Paura

Soundtrack: Nekta No Need To Rumble

Non credevo fosse possibile, sotto i cinquant’anni e dopo trenta anni di lavoro, ritrovarmi ad avere paura. Proprio paura.

Nuovi pazienti, nuovi ciccipiccoli.

DGS, ADHD.

Quand’è che ho smesso di chiamarli per nome ed ho cominciato a chiamarli per sigla?

Trenta anni fa le sigle dietro cui nascondere i bambini non le avevo. E avevo anche il fuoco sacro e inestinguibile del delirio di onnipotenza e la crassa ignoranza che porta sorprese ogni minuto.

Oggi ho sigle, ho vista lunga, ho precisa percezione di cosa sarà e come sarà.

Cazzo dovrò lottare, consumare energie, comunicare, contenere, accogliere, fissare paletti di cemento, sfondare muri, rassicurare, prendere botte, trasformarmi in un gigante, ascoltare, fermare, lasciar andare, trattenere.

E tutto questo per cosa? Per metterli ad un cazzo di tavolino ad imparare a leggere e a scrivere, per insegnargli ad usare articoli e preposizioni nella frase, perché imparino ad essere aiutati, per dargli i fottuti tempi di attenzione necessari per acquisire nozioni, funzioni, autonomie, relazioni.

Ma io non so neanche più se ne sono capace, se so ancora farlo, se ho le energie, la fiducia e la voglia di accettare la sfida. Cazzo IO-NON-LO-SO.

E mi fa paura da morire. Uscire dalla rassicurante bacinella fatta di DSL e DSA già pensanti, parlanti, educati e pronti.

Io non lo so se ci riesco a ridargli un nome e non una sigla a questi.

Io non lo so se ho la forza di scavare dentro le loro paure, dentro la confusione dei loro genitori, dentro le scuole insufficienti e inadeguate. Dovrei essere quella che non ha paura per accogliere e sfumare le paure di tutto il resto del mondo che ruota intorno a loro.

Ma io non lo so più. Non lo so più. Non lo so più. Non lo so più.

E il mio è un mantra di disperazione. Perché allora, cos’è che so io? io non so fare altro. Sto solo cercando di trovare il modo per fare quello che può bastare senza troppo sforzo, coinvolgimento, fegato e viscere. Sto solo cercando di risparmiarmi. Solo un po’. Solo perché non credo di essere più in grado.

Cosa ancora posso dare io?

Io non lo so.

Non provavo una sensazione come questa da anni. Forse dovrei prenderla come una buona cosa.

Poi ho paura di avere l’alzheimer. Davvero. Con i miei vuoti di memoria, i miei sperdimenti spaziali, i miei risvegli confusionali, i luoghi che conosco e non riconosco, la mia insonnia galoppante.

E ho paura di cambiare casa, di preparare di nuovo gli scatoloni, di organizzare il trasloco, di ricominciare daccapo.

Ho paura di chi imbroglia, di chi mente, dei falsi sé, dei cazzi pieni d’acqua.

Ho paura della menopausa che avanza come una goccia d’inchiostro nero nell’acqua che ho nel corpo.

Ho paura di restare sola fino alla fine dei miei giorni.

Ho paura che stiano uccidendo mio padre (ma questa è una lunga storia).

Ho paura delle cose nuove.

Ho paura di addormentarmi in macchina.

Ho paura di perdere quello che ho.

Ho paura mettermi in costume la prossima estate.

Ho paura che tutto questo sia diventare vecchia. Non grande, quello lo sono già stata. Vecchia, come forse è giusto che sia a questa età, malgrado le stronzate che si dicono in pubblicità.

Abbracciami forte amore mio, perché una paura così, si può solo accarezzare e consolare, si può solo guardare con gli occhi teneri di chi ama.

E lasciami piangere per un po’.

Perché non so che altro fare.

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Zucchero

pennybella1

Soundtrack: Boozoo Bajou – Take it slow

Signore e Signori, buongiorno.

Sono a casa in post febbrone.

20 ore di sonno con poche interruzioni.

A tratti la sua voce.

A tratti immagini.

Che meraviglia.

Si avvicinano i centomila. Peraltro scopro che si procede anche se io non scrivo. La prova provata che il mondo non si regge sulle mie chiacchiere.

Ah. Che liberazione.

Ora, diciamocelo, non ho nulla da dire e una gran voglia di urlare il suo nome.

Adolesco. Mi intenerisco. Divento mansueta. Mi sento una cavalla recalcitrante che si placa solo con zollette di zucchero offerte da una mano. Quella mano.

Io che pensavo di aver visto tutto, sentito tutto, capito tutto. Mi ritrovo dentro una cosa diversa e difficile da maneggiare. Certo, sarebbe meglio se mi lasciassi andare di più. Ho un’ansia prestazionale che la metà basta. E una paura che mica pizze e fichi.

Ma anche no.

 

 

No one but me

hug

Soundtrack: Kyoto Jazz Massive Vanessa Freeman – The Brightness of These Days

Appoggia la testa sulla mia spalla, Penelope.

Appoggiala e respira con me.

Quei respiri lenti che placano e portano via tutta la paura della luce del giorno.

Respira lenta, Penelope. Aspirando il mio odore. Vaniglia e Agrumi. Una pastiera di frolla morbida e saporita.

Accarezzami le guance e raccontami del tuo pigro procedere tra vita e cose e persone e fatti e follie e ancora paura.

Io lo so che non va via. Non serve il tempo, non serve il pensiero, non serve parlarsi addosso e regalarsi qualcosa.

Lei è lì. Poggiala sulla coperta blu, stasera. Forse svanisce, stanotte.

Forse non ti svegli, sudando. Di nuovo. Come sempre.

Forse la smetti di cercare quello che non vuoi trovare.

Forse stavolta è così.

Il naso sul collo acquieta i pensieri e ti ricorda chi sei.

Non sanguinare ricordando. Non lo fare.

Odore di sale e pelle fresca. La tua. Odore di notti estive, di scirocco appiccicoso e umidità marina. Hai scelto la musica sbagliata, tesoro mio.

Coperte di lana e luna bianca riflessa nella baia. A guardare nel nero per cercare risposte a domande che non hai mai nemmeno formulato. Le hai mai volute le risposte? hai mai voluto qualcosa?

Paura di ottenerla. Paura di ascoltare quello che non si vuole sentire.

Sei in compagnia, bimbabionda. Non sei mai stata sola in questo. Sei immersa nell’umanità intera.

Sulla mia spalla, in questo letto blu, non hai bisogno di far finta di essere la signora che credi di essere diventata. Quella che gioca a far paura ai poveri di spirito e che crede di osservare il mondo seduta sullo sperone di roccia. In alto, sopra la collina.

Esci da lì e rilassati. Ti posso abbracciare forte e dolce con grandi braccia e pelle morbida.

Lascia scorrere i pensieri, falli uscire da queste orecchie coperte di povere sottile e ragnatele intricate.

Ingoia le parole che non servono. Mandale giù in fondo e dissolvile ceme fosse cioccolata fondente succhiata fumando gauloises.

Smetti di guardare. Smetti di non vedere. Accarezza la fame  e spiegale con calma che non c’è altro che possa chiedere. Non c’è altro che possa riempire. Alla sete mormora piano che non è il momento e che non sai quando lo sarà.

Non chiedermi se ce la farai domani, io non lo so. Non so se hai coraggio abbastanza, se hai forza abbastanza, se hai voglia abbastanza.

Smettila di coprirti di pensieri vecchi e inuili. Ti riscaldo io.

Non ti preoccupare, siamo ancora qui.

Non ce ne andiamo, non scappiamo, non smettiamo di ridere e respirare.

Per questo, c’è tempo.

 

 

Untitled

Immagine a piacere

Soundtrack: Niente che devo svuotare il box, è pieno. Se ne parla domani.

Questo è un po’ difficile da scrivere.

In galleria urlo ininterrottamente. Urlo e lacrimo. Disperata e rabbiosa. Sono umida dentro e fuori. Spaventata. A morte. Paura di perdere di nuovo tutto. Paura di perdere. Di restare di nuovo senza niente di niente. Come sempre. Come è già successo. Deja vù. Mi fa male.

E non so che farmene di tutta questa paura, non so dove metterla, non so in cosa trasformarla, non so nemmeno con chi condividerla.

Non mi piace annoiare. Non mi piace ripetermi. Non mi piace esserne ostaggio.

Recalcitrante.

Come sempre.

Ri-partire, ri-cominciare, ri-trovare, ri-cercare, RI-. Da sola.

Non è che io pensi di non farcela. Io sono pietrificata dal terrore.

Come mai prima. Come sempre.

Sono le quattro del mattino, sono stata al Circolo degli Artisti con le mie Amiche. Ho bevuto. Ho ballato. Dovrebbe essere bastato.

Non è bastato.

In macchina facciamo un gioco, il gioco di V**. Serve radio Subasio che mette canzoni assurde senza spazi. Si dice “la prossima è tua”.

A me è toccata “la forza della vita” di Paolo Vallesi.

No, dico, mi si prende per il culo?

Per quanto tempo ancora mi tocca produrre energia nucleare sufficiente a rimettermi in piedi ogni due anni? Quando finisce? Quand’è che a me tocca di costruire pensando che non finirà o svanirà o si dovrà abbandonare per un qualsiasi cazzo di motivo di merda esterno alla mia volontà?

Io voglio sapere quando sarà il momento di costruire per la gioia di farlo e non per la fretta di sopravvivere.

Voglio sapere quando tocca a me.

Voglio una casa che sia la mia, voglio un lavoro che non mi sfugga dalle mani, voglio tenermi con delicatezza e serenità le cose e le persone che mi guadagno facendomi un culo così.

Dio solo lo sa quanto investo e quanto credo nelle cose che faccio. Ma pare se ne fotta altamente.

Vado per i 46.

Dai 19 in poi mi sono reinventata ogni due/quattro anni.

Almeno 9 vite fino ad ora, a occhio.

Ho il terrore di farcela di nuovo.

Strano a dirsi.

Ben strano karma, potrei dire se ci credessi.

E un tempo ci credevo.

Non riesco a calmarmi stanotte.

Ho freddo, tremo come un’idiota e sono fuori di me.

Abbracciami. Forte forte, come si abbraccia una figlia che deve partire, come se fossi una bimba che si sveglia di notte, come non avessi altri che me. Come se volessi proteggermi. Come se mi volessi calmare.

Miii, quando arrivo a soffiarmi il naso con il lenzuolo vuol dire che sono alla frutta.

 

Stucked.

stucked1

Soundtrack: Feist Intuition

Io, io , io. Io.

No, di Luxuria ancora non voglio parlare, non sono venuta a capo di quello che ho in mente, non sono d’accordo con le questioni sollevate da altri, non sono d’accordo nemmeno con quello che penso io.

So solo che se è vero che ha vinto perché il popolo LGBTQ si è mobilitato, pensa un po’ se ci si potesse mobilitare per qualcosa di vero e necessario. Ma non si può. E nulla cambia.

Che poi parlando di lei escono tutte. Anche i discorsi sul matrimonio gay. Che continuo a ritenere una pessima rivendicazione. Ma la R** stasera mi ha smontato le motivazioni e non so più cosa dire.

Mi si chiede della coltre di nebbia sollevata.

Che poi è calata di nuovo.

Mettiamola così.

Ho visto persone che stanno per dare direzioni precise alla propria vita e che, come spesso accade, vivono la paura e la voglia di tornare indietro di corsa e cancellando memoria e ragioni. Durerà poco, perché ognuno, alla fine, va dove deve andare.

Certo, nel frattempo, si sfrantacagliano le palle a me. Come se avessi equilibrio e solidità sufficiente per fare da palo per la lap dance.

E questo è un capitolo che, tutto sommato, non comporta grandi patemi o sussulti.

Ho anche visto adolescenti fragili e insicuri albergare in androidi dalle solide forme di adulti vaccinati e consapevoli. Capisco quindi, anche in questo caso, che il desiderio di frastagliare le palle a me deve essere invincibile. Devono essere calamitate. Come il miele per le api. Come se io potessi essere un fermalibro di uranio e non la carta velina che sono.

E in questo capitolo sono incastrata. Irrimediabilmente.

Incastrata negli occhi. Incastrata nei gesti. Incastrata nelle promesse. Incastrata in un gioco seduttivo che mi terrorizza e non mi diverte affatto.

Cazzo, mi divertisse, avrei materiale per anni. Perché sedurre ed essere sedotte è favoloso, di solito. E’ un momento magico e onnipotente, mi fa sentire solida e perfettamente a mio agio. So cosa fare, come farlo, quando scattare e quando svampare senza lasciare traccia che non sia la voglia di rivedermi. So vedere le mosse dell’altra, prevedere le successive e preparare la migliore faccia sorpresa che ci sia sul mercato. 45 anni serviranno pure a qualcosa. Di solito.

Per sedurre ognuno usa il talento che ha.

Tutto il mio corpo si dimena incastrato tra la sensazione di usare il mio talento e di essere usata, per il mio talento.

Niente di trascendentale. Non me la tiro fino a questo punto. Non ancora. Ognuno ha il suo: cani, porci e principesse.

Vado  rota. Mi placo. Vado a rota. Mi placo. Mi ipertendo. Mi addormento. Adrenalina. Serotonina. Vaffanculina.

Attendo i momenti. Temo i momenti. Cerco. Scappo.

Mi oppongo, Vostro Onore. Non si fa così, non è giusto. Una lesbica in solitaria va trattata con i guantini bianchi di lino, perbacco.

Mi dia altri dieci minuti, Maestà, che questa sensazione di solido contatto me la voglio sentire nelle vene ancora per un po’.

Ma insomma che cazzo vuoi?

Soprattutto, hai una vaga idea di cosa stai creando?

Immagino non ti sfiori il lobo temporale.

L’idea che io possa restare incastrata.

10 minuti 10. A far finta di esser disponibile ad altro che non sia rotolarti addosso.

Uffffff.

Dovrebbe e potrebbe essere un piacevole gioco sotto il MIO totale controllo. Gnente, te dico gnente.

Bah.

La R** dice che devo fare pace con me stessa. Me lo dice da anni. La guerra dei cent’anni. Non riconoscere le vittorie per non accettare sconfitte. Alla fine quello quell’è. 

Forse mi si fa davvero rappresentante sindacale. Forse no, dato che aspetto che scenda babbo natale dal camino e mi porti in dono la CGIL.

La volgarità degli obiettivi. La miserritudine degli obiettivi.

Alla fine anche questo, quest’è.

Io, io, io. Io.

Ti dovrò invitare a cena, uno di questi giorni, mia cara Biancaneve. Ce la giochiamo tra un primo piatto ed un dessert al cioccolato. Di certo da seduta non dovrei inciampare. E magari ne usciamo. Io ne esco, almeno.

Mi tocca fare la figa.

Dio, come mi secca.

 

Strana cosa

Soundtrack: Gnente te dico gnente che il box non funziona

Strane cose, più di una.

Pettini che si incastrano in chiome scintillanti di grovigli.

Un roseto di nodi, a volte gli stessi, a volte nuovi e cromati.

SI ridimensiona ciò che va ridimensionato. Ma qualcosa sfugge e, con ovvietà, rotola lontano e si trasforma.

Gigantesche ombre che distorcono e annichiliscono.

Non è niente, di questo sono certa. Ma paura lo stesso.

E non solo questo.

La regina della negazione, la principessa del sospetto. 

Le ambiguità che mi abitano.

E i tentativi di camminare a petto in fuori diventano patetici.

Ma necessari.

Vibro, ma resto ferma sul posto. Niente accade che possa accompagnarmi oltre quel punto.

Quello che mi ritrovo mi attacca a terra come una cozza.

Quello che è in gioco, qui, è la capacità di fare al di là di essere.

Quello che è in gioco qui, è qualcosa che non dipende da me e mi costringe ad aspettare.

Anaffettiva. Similpater.

No, questo non lo accetto.

Mi tengo la paura e passo.