto per mio cognato che si è sputtanato in tutta Senigallia per darti una mano, papà. Ho pianto per te che non hai imparato mai. Per te che non ti sei mai dato occasione di trovare pace, per te che saresti morto solo.

Ho pianto per le tue colpe e per i tuoi sensi di colpa.

E non ti ho più visto.

Tra mail di avvocati, avvisi di garanzia e patetiche strategie parassitarie, ci fanno sapere che sei di nuovo in casa di cura.

Un tuo vecchio amico mi urla in testa che non stiamo facendo abbastanza e che dobbiamo fare un sacrificio per salvarti.

Mi viene da ridere. Dov’eri un mese fa? cosa ne sai di quello che è successo? Mi dice “lasciate a lei i soldi e occupatevi voi di vostro padre”.

Già, lasciamo a lei i 3600 euro di pensione mensile di mio padre e facciamoci carico di papà, io al momento senza lavoro e mia sorella part time a 800 euro al mese. “Fate un sacrificio” mi dice il vecchio amico.

Mavaffanculo, va’.  Stai zitto e vaffanculo. Tu e tutta la razza tua di gente senza contatto con la realtà. Tu e la razza di quelli che si svegliano all’ultimo momento ed hanno la verità in tasca. Tu che mi hai messo le mani addosso quando avevo 12 anni, stai zitto e non rompermi i coglioni. fatti i cazzi tuoi.

Con gentilezza ho risposto che avremmo tenuto in considerazione i suoi consigli. Lady Penelope.

Vengo giù a Napoli per vederti e invece mi ammalo. Febbre a 38 la sera. La mattina alle 11 mi arriva l’sms che sei morto in clinica.

Il favoloso mi accompagna a vederti.

Sei piccolo piccolo. Con la kippà in testa e la stella di David al collo. Un tempo la stella era attaccata ad una catena d’oro. Ora è un laccio di cuoio. Giacca scura e cravatta. Sei molto carino. Se questo si può dire di un cadavere. Ed hai un aspetto molto ebreo, con il tuo naso tipico e le macchie sul viso uguali a quelle della nonna ed alle mie. Gli occhi chiusi, il viso scavato (sei anche senza dentiera, la faccia è minuscola).

Ti seppelliamo al cimitero britannico senza funzione. Almeno questo la parassita lo ha rispettato, mi pare una buona cosa, sarei persino disposta a salutarla. Poi il direttore del cimitero mi chiede soldi per la lastra di marmo. A nero ovviamente. Non li ho, me li presta/regala “qualcuno”.

Al cimitero ci sono le persone che mi aspettavo, quelle che amo. Rivedo anche mia zia, la cugina di papà che è identica a lui. Mia sorella non è voluta venire. Ed è giusto così.

Il favoloso si siede sul cannello acceso che serve per chiudere la bara. Punito per aver cercato di fraternizzare con il nemico…

Non ci sono più tornata.

Non ho pianto, era già successo.

So perfettamente che volevi morire.

No judge, no pain.

Eri vergine ascendente vergine. Qualcuno mi ha detto che è l’ultima possibilità per modificare il karma. Dopo c’è la regressione.

Mi sa che se è vero, rinasci sasso, papà.

Ed è la cosa che mi addolora di più.

Mi sto prendendo del tempo per capire la tua parte più profonda e oscura, quella che ti portava gli incubi tutte le notti. Vorrei capire se poi, alla fine, la tua vita sia stata tutta un cazzeggio da narcisista patologico o un continuo punirsi per essere ebreo, vedovo, fedigrafo e irresponsabile affettivamente.

O entrambe le cose.

Ancora oggi, a 3 mesi dalla tua morte, ti voglio bene malgrado te.

Ciao papà.

Penelope se ne è andata

Il 27 novembre, nel pomeriggio, Penelope è andata via.

Dopo un paio di giorni di agonia, a 24 anni e 8 mesi, si è convinta che poteva lasciarmi continuare da sola. 

Io non ne sono tanto convinta, ma è pur vero che era stanca e malatissima. 

Si conclude così un anno complicato, profondamente frustrante e pieno di cose nuove troppo nuove e troppo pericolose.

Penelope mi mancherà molto, senza di lei mi sento vulnerabile e scoperta. Infreddolita. Non è facile salutare un peloso quattrozampe che ti ha accompagnato per quasi la metà della tua vita seguendoti ovunque e ribadendo, ogni singolo giorno, che ha scelto te malgrado tutto. 

E di “malgrado” ce ne sarebbero parecchi. 

Troppi traslochi, pochi veterinari, poca attenzione per le lettiere, il cibo, l’acqua, il caldo, il freddo. Doveva avere una genetica di adamantio per aver resistito così tanto. 

L’amavo molto e la amo ancora. A volte la sento, a volte no. Mi manca.

Entro fine anno vorrei fare gli auguri a chi è rimasto in contatto con codesto blog e fare un aggiornamento sull’intero, frustrantissimo 2013. Nel frattempo, statv buon.

Aspettativa

Soundtrack:  Subsonica Up Patriots to Arms (feat. Franco Battiato)

Sono in aspettativa.

3 mesi fuori da quell’inferno.

Perché come un inferno l’ho vissuto.

Dovrei rientrare ad orario ridotto. Non ci credo se non lo vedo. Dicono una marea di cazzate lì.

Credevo di avere la mononucleosi per quanto mi sentivo debole e priva di energia. Malata di mal-lavoro. Dis-lavoro. A-lavoro. Scegliete voi.

Mi sono svegliata lunedì fresca come una rosa e iperattiva. Ho persino smesso di mangiare spaventose porcherie.

L’aspettativa è una strana dimensione. Aspettare cosa? Aspetta un attimo che mo’ torno. Aspè, tienimi il posto che vado di là. Aspetta che ora sono impegnata.

Appunto. Altro da fare.

Con un po’ di mie colleghe abbiamo messo su una associazione sanitaria per fare riabilitazione sul territorio a prezzi da discount.

Un’idea e non un’impresa.

Ci ha dato una mano il comune, praticamente regalandoci i locali e le utenze.

Già i centri privati ci corrono dietro con le mazze di scopa.

Parassiti.

Direi.

Abbiamo avuto faccia tosta sufficiente da andare a chiedere aiuto perché, persino in questa nazione ridotta a letame fumante, se hai una buona idea utile per tutti, qualcuno che ti sta a sentire e ti offre una mano lo trovi.

E perché non è di certo un modo per far soldi.

Ma il ragionamento non è alla portata di tutti. Non ora, non in questo momento storico, non in questo marasma sociale incattivito, incazzato, individualista e delirante.

E provatemi il contrario.

Vorrei mettermi in aspettativa anche da questo paese.

Scusate mi assento per un po’ e torno tra 3 mesi, conservatemi il posto.

Ma sono una ragazza anni 80, cresciuta sulla coda di un brontosauro convinto che la risposta fosse nel collettivo, nell’azione “pubblica” e finalizzata al benessere di tutti. Il brontosauro è morto ed estinto, questo è evidente.

Ma io sono viva.

E voglio fare quello che mi va e che mi fa stare bene.

Quindi, stay tuned, avrete notizie su questo, soprattutto vi racconterò come usciremo fuori dagli attacchi dei privati di qui. Magari faremo scuola. Fanculo.

Altro da aspettare?

Oh sì.

Aspetto i momenti da passare con Biancaneve perché son sempre i migliori.

Aspetto di trovar la volontà di dimagrire che serve sempre.

Aspetto di diventare un fenomeno mondiale a Ruzzle per battere la R* che è un mostro.

Aspetto che questo paese torni umano e solidale.

Aspetto il momento in cui smetterò di stupirmi per la bellezza delle cose per morire convinta di aver concluso.

Aspetto di capire come cazzo mi pago l’affitto il mese prossimo.

Qualcosa da aspettare c’è sempre.

Difficili decisioni

Soundtrack: Vadoinmessico – Pond

Non è facile prendere decisioni di lavoro in tempi difficili come questi. E non è facile stabilire se sia più importante la propria dignità o la pagnotta.

La battaglia tra pancia e testa è assolutamente epocale. O forse è il cuore, non lo so, non la so fare questa distinzione. So solo che la voce della ragionevolezza, di mia sorella, di alcune colleghe, mi dice che uno stipendio fisso (anche se ipotetico, dato che non abbiamo visto il mese di dicembre né la tredicesima), è meglio di niente e che, tutto sommato, si può aspettare, si può abbozzare, si può sopportare.

Qualcosa di molto primordiale dentro di me, però, si agita, suda, digrigna i denti, lacrima e stringe gli occhi. 

“Qualcosa”. Ovvero una emozione non meglio identificata. Una spinta. Un conato. 

Ah bè, hai un lavoro ringrazia iddio. 

Anche un po’ sticazzi.

E se fosse proprio questo continuo cedere alla ragionevolezza a fare di me, e delle persone come me, delle pedine senza peso sacrificabili ed evanescenti come fumo di sigaretta industriale?

Io so che, se in questo momento scrivessi una lettera di dimissioni, mi sentirei leggera e felice, realizzata e dignitosa, sicura di me e fiera.

Leggera perché questo posto ha una pesantezza sovrumana (per gli orari di merda, per la dirigenza codarda e avida, per lo spirito zombie, per la segmentazione tra colleghe), perché liberarmene mi farebbe sentire forte. Come in altre occasioni. Forte.

Forte di quell’energia che si libera e si sprigiona ogni volta che cado per terra, ogni volta che devo ricominciare, ogni volta che sono spalle al muro.

Poi la testa mi dice che non ho l’età.

E se ne andasse affanculo pure la testa. L’età… cosa cambia? sono viva, sono viva oggi, in questo momento, in questo preciso istante.

E la mia vita vale più di uno stipendio promesso e non dato, più di un contratto che è un cappio che si stringe un po’ di più ogni fottutissimo giorno. 

Ma davvero vale la pena di vendersi per 1200 euro al mese. Ne siamo sicuri? 

Ohhh, non lo dico per tutti, lo dico per me. Per me che non ho famiglia, non ho figli, ho una compagna con la quale non convivo e che ha la sua indipendenza. 

Per la pensione che non avrò comunque?

Per il mensile che non arriva mai quando dovrebbe?

Per i ragazzini che tanto si organizzano lo stesso?

Per non dover affrontare un ennesimo cambiamento?

Non ha alcun senso il mio permanere qui. Nessuno.

Ho chiesto la riduzione dell’orario da 36 a 24 ore, ma pare che non sia il momento per valutare la mia richiesta.

Ho chiesto l’aspettativa di 3 mesi. Ma non mi fa sentire meglio. Ho la sensazione che mi resterebbe questa fottuta catena al collo anche a distanza.

Avverto il suono del risucchio.

Vampiri di merda, lliuatev a cuollo (levatevi di dosso, N.d.T)

Peraltro sto wordpress ha fatto dei cambiamenti che non mi piacciono proprio. 

Molto da raccontare

Soundtrack4Hero Morning Child

Sì, davvero molto da raccontare e anche da fare gli auguri di buone feste.

Ho cambiato casa a giugno, ho potuto abitarci da settembre, avevo una invasione di scleroderma. Insetti fastidiosi che si sono cibati di me.

Ora mi piace, mi ci ritrovo, un po’ di Napoli e un po’ di quiete di paese: il salumiere, il tabaccaio, il bar, i genitori dei pazienti.

Buongiorno, buonasera, come va?.

E’ piacevole.

La Agos oramai mi insegue disperatamente. Sono una buona latitante. Ma rivogliono la macchina. E questo sarà un problema.

I favolosi non stanno più insieme da tempo, a me dispiace, mi pare di essere orfana due volte. Anzi tre. O forse 4? Bah.

Ascolto con stanchezza e profondo dispiacere gli attacchi della chiesa e del pastore tedesco inquisitore contro di me e contro persone che, come me, si fanno i cazzi propri e non danno fastidio a nessuno (conta la strage di scleroderma fatta con il disinfestatore?). Sapere di essere una minaccia per la pace, una malattia, un insulto, una causa di disgusto, non mi ferisce neanche più, semplicemente di annichilisce. Immagino fosse quello che volevano. Direi, che per quanto mi riguarda, hanno vinto. Dicessero quello che vogliono, sono il miglior capro espiatorio che si possa immaginare. Sono anche una donna. Ed è strano come io mi stia accorgendo solo ora di quanta misoginia ci sia al mondo. Non me ne ero mai resa conto.

Stanca anche di attendere un riconoscimento ufficiale da parte della famiglia di Biancaneve, ho deciso che se ne andassero affanculo, adesso sono io che non ho voglia di riconoscerli.

Uno dei motivi per i quali ho smesso di scrivere qui, “uno dei” e non “il solo”, è stata la scoperta che il marito di Biancaneve medesima lo ha trovato. Mi ha dato uno strano senso di invasione e violenza. Strano a dirsi considerando che questo è un blog pubblico, reperibile su google e, con un po’ di pazienza e cazzimma, collegabile al mio nome e cognome. Ma è stata una sensazione forte, molto forte, che mi ha fatto sentire codesto blog – improvvisamente – lontano da me, opaco, torbido.

Oggi il centro dove lavoro ha chiuso definitivamente.

Non perdo il posto di lavoro, mi sposto a Roma. Dovrei esserne contenta. Salvo le mie 1200 euro al mese e mi assicuro la sopravvivenza. E’ una buona notizia.

Invece è doloroso.

Ne ho parlato spesso qui, in vari modi. Ci stavo bene, mi piaceva il modo di lavorare, mi piacevano e mi piacciono le colleghe, mi piaceva lo spirito, l’anarchia, la fantasia, la creatività, la solidarietà, l’entusiasmo, la collaborazione, il cazzeggio, le liti. Il piacere di svegliarsi la mattina per andare in un posto di lavoro ad incontrare amici con i quali condividere 8 ore facendo cose di ogni genere. Cose che comprendono la terapia ai ragazzi, ovviamente, ma non mi pareva il motivo principale.

Questa chiusura fa tristezza. Mi ricorda il penoso stato in cui versa questo paese. Mi ricorda quanto è importante, nei momenti di crisi economica, avere capri espiatori e capre da macellare.

I genitori sono furiosi, ma non serve a nulla, assolutamente a nulla. A nessuno importa. E alla fine si va tutti a far la terapia a Roma. Costi quel che costi.

Non so cosa succederà, non so quanto resisterò, non so quanto mi terranno lì, mi considerano un pessimo elemento già da ora. Sono troppo “aggressiva”.

Dimenticavo, a tal proposito, di menzionare una rissa durante una assemblea sindacale. Rissa da me provocata. Mi hanno  portato via in tre. MANTENITM!

Spettacolare.

Mi rifugio tra le braccia di Biancaneve e mi sento meglio (stiamo ancora qua, evidentemente).

E ora, veniamo agli auguri per l’anno nuovo.

Quest’anno non è facile.

Auguro a tutti la cannuccia giusta per restare vivi sotto queste badilate di merda che ci hanno rovesciato addosso.

E di trovare la giusta muta da sub, per far sì che la merda medesima non penetri sotto pelle e faccia di ognuno di noi materia decaduta e decadente della stessa specie di quelli che la merda la spalano.

Auguro a tutti di togliere le mani dagli occhi ed imparare a guardare in faccia la vita che abbiamo. Con lo sguardo fermo. Solido e orgoglioso, un filo sopra l’orizzonte, perché il mondo non finisce alla punta dell’alluce.

Auguro agli uomini che uccidono le donne, agli uomini che le donne le hanno uccise e a quelli che le uccideranno, di restare vivi abbastanza a lungo da capire che un omicidio non li ha resi più grandi, non ha risolto le loro depressioni, non ha spento la loro rabbia, non ha innalzato la propria autostima, non li ha resi più uomini, non li ha guariti dall’omosessualità. Che hanno solo ucciso. E perso tutto.

Non basta, lo so.

Auguro a tutti noi di sopravvivere dignitosamente all’anno che verrà, senza svenderci, senza tradire, senza perdere qualcosa di importante di noi.

Auguro a me e a voi di ricordare che la libertà è uno stato mentale, un delicato e prezioso stato mentale. Da curare e  nutrire con delicatezza e gentilezza, da preservare, da proteggere e far crescere.

Quindi siate tutti delicati e gentili . Siate protettivi con voi stessi e con il prossimo. Tenete lontani i pensieri puzzolenti, non aiutano e fanno male a noi e a chi ci sta intorno. Siate comprensivi con questi tempi di merda.

Siate assertivi, che serve sempre.

Siate pronti a difendervi.

Siate voi stessi.

Buon 2013.

P.S. Gatta Penelope è ancora viva, si avvia al 24esimo anno d’età.

Aggiornamenti

Soundtrack – Niente, perché con la chiavetta è complicato.

Ebbè, manco da molto.

E molte cose sono cambiate.

Immagino non solo per me.

Recalcitrante ho traslocato. Mi sono spostata al centro storico de lu paese. Ho una casetta con il terrazzino sui tetti. Come la desideravo.

Sarà stato il mio undicesimo trasloco, credo. Il peggio organizzato. Il più difficile.

La porta rotta, le utenze staccate, l’acqua che arriva il giorno del trasloco, troppi mobili, i primi giorni aggredita e divorata da insetti fastidiosissimi, impossibile avere la linea telefonica perché mancano linee disponibili, una cosa da secolo scorso; temperature infernali (asteco e cielo, si dice a Napoli; sopra di me solo le tegole) fino a 30 gradi nella stanza da letto di notte. Poi la febbre. Con 38 e mezzo non ho corso rischi di colpi di calore, devo dire.

Dicono che questo sia un brutto “quartiere” (come cazzo fanno a chiamarlo quartiere non lo so, sarà che per ognuno le dimensioni son personali e soggettive) e che non devo dare “confidenza a nessuno”. Ho risposto che vengo da Napoli, non da Stoccolma.

Ho naturalmente finito i soldi troppo presto.

Ma questa è la casa che volevo, credo da sempre e realizzo che, come al solito, non riesco a godere di quello che riesco ad ottenere. Che fa anche rima.

La R* ha detto che è una “nido sui tetti”, Biancaneve ogni volta che viene immagina nuove soluzioni di arredamento (ben sapendo che tanto farò di testa mia), il docfab è già venuto 4 volte,  e il tutto non è ancora come lo vorrei. Ma ci arriverò.

Di giorno le voci dal vicolo, gente affacciata alla finestra che parla al telefono, giovanissime madri che bestemmiano contro figlie di un anno e anziane signore che dispensano consigli. Nel palazzo odore di cipolla e aglio, bambine (con evidenti difficoltà di linguaggio) che pascolano nell’atrio, signore che non si fanno i cazzi propri. Le urla delle rondini che volano velocissime a caccia di cibo, piccioni che mi guardano con le loro facce di gesso dalla finestra del bagno. Una finestra piccola piccola con un bellissimo panorama. A volte immagino ci sia il mare, lì in fondo, e mi piace anche di più. Di notte si sente russare, le scorregge dei vicini, i colpi di tosse, uno di quei campanellini che suonano al vento, qualche macchina di tanto in tanto. Ho comprato un’amaca. Ci ho dormito una notte per disperazione.

Penso alla casa di prima e i suoi inverni gelati.

Pare che l’equilibrio non sia nel mio karma. Una cosa che non va ci deve stare per forza. A ricordarmi che niente è mai veramente facile e che niente può essere “perfetto”.

Naturalmente la sede di Monterotondo del centro dove lavoro chiude a dicembre. Pare ci sposteremo a Roma.

Per mia scelta non sono più rappresentante sindacale. E’ stato un periodo troppo faticoso quello, troppo costoso. In salute e affetti. Ci ho perso molto, davvero molto. Ma mi è difficile stare al mio posto ora, difficile contenere la rabbia e la voglia di fare qualcosa.

Ci sono varie cose in gioco. Certo, tutte molto egoistiche (marò che parola orrenda e obsoleta questa).

Questo centro è un’oasi assoluta. Poco controllo, molta autarchia, rapporti rilassati, piccole anarchie che alleggeriscono e non danneggiano, ambiente protetto, ecosistema perfetto. Difficile pensare di perderlo per andare a finire in un miserabile lager dove vige la regola del sopruso e della burocratizzazione. E del controllo. Eccheppalle.

E questa è la parte personale.

Poi c’è la parte che riguarda i pazienti. Deportati in un’altra sede. Alcuni dopo oltre 5 anni di terapia sotto casa.

Pacchetti da spostare. E sticazzi alle rivoluzioni che dovranno fare nelle proprie vite e nelle proprie organizzazioni.

Caratteristica del gruppo dirigente di questo centro è, senza dubbio, l’incapacità di considerare l’altro da sé. Una forma di autismo direi.

Bah. Vedremo.

Poi c’è tutto il resto. La paura che ho della “spending review”, il disgusto che mi fa l’utilizzo di parole in inglese per coprire lo schifo che significano in italiano. La paura che ho per questo paese, per i nostri destini (noi, quelli da 1000 euro al mese, quelli che ancora non hanno trovato un lavoro e non ne troveranno, quelli che lo perderanno a 50 anni, quelli che non hanno le stimmate per avviare la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quelli che camminano da 10 anni sull’orlo della fossa comune senza cadere e non sanno ancora per quanto potranno mantenere l’equilibrio, quelli che non ce la facevano da soli ma che da soli resteranno, quelli che hanno faticato per un futuro migliore e si trovano questo cazzo di futuro qui).

C’è un po’ di vento oggi in casa. Finalmente posso tenere spenti i ventilatori. E’ piacevole. Le zanzariere di fortuna sventolano lievemente. E’ bello da vedere.

La gatta Penelope, sopravvissuta anche a questo trasloco, si lascia pulire il pelo con sporadiche proteste e si abbatte sulla poltrona per dormire le sue 23 ore giornaliere. La guardo e penso che è sempre qui. Ancora. Dopo 22 anni. Mi commuove guardarla negli occhi.

Le tegole rosse della palazzina di fronte e le grondaie mi mettono una malinconica allegria.

Vado a sistemar.

Buongiorno a voi che ancora passate di qui e, in particolare, un abbraccio a Mah, lettrice e amica che, di tanto in tanto, mi richiama all’ordine con dolcezza.