La giostra

Soundtrack: JonquilIt’s My Part

Ricomincia.

Volendo c’è un che di divertente.

Volendo.

Cerco casa. Di nuovo. A volte credo non troverò mai un posto definitivo dove stare.

A volte.

Sarebbe meglio ci facessi pace, sono arrivata a 49 e non ho un posto definitivo, usare “a volte” mi pare una stronzata autoconsolatoria.

Oddio wordpress ha cambiato tutto e non ci capisco un cazzo.

Ho aperto penelopebasta per mandare un saluto a chi passa, mi è venuta voglia di scrivere ma questo nuovo aspetto di wp mi avvilisce.

Per il resto questo paese va come va.

Omofobico, prepotente, misogino, crudele, menzognero, servile. Son cose che sappiamo tutti.

Nel posto dove lavoro ogni cosa appare come nel resto di questo paese.

Dirigenti incapaci, soverchie scaldasedie aggrappate ad un miserabile potere che si esercita solo ed esclusivamente attraverso la sopraffazione del più debole, parassiti desiderosi di aspirare peti dai culi supposti potenti abbarbicati alla peluria anale dei suddetti. E una marea di persone di umana connotazione che cercano di fare il proprio lavoro, meritarsi uno stipendio, barcamenarsi in un tunnel immaginando un’uscita che non è affatto detto ci sia.

Siamo in Italia, appunto.

Faccio quello che posso. Pratico atteggiamento zen di fronte (ma anche di lato, davanti e dietro) agli attacchi inutili e miseri che arrivano da ogni parte. Ho le mie forbicine e mi ritaglio spazi bidimensionali che, per ora, tengono.

Scrivo poco di Biancaneve e delle nostre montagne russe chilometriche. Siamo appena uscite da un giro della morte e non so quando arriverà il prossimo. Il suo sorriso e i suoi occhi brillanti mi emozionano ancora come 3 anni fa. E questa è una buona notizia, da non dare per scontata.

La menopausa avanza con i suoi tipici momenti di prepotenza umorale. E faccio bilanci. E non è una buona cosa. Quando si fanno bilanci si pesano cose che, per anni, peso non ne hanno avuto. Ma su quel piatto diventano barili pieni di piombo. Non si capisce perché. Improvvisamente mi chiedo perché nella mia vita ho gettato danaro in quantità industriale dalla finestra invece di farne un tetto, una pensione, una assicurazione, un investimento, una cosa di queste sagge e oculate. E’ una domanda totalmente inutile, ma mi ha pervaso e invaso per giorni. Io so esattamente perché non l’ho fatto. Ma la memoria di certe scelte, in alcuni momenti, va perduta come l’acqua in una bottiglia bucata.

Resto con gli occhi sbarrati nel letto chiedendomi come ho fatto a non costruire un cazzo e a ritrovarmi senza niente a 50 anni quasi. Poi mi ricordo che, questa domanda, se la fa qualunque donna in menopausa sulla faccia della terra. Qualunque cosa abbia e qualunque cosa non abbia. Allora cerco di ricordare cosa ho e non cosa non ho. E, a dire il vero, non mi viene in mente un cazzo. Tant’è.

Nella mia vita ho fatto quello che ho voluto, lo ripeto spesso ed è vero. Questo è già molto. E ho imparato a volermi bene. E questo è moltissimo. E sono capace di amare. E questo è oltre ogni ragionevole aspettativa. E sono amata. E qui non ci sono superlativi da utilizzare, non sono previsti tali livelli nella lingua italiana.

In questo delirio autoconsolatorio, mi girano le palle pensando al mio decimo trasloco ( o undicesimo, non ricordo).

Da tempo non compro arredamento, fa volume e pesa negli spostamenti.

Butterò via di nuovo qualcosa. Lo faccio sempre.

Vediamo come va.

Buonanotte

in Italia

Qui parliamo del mondo, oggi. Di questo paese. Della gente che lo abita. Del pensiero comune. Del medioevo che fa trendy, della vera natura di un gruppo di persone che definire un popolo sarebbe un complimento immeritato

Io abito in un paese dove vivono una sessantina di milioni di persone che passano il tempo a pararsi il culo, a fottere l’altro da sé e ad immaginare modi per costruire muri di granito impenetrabili intorno alle proprie case.

Io vivo in un paese dove la religione ufficiale, che si basa sul sacrificio mortale di una persona nel nome di tutti, passa il tempo a spiegare alle persone che l’altro è un nemico, che il diverso è da compatire, che la verità è una sola e che puoi fare il cazzo che ti pare purché tu sia disposto a dichiarare un pentimento non rispetto al mondo tradito ed alle persone ferite, ma rispetto ad un essere umano vestito di nero. Qui, nel mio paese, la religione ufficiale ha ucciso e uccide, ha tradito e tradisce, si è arricchita e si arricchisce, ha ignorato ed ignora etica e morale, ha lavorato e lavora perché la conoscenza resti di pochi e, tanto per collegarci al “qui ed ora”, negli ospedali e nei centri di cura che gestisce, ha soppresso i contratti di lavoro e ne ha, da sola, rifiutato il rinnovo ed adeguamento. Perché la religione ufficiale del mio paese, pensa che il costo del lavoro, che il lavoro di una persona sia, in realtà, una spesa non giustificata.

Io vivo in un paese dove in una delle regioni, questa, si fa passare una leggina il 7 agosto che stabilisce che, gli esseri umani ospiti di centri residenziali e semiresidenziali (giorno e notte o tutto il giorno, e si può facilmente dedurre che tipo di persone siano gli ospiti di centri di questo tipo), devono pagarsi il 30% del costo di ricovero. La regione dove vivo chiede, di fatto, alle famiglie di psicotici gravi, disabili gravissimi, insomma, persone non autonome e non in grado di mantenersi e che hanno bisogno di impegno totale, da parte di chi hanno intorno, di cacciare i soldi per mantenersi. E questa regione, la regione lazio, non rende pubblica la delibera. Devi saperlo da te.

Questo mi fa pensare che, malgrado 50 anni di crescita ed evoluzione, in questo paese si ragiona ancora in termini di “peso”. “Peso” per la società, “peso” economico. Resiste ancora, in questo paese, l’idea che esista la normalità e l’anormalità, l’uguale ed il diverso, il più uguale dell’uguale e il “levati dalle palle che sei inutile e mi dai fastidio”.

Nel paese dove vivo la gente si chiude in casa a rincoglionirsi di sogni di plexiglass fatti di soldi facili e facce da riconoscere e di “toglietemi tutto ma non quello di comprarmi la macchina a rate”.

Nel paese dove vivo le tasse sono un’ingiustizia. Nel paese dove vivo il lavoro non ha valore. Nel paese dove vivo i governanti proteggono i potenti e spellano gli ultimi, assicurano aiuto e sostegno a chi tiene il suo culo su una poltrona di pelle o di velluto e si rivolgono a chi il culo lo deve tenere in movimento, come ci si rivolge agli ultimi degli sfigati.

Nel mio paese, se per vivere devi lavorarci, sei un coglione e come tale meriti di essere trattato e, nel mio paese, se hai bisogno di aiuto ma non hai niente da dare in cambio, l’aiuto non te lo puoi guadagnare. Qui se ti incasini per cento euro vai in galera, se sposti una milionata ti fanno l’applauso, se rubi un rimmel alla coin ti portano dentro, se metti le mani in tasca a 40 milioni di persone, sei un fico della madonna. Qui se fai quello che devi, non sei nessuno.

Minchia che paese di merda.

domani

Domani parlerò al nostro idroamministratore.

Perché? e perché davanti ai genitori che lui sta per sfanculare?

Perché non posso fare a meno di alzarmi in piedi e dare voce a qualunque sussurro mi arrivi da qualunque fottutissimo lato.

Mi fa sentire viva, attiva e operante. Costi quel che costi.

Da quando ho avvertito che avrei parlato, ho tenuto lontani i pensieri e le parole per dirlo.

Perché non ho idea di cosa sto per fare.

In realtà mi sento più depressa che incazzata. Il mio è un colpo di reni. Mi è necessario incazzarmi. E’ per la mia sopravvivenza.

Fermo restando che il lavoro e lo stipendiuccio mi restano, per ora non li perdo e, che, ulteriore benefit, lavorerò dietro casa mia, è la mia psiche che va a puttane.

Sono arrivata a Monterotondo cinque anni fa, mollando la mia città dalla sera alla mattina.

Mi sono chiesta dove cazzo ero andata a finire.

Beghe interne da capate in bocca, odi sotterranei e sopraelevati, microgruppi in contrapposizione, senso del territorio da pastore maremmano, sguardi obliqui, zizzanie come piovesse, noia mortale.

Dopo due anni sono arrivate persone e cambiate persone ed è stato possibile muovere il pantano.

All together.

Lavoro da 25 anni e di posti ne ho visti molti (ho visto cose che voi umani…) e quello che si è creato in tre anni è il miglior ambiente di lavoro che io abbia mai vissuto. Il miglior gruppo di lavoro.

E abbiamo buttato il sangue per metterlo in piedi.

Le tirocinanti del corso di logopedia di Ariccia chiedono di venire da noi (ad Ariccia non si fanno solo porchette, ma anche logopediste), siamo conosciuti come un posto dove si lavora bene, si riabilita bene, si sta bene.

Fanculo.

E tu chiudi l’unica risorsa che hai. L’unico centro che ti funziona. L’unico gruppo di lavoro che non ti ha mai rotto i coglioni con le cazzate. Le questioni personali ed interne ce le siamo sempre risolte da soli.

Una sola cosa non ha mai funzionato, Tu e la Tua Fottuta Amministrazione.

Ma questo non lo posso dire.

Non posso dire che penso non sappia fare il suo lavoro, che toglierci dal territorio è una sconfitta e una mossa autolesionista, che dimostra di mancare di rispetto al lavoro che facciamo.

E sulla lettera che ha inviato alla regione, alla sPolverini, alla asl e a mammeta, ha pure sbagliato il numero di terapisti che lavorano qui ed è stato impreciso e generico nello spiegare che lavoro facciamo.

Umiliante.

Eppure maciniamo quasi la metà del suo fottutissimo fatturato.

E se guardo le cifre di sui si parla mi sale il sangue agli occhi.

Il budget di questa azienda è di 2 milioni di euro e spicci all’anno.

Fanculo ancora.

Su quel territorio non c’è niente. Niente che sia neanche lontanamente simile al lavoro che facciamo noi. Niente che funzioni altrettanto bene. E, per noi, funzionare vuol dire dimettere bambini o attivare reti sociali che gli parino il culo, ai bambini.

Bambini.

E mi verrebbe da dire, ancora una volta, agli abitanti di questo paese di merda, di guardarsi intorno e guardarsi anche le spalle. Se una potenza industrializzata non riesce a permettersi un servizio sanitario decente e inizia a limitare il libero accesso alle cure anche ai bambini: siamo fottuti.

Ma il nostro idroamministratore è come quella chiavica che ci governa. Né più né meno.

Arrivano tempi duri e, allora, per prima cosa si taglia quello che funziona. Per meglio giustificare il macello che verrà dopo, quando sarà rimasto solo fango da spingere nelle saittelle.

Oh, ma non è questo che dirò, almeno non credo.

Vorrei cercare di restare neutra e un filino oggettiva.

Che sarebbe a dire che esiste babbo natale e il PIL è in crescita.

Idealista del cazzo che sono.

Questo gli dirò. Che sono un’idealista e credo che anche un Donatore di Lavoro debba sentire la responsabilità dei suoi dipendenti, del servizio che offre e dei “clienti” che son creaturi e famiglie sbandate e confuse.

Che spazzare via una risorsa è da folli, perché io mi sento una risorsa, mi sento spazzata via e penso, incazzata come un varano, che lui sia folle.

Che i bambini non sono bulloni, sono bambini.

Che noi non siamo cinesi, siamo logopediste.

Che né noi né i genitori dei nostri ragazzini siamo deficienti abbastanza da perderci il nucleo della scelta che lui sta facendo.

Vorrei spiegargli cosa facciamo. Vorrei spiegargli chi sono questi ragazzini. Vorrei capisse cosa ci è voluto per arrivare ad essere quello che siamo.

Vorrei non chiudesse.

Non credo di convincerlo.

Non credo.

 

 

La foto che posto stasera è la sala d’attesa del Pronto Soccorso Oftalmico dell’Ospedale Pellegrini di Napoli.

Perché quello, quell’è.

Schiavi e padroni

In tempi come questi, in tempi bui e duri come questi, chi ha vista lunga e pelo sul cuore, sa esattamente cosa fare.

Si aprono voragini che succhiano dentro il coraggio delle persone, l’orgoglio, a volte persino la dignità.

Non è poi cosa difficile spingere delicatamente masse di gente sul ciglio di quella voragine e poi tenerla lì, volente o nolente, con un paio di mosse neanche troppo celate e neanche troppo cervellotiche.

Ed è quello che si vede se ci si guarda intorno. Non è fantasia: è lavoro che va via, qualità della vita in anoressia, diritti scomparsi nel nulla del pensiero concreto e gretto.

Una voce sottile e serpentesca continua a ripetere nelle orecchie di tutti “potresti perdere quello che hai, forse lo perdi, ecco, vedi, forse non c’è già più”.

E si ghiacciano le vene dei polsi, tremano le tempie, le mani si serrano cercando di tenere quel che gli appartiene, quel che si pensa gli appartenga, quello che appartiene ad altri troppo distratti ed sognatori per farci attenzione.

Sono i momenti di guerra tra miserabili. Miserabili che non avevano niente, non hanno mai avuto niente e mai niente avranno, ma che si sono riempiti gli occhi, per anni, del nulla assoluto ben impacchettato. Quello stesso nulla che credono di dover difendere con unghie laccate e denti sbiancati.

E si profilano con chiarezza le differenze sotto la luce fredda di un sole al quale non riesce a far caso nessuno. Un sole che forse potrebbe essere a pagamento. Con il disco orario.

Tu sei schiavo.

Lui è padrone.

Quello è schiavo.

Tu sei padrone.

E diventa facile riconoscerci. Ognun per sé. Schiavi con schiavi e padroni con padroni.

E gli schiavi sono indegni quanto i padroni.

Tutti senza possibilità di scelta. Perché nessuno può andare contro la propria natura.

I padroni digrignano i denti forte e chiaro perché il nulla sonante che si sono guadagnati spellando ogni singolo schiavo e tutti i suoi collaterali non deve, NON DEVE, essere toccato. Anzi, deve crescere. Crescere e moltiplicarsi perché sia evidente e incontrovertibile che, quello che hanno loro, appartiene a loro e a nessun altro. E’ esclusivo, è unico, non può essere conteso perché nessuno ne ha il potere o la forza e tantomeno il diritto.

E quello che ci si “guadagna” sulla pelle di un altro va difeso con particolare attenzione e cura, loro lo sanno, perché domani mattina un altro padrone può essere cresciuto abbastanza da spellare con gusto e perizia anche te. Padrone di questo cazzo.

Questo è il sistema capitalistico, ladies and gentleman. I padroni ormai si spellano da soli ma son troppo bravi per farsi fottere. Gli schiavi non hanno più un cazzo di niente da farsi fottere da nessuno.

Che discorso antico… desueto e obsoleto. Ma la parte peggiore ha da arrivare.

Perché in questi momenti bui, questi momenti in cui gli schiavi si ritrovano quello che sono: schiavi in un mare di merda, e i padroni quello che sono: condannati a vita a depredare e difendersi nuotando in un mare di merda, le voragini che si aprono non valgono solo per me.

Qualcuno che si nutre di odori e non di puzze, qualcuno che crede che la vita sia altro da questa catena dissennata al collo, qualcuno che pensa e che, magari, pensa addirittura di essere degno di rispetto, esiste.

E troverà voce.

E alzerà la polvere.

E mostrerà la faccia senza aver paura.

E quando succederà, sarà solo.

 

 

Monterotondo chiude.

Mah.

Vengo da 4 ore di riunione sindacale.

La mia testa aveva ignorato questa possibilità come se non fosse neanche lontanamente prefigurabile.

Invece è l’unica.

Il centro di riabilitazione di Monterotondo è il posto di lavoro che sono riuscita a tenere più a lungo in tutta la mia vita lavorativa.

Ci sto da 5 anni.

Ne ho fatto, insieme ad altri, il luogo perfetto per il mio modo di lavorare e stare con gli altri.

Il lavoro, di per sé, non è perso; ci trasferiscono sulla sede di Roma.

Ma lì non avrei mai scelto di andarci, se fosse dipeso da me.

E mi addolora perdere tutto quello che ho costruito, mi addolora veder scomparire un posto che è stato abbattuto radicalmente e ricostruito integralmente per farne un posto solare e a misura di un tipo di riabilitazione sensata ed efficace.

Non sono riuscita a finire questo post, ieri, riprendo stamattina dopo 4 ore di sonno.

Mi sono sentita, per tutto il giorno, come fossi in stato di shock post traumatico. Stamattina mi sento, essenzialmente, disfattista.

Mi aspettano altre 2 ore di riunione sindacale. E questa è la cronaca.

Quello che mi si agita dentro è così denso che è difficile venirne a capo e riguarda me, i bambini, i diritti, questo paese, gli imprenditori italiani, il senso delle cose (sempre per me, ovviamente).

Fare progetti, perseguirli, faticarseli, guadagnarseli e vederseli sparire dalle mani e dagli occhi. E’ difficile, è doloroso e mi ricorda che una volta raggiunto un obbiettivo, non ha senso cercare di tenerselo stretto. Il senso, in questa mia vita, sta nel lasciarlo andare. Non riesco ad impararlo ed ogni singola volta mi ci scontro e mi ci incazzo e mi ci dispero. Oh bè, non è un pensiero zen, è solo quello che, di solito, mi capita.

Con la chiusura di questo centro, i bambini della zona di Roma Nord perdono il diritto alla terapia gratuita. Chiudendo noi, qui non resta niente. Dovranno venire a Roma – se potranno -, dovranno pagarsela – se potranno -.

E quello del diritto alla riabilitazione, è un altro dei mille diritti che viene cancellato.

Per chiarire, la Polverini ha approvato un provvedimento che prevede un taglio del 10% ai budget della riabilitazione, che si aggiunge all’8% tagliato nel 2009. Taglio drammatico, nella sua portata, è legato al rifiuto del governo di sostenere le regioni in difficoltà con i bilanci sanitari. Una decurtazione così forte impone riduzioni di intervento, noi non saremo i soli, andrà anche peggio nei prossimi mesi.

Quando un paese si permette di stabilire il principio che la salute – in particolare la salute di chi ha difficoltà e disturbi gravi, cronici o comunque non guaribili con una medicina in compresse o gocce o supposte o che cazzo ne so – è solo una voce di spesa da tagliare, non è difficile capire che siamo nella merda.

E che, in questo paese di merda, a nessuno gliene strafotte una mazza. Il titanic affonda e l’orchestra di Maria De Filippi suona allegramente.

Il nostro amministratore unico, da bravo imprenditore italiano, sta facendo quello che stanno facendo tutti i suoi collegucci di lavoro: coglie l’occasione per muoversi fuori dalle regole, fuori dagli accordi e fuori dal ruolo sociale che dovrebbero avere. In un clima di assoluta strafottenza, afferma principi da sfruttamento cinese e piazza sul territorio nuove risorse economicamente più vantaggiose per lui e solo per lui.

Nel frattempo cerca di muovere noi terapisti e le famiglie dei nostri bambini come burattini con il cetriolo in culo per spingerci ad ottenere qualcosa che lui, in questi anni non è riuscito ad ottenere.

Cercherò, in un prossimo post, di essere più chiara su quello che sta succedendo, stamattina sono ancora fuori di me e non ci riesco.

Questo paese è in mano a una manica di farabutti, non ad un solo farabutto, mi chiedo quando ci sarà veramente chiaro. Ho paura che il momento dell’illuminazione coinciderà con quello nel quale non ci resterà assolutamente più nulla di quello che ci siamo guadagnati in 50 anni di evoluzione lavorativa e sociale e, a quel punto, avremo un problema di sopravvivenza così forte che non ci saranno risorse per tagliare le teste a questa gente.

Ma che importa, oggi gioca l’Italia…

E passare la notte a far l’amore con Biancaneve, non ha prezzo, per tutto il resto c’è sticazzicard.

Alla prossima.

Satisfaction

Soundtrack: Black Eyed Peas Meet me halfway

Il mio lavoro, certe volte, è fichissimo.

Il mio lavoro, certe volte, fa rizzare i peli dietro la nuca per l’orrore.

Il mio lavoro, qundo funziona, mi pompa benzene su per il sistema venoso e mi provoca effetti pirotecnici tra i neuroni.

Il mio lavoro, quando non serve, mi sgonfia come un canotto abbandonato, d’inverno, sul legno secco e salato di uno stabilimento balneare chiuso.

Rientrata da 19 – e sottolineo 19 – giorni di vacanzetta transannuale, ho bisogno di rientrare nel ritmo che ho perso del tutto, considerando anche il mese di presepe.

Per regolarmi io, sottopongo i cicci piccoli a tornate di test di ogni genere e tipo. Li torturo e mi torturo per obbligarCi a restare soli nella stanza e concentrarCi sul lavoro che dobbiamo fare.

E ho sempre sorprese. Splendide e terrificanti. Alternativamente.

Il ciccio piccolo che pare bilingue, ma non lo è, che non parla mai e che non sapeva neanche il significato della parola “feroce” (in compenso ha una madre da urlo per quanto è bella), ho da dimetterlo, ormai, sta una favola. Il calcolo va ancora una chiavica, ma viene da una scuola dove ce ne fosse uno che sa far di conto. Per quanto io l’abbia cazziato parecchio, se lo guardo bene, con la sua forma da orsetto orientale, mi chiedo come cazzo faccio ad essere così orrendamente senza cuore. Ma dato che ha funzionato, ed ha funzionato in un annetto, viva la Signorina Rottenmeier!

Il ciccio piccolo che sta con me da tre anni, forse anche qualcosa in più, dislessico come un palo della luce, peggiora. E peggiora di molto. Ed io non so il perché. E’ bello e moretto, scattante e muscoloso, piccoletto e furbetto. Ma peggiora. Mi sento una logopedista di merda. Poi penso all’orsetto orientale e mi arripiglio. Ma sono pur sempre una logopedista di merda con questo ciccio qua. Sono troppo protettiva con lui. Sarà perché è adottato e non lo sa, sarà perché i genitori lo torturano di richieste sull’unica cosa che fa una chiavica, sarà perché dice bugie che se il naso crescesse davvero, avremmo risolto gratis la questione del ponte sullo stretto di Messina, sarà perché l’ansia se lo mangia vivo, letteralmente, dovreste vedere gli herpes che lo avvinghiano. Mah. vedremo.

Ho rivisto il ciccetto minuscolo che mancava da più di un mese. Un grissino da mangiare a morsetti piccoli piccoli. Con tutte le sue adenoidi che, più che altro, sono alieni che hanno invaso e conquistato la sua faringe. Sta meglio, parla da schifo, ma sta meglio. Questa è una buona cosa.

Ho una ciccia non tanto piccola da poco, problematica, seriamente problematica. Per ora ci troviamo bene e ci divertiamo abbastanza. Ma c’è da scoperchiare una compostiera niente male, che poi è la sua famiglia. Non so, è una sfida che mi attira oltremodo, peraltro la NPI ne è attratta anche più di me, ma non so se siamo il posto giusto e le persone giuste.

La madre di questa ciccia non tanto piccola è sicuramente una criptolesbica. Cripto solo per lei, credo, perché le manca solo un cartello luminoso con la freccia intermittente sulla fronte. Questo, di pe sé, non c’entrerebbe un cazzo con tutte le problematiche di sua figlia ma, di fatto è, secondo me, un punto nodale.

E non è che una madre lesbica non sia una madre equilibrata, non provate a pensarlo neanche per un attimo o il blog di penelopebasta vi invierà un fulmine polverizzante, è che una madre che non riesce a sentirsi addosso la libertà di esprimersi per quello che è, è una madre pessima.

E se non è possibile, per una donna dell’hinterland di una capitale europea, esprimersi e mostrarsi e viversi come si sente, come è, come si vive, questo mondo è una merda. Assolutamente una merda. E questo mondo si deve piangere una ragazzina devastata dalla patologia mentale altrui. Perché quella patologia nasce e cresce solo e unicamente sul pregiudizio, sulla pseudo-morale cattolica, sulla piccolezza mentale di un paese che si chiude invece di aprirsi, sulla miserabilità di un individualismo da decerebrati che non porta e non porterà che a niente altro che dolore e malattia e miseria mentale e pratica.

Marò che pippone.

Aggiungerei che, seriamente, se andassi in sinagoga a Roma a vedere giuseppina che si incontra con la comunità ebraica, non potrei fare altro che lanciargli addosso la suddetta ciccia non tanto piccola. Sintetizzando in una botta sola sia il finto attentato con finto lancio del duomo, sia la psicolabile che ha abbattuto il droide vestito da papa.

Ma come sto strana stasera.

Vorrei dichiarare pubblicamente che io, Biancaneve, la sposerei domani mattina e che, in questo caso, meglio che non sia possibile farlo. Metterei anche un annuncio su Repubblica con la sua foto e, sotto, la scritta “questa sgnacchera sta con ME”.

Infine, last but not least, registro una personale soddisfazione nel riscontrare, con gioia, che me la faccio con persone di qualità.

 

 

Paese di merda

Soundtrack: andatevi a risentire Fuck you di Lily Allen che ci sta benissimo

Volevo scrivere un post “Etero e Lesbiche III”. Per ridere un po’ sugli stereotipi e sui reciproci pregiudizi.

Volevo anche chiarire che i post precedenti non riguardano la mia storia con Biancaneve, ma una serie di questioni sorte tra me e due persone alle quali voglio bene.

Volevo sottolineare che, a parte questo, è un periodo che le voci inutili sulla relazione tra Biancaneve e me si sprecano e si espandono come H1N1.

“non pensi che forse tu possa aver incontrato una persona che risponde ai tuoi bisogni e quindi ti sei lasciata andare?” – le dicono – “e non è quello che succede quando ci si innamora?” risponde Biancaneve.

“Sai, le persone omosessuali tendono ad affermare la propria personalità con forza, non è che lei ti sta facendo credere qualcosa che non è e ti manipola e soggioga?” – le dicono – “Com’è che non sono l’amministratore unico della Nestlé se ho tutto questo potere alla Jean Grey Summers detta Fenice?” rispondo io. “E com’è che tutti pensano che io sia fatta di didò?” risponde lei.

Bypassando quello che dicono a me.

E queste sono le questioni personali che, comunque, non sono tanto dissimili dalle questioni generali di questo periodo.

Il trend è questo, bisogna prenderne atto.

Leggete qui, qui e qui, tanto per farvi una cultura tutta italiana.

Il ragazzo (uomo, direi) che hanno aggredito qualche giorno fa qui a Roma, è un mio vecchio amico di Napoli. persona che non vedo da secoli, ma che ho a lungo frequentato. E questa è una nota a margine.

Il fatto è che oggi, la classe politica italiana, con la “sinistra” in testa, ha deciso di sdoganare definitivamente il “sfragnamo i finocchi”. Come da richiesta popolare, evidentemente.

Io non voglio scendere sul piano del vittimismo omosessuale, non voglio lamentarmi, non voglio farne un caso particolare e specifico.

Vorrei che fosse chiaro, per tutti, che è da questo che parte il fascismo del pensiero, la filosofia della prevaricazione, la chiusura mentale e culturale, l’involuzione totale, il libero circolare di stereotipi e pregiudizi che impedisce, da oggi, che si possa alzare anche una sola voce aperta e limpida.

E’ così che si mettono i punti base per stabilire che la diversità è un delitto sociale e, come tale va punita.

Cominciare dagli omosessuali è più semplice, persino più semplice che farlo con gli zingari o gli ebrei.

E’ evidente e chiaro di per sé.

Il governo italiano ha detto, stasera: quello che vi fa paura, quello che non vi piace, quello che vi da fastidio, potete prenderlo a randellate.

A me fa paura.

Fa paura perché sono lesbica, ebrea, donna, logopedista, socialista, in pre-menopausa, terrona, senza figli e non mi trucco (però, almeno, mi depilo).

Questo paese sostiene, con voce ferma e chiara, che la mia vita non vale un cazzo di niente o, quantomeno, vale molto ma molto meno di quella di un maschio bianco etero qualsiasi o di una donna bianca etero con figli.

E quello, quell’è.

Al signor ratzinger è riuscito, in questi anni, di riportare questo paese molliccio e strafottente ad un fondamentalismo da medio evo.

Qui pareva brutto imporre il foulard alle signore e costringerle a restare a casa.

Ma ridurre gli omosessuali a “nemico della società”, questo si poteva fare. E si è fatto.

Se io fossi stata un uomo, le persone che sono intorno alla donna che mi ama avrebbero passato il tempo al telefono o al bar a parlare di quanti peli ho sul petto, di come scopo e di quanto è stata fortunata ad innamorarsi a 40 anni. E ad innamorarsi di qualcuno che ama lei e le da esattamente quello che vuole.

Ma sono una donna e passo il tempo a preoccuparmi di proteggere Biancaneve ed il nostro rapporto, senza sapere come fare.

E la mia sgradevole sensazione di chiusura, sensazione che mi governa, in questi giorni, ascoltando le voci di persone medie e qualsiasi che invece di farsi i cazzi propri cercano di imporre una opinione fatta di chiacchiere senza basi e costrutto e senza ritenere di doversi prima informare, conoscere, vivere, è una sensazione che credo di condividere con molti altri omosessuali come me.

Ovviamente non perché stanno tutti con Bancaneve, spero bene.

 

Videocracy e anche le promesse spose

 

Iersera Videocracy.

Ulcera.

Paese di merda. Paese piccolo, vecchio, campagnolo, psicotico.

Mi ricorda la salita del nazismo. Senza neanche la stessa grandiosità scenica.

Come allora ai posti di potere solo narcisisti patologici, psicopatici compensati, serial killer in pectore e deliranti minuscoli personaggi senza valore ma con una assurda quantità di potere.

Un potere ridicolo, ma pur sempre potere.

E le donne solo tette e culi.

E troppe ragazze a far le veline, con il sottotesto “sei una donna, quindi sei una zoccola, quindi la puoi dare a tutti”.

Mi si sono corrose le pareti dello stomaco.

Il massimo è stato scoprire che esiste una canzone che dice “meno male che silvio c’è”. Non lo sapevo e, dirò, non mi è venuto da ridere per niente.

Meno male che mia nipote è partita, perché vivere in questo paese è un segno di idiozia.

Eccoci qui, dunque, le donne puttane, i froci di merda, chi lavora è fesso. Fantastico.

Per il resto, mi abbruciano le cervella. Non posso vedere Biancaneve. Ma vi pare normale?

Mi pare “le promesse spose”. Ci manca il rapimento.

Mi girano i coglioni.

A 3000.

Fanculo a tutti.

L’orrore dell’ottusità

zeus

Soundtrack: Frankie HI-Nrg Mc Rap Lamento

Confesso di essere in possesso di informazioni parziali, perché non ho mai ritenuto, in questi mesi, di dovermi fare i cazzi altrui.

Confesso di cedere alla parola inutile su questa faccenda per esasperazione.

Confesso di aver iniziato a non tollerare le persone ascoltando quello che dicono su un argomento che non è interesse di nessuno se non di quelli che ne sono direttamente coinvolti.

Confesso di aver giudicato questo paese, per l’ennesima volta, un paese di merda, sulla base di tutto quello che è successo in questi ultimi mesi.

Confesso che continuo a credere che la questione, in senso stertto non mi riguardi e che sia ingiusto subirne conseguenze sul piano politico, sociale, culturale, religioso.

A quanto pare, in questo periodo, la guerra contro l’ottusità vive di vita propria. Non c’è verso di firmare armistizi di sorta.

Confesso anche di aver fatto battute sul tema di cinismo raro e imperdonabile (devo dire, però, stupende battute che hanno fatto ridere anche i più seri e acconci amici).

Confesso di vergognarmi di quello che sto scrivendo, chè della mia opinione si potrebbe tranquillamente fare a meno.

Confesso persino di essere d’accordo con D’Alema (pensa te), cosa che mi appare come toccare il fondo del barile di merda che è questa nazione.

Fossi una divinità greca, avrei fulminato la lingua di parecchia gente, in questi giorni.

ZOT.

Una scossa elettrica da 1500 ad ogni parola di troppo.

Un paese di muti.

Che meraviglia.

 

Ideologie & cazzi propri

nave_affonda

Soundtrack: Friendly Fires Paris

Ovviamente avevo in testa un post preciso ma ho fatto il grave errore di intalliarmi (=intrattenermi, Nd.T.) su FB dove, stanotte, fioriscono dagherrotipi d’epoca riguardanti me. Da un’ora ci si commenta ogni foto (in tre nottambuli malinconici) senza pausa.

Il microcosmo lavorativo, qualunque microcosmo lavorativo sia e dovunque sia locato, è il mondo intero. Uguale a se stesso, uguale a tutto il resto. Meccanismi, persone, fatti, azioni, reazioni.

Abbiamo la segretaria stronza, quella che dice che se è vero che la barca sta affondando, piuttosto che farsi  toccare il suo stipendio preferisce vedere la barca affondare con tutti dentro.

Come molti italiani, del resto.

Poi ci sono le mie colleghe ed io, muli da soma per ora untouchables (mii, come si scrive questa?) che, però, ci stiamo trasformando nelle pasionarie della riabilitazione.

Nel nome del lavorare meglio, dei diritti dei bambini, del servizio utile. E quindi solidali con gli specialisti segati e ridotti e meno solidali con gli amministrativi che non vogliono farsi tagliare lo stipendio del 25% per salvare l’azienda.

Ideologia?

Sospetto ben altro.

Sospetto cazzi propri. Anche da parte mia.

Gli amministrativi mi stanno sul cazzo, sono dei rompicoglioni fiscali e burocrati. Controllori di questa minchia, più realisti del re e pronti a vendersi il mio culo per fare bella figura col capo.

Gli specialisti sono amici miei, mi stanno simpatici, ci lavoro bene e mi diverto con loro anche fuori dal lavoro.

Come tutti gli italiani, mi pare che la difesa della qualità del lavoro si basi, principalmente, sulla qualità delle proprie relazioni.

Magari se fossi fidanzata con una amministrativa (ohmygod, non quelle del mio centro, per carità), sarei incazzata come un varano e lo riterrei un reato di lesa qualità.

E sono pure il rappresentante sindacale. Siamo a cavallo.

E gli specialisti esprimono il loro stupore per cotanta partecipazione da parte della bassa manovalanza con gesti di solidarietà e comunanza inusitati.

Che è una cosa bella da vivere e da vedere, come far scoprire a qualcuno che il mondo ha un colore, anzi più di uno da un lato, e sentirsi protetti e coccolati dall’altra.

Meno bello è, per me, scoprire che la maggior parte delle persone non si aspetta niente da nessuno, gnente che sia gratis, gnente che sia per principio o per simpatia, non importa.

Mah.

A breve organizzerò un comizio in sala d’attesa. Così, tanto per edurre i genitori dei cicci piccoli.

Ho chi mi pressa da vicino per farmi diventare una attivista radicale. Non so, non mi convincono le motivazioni, soprattutto mi pare una gran rottura di coglioni. Ma mi sembra anche divertente, emozionante, a tratti. Una cosa da fare in un momento ed in un tempo nel quale sento che niente c’è più da costruire o progettare o prevedere. Non mi dispiacerebbe sorprendermi.

Visto che una vita privata non c’è, dovrebbe venirmi facile sprecare le mie energie in questa impresa. Perché di energie sprecate si tratta, considerando che la barca affonderà entro i prossimi tre mesi.

Oggi una famiglia di un ciccio piccolo ex-iperattivo che va via dopo 5 anni di terapia mi ha portato un regalo.

Il biglietto è la foto di onde cristalline che si appoggiano su una spiaggia di sassi.

Dentro: “ti auguro di raggiungere sia nel lavoro che nella vita i risultati positivi che hai raggiunto con me. Con affetto“.

E’ scritto da lui, riconosco il suo stampatello frettoloso e disordinato, so bene che il pensiero è della sua famiglia e, questo, mi stupisce oltremodo. E’ raro che le famiglie esprimano a te, logopedista qualunque, un riconoscimento.

Questo mi mette in pari per il prossimo anno.

 

Quickpost

Domani, forse, mi si fa rappresentante sindacale.

A tratti non mi pare più una buona idea.

Stasera c’è nebbia a Roma. Come trovarsi nella campagna irlandese.

Il mondo intero ha deciso di mettermi al corrente di notizie e fornirmi informazioni delle quali farei volentieri a meno.

Il mio capo, detto “l’omino di creta”, nei prossimi giorni, sparerà cazzate a raffica mentre la nave affonda inesorabilmente.

Budget tagliato dell’8%. Basato su quello del 2007, quando eravamo la metà. E lui ancora sogna di tenere tutti e vaneggia soluzioni prive di senso e di contatto con la realtà.

Non posso neanche cercarmi un altro posto, la situazione è così in tutto il Lazio. Tranne che per i capi cretini. Quello è una mia esclusiva.

So benissimo che questa faccenda non interessa a nessuno e che sono cazzi miei, ma un indicazione di quanto sia nella merda questo paese viene fuori.

Il Servizio Sanitario della Regione Lazio ha richiesto la dimissione di un buon 40% di pazienti in carico e di un bel gruppo di impiegati amministrativi. Nel solo settore della riabilitazione. Per chi sta a collaborazione inutile parlarne, è sottinteso.

Prendi un ciccio piccolo su tre e mandalo a casa, è di troppo.

Anvedi che filosofia da servizio pubblico.

In teoria dovrebbero essere riassorbiti dalle ASL, in pratica non succede perché il servizio di terapia logopedica, qui, è quasi esclusivamente privato.

Il messaggio è: FOTTETEVI.

La prossima prevista immagino sarà: “fuori i pazienti oncologici dagli ospedali”, tanto “anna murì”, inutile spendere soldi.

Paese di merda.

Il periodo è questo, noiosissimi e desolantissimi post sul mio lavoro e sull’assenza di stipendi e prospettive. Cambiate blog.

Sapete se cercano logopediste in Toscana?

Analisi dell’informazione

Soundtrack: Seal Fly like an eagle

Ricevo circa 8 sms al giorno che pretendono di informarmi sulla vicenda Alitalia.

Cerco di ignorare la questione per due fondamentali motivi:

  1. Non ho informazioni sufficienti sulla vexata quaestio;
  2. Non sono il genere di persona che si impegna a trovare informazioni sulla faccenda;
  3. Sono consapevole del fatto che quello che so è esattamente quello che si vuole che io sappia.

Quando poi mi capita di sentire i tipici commenti da italiano medio, però, mi si accartoccia il cervello e mi fuma il naso.

Ripeto e ribadisco che non ho informazioni ma mi pare non sia troppo difficile capire che quello che è in gioco non sono i presunti privilegi degli impiegati della Alitalia, ma il fatto che una nazione avanzata abbia perso la compagnia di bandiera per eccesso di ingordigia politica.

E non solo.

Malgrado la mia profonda ignoranza e strafottenza, i nomi fino a poco fa emersi nelle varie fottutissime trattative, mi suonavano già noti come vampiri e sciacalli finanziari. Mi pare di ricordare che fossero adusi a piombare sull’impresa agonizzante per sbranarne i resti – e farsi anche dare qualcosa (tipo aiuti economici straordinari e speciali) come ringraziamento per la nobiltà del gesto – e poi lasciare la carcassa spolpata come pegno alle migliaia di impiegati con pretese stipendiali.

Ripeto: ho poche informazioni, le mie sono opinioni del cazzo e notizie arrepezzate alla buona.

Ma io so, in questo paese di merda, che piuttosto che consentirci di capire la portata della questione, la responsabilità politica della morte di una delle migliori compagnie aeree al mondo, lo sfacelo nazionale, la figura di merda internazionale, il livello da quarto mondo ormai raggiunto dall’Italia, ci fanno perdere tempo a parlar male di gente che fa un lavoro ben pagato perché non facile e non agevole e/o di responsabilità.

I commenti che sento, dalle signore madri dei miei pazienti, ad esempio, sono di disprezzo per gli stipendi delle hostess o dei piloti, di disgusto per il loro pretendere il suddetto stipendio e per la loro “incomprensibile” opposizione al disfacimento di una azienda rappresentativa come l’Alitalia.

Sento “laggente” affermare con sicurezza che la causa di tutto sono le hostess raccomandate e iperpagate e che non è possibile solidarizzare con gente che guadagna tanto e pretende di tenersi il proprio lavoro ed il proprio stipendio.

Sento dire che, in fondo, peggio per loro, hanno magiato talmente tanto e talmente a lungo…

A me questo paese fa schifo anche e soprattutto per questo. Per l’assoluta, incondizionata, ottusa mancanza di buonsenso e spirito critico. Ci si beve qualsiasi cosa e chissenefotte. Le informazioni sono assunte come pillole di antibiotici, una ogni 12 ore, e senza nemmeno leggere il bugiardino (a proposito, perché cazzo si chiama “Piccolo Mentitore” un foglio di carta che dovrebbe spiegare gli effetti e i controeffetti di una medicina? i misteri della vita). Chiedersi se una notizia appare (a sentimento, a pelle semplicemente a istinto) veritiera, chiara, limpida ed esauriente è, attualmente, uno sport da intelletuali comunisti del cazzo, disfattisti e rompicoglioni.

Ma questo, ricorda qualcosa a qualcuno?

E il tutto, alla fine, mi riguarda. Mi riguarda sempre e comunque.

Mi scuso, ancora una volta, per l’empiricità del testo ma, cazzo, qui ognuno dice la prima strunzata che gli viene inmente tanto per far prendere aria alla bocca, stai a vedere che io non posso.

(Air Botswana è una compagnia di bandiera)

50.000 cliks e corteo numero 3

Soundtrack: Queen We will rock you

Seeeee, che esagerazione. Ma mi pareva codesta musica suonasse bene.

Oggi i nostri cartelloni sono stati eletti i più belli del corteo (“senza contratto – senza stipendio“, “Annamo a lavorà – ma nun se pò magnà“, “contratto scaduto – stipendio fottuto“). Non ho parole.

La seconda volta che passo, quest’anno, lungo i fori imperiali fino a piazza venezia, il terzo corteo cui partecipo.

Che sia un segno? Sì, un segno che le cose non vanno avanti, tornano indietro.

Eravamo molti, circa 15.000.

Era lo sciopero nazionali dei lavoratori della sanità privata, per chi non lo sapesse.

A chi non interessa, spiego che il contratto dei privati è fermo da 33 mesi (i privati sono AIOP, ARIS e Don Gnocchi e spiego anche che l’ARIS sono i cattolici che ignorano persino il loro capo, mi pare si chiami Ratzinger, che sostiene che in Italia ci sono disparità salariali) e che c’eravamo noi, i colleghi dell’ex “anni verdi” e i poveri creaturi delle Marche, senza stipendio da mesi.

Nella sanità privata ci sono un sacco di lesbiche. A tratti pareva il gay pride.

Ma who cares? No one but me.

Quindi si passa ai 50.000 clicks dei quali sono orgoglioserrima. Dal 12 dicembre 2007 al 18 settembre 2008. 9 mesi e 6 giorni. Una gravidanza.

310 giorni e una media di 161 pagine visitate al giorno. Mi pare almeno. Per un blog privato e cazzeggiante. Per parlar di lesbiche e pippe individuali.

Apperò.

Ribadisco, domenica 28 settembre al Gloss io vado e mi faccio offrire una/varie birre – se non ho ancora avuto lo stipendio – o la offro io – se lo stipendio arrivò -.

Ma sai che son contenta? Di cosa cazzo sono contenta non saprei.

Fab, ora ti scrivo una mail, così sei contento.

Questo template è definitivo.

Auguratevi all together che sta storia finisca, perché al momento non riesco a parlare d’altro.

Questo paese fa schifo.

 

 

Energia sprecata

Soundtrack: Imogene Heap Speeding Cars

Tanta.

Le riflessioni si affastellano e accumulano. Ogni gesto e parola mi rimanda altrove e altruando.

Dovrei forse spiegare i fatti, prima, tanto per chiarire le ragioni e le origini del filosofeggiare.

Ieri assemblea sindacale. Partecipa il donatore di lavoro. Si presenta affermando cose che, nel giro di 4 minuti, mi fanno rendere conto che la mia vita lavorativa (e di conseguenza la mia vita in generale) è nelle mani di una persona tanto perbene e caruccia ma tanto inaffidabile e incapace.

Un’azienda da due milioni di euro di fatturato l’anno cui io dedico 36 ore alla settimana, è gestita da un ragazzino spaventato, solo e senza risorse che esordisce accusandoci di disinteresse nei confronti dei problemi della sua azienda ed affermando che non ha modo di sapere come mai la ASL RMA non lo paga.

Mi gelo. Mi alzo. Parlo per 5 minuti. Lui tace e abbassa gli occhi.

Lo avrei azzannato alla gola, se non fossi stata troppo stanca e avvilita.

E così sto per diventare rappresentante sindacale.

Io.

Per avere fatto una imparata di creanza (=lezione di educazione N.d.T.) ad un ragazzino terrorizzato.

Roba da ridere.

Mi pare di essere assoluta protagonista di un incubo ricorrente. Anche perché se mi pizzico non sento più niente.

Mi chiedo, da ieri, se la combattività e la determinazione di un adulto non siano altro che il darsi occasione di riscattare torti, ingiustizie e frustrazioni subite all’alba della propria esistenza.

Come a dire che allora si era troppo piccoli per rispondere, discutere, far valere le proprie ragioni, agire e che, ora, con qualche strumento in più, si rimette in scena lo stesso identico copione nella speranza vana e irragionevole di modificare il passato, di cambiare il finali di quella scena, di ridirezionare lo svolgimento delle cose e dei fatti.

Se così fosse, dio quanta energia sprecata.

E perché mai mi faccio questa domanda?

Sono sanguigna ma mi espongo raramente. Abbaio molto e mordo poco. Odio prendermi le responsabilità del pensiero collettivo perché ci credo poco.

Ma sono cresciuta negli anni 70 e 80. Il collettivo prevale sull’individuo, il pubblico sul privato, il generale sul particolare. Questa formazione non si stacca dalla pelle malgrado gli anni.

Ma ieri ero solo avvilita, offesa, stanca, peroccupata per me e per il mio futuro qui. Gli uomini mi hanno quasi sempre deluso ma mai, dico mai, ho esposto loro le mie ragioni.

Ho sempre pensato di meritare trattamenti poco lusinghieri e irrispettosi (viste le mie caratteristiche di irresponsabilità e inadeguatezza cronica) ma ieri no, non volevo tollerarlo, proprio no.

Faccio il mio lavoro al meglio delle mie possibilità, ho la responsabilità totale di bambini piccoli, delle loro famiglie, delle scuole che se ne occupano. Ho il costante senso di necessità di fare cose e offrire occasioni a loro (i cicci piccoli) e al mondo che li circonda e, CAZZO, non lo faccio perché aspiro alla santità. Mi da anche fastidio chi lavora nel sociale con questo inutile spirito madreteresadicalcuttesco, perché mi pare una dimostrazione di idiozia e di piccolezza mentale, oltre che di menzognerità di base. Quando stacco dal lavoro, stacco, me ne fotto di cosa succede, perché a ognuno la sua vita. Sono ventisei anni che lavoro. Ho preparazione, esperienza e scafataggine mentale. So come lavorare e anche come non lavorare. So che sono peggio di alcuni e meglio di altri.

Ma, tutto questo, ha un unico, fottutissimo, scopo: vivere le ore non lavorative senza negarmi nulla.

Non tollero più di essere trattata né come una eroina (mamma mia, ci vuole coraggio a fare il tuo lavoro…) perché ci vuole coraggio a scendere in miniera o a portare avanti un tabaccaio a secondigliano, non a fare la logopedista a Roma; né come una intrattenitrice dell’inutile (vabbè, tanto non serve a niente…) perchè solo le mie colleghe, le madri e le assistenti sociali sappiamo di cosa si parla.

Ora, dove voglio arrivare?

Io non lo so bene, penso che, comunque, io stia sprecando le mie energie per qualcosa che in realtà non può essere cambiato (considerando variabili come la nazione, la regione, la città), che farei meglio ad occuparmi del mio futuro, dei miei desideri, dei miei sogni e utilizzare a questo scopo determinazione e garibaldinismo. Penso che per quanto mi possa piacere essere il referente di qualcosa, sia solo una dissipazione di risorse. Penso che per la prima volta riesco a fare una cosa che ho sempre desiderato fare (espormi, esprimermi e, in qualche modo, sopraffare ed imporre il mio pensiero) ma nel luogo e per l’obiettivo meno indicato.

Io così perdo tempo, ne sono consapevole, e, tutto sommato, rimando quello che ha da essere fatto.

Inseguire i miei sogni e scoprire se li desidero davvero.

 

 

 

 

Un sacco di cose di scarso interesse

bandiera-gay.jpg 

Soundtrack: Sheryl Crow – Shine over Babylon

Le nebbie si diradano, declamava un poeta contemporaneo, e mi vengono un sacco di cose da dire. Ma non una che abbia un senso.

Buon segno.

Presto mi tirerò un pippone infinito e sbrodoloso sulla assurdità dello stereotipo sul rapporto “madre/figlio”. Rivoglio le femministe anni 70. Rivoglio le donne che sfracantavano le palle ad ogni parola, ogni concetto che, inequivocabilmente, portava a massacrare le donne e le loro funzioni/azioni.

Rivoglio le persone che sanno alzarsi ad un seminario e dire: “ma chi cazzo ha inventato la parola DISFUNZIONANTE? ma si può applicare questo orrore pezzottato ad una persona?”.

Rivoglio chi si sa tirare le questioni politiche ignorando cordialmente persone e personaggi che non hanno a che fare con la politica ma con il grande fratello e e l’elezione di Miss Italia. Perché è lo stesso.

Voglio sentire gente che si incazza e non si scazza.

Voglio alzarmi io, alla prossima chiamata in piazza per LesbicheGayBisexTrans (perché sarebbero un milioncino di voti e ogni santissima elezione ci vengono a promettere cazzate) e dire: “Me ne fotto”.

Perché proprio non  mi interessa più la questione del matrimonio, dell’adozione, del riconoscimento. Non mi interesserà più nel momento esatto in cui diventerà un verme appeso ad un amo. Non mi voglio attaccare.

Ci penso e mi angoscia questa faccenda. Cosa cercheranno di offrirmi?

Matrimonio: perché dovrebbe essere parte della mia vita? io sono lesbica, il matrimonio è una istituzione per etero, un loro cerimoniale, una loro necessità. A me basta la sicurezza di poter andare a trovare in ospedale e in galera la persona che amo. E questo non è matrimonio. E’ civiltà. Un po’ di originalità da parte nostra non guasterebbe e potremmo impegnarci ad inventare un qualche rito del tutto inedito e never seen before.

Adozioni: in questo paese un single non ha il diritto ad adottare. In questo paese una donna non ha il diritto di provare a farsi inseminare come e quando le pare. In questo paese per adottare un bambino devi pagare. Step by step, gente. Siamo moralmente ed eticamente ancora nel 600.

Ma sono discorsi inutili. Parteciperò, come al solito, ad ogni manifestazione sponsorizzata dall’Arci Gay e da qualsiasi istituzione sia in grado di mormorare la parola “Omosessuale” ma, di fatto, ho la sensazione che la strada sia talmente lunga, che sarò fidanzata quando saranno riconosciuti i diritti civili basic in Italia.

Che sonno e che rincoglionimento.

Volevo scrivere per forza stasera, si vede?