‘Na botta di vita

SoundtrackTears For FearsShout
(perché è vintage e ci sta bene)

Ieri, botta di vita.

Con R&B, Donnie Darko, V*, invece di vedere la partita del Napoli (appuntamento sacrosanto come da cliché emigrantesco), serata lella al Nylon. Locale a Trastevere. Mondanità inusitata per me che sto diventando paesanella e culo pesante.

In questa casa ci sono 14 gradi. 14. Pompa di calore a palla. Per ottenere 18 gradi da metà casa in poi. Nella prima metà restano i 14. E nella prima metà c’è il divano imperiale nuovo sul quale vegeto gloriosamente. Ho una onorevole gatta centenaria a destra e un ragazzone peloso a strisce a sinistra. Dettagli. Con il loro perché.

Dunque serata mondana.

Mi guardo intorno. Lesbiche vintage  a badilate. Inizio a macinare atrocità da riportare sul blog. Penso sia la volta buona per riaprire la categoria “lesbica quotidiana” che langue da più di un anno. Il cervello rumoreggia osservando stili, atteggiamenti, frasi, approcci, movimenti, colori. Comincio ad immaginare feroci sarcasmi su ogni singola lesbica che vedo, da trasferire in Penelopebasta appena rientrata.

Categorie, standard, segni di riconoscimento, orrori stilistici. Tutto il campionario.

Ma qualcosa non va. Non va per niente. Qualcosa non scatta. Mi chiedo se poi sia così necessario. Mi chiedo a cosa mai possa servire. Sì, lo so che ridersi addosso fa bene. Ma in questo periodo ho anche altre cose in mente e nel sangue.

Ho in mente che sono stanca di essere trattata una merda in quanto omosentimentale.

Ho in mente le frasi che sento da vescovi, cardinali, papi, pidielli, leghisti e piddini.

Ho in mente gli insulti che mi accompagnano, costantemente, in questi ultimi due anni.

Il tono si è alzato sempre di più, ogni giorno un po’ di più, ogni settimana una tacca al volume.

E io mi sono rotta il cazzo. Mi sono rotta il cazzo di essere insultata da indegni rappresentanti di una religione misogina e maschilista che non sapendo come fare per non affondare definitivamente, ha rispolverato il mito del nemico da combattere. Che pare brutto prendersela per l’ennesima volta con gli ebrei e assolutamente sconsigliabile dare addosso ai mussulmani. Quindi cosa c’è di meglio dei ricchioni e delle lesbiche? Il perfetto agnello sacrificale per una categoria che non si fa specie di mescolare pedofilia e omosessualità e che nega umanità, comunione, affettività e dignità ad un pezzo di popolazione come fosse parte integrante e necessaria di una dottrina che predica perdono e comprensione. Preti e religiosi. Omosessuali repressi e repressivi. Omofobici e dannati. Perché ad odiar se stessi ci si danna e niente più.

Sono stanca di questo perché ad ogni rutto di questa improbabile papessa e dei suoi chihuahua con cappottino rosso, io devo fare un passo indietro, avere un po’ più paura, pararmi il culo nascondendomi un po’ di più.

E mi sono rotta il cazzo di questi politicanti miserabili, cafoni ed arroganti, ignoranti come capre e improduttivi come stalattiti di merda in un condotto fognario che ritengono di avere qualcosa da dire su di me, sul mio stile di vita, sui miei amori, sul sesso che faccio affibbiandomi un valore che non ho, un immagine che non ho, una responsabilità che, cazzo, non ho. E questi ragli arrivano da gente che paga trans e puttane, prende mazzette, importuna i bambini, scopa minorenni, mangia stereotipi e banalità da bar di paese, non parla italiano e non vede al di là del proprio miserabile cazzo.

Ho detto cazzo? Sì.

E sono stanca delle donne che lo fanno. Anche di loro non ne posso più. Di queste zoccole rifatte, di queste mezzecalze, servette che dopo essersi vendute la fica fino a consumarla, hanno finito per vendersi il cervello. A forfait.

Sono stanca di sentirmi dire di essere un paria, un virus, una malata, un danno per la società, un pericolo per i bambini, una fantasia pornografica, una peccatrice irredimibile, uno scherzo della natura, una sottospecie umana.

Una che si può picchiare per strada. Che si può insultare. Che si può disconoscere. Che si può sminuire. Che si può svilire. Che si può attaccare. Che si può negare.

Che non merito, che non ho il diritto, che non devo mostrarmi, che non devo affermare, che non devo chiedere.

In questi ultimi 5 anni abbiamo dovuto fare più passi indietro di quanti ne abbiamo fatti in avanti nei 10 anni precedenti.

Io non voglio indietreggiare. Io non voglio cadere in questa fottuta trappola da fine impero. Io non voglio essere il capro espiatorio di un paese che non sa salvarsi e non capisce con chi cazzo se la deve prendere per davvero.

Mentre io ho il privilegio di sapere perfettamente con chi prendermela. Che culo.

Quindi, pensando a tutto questo, ho deciso che quelle lesbiche vintage romane del Nylon io, le amo.

I nostri capelli corti e la nostra intolleranza alla tintura. La nostra mancanza di stile. Il nostro essere totalmente DE-fashion, i nostri stivali, i nostri pantaloni improbabili, la nostra allergia al trucco e al corretto accoppiamento di colori, la nostra grigérie, le nostre mascelle tirate e i sorrisi trattenuti, i nostri sguardi da guerrieri dell’anno mille.

Noi ci siamo. Così come siamo. E fanculo ai vostri fottuti fanatismi da disperati che annegano nella fanga che avete prodotto in questo decennio.

Buffoni.

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Pilato’s big feet

Ma non lo so.

Mi pare di dire sempre le stesse cose.

Ossicompu, così mi chiama Alice.

Stringo i denti e fra un po’ resto con la dentiera.

Porca puttana (sempre e comunque con il massimo rispetto per le signorine della Salaria che hanno anche ricominciato a lavorare).

*URLO*

Che poi mi scioglie in due parole.

A dirsele, però.

Eccheccazzo.

A me non me ne frega un cazzo di come va a finire, vanno a finire le cose che cominciano. Qui siamo ai piedi di Pilato.

Certo che Pilato deve avere dei piedi enormi considerando la massa di cose e persone che stanno lì.

I modi di dire, che stranezza.

Ha gli occhi liquidi.

Non Pilato, ovviamente.

E’ una bella soddisfazione gestire i testi con i tasti del computer.

Sono circa 27 anni che smanetto sui computerss e non sono una hacker.

Tempo perso.

Sto ascoltando i Living Colour e mi ricordo della mia migliore ex fidanzata.

Un pezzo di pane anche se è finita di un male che la metà basta.

L’amavo molto.

Lei non mi amava più, amava un’altra.

L’ho dovuta lasciar andare, anzi ho dovuto spingerla fuori dalla mia vita. Lei si sentiva troppo in colpa per farlo, preferiva disintegrarmi l’anima pensando fosse meno grave che lasciarmi.

Ma io l’amavo (disse la principessa russa stesa sul sofà appoggiando il fazzoletto bianco alle labbra umide) e feci quello che andava fatto.

Voglio dire che:

  • la camorra è camorra – dice ziasaimon, una amica mia – ovvero gli amici sono amici e prima si proteggono, tutelano, sostengono e accompagnano, poi si menano se è il caso.
  • io sono lesbica. Sono una lesbica qualunque. Pure un po’ nana. Oltre ad essere lesbica qualunque, sono una persona, ho un nome, una vita, un bel lavoro malpagato, pago le tasse, ho degli amici, un gatto e una famiglia. Mi lavo e mi vesto, uso persino un profumo. Bevevo molto, non bevo più da almeno 10 anni. Fumavo erba (ma anche hashish e boungavillea) e non la fumo più da una ventina d’anni (marò che noia questa parte), fumo sigarette di tabacco perché costa meno e fumo meno (ma che è? la fiera della virtù?). Ho un carattere normale, faccio cose tipo guidare la macchina e fare la spesa. Al mio peggio faccio shopping inconsulto, mi assento dal mondo e sono una incazzosa esagerata. Sono anche ordinata e pulita. Ti pare il ritratto di un alieno?
  • della “gente” come me, delle lesbiche, degli omosessuali, dicono molte cose; dicono che siamo diversi, che siamo destabilizzanti per la società, dicono anche che è possibile menarci e insultarci, che siamo un pericolo per chi è etero, che siamo sterili, che facciamo peccato mortale e andremo all’inferno, che la nostra esistenza è un insulto e che siamo la devianza, il male e la feccia della terra. Lo dicevano anche degli ebrei. Immagino esista chi ne è convinto. Pensa che io di marchi in petto dovrei portarne due, la stella gialla e il triangolo rosa. C’è chi è andato nelle camere a gas per molto meno. E io non sopporto la lamentela vittimistica di noi DEVIATI, perché mi rompo le palle e mi annoio a dirlo e a sentirlo. Ma, CAZZO, comunque è così.
  • in 46 anni di vita non mi è mai, ripeto MAI capitato di trovare qualcuno che mi sparasse stronzate stereotipate sulla mia vita. E di gente ne ho incontrata. Non ho perso nessuno, non si è allontanato nessuno. Chi non conosceva mi ha chiesto, chi non capiva ha ascoltato, chi non sapeva ha imparato.
  • ci tengo a questo blog, a dichiarmi lesbica, a fare gli spettacoli. Ci tengo a parlare con persone che di quello che vivo io non sanno una mazza di niente. Per raccontare una vita fatta di cose comuni e qualunque. Di sentimenti che sono uguali per tutti, di emozioni che non hanno niente di diverso da niente, di vissuti forti e chiari che vanno condivisi perché sono una ricchezzai (abbè, questo è proprio un delirio di onnipotenza silviano).

Dove voglio arrivare?

Non lo so, è tutto abbastanza sconclusionato e stanco.

Non ha senso.

Buonanotte.

 

 

 

 

Hot week

Soundtrack: Questa

Molte cose, in realtà, sono successe in questa settimana.

Lo spettacolo è pronto e, per la prima volta, mi hanno permesso di assistere alle prove.

L’ho trovato bellissimo.

Alice è brava, veramente brava e, per quanto si possa pensare che le mie siano parole affettive, io mi sento obbiettiva e seria. Invece.

E’ tutto anche meglio di come l’ho immaginato. Da non credere.

Sono rimasta paralizzata come al solito. Senza riuscire a dire una sola parola. Faccia inespressiva. Respiro assente. Occhio vitreo.

In pratica più mi emoziono e più vado in tetraparesi. E meno male che con gli anni uno dovrebbe imparare a gestire il proprio lato emotivo.

Mi sa che il mio non è un lato. Sennò si risolverebbe con una emiparesi (battuta accessibile a pochi, mi sa).

Lo spettacolo è nel Calendario Eventi del Gay Pride.

E così è andato anche l’anonimato…

Sul lavoro mi ritrovo, per l’ennesima volta, ad avere a che fare con gente che ha la segatura nell’anima e che, per uno scampolo di potere da miserabili, venderebbe non la sua, ma la mia, di madre.

Thanxgod ho altro. Lo spettacolo, gli amici, Biancaneve.

Ho il dubbio che qualcuno si sia fatto una immagine di me del tutto fuori sincrono e fuori realtà. Si vede che ho sbagliato qualcosa.

Soffro per la situazione economica oltre ogni ragionevolezza. Al di là delle impossibilità quotidiane che ho e che, di base, dejà bastano, il non poter fare un regalo, offrire una birra, pagare qualcosa, mi strappa dentro. Non sono abituata, non è da me, mi sento una scroccona avara e ingrata. Orrendo. Assolutamente orrendo.

Trovo richieste di aiuto su questo blog e non so cosa rispondere. Non ho risposte, appunto, e non sono d’aiuto. So scherzare con gli stereotipi, so giocare con le parole, so far la figa a chiacchiere, ma non so cosa dire ad una persona che non conosco e che vorrebbe sapere chi cazzo è e che cosa vuole dalla sua vita. Questo neanche alle persone che conosco.

Tra poco torna il fab. Non so come sarà rivederlo. Mi fa rabbia il solo pensarci e non credo neanche verrà a vedere lo spettacolo. Immagino se ne strafotta. Anche di questo.

Oggi mare. Niente bagno che l’acqua di Ostia faceva schifo pure alle zoccole di fogna. Ma molto sole.

Sono stanca. Stasera sono stanca e non so perché.

Bonne nuit

C’è crisi

tuffo

Soundtrack: Annie Lennox Dark Road

Succede che in questi ultimi mesi non mi capiti proprio più di passare la mia giornata traducendo ogni gesto, azione o evento, in parole scritte.

Per un anno ho vissuto così.

Con questa costante, ossessiva e imprescindibile voce, nella mia testa, concentrata a trovare il modo giusto e preciso di trasformare la qualunque in frasi e parole da scrivere su codesto blog.

Quello che mi capita non lo vivo più come eccezionale, come epico.

Non sento di avere nulla da raccontare.

Faccende varie mi capitano, in verità, anche del tutto nuove, per me. E’ come se avessi a che fare con qualcuna che non conosco e mi sembra necessario e interessante dedicarmici.

Del resto si legge e si sente.

Mi sono sentita in dovere di scrivere comunque, non saprei spiegare il perché. Immagino sia stato una specie di impegno interiore, un senso del dovere nei confronti di persone che mi seguono e cercano qualcosa qui dentro anche ogni giorno.

Non volevo deludere nessuno.

Ma le cose non si stiracchiano. Si chiudono quando diventa necessario.

Non che io voglia chiudere Penelopebasta o smettere di scrivere.

Semplicemente non riesco a farlo spesso, non ho cose da dire, non ho eventi da trasformare in Leggi Universali e non ho più tanta voglia di mettere per iscritto ogni mia singola emozione o vissuto.

Ho parlato di me fino allo sfinimento e adesso sono incredibilmente stanca.

Sono stanca anche di sentirmi come una che ha sempre la sua da dire.

Di fatto, d’altronde, non ho una vita privata. Sarà pure un segno che tanto credere di conoscere, credere di sapere e credere di capire non serve ad una beneamata minchiazza.

Ho sogni che si avverano, in questo periodo, dei quali darò notizia a chi avrà la pazienza di continuare a tornare per vedere se compare qualcosa di nuovo.

La festa dei 100.000, quando avverrà – e non sarà presto, vista la caduta di visite e la mancanza di post interessanti o quantomeno ben scritti – la farò lo stesso.

Sono emotivamente in subbuglio, ma non ho voglia di tradurlo. Non ora. Sono andata fin troppo oltre, quissù, e non ne ho per continuare.

Il che non è una nota drammatica, sia chiaro, è una constatazione. Non credo neanche sia una pessima cosa. Si vedrà.

Scriverò di nuovo quando avrò qualcosa da dire.

Al top del delirio del “me la suono  e me la canto”, ringrazio tutti, non immaginate quanto.

 

Sono stanca come

libeccio

Soundtrack: Jan Garbarek –  Red wind (scopro ora che i wma non li legge sto cretino di box)

Sono stanca come una foca.

Non ho più argomenti.

Ho di nuovo voglia di aria di mare.

Il filo di libeccio che è arrivato qui un paio di giorni fa, non è stato abbastanza.

Voglio guardare la città dall’alto senza avere freddo e respirando.

Il mare è un’altra cosa.

Ti fa diventare i pensieri piccoli piccoli e miseri miseri.

Qualche volta è dello stesso colore del tuo dentro.

Altre volte è il tuo dentro che prende il colore del mare.

Si muove. Sempre.

Ti obbliga a sentirti particella.

Ha un odore che cambia. Con il vento.

Lo scirocco ti porta nel naso l’odore umido di molluschi e sabbia insieme. Il mare diventa torbido, nervoso, sporco e africano. Ti acceca e disgusta. Un pantano gigantesco che è anche l’unica e sola fuga dal calore che si attacca addosso come vinavil.

Il libeccio ti infila in bocca una pasta polverosa salata grigia e blu che sale dalle onde dello stesso colore del cielo con la cresta bianca e incazzata. Inaffidabile. Pericoloso a volte. Se sai aspettare salirà la tempesta. Breve, di solito. Una secchiata d’acqua in faccia. Fresca.

Il maestrale ti fa sollevare il mento e raddrizzare le spalle. Rinfresca e pettina i pensieri. E’ il vento del pomeriggio e restituisce al mare il suo colore. Fare il bagno con il maestrale è una doccia scozzese che rigenera. Asciuga l’acqua e lascia i cristalli di sale sulla pelle. Polvere.

La tramontana è odore di terra e montagna, ma sul mare ha un effetto calmante, riposante. Lo placa e lo distende. Divide i colori, ti porta davanti alla finestra di casa tutte le isole. Allunghi la mano e le tocchi. E’ gelido e limpido e gelido e limpido si fa il mare.

Il grecale non lo so riconoscere.

Ho sempre pensato che il nome dei venti lo abbiano scelto i marinai. Sono nomi con l’eco.

Sono nomi salati.

 

 

Please

pause

Soundtrack: Alexkid ft Ursula Rucker  – Fear In Flight

In questo periodo vacanziero, vorrei allontanarmi dall’ansia di avere qualcosa da scrivere su codesto blog. Mi sta pesando, non ho argomenti, sono preoccupata per il mio rivolgermi a me stessa in terza persona e penso sia meglio riposare.

Ho il cervello stanco, in verità.

Al punto da essermi persa, oggi, al ritorno da Fiumicino, per oltre un’ora e mezza.

Le grandi arterie le ho fatte tutte. Tutte tranne la Salaria che era quella che mi serviva.

95 minuti senza avere la più pallida idea di dove fossi e dove stessi andando.

E’ arrivato il Fab, strutto e stracquo e anche un po’ stranito.

Mi sono emozionata a vederlo, un riccetto del mio encefalo resta convinto che chi parte non torna.

Mi mancava il suo frasare diretto e velenoso. Ci voleva, ma anche no. Massì. Mi mancava lui e basta.

Anche se riparte.

Ma per un po’ ne approfitto.

Per quanto abbia stabilito, in poco più di venti minuti, che sono una italiana arronzona e imbrogliona, un’idiota sentimentale, un’ignorante imperdonabile e una narcisa patologica.

No news, good news.

Aspettiamo l’amica Erika per luglio e pregustiamo la passeggiata ai quartieri spagnoli.

Ho mangiato del fantastico pesce, a Fiumicino, che non ha apportato sensibili cambiamenti alle mie facoltà mentali.

Vorrei anche rimarcare che i cartelli di Roma seguono le seguenti regole: se indicano una direzione, vanno interpretati considerando la posizione della costellazione di Orione in quel periodo dell’anno, quindi va calcolata la cotangente e diviso il valore risultante per la diagonale della piramide di Cheope per 3,14. Una volta completate le operazioni, si ottiene il civico del benzinaio più vicino che, forse, è al corrente della direzione da seguire. Forse.

Infine, presumo scriverò qualcosa per augurare a tutti buone feste. Non dovessi farlo, prendetevi questo.

Ho anche dei buoni propositi per l’anno nuovo. Ma sono propositi, che senso ha parlarne?

Quindi pausa a meno di avere fondamentali faccende da dire. Ma ne dubito.

A bien tot.

 

 

Settimana densa

Soundtrack: Minus 8 – Breathe

Sono stanca come una foca.

Mi ero disabituata a lavorare una settimana intera.

Ma lavorare è meglio che pensare, a volte.

Scrivo meno perché il gorgo di feisbùk è micidiale.

Su feisbùk ho trovato gente della quale non ricordavo il nome finché non l’ho letto.

Ora mi verrà anche la fissa dei sondaggini.

Cazzi vostri che tanto ve ne fottete e non votate.

Al lavoro succedono cose che voi umani non potete immaginare.

Mi sta venendo pure la paranoia che mi cacciano perché so’ lesbica. First in my life.

La gatta ha sempre fame.

Ma vederla socchiudere gli occhietti serpenteschi quando le gratto la gola è fantastico.

La nipote è il tulipano nero.

Ma sapere che sta bene mi fa star bene.

Il fabolous non scrive più e mi lacrima il pericardio.

Immagino sia perché ha da fare, ma anche no. La mancanza di informazioni crea mostri.

Vivo di fantasie prive di fondamento.

E meno male così mi annoio meno.

In realtà sto bene.

Certo ho una tosse da ottantenne che fuma toscani. Ma sono dettagli.

Vorrei uscire più spesso.

Ma sono stanca come una foca.

* Sospiro*

 

Piccolo Omaggio di un certo qual livello: