Siamo fottute

Soundtrack: Vedi video

Dunque ieri autostrada sotto al diluvio universale senza l’unico equipaggiamento necessario: il sonar. Mangiatoria clamorosa in quel di Caianello (agriturismo di un amico) con I**.

Stamane Garbage City, recupero Miss I e C** all’aeroporto, vado a trovare il pater, poi dal dentista, poi a fare il pieno di calore ed affetto al Centro dove lavoravo.

Ho attraversato la città da est a ovest, da ovest a sud, da sud a nord.

Maledico il berlusca ininterrottamente. Il bastardo non ha fatto altro che il gioco delle tre carte. La munnezza è dappertutto. DAPPERTUTTO. Tranne che nei quartieri perbenini. Ma comunque il livello di sporcizia della città è da terzo mondo. Cerco anche di far capire a chi ci vive che non è una città normale, che niente ha un senso, una direzione, una traccia di amorevolezza. Niente. Non riesco nemmeno a farmi capire.

E mi si propone di tornarci.

“Tornare” non è la stessa cosa di “andare”. Basta questo.

Il pater è moscio, il dentista mi ha finalmente limato il dente gigante e le collegucce del Centro sono delle delizie al cioccolato che ti lasciano addosso tracce di zucchero e crema chantilly.

La mattina l’aereo delle roditrici dotate di appendici ossee frontali (zoccole cornute) era in ritardo e mi ritrovo, alle 9 e mezza di mattina, a guardare la TV. Metto MTV. Di seguito becco il video di Feist e feisteggio come una groupie col parkinson, poi quello di Fabri Fibra con la Nannini e penso che il pezzo è proprio interessante e notevole. Ma lui nun se po’ verè. La Nannini è in gran spolvero lesbico con giacchetta di pelle, collare al collo e capello sparato. Evito di soffermarmi a discutere con me stessa sulla questione del mancato coming out (che è diverso da outing, spiegheremo) dell’unica musicista lesbica famosa in questo paese bacchettone e vomitevole. E’ troppo poco che sono sveglia per tirarmi una questione con la mia parte aspirante-militante.

Subito dopo un video che mi porta, inesorabilmente, a far staccare la mascella dalla faccia. A bocca aperta e without words. Non lo so come si chiama questa cessa (scopro che si chiama Katy Perry), il pezzo si chiama “I Kissed a girl”.

Vedetevelo un attimo. Io cerco anche le parole. Casomai qualcosa.

This was never the way I planned/ Not my intention/I got so brave, drink in hand/Lost my discretion/ It’s not what, I’m used to/Just wanna try you on/I’m curious for you/Caught my attention

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

No, I don’t even know your name/It doesn’t matter/You’re my experimental game/ Just human nature/
It’s not what, good girls do/ Not how they should behave/ My head gets so confused/ Hard to obey

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Us girls we are so magical/ Soft skin, red lips, so kissable/ Hard to resist so touchable/ Too good to deny it/ Ain’t no big deal, it’s innocent

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Rendiamoci conto che siamo fottute. Fottutissime. Circola una canzoncina adolescenziale da tormentone estivo che si esprime in questo, specifico modo: ho baciato una ragazza e mi è piaciuto il sapore del suo chap stick, ho baciato una ragazza giusto per provare, spero che il mio ragazzo non si arrabbi…

Saranno almeno 50 anni che si combatte qui in lesbolandia per non finire nel buco nero delle fantasie erotiche maschili. 50 ANNI.

Potreste pensare che il mio sia un discorso isterica da lesbica/militante/veterofemminista/vintage ed avreste ragione, ma anche no.

In fondo è una canzoncina del cazzo, che vuoi che sia? ma anche no.

In realtà significa che la questione è definitiva.

Non siamo un genere, non siamo una categoria caratterizzata da una tendenza sessuale specifica, non siamo donne che non necessitano di interagire con il genere maschile per sessualità e riproduzione.

No, siamo una moda adolescenziale.

Si porta fare la lesbica.

A beneficio maschile.

Fottute. Non esistiamo più.

P.S. To whom it may concern:

Maybe I need to stay alive, first. Maybe I won’t forgive the unforgiveness. Maybe it is hard. Maybe u’re not the kind of person I can walk with, in any way. Maybe I’m not ready enough to jump over. Just wait.

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Essere lesbica o “del lesbodramma”

lesariel.jpg 

Soundtrack: Joan Armatrading – Love and Affection

La soundtrack è emersa dalle nebbie del passato. E’ stato il mio pezzo preferito per tutti gli anni dell’adolescenza e non sapevo perché, poi dimenticata per un po’. Poi riutilizzata per automassacrarmi durante il lutto relazionale, poi eliminata, poi nel video di Bette e Tina. Non potevo esimermi.

E non potevo esimermi dal chiarire un paio di cosette a chi legge e partecipa a questo blog, prima di virare verso la politica e la società in genere, in vista delle elezioni prossime venture.

Lesbiche si nasce, sia chiaro. E nel momento preciso nel quale ti accorgi, bimbetta non più che seienne – negli anni 60 e 70, spero dopo sia stato diverso – che le bambine ti sembrano di gran lunga più interessanti dei maschietti, capisci che non puoi, mai e poi mai, dirlo a nessuno. E non sai bene perché, ma sei certa che sia così.

Ne hai la certezza quando, prima o poi, in famiglia o nelle famiglie delle tue amichette del cuore (nel tuo caso per davvero del cuore, mica pizze e fichi) senti, per la prima volta, la parola “morbosa” accoppiata al tuo nome.

Entro gli otto anni hai perfettamente imparato a dissimulare. L’unica cosa alla quale è difficile resistere, è il gioco. Non ce la si fa a condividere bambole e pentoline, proprio no, quindi ti mescoli coi maschi per fare giochi dinamici e pericolosi o, in alternativa, riesci a convincere una intera famiglia a regalarti soldatini, pistole e travestimenti maschili.

– Slice of Life: 5 anni all’incirca io, 5 anni all’incirca amichetto maschio del palazzo. Accordo preso verbalmente prima di vedersi a casa sua: “Allora, tu porti le barbie, mettiamo sul tappeto le tue barbie e i miei soldatini. Ognuno gioca con le cose dell’altro ma, quando entra mamma, facciamo a cambio, in fretta. Va bene?”. –

Piccoli Gay crescono.

Nei giochi di ruolo, la rising lesbian si presta a fare sempre la parte del maschio. Il che va benissimo per il gioco e le compagne di gioco, che devono fare anche loro le prove tecniche di relazione e i maschi tra i 9 e gli 11 anni, di solito, non giocano con le femmine. Ma prima o poi una madre qualsiasi si insospettisce e, 90 su cento, ritiene indispensabile venire da te e chiederti perché ci tieni tanto a fare la parte del Conte Levinsky (un ladro gentiluomo e sciupafemmine che finiva sempre per baciare le principesse). E aggiunge, 95 su cento, che non è tanto normale.

Ma tu non vuoi fare la signorina dell’800 bisognosa di aiuto, nè giocare a mamma e figlia, nè vestire e pettinare le bambole. Quindi smetti di giocare con le femmine.

A 12 sai esattamente cosa sei e sai esattamente cosa fare perché nessuno se ne accorga. Limiti la tua “morbosità”, impari a controllare movimenti, sguardo, pulsioni e a ritagliarti momenti che ti possano emozionare. Ma non sei come le altre. Lo sai tu, lo sanno loro. Allora impari anche a crearti una vita parallela, del tutto pubblica, compresi i poster degli idoli post-puberali. Ma tu vorresti la foto di Fanny Ardant sul comodino.

Tant’è. Comincia la vita sociale, quella che ci si aspetta da te, mentre intorno arrivano informazioni precise sul tuo essere la persona sbagliata al posto sbagliato. La religione dice che sei un abominio, la società dice che sei una malattia, il cinema dice che quelle come te si devono impiccare, i giornali dicono che è una vergogna. Magari in famiglia qualcuno dice che le lesbiche fanno schifo.

Ma sei tu.

E poi ci sono gli anni dell’adolescenza, passati a combattere con quello che sei e quello che dovresti essere e quello che gli altri si aspettano tu sia. Come tutti gli adolescenti, del resto, ma con la certezza di dover essere altro da te. Bere o affogare.

E poi, se va bene, se hai buoni amici, se hai una famiglia che non viene proprio dalle caverne, se sei in una grande città, se hai rinforzato le spalle a sufficienza durante gli anni della formazione, il resto scorre liscio. Impari a fottertene di quello che gli altri dicono, a ignorare gli insulti per strada (succede, allora e ora), a fingere di non sentire frasi che, se non avessi imparato l’arte della dissimulazione fin dalla più tenera età, ti aprono voragini nello stomaco e ti spingono ad intervenire con il miglior Iriminaghè (tecnica aikido) tu abbia mai fatto in vita tua.

E smetti di incazzarti per quello che dice il signor Ratzinger, che pure parla di te, della tua vita, del tuo sentire  e del tuo modo di amare, capisci le ragioni della politica nel non voler considerare le tue necessità che sono solo quelle di una società civile, incassi gli insulti televisivi e cinematografici e impari ad entusiasmarti per cose come the L word. Ci sei tu dentro, finalmente non devi fare operazioni di traslazione personaggi per identificarti.

Pochi giorni fa, qualcuno al lavoro ha detto “vedere due donne che si baciano mi fa schifo”.

A me non fa schifo vedere un uomo e una donna che si baciano. Semplicemente non mi interessa, come non mi interessano due uomini o un essere umano e un elefante (bè, magari lì mi incuriosisco un po’). Ci sono ragazze/donne che vengono cacciate di casa o dal lavoro – ancora oggi -, che vengono picchiate, persino uccise, perché sono lesbiche.

E Shulypoo chiede a che pro impegnarsi tanto a difendersi.

Vedi tu.

 

Wait… file uploading “Ciro”

ciro.jpg

Soundtrack:  Noa – Torna a Surriento

Lo so, aspettate nuove succose news, tips and cheats sul mondo lesbico.

Ma adda arrivà l’ispirazione.

Stasera discutevamo con la R** che, per alcune lesbiche, sarebbe necessario creare categorie ad hoc del tutto uniche e personalizzate. La cosiddetta categoria “Ciro” (da una vecchia barzelletta su un padre alla ricerca del figlio appena nato tra nidi per neonati belli, bellini, brutti, bruttini e infine “Ciro”). Mi rompo di metterla per iscritto, ma si capisce.

Dunque le lesbiche categoria “Ciro” sono quelle che tu hai conosciuto, almeno 10 anni fa, come cucciolotte un po’ sbavose che saltellavano grate e affamate  intorno alle lesbiche alfa.

Perché nei gruppi di lesbiche esistono le alfa, le beta e le omega, come appare ormai assolutamente evidente. Un po’ come per i gatti; sia chiaro, questo è un segno di pura femminilità, d’altronde le lesbiche sono innanzitutto femmine, e poi femmine al quadrato. Non vi inganni il fatto che non si truccano. Il trucco, il tacco, il vestitino con le bretelline a spalle nude con -7 di temperatura esterna,  sono metodi di seduzione destinati agli uomini, non certo necessità femminili. Le vere necessità femminili sono calore, praticità, velocità di preparazione e sbraco. Chiedete alle etero sincere, chiedete alle donne sposate e chiedete a me.

Allora, le “Ciro” le avete lasciate agli albori del loro percorso di omosessualità rivelata, mentre emettevano i primi e fastidiosi vagiti all’interno di discoteche e feste private, le avete evitate mentre vi inseguivano incalzandovi di domande a raffica che non prevedevano l’ascolto di risposte.

Poi le avete viste fidanzate e avete seguito i loro primi passi nel gorgo dei tipici passatempi lesbici (il gioco dei quattro cantoni, la giostra delle ex, gli innamoramenti per etero inespugnabili, le relazioni parallele, i ritorni di fiamma e così via).

Dopo anni, quando ormai pensate di averle viste tutte e avete del tutto dimenticato il passaggio di una “Ciro” nella vostra vita, la incontrate da qualche parte.

Ed è puro teatro.

La “Ciro” non è upper, non è lipstick, non è vintage e non è camion. La “Ciro” è totalmente mitomane.

Vi racconterà con aria annoiata e vissuta di come tutti la vogliono, di quanto è desiderata, di quante storie in parallelo vive (una straniera, una donna sposata e una stupida ma troooppo bella), vi farà domande delle quali conosce la risposta e quindi non ascolterà neanche per un attimo.

Tornerete a casa con la consapevolezza di avere avuto a che fare con un essere proveniente da un mondo parallelo e pregherete, con generosità, perché nessuna vostra amica possa mai pensare, neanche per un attimo: “carina quella bionda”.

Le sorprese del blog

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Soundtrack: Patty Smith – are you experienced?

– Momento narcisistico senza filtro –  

Da non credere. Ma chi se lo legge? Non si può sapere cosa darei per avere un feed (sarà la parola giusta?) da ogni persona che passa di qui.

E’ arrivato qualcuno digitando su google: “ci devo credere a questa pausa di riflessione?”, e a me viene in mente solo che la maggior parte di noi non ha un cazzo da fare da mane a sera e digita su google tutto, ma proprio tutto quello che passa per la testa.

Mia nipote sostiene che il counter delle visite è troppo anni 80.

Ma io SONO anni 80. E poi è una forma di addiction pure quella, sapere quanta gente oggi si è letta il mio blog.

Strano mondo.

Ho provato ad aprire una pagina pure su myspace, sempre come penelopebasta, ma mi vengono le crisi adolescenziali e ne ho fatto un pastrocchio degno di una postscuolamedia.

Fetenti che siete, non so chi siete e non mi scrivete. Guardoni anche. Che bile.

Vorrei anche sapere come si fa a mettere la musica per davvero e non solo quella virtuale. Mi sa che per questo ci vuole di capirne di css e html e non so cosa altro. Non ne ho intenzione. Quando troverò una cosa semplice la metterò.

Per ora tenetevi la neve.

Un commento? una parola? un cenno? gnente ti dico gnente.

Vabbuò, prossimamente posterò (ma che blogger che sono!) qualcosa sulle vintage lipstick.

E’ uno dei capitoli più difficili, la maggior parte delle mie amiche sono lipstick, bisognerà pesare le parole…

Io appartengo alla categoria vintage/vintage. Anche se le mie amichette I** e C** mi hanno regalato per natale una fantastica confezione di trucchi “Pupa unconventional zoo” (è una mucca, non un clamidosauro).

Nel frattempo si svolge la trascedia del capodanno. Le lesbiche napoletane brillano per disorganizzazione, si dice e si disdice, si organizza e si disorganizza. Inaffidabili lesbiche vintage metropolitane. Bisognerà stimolarle un po’. Chiacchiere e distintivo. Questo mette me in crisi sulla possibilità di scendere a Naples o fare altro. Altro?

Minchia come è difficile la prima parte del post-relazione, c’è da riorganizzarsi la vita e non è tra le cose più semplici., insomma non viene da sé. 

La mia gattazza nera, in questo momento, è distesa tra la tastiera del computer e me e mantiene il capoccione puntato sulla mia guancia sinistra facendo fusa a palla.

Ho le braccia anchilosate per digitare bypassandola e, come se non bastasse, mi prude tutta la faccia. Sarò l’unica allergica al suo gatto? Non credo.

Un post fesso eh? avevo voglia di scrivere ma non di impegnarmi.

 

Piccoli Chiarimenti Necessari

stoccolma-gamlastan.jpgSoundtrack: Noa – Blue touches blue

Ci sono cose che solo io conosco.

Stoccolma di mattina, l’emozione di guardare insieme un cielo che non hai mai visto prima e il poter abbassare lo sguardo su occhi che portano lo stesso colore addosso.

Il sorriso a colazione, nascosto da un vassoio dove troneggia il caffellatte e il pacco di imprescindibili macine.

Di notte la fragilità della voce che si spezza per amore, per paura, per piacere.

I risvegli sul mare di Posillipo che accarezza il fondo del letto e si impone alla finestra.

Le parole e il parlare e parlarsi senza noia, per giorni e settimane.

La dolcezza della cura. La vulnerabilità degli affetti. L’attenzione assoluta. La comprensione dell’essenza di me.

Questo è stato, anche se non è più. E nessuno era con noi per raccontarlo.

Ci sono cose che a nessuno sarai mai più dato conoscere in quel modo, in quel momento, in quel luogo. I pianti liberatori, le verità nell’anima, gli abbracci assoluti. Il senso dell’amore – per quanto possibile, per quanto personale, per quanto voluto -.

Sapevamo, esattamente e per lungo tempo, dove eravamo, cosa volevamo diventare, quali panorami ci avrebbero accompagnato. Sentiero dopo sentiero. Pietra dopo pietra.

Cosa io ho scelto di diventare è stato cosa io ho scelto di diventare. Perché questo, mi rendeva, felice.

I gesti minimi, leggeri, sottili, nati per.

Nati per far felice chi mi passeggiava al fianco. Nati per far felice me.

Conosco, io sola, ogni singolo gesto e potrei raccontarne la genesi con precisione assoluta. Sono stata chi ho voluto. Ho voluto chi ho amato. Amavo e ho conosciuto. Conoscevo la mappa di quel corpo e di quell’anima. Quell’anima era casa mia.

Ho pensato che legarsi e restare unite fosse l’unica cosa che valesse la pena di fare. Ho ascoltato la sua voce ripetermi le mie stesse parole. Ed era pace e riposo dopo la fatica della guerra.

Ho provato gioia infinita nelle battaglie giornaliere. Battaglie per tenere a freno me, il mio istinto predatore, la mia prepotenza bambina. A qualcuno ho permesso di vincere. Qualcuno si è meritato l’alloro della mia dedizione.

Sapevo di poter voltare la testa e dire: “ecco!”, a chi avrebbe ascoltato solo la mia voce. Ho visto brillare qualcosa, io l’ho visto. Io so che esiste. Non importa quando e con chi e se. Io ho avuto il privilegio di vedere, me lo sono meritata per quello che ho dato, per quello che ho ricevuto, per quello che ho promesso e mantenuto, per quello che mi è rimasto e non va via.

Perché non voglio che il meglio sparisca nel fango dell’inutile. Ricordo bene cosa siamo state, voglio tenerlo per me. Non è una faccia o le mani o gli occhi spaventati, non è una frase, un regalo, un progetto, non un ideale per schermare, non la rabbia per allontanare e neanche la determinazione di arrivare. Non gli sforzi per salire o il terrore di aprire. Non è un fatto, un evento, una definizione.

E’ una persona. Una persona che conosco e che, ancora per un po’, sarà il libro che solo a me è dato leggere. Con le sue note a margine, i suoi refusi, i paragrafi lunghi e involuti, i numeri di pagina in disordine. Ho ancora facoltà di trovarne il filo, so dove mettere le mani e come sciogliere i nodi. Conosco anche l’argomento, il susseguirsi della storia e riconosco in ogni descrizione il luogo, il fatto, l’emozione. Perché io sola ne ho avuto accesso. Di questo sono fiera.

Le cose, banalmente, finiscono. Le cose, banalmente, è bene che ci siano state.