Varie ed eventuali

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Soundtrack: Eminem – Cleanin out my closet

Comunicazioni di servizio (in quanto utile per le lesbiche di Candalù e Torri di Quartesolo):

Per seguire la quinta serie di L word, scaricatevi prima un programmino aggratiss detto: ABC. Quindi andate sui siti che permettono di scaricare file Torrent (tipo mininova, ma basta digitare su google la parola Torrent). Cercate “L word s05” e mandate il download. Le puntate nuove sono on line già dopo due ore dalla messa in onda negli Stati Uniti, quindi ogni lunedì. Per chi ha difficoltà di lingua, si ha da aspettare qualche giorno e poi cercare i sottotitoli in italiano su Italian Subs Addicted, un sito di pazzi furiosi che sottotitolano qualsiasi cosa. Ecco, cosa fatta capo ha.

Per CP, che alcuni giorni fa appose comment sul blog e si risentì della mia mancanza di educazione, chiedo scusa e ribadisco il mio apprezzamento per il suo intervento. Mi preme anche avvertirla che ho messo la maglia di lana e che non tocco con le mani la buccia della banana.

– Ma quanto è bello sentire gli amici che si preoccupano della tua salute? –

Ad uno dei favolosi ribadisco che proprio non capisco perché non siamo regolarmente uniti in matrimonio. Parliamone, ma soprattutto parliamo un po’, perché mi manchi ciccio, quando non ci sei.

Assolte le incombenze d’ufficio, vorrei passare ad una faccenda, anzi due, che rimando da tempo ma che, invece, vanno fatte. E la soundtrack riguarda esattamente questo.

Ci sono cose che vanno chiuse definitivamente e, queste cose, si chiudono quando i ricordi cominciano a sorridere e quando si riescono a dare le giuste misure agli eventi, alle sequenze, ai fatti.

Ho condiviso 6 anni della mia vita con una persona che, in ogni caso, mi ha dato il meglio di sè al massimo delle sue capacità. Questa persona ha dato e ricevuto, mi è stata al fianco incondizionatamente e per quanto le fosse possibile. Non mi ha negato nulla, mi ha perdonato molto, ha cercato di non deludermi mai.

E le mie pretese sono sempre state elevate.

Si è adattata a me, mi ha amato, mi ha vissuto interamente. Io l’ho amata profondamente, ho visto ciò che di meglio in lei potevo vedere, le ho negato molto per presunzione. Siamo state bene a lungo, a lungo abbiamo passeggiato senza perderci niente di quello che aveva importanza per noi. Ha avuto la capacità di resistere alle mie provocazioni e ai miei furori, da signora d’altri tempi e, soprattutto, non ha cercato di uccidermi come io avrei fatto al posto suo. Voglio immaginare che lo abbia fatto – tra le altre ragioni – per affetto e perché mi conosceva molto bene. Ricordo le parole spese insieme, le serate infinite, i viaggi sempre emozionanti, le piccole follie. E’ stato bello svegliarsi la mattina accanto a lei in una infinità di luoghi diversi, bello passare le ore in macchina guidando e chiacchierando. Fintanto che lo abbiamo fatto, fintanto che veniva naturale. Vedere il suo sorriso in mezzo alle facce della gente mi ha sempre illuminato il cuore ed è stato doloroso realizzare che, all’improvviso, non accadeva più.

Per me come per lei. Malgrado tutto, senza lei, molte cose non le avrei fatte e sarebbe stata una perdita.

Faccio un passo indietro.

Tolgo il cappello.

Mi inchino.

Come si conviene tra gentillesbiche.

Resta ancora una cosa, in qualche modo persino più difficile per me. Si parla spesso di rapporti madre-figlia, di quanto siano formativi e/o devastanti per i pargoli. Avrei qualche considerazione da fare sui rapporti tra figlie e padri. In particolare quando le figlie hanno solo un padre (?) e niente più. Mi accorgo, scrivendo, che mi vengono in mente all’incirca 270 battute sarcastiche e feroci. Il che significa, evidentemente, che non sono pronta affatto per chiudere questo discorso qui. Quindi come non detto.

Prima o poi.

Un sacco di cose di scarso interesse

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Soundtrack: Sheryl Crow – Shine over Babylon

Le nebbie si diradano, declamava un poeta contemporaneo, e mi vengono un sacco di cose da dire. Ma non una che abbia un senso.

Buon segno.

Presto mi tirerò un pippone infinito e sbrodoloso sulla assurdità dello stereotipo sul rapporto “madre/figlio”. Rivoglio le femministe anni 70. Rivoglio le donne che sfracantavano le palle ad ogni parola, ogni concetto che, inequivocabilmente, portava a massacrare le donne e le loro funzioni/azioni.

Rivoglio le persone che sanno alzarsi ad un seminario e dire: “ma chi cazzo ha inventato la parola DISFUNZIONANTE? ma si può applicare questo orrore pezzottato ad una persona?”.

Rivoglio chi si sa tirare le questioni politiche ignorando cordialmente persone e personaggi che non hanno a che fare con la politica ma con il grande fratello e e l’elezione di Miss Italia. Perché è lo stesso.

Voglio sentire gente che si incazza e non si scazza.

Voglio alzarmi io, alla prossima chiamata in piazza per LesbicheGayBisexTrans (perché sarebbero un milioncino di voti e ogni santissima elezione ci vengono a promettere cazzate) e dire: “Me ne fotto”.

Perché proprio non  mi interessa più la questione del matrimonio, dell’adozione, del riconoscimento. Non mi interesserà più nel momento esatto in cui diventerà un verme appeso ad un amo. Non mi voglio attaccare.

Ci penso e mi angoscia questa faccenda. Cosa cercheranno di offrirmi?

Matrimonio: perché dovrebbe essere parte della mia vita? io sono lesbica, il matrimonio è una istituzione per etero, un loro cerimoniale, una loro necessità. A me basta la sicurezza di poter andare a trovare in ospedale e in galera la persona che amo. E questo non è matrimonio. E’ civiltà. Un po’ di originalità da parte nostra non guasterebbe e potremmo impegnarci ad inventare un qualche rito del tutto inedito e never seen before.

Adozioni: in questo paese un single non ha il diritto ad adottare. In questo paese una donna non ha il diritto di provare a farsi inseminare come e quando le pare. In questo paese per adottare un bambino devi pagare. Step by step, gente. Siamo moralmente ed eticamente ancora nel 600.

Ma sono discorsi inutili. Parteciperò, come al solito, ad ogni manifestazione sponsorizzata dall’Arci Gay e da qualsiasi istituzione sia in grado di mormorare la parola “Omosessuale” ma, di fatto, ho la sensazione che la strada sia talmente lunga, che sarò fidanzata quando saranno riconosciuti i diritti civili basic in Italia.

Che sonno e che rincoglionimento.

Volevo scrivere per forza stasera, si vede?

L’incazzosa Penelope

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Soundtrack: Pretenders – Brass in pocket

Così mi ha definito una mia visitatrice, così mi sento, in realtà, da mesi.

Come chiunque poteva immaginare, tranne me che sono lenta come un bradipo in coma e acuta come una talpa sorda, cominciano a nascere problemi per quello che scrivo, per come lo scrivo.

I segnali che mi arrivano non sono tanto piccoli, se li riesco a registrare persino io. La mia amica R** mi ha detto più volte che, fra poco, nessuno mi racconterà più nulla per paura di finire sul blog.

Insomma, c’è chi comincia a controllarsi in mia presenza e chi non si fida più.

Strano meccanismo.

Stamattina ero talmente inferocita che, se avessi avuto modo di scrivere subito un post, avrei appicciato (N.d.T. = dato fuoco) la tastiera. Ma la giornata è stata massacrante e domani sarà anche peggio. Non ho la forza di incazzarmi adesso.

Quando ho dato vita a questo blog, avevo bisogno di scrivere, di tirare fuori e vomitare il possibile e l’impossibile. Era una cosa per me e per chi ha a che fare con me. Mi auguravo di essere letta da molti, ma non ci avrei scommesso un euro.

Penelopebasta resta, comunque e malgrado tutto, il luogo dove posso fare, dire, sentire e esprimere quello che mi pare e piace, come mi pare e piace, quando mi pare e piace.

Il posto dove la mia ferocia prende un senso diverso, persino sano.

In realtà mi sono talmente abituata a lasciare sarcasmo e cattiveria liberi di scorrazzare tra i miei post, che sono diventata un animale anche fuori da qui; più di prima e più consapevolmente di prima. Ma non è questo il punto.

Il punto è che io non sono “La gazzetta delle lesbiche del mezzogiorno”. Qui non si trovano inciuci su persone che conosco, non racconto fattarielli del cazzo su chi si mette con chi e chi fa cosa e dove. Parlo delle persone con le quali condivido qualche cosa e, escludendo la donna che ha condiviso la mia vita per 6 anni (ma l’ho fatto persino con lei), tendo a proteggere chi credo vada protetto.

E, come ho già detto una volta, Penelopebasta è un blog soggetto solo al mio insindacabile giudizio, ai miei parametri, ai miei affetti e moti affettivi, alle mie paturnie.

Non mi interessa e non mi è mai interessato il gossip, a nessun livello e sotto nessun aspetto. So che è un buon argomento sociale, so che aiuta a stringere alleanze, a cementare amicizie, a risolvere serate noiose. Ma me ne strafotto.

Mi interessa, mi ha sempre interessato di più, capire perché le persone fanno certi gesti e non altri; cosa porta qualcuno a fare una scelta che sembra assurda, come mai un essere umano che appariva in un modo si trasforma in un altro, quali sono i parametri standard che vengono applicati nel giudizio del prossimo.

Le categorie, i fatti, le persone delle quali ho parlato qui, sono caricature, forzature e miniracconti inorganici che nascono dal mio divertimento e dalla mia voglia di prendere per il culo me, i miei modi, la mia timidezza, inadeguatezza e i miei comportamenti del cazzo.

Quello che mi stupisce è che, finché si è trattato di sputtanare persone che stanno sul cazzo a tutti o che hanno la meravigliosa capacità di ridersi addosso, niente per nessuno.

Vorrei sapere in quale punto del mio blog (escludendo la parte che riguarda la mia ex fidanzata, ovviamente), sono stata offensiva, dove ho esposto le persone che amo al pubblico ludibrio, quando ho permesso che qualcuno potesse scrivere quella parola in più che trasforma una caricatura in uno sputtanamento di fatti personali e privati.

Porca puttana. Il narcisimo è un animale cannibale e degenerato, mi sono lasciata prendere dal piacere di essere letta e mi sono persa qualche cosa che a me, forse, piaceva di più.

Sono abituata a mettere i cazzi miei in pubblico, l’ho sempre fatto e mi ha sempre fatto stare bene. Mi piace dire quello che penso, mi piace essere diretta, mi piace far sapere a quante più persone è possibile come mi sento e dove sto andando.

Questo prossimo we sono a Naples per il compleanno di una mia amica. Ho molta voglia – e poco tempo – di stare con la mia famiglia, quella che ho scelto, quella che mi regala energie e fiducia per continuare meglio la mia vita qui, a Roma.

Non ci sarà resoconto della festa.

I fatti e le persone riportati in questo blog sono frutto di fantasia e ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

vaffanculo2.jpg‘night.

 

 

I 4 cantoni

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Soundtrack: The Chemical Brothers – Hey boy, hey girl

Colonna sonora tosta, today.

Dunque, le lesbiche sono una categoria che non brilla per ironia, che si distingue per la sua congenita pesantezza, che raramente riesce a prendersi men che serissimamente. Donne al quadrato.

Ma, incredibile dictu, alle lesbiche piace giocare.

E’ da registrare la tendenza lesbica a vivere il gioco più o meno come lo vivono i bimbi entro i 3 anni e, cioè, non come condivisione, come scambio ma, più semplicemente, come: “E’ TUTTO MIO”. No matters chi si ha di fronte, in che stato si trova, che gioco propone e chi è rimasto a guardare. Questo è un dettaglio privo di importanza, per le lesbiche giocherellone.

La massima espressione di questa giocosità neonatale si estrinseca nella attività ludica denominata: il gioco dei quattro cantoni.

Per chi non ne abbia memoria (c’è gente nata direttamente durante la cosiddetta “seconda repubblica”, va ricordato ai più), è un gioco molto vintage, da fare nell’androne del palazzo, della scuola o, in mancanza di luoghi dotati di colonne, in cortile.

La base per il gioco sono 5 persone e 4 colonne o angoli o luoghi definiti “cantoni”. Quattro persone si posizionano negli angoli di un ipotetico quadrato, una quinta è al centro e attende.

A sorpresa le persone appoggiate ai cantoni si scambiano di posto, mentre la quinta cerca di fregarsi il posto di una delle due in movimento. Chi perde il cantone passa al centro in attesa di rubare un posto di nuovo.

Chiaro?

Piccola nota personale: essendo stata io una bimba con ritardo psicomotorio ed in evidente sovrappeso, ho passato 618 anni al centro del quadrato, ma non vorrei tediarvi con la storia della mia rotonda infanzia e della mia sfiga transcosmica.

Allora, basta poco per immaginare, al posto di bambini arruffati e sudaticci, un gruppetto di 5 lesbiche miste. Ma anche no (citando Veltroni). potrebbero essere, più verosimilmente, 4 o 6 o 16 lesbiche omocategoria.

Una di esse, quella colpita dalla ciorta (N.d.T. = sfiga) di non essere accoppiata, aspetta al centro. Le altre coppie di lesbiche, invece, fremono posizionate sul cantone e guardano, languide, la propria compagna appoggiata al successivo.

Improvvisamente qualcuno si muove. Si tratta di una lesbica irrequieta che, con un occhio solo (l’altro è sempre sulla sua compagna), ha notato che ce n’è una assolutamente chiavable. Avendo ricevuto occhiata di assenso dalla omologa irrequieta, ella parte.

Dopo una concitata fase fatta di urla, strepiti, schiamazzi ed eventuali colpi bassi, il panorama cambia. Si potrà infatti notare, una volta evaporato il polverone, che si sono formate nuove coppie e che la lesbica centrale è cambiata.

Questo gioco può andare avanti fintanto che sono possibili nuove combinazioni tra lesbiche, ma non vengono disdegnati ritorni di fiamma e ragguppamenti (in tre su un cantone, for example). Nel caso una delle partecipanti ceda per stanchezza o morte prematura, di certo arriverà velocemente una nuova lesbica giocherellona per rinnovare lo spasso.

Personalmente, il mio gioco dei quattro cantoni avvenne così: gruppo formato da Penelope, B**, D**, St**.

Penelope e B**, quindi  B** e D**, nel mezzo Penelope e D**, ma D** torna con B**, quindi Penelope con B* e D*, contemporaneamente a B* con St** e Pen con D*, poi St** con Pen, infine D** con St**.

Il tutto nel giro di tre anni.

Manco “Beautiful”.

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Ashpè…

Vado di fretta e ieri sera ho fatto tardi, non riesco a scrivere manco oggi.

Ma entro stasera (se mi va di lusso al lavoro, anche oggi pomeriggio), si parlerà di

“il gioco dei 4 cantoni” – regole ed eccezzzzioni, usi e costumi delle lesbiche antiche e moderne.

Ormai mi sono montata la testa, siete avvertiti. Sono nella top 100 dei blog di wordpress, mi si è alzato il rank, sono su google. com, ho 200 visitors al giorno, anche da Canada, Slovenia, Francia e Inghilterra.

Il delirio di onnipotenza non ha più paletti di sorta, uagliò. E’ la fine.

A più tardi.

L’assalto delle Lesbichette

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Soundtrack: Re:Jazz – People hold on

Sto per raccontare eventi ai quali i più non crederanno, eventi che per molti risulteranno:

————–“AI CONFINI DELLA REALTA'”—————–

Location: Naples, localetto con serata gaia, che ha, per nome, Mutiny.

Cast: 2 Lipstick, 2 Mugnan Lipstick, 1 Lipstick butch (femminile fuori, mascula dentro, l’ho imparato ora su internèt) 1 vintage, 1 etero e 1 ricchione.

Scenografia: Musica orrenda di sottofondo, serata in maschera (uomini vestiti da donna e donne vestite da donna), non molta gente, ma noi siamo arrivate uso DIVAS verso le 11 in una domenica sera di febbraio. Un momento che potremmo definire fase B del bipolare: grandeur, ipervalutazione delle proprie forze, rimozione della questione “lavoro del lunedì mattina”.

Scena 1: il gruppetto di lesbiche, non certo di primo pelo, si posiziona su divanetto sala principale. Esse conversano amabilmente (la musica ha un volume da casse cinesi). Si dilettano scambiandosi opinioni e affrontando anche il problema che, ogni volta che la R** cerca di raccontare cosa ha fatto a Roma, lo sanno già tutti per averlo letto sul blog. Amenità varie, sorrisini, battutine, bicchierozzi di birra in quantità industriale. Insomma, il solito, tutto sembra tranquillo e scorrevole e nulla, ripeto nulla, lasciava presagire ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto.

Scena 2: all’improvviso, con sottofondo musicale di un remix di Pupo, il guppo di lesbiche miste, caratterizzate dal fatto di non essere esattamente delle teen-ager, viene circondato – RIPETO: CIRCONDATO – da un gruppetto di lesbichette categoria J-LO. Una decina di piccerelle affatto sparute, tra i 21 e i 23, attaccano bottone con L**, cercano di ottenere cappelli in regalo (il mio), effettuano numeri di chiromanzia, imparano a memoria i nostri nomi e si rivelano ubriache come cosacchi sul Don. Il motivo che sottendeva tale comportamento era che una delle lesbichette voleva fare acchiappo con L**. Hanno cercato di individuare le coppie – non azzeccandone una che fosse una -, e creduto alla nostra spiegazione che prevedeva rapporti in link con riunioni collettive monosettimanali (megachantell). L** ha mentito sulla sua età, abbassandosela di un paio d’anni. Considerato che era la più piccola di tutte, ho paura…

Vista la situazione, si evince che le possibilità sono:

  1. erano loro troppo ubriache per avere una seppur vaga idea dei personaggi con i quali cercavano di interagire;
  2. eravamo noi troppo ubriache, ormonizzate, rimbambite e lusingate per capire che ci stavano pariando in cuollo.

Non lo sapremo mai.

P.S. La soundtrack non è legata alla serata in generale, ma alla mia serata personale. Ho voglia di dire anche un’altra cosa, una faccenda seria che molto mi ha colpito. Mi fa star male vedere gente infelice, soprattutto se la gente in questione la conosco da anni e mi sta simpatica. Nulla saccio, ma l’infelicità si vede e si vede ogni volta un po’ di più.

L’angolo della capera

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Soundtrack: Frankie Hi Nrg – Chiedi Chiedi

Post da week end, post prima della pausetta domenicale, mio caro Alfetto Pernacchietto.

Ci ho da far domenica e lunedì, prenditela con chi ha esclamato: “T’hanna carè ‘e rient!”, pensando ai miei denti.

Bene, iersera al Tumbler a vedere E. e A. (non metto più i nomi per esteso che poi se le cercano su google risultano frequentatrici di blog lesbici…).

Il mondo cospirava per non farmi arrivare a San Lorenzo, ma queste sono note a margine di scarsa rilevanza. Arrivo e mi accoglie la R** dicendo: “C’è Emanuele Filiberto”. Chi cazzo è Emanuele Filiberto?

E’ uno psicotico convinto di essere ereditario di un regno che non esiste. Non riesco ad immaginare come mai non sia in una struttura psichiatrica in compagnia di quelli che si credono Napoleone. A me pare la stessa cosa.

Dunque serata stranissssssima. Tumbler pienissimo, gente iperattiva, tutti che urlazzavano e lo psicopatico e la sua fidanzata (moglie? boh), due ragazzini strafattissssssimi. A fine serata lei, che era vestita da giovane italia, è stata abbattuta dal capatone definitivo.

Nella sala un unico pensiero: “facciamo la colletta, iniziamo a dargli i soldi che ha chiesto”. Ma egualmente grande eccitazione, un costante lavorio per farsi notare e gente insospettabile che cercava di conoscerlo.

A** la cantante si è ipertesa e incazzata come una biscia per il casino nel locale, io mi sentivo come se fossi seduta sulla poltrona del parrucchiere a leggere i giornali di gossips.

Tutti si lamentavano che E** F** si era pippato tutto il materiale polveroso esistente in Roma, senza lasciare niente per nessuno.

Ma alla fine nessun incidente.

Sono stata tutta la sera a pensare in che tipo di categoria lesbica far rientrare E** F**.

Mi sa che è una “Ciro”.

Esegesi del brano: L word – Opening Theme

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Ovviamente Soundtrack: Betty – L word opening theme (ebbè) 

Come dicevamo, il brano più brutto del mondo.

Ma analizziamolo con cura. Ivi possono essere riscontrati riferimenti al mondo lesbico mondiale e ci sarà possibile effettuare paralleli con il nostro microcosmo e apprezzare l’internazionalismo della nostra condizione. 

Mi preme precisare che stamani sono alla mia sede di lavoro e, poiché non ho un cazzo da fare, mi applico per Voi.

  • Girls in tight dresses: ovvio che faccia riferimento alle Upper Lipstick, le uniche in grado di portare con dignità vestitini strizzanti, d’altra parte eravamo già a conoscenza di questo gemellaggio di categoria, proprio attraverso il telefilm omonimo del brano.
  • Who drag with mustaches: qui abbiamo modo di renderci conto che, persino negli Stati Uniti, sono costretti a convivere con elementi della categoria “Ciro”. Solo le “Ciro”, infatti, possono pretendere di rimorchiare senza essersi depilate prima.
  • Chicks drivin’ fast: Una lesbica al volante è una garanzia in tutto il mondo.
  • Ingenues with long lashes: ecco affacciarsi le Cripto, qui classificate come “ingenue” per delicatezza d’animo e per via della tipica tendenza americana a non approfondire. In realtà è un eufemismo per “cretine”.
  • Women who long, love, lust: donne che desiderano, amano, bramano. Direi che qui si tratta di concetti trans-categoria, escludendo le lipstick e le Upper, cui rivolgersi con il participio.
  • Women who give: frase di oscuro significato, soggetta a variabili di ogni genere e non sempre vera. Infatti, non tutte la danno.
    This is the way, It’s the way that we live: un tentativo di spiegare, con poche semplici parole, lo stile di vita che appartiene alle donne lesbiche del mondo conosciuto.
  • Talking, laughing, loving, breathing,fighting, fucking, crying, drinking,
    riding, winning, losing, cheating, kissing, thinking, dreaming:
    di seguito elencherò il recondito significato dei verbi selezionati dalla brillante musicista. TALKING: Parlare, fare chiacchiere, non concludere. LAUGHING: ridere delle disgrazie altrui, possibilmente della vita segreta delle criptolesbiche. LOVING: attività inutile  e senza costrutto alcuno. BREATHING: tormentare la partner con la propria fiatella. FIGHTING: organizzare risse tra camion in discoteca per l’ipotetico possesso di una Lipstick. FUCKING: raramente. CRYING: spesso e accompagnato alla forma verbale “e fotte” (for neapolitans only). DRINKING: attività particolarmente cara a varie categorie. RIDING: riferito ad eventuali attività fisiche delle quali però, in Italia, non abbiamo notizie. WINNING: lotterie, gratta e vinci ecc. LOSING: sempre  e comunque. CHEATING: l’unica forma di comunicazione conosciuta tra lesbiche, attività nota anche come “il gioco dei quattro cantoni”. KISSING: attività inutile che non porta assolutamente a nessuna certa o probabile conclusione. THINKING: no, qui nessuno lo fa. DREAMING: un continuo lavorio, in questo senso.
  • This is the way, It’s the way that we live, It’s the way that we live. And love: ci fidiamo dell’analisi dell’artista, ma ci riserviamo taluni dubbi in proposito.

L word serie 5

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Soundtrack: Betty – The L word opening theme

AVVERTIMENTO 1: In questo post si parla della quarta puntata della quinta serie di L word, chi non vuole sapere come va a finire, non può leggere, e chi non l’ha mai vista ci capirà poco.

AVVERTIMENTO 2: Il brano musicale della soundtrack è di una bruttezza che la metà basta.

Dunque, iersera, gruppo d’ascolto sì formato: 4 lesbiche delle quali 3 vintage e 1 lipstick. Quest’ultima si è messa il rossetto anche a fine serata, prima di salire in macchina per tornare a casa; ho i testimoni.

Location: divano con accessori (copertella, posacenere, cena pantagruelica, vino e liquore alla liquirizia).

Puntata n° 4: FAVOLOSA.

Siamo lesbiche romanticone, non c’è che dire, femmine che si squagliano di fronte agli amori immarcescibili, donne che lacrimano durante le scene d’amore. Ma anche un po’ rattuse (N.d.T. parola di difficile traduzione che indica un comportamento sessualmente viscido e iperreattivo).

La serie di cui parlo, per i neofiti, è l’unica al mondo che tratta solo ed esclusivamente di lesbiche (c’è anche un trans). L’unica al mondo con lesbiche stupende – una delle protagoniste è Jennifer Beals e so con certezza che qualcuna emetterà sospiri sospetti alla lettura del suo nome – tutte upper lipstick californiane, anche se si gira a Vancouver, coltissime, ricchissime, artistissime. La lesbica alfa è Bette-Jennifer Beals, ovviamente. Chi non l’ha mai vista se la vada a vedere, le serie precedenti sono su Jimmy e su la 7, la nuova si scarica da internet, esiste infatti un gruppo di sante donne che la schiaffa on line appena finito di vederla su Shotime in Usa.

Insomma è una soap lesbica ma noi, che abbiamo così poca cinematografia e letteratura a disposizione, riteniamo che sia la bibbia della lesbicità. Ovviamente, come detto più volte, donne così non esitono, sono prodotto di fantasia.

Dunque le 4 lesbiche si piazzano davanti al pc per vedere “la puntata”. Personalmente non posso fare a meno di cantare la orrida sigla, ogni volta da almeno 4 anni, se non quattro. Ovviamente non ho ancora imparato le parole, invento e si incazzano tutte. La vediamo in lingua originale e quindi, generalmente, si passano i primi 10 minuti a sussurrare “non ho capito un cazzo” e a rivolgersi alla R** per chiedere cosa hanno detto. La R** di norma risponde riportando la frase in inglese. A volte non è utile. Ma a lei piace così. Ma l’importante sono le immagini.

A scadenza fissa (20 – 25 secondi circa), si possono sentire sospiri e mugolii da parte delle spettatrici. Gli insulti peggiori sono dedicati ad un personaggio che si chiama Jenny. Le maledizioni si esplicano in alcuni specifici casi: una finisce in galera e, ovviamente, capita in cella con una tipa tostissimissima, mentre il resto delle inmates sono orridi mostri inguardabili, un’altra si fidanza con una militare che risulta una delle 3 donne più belle del mondo, le falegnamesse sono delle principesse africane e financo le segretarie psicotiche sono fiche in modo imbarazzante.

Dicevamo che sono belle, sane, viaggiano, sono felici, affermate, dichiarate, scopano come conigli e hanni le pancine teseche teseche come avessero 22 anni.

Alla fine della puntata, dopo 3 anni di attesa e litigi fra spettatrici sulle future aspettative, Bette e Tina si baciano.

Abbiamo urlato, ci siamo alzate in piedi a braccia tese, fischiato e ci siamo abbracciate saltellando. Ci siamo riviste la scena almeno 3 volte, abbiamo trattenuto lacrime di commozione e abbiamo cercato su internet la soundtrack e i commenti delle lesbiche del mondo. Abbiamo commentato come bimbette, anche: “ma il feeling tra Bette e Tina è unico, nessun altro così” oppure “guarda come stanno bene insieme” e così via.

Eppure di solito siamo 4 donne di sostanza, avevamo appena finito di parlare della situazione politica in Italia, avevamo parlato di sessualità e procreazione, del papa e dei massimi sistemi.

Cinque minuti dopo eravamo adolescenti romantiche ed amotivamente instabili e, soprattutto, smodatamente rattuse.

Quindi, per quanto fossimo donne che “hanno visto cose che voi umani…”, tra i 30 e i 45, con forte senso pratico e abitudine alla disillusione, abbiamo dimostrato nei fatti di essere femminucce ottocentesche russe che credono ancora nell’amore vero e indistruttibile, principesse azzurrine che aspettano la propria lipstick in sella ad un cavallo bianco, pornostar del mugolio sessual-amoroso.

A fine serata abbiamo recuperato massacrando la nostra vittima preferita che manco lo sa di essere al centro dei nostri pensieri cattivi e, a questo proposito, scriverò una frase oscura ai più ma che, certamente, qualcuno afferrerà al volo e apprezzerà nella sua musicalità:

la chantell della criptolell. 

A qualcuna in particolare

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Soundtrack: Z Star – Rosemary’s last kiss

A qualcuna in particolare direi che potremmo far evolvere la nostra relazione e passare perlomeno dagli sms alla chat.

Mi rendo conto che può essere considerato un passo impegnativo, un eccesso di esposizione, una indesiderata ammissione di coinvolgimento, che potrebbe dar luogo a fraintendimenti e addirittura attivare una comunicazione costruttiva, ma la mia povera testolina affaticata non regge più il ritmo di botta e risposta fulminante e, inoltre, se ci incontriamo vis à vis che facciamo? ci fotografiamo e ci mandiamo un mms? (in tal caso dovresti quantomeno indossare guepierre di latex con lacci rossi, cappello da ufficiale tedesco e stivali di pelle nera sopra al ginocchio con il tacco a spillo d’acciaio).

Mi piacerebbe essere propensa e pronta per un corteggiamento fantasmagorico fatto di brillante intelligenza, sagacia, accortezza, imprevedibilità e scattante prontezza agli schiocchi di frustino.

Ma non lo sono.

Si ha da portare i bagagli in luoghi meno impervi e più limpidi, dear Mistress, considerando che, se devo parlare della tua categoria, ho da approfondire l’argomento.

Allora che si fa? si gioca, potresti dire tu. E hai ragione, ma chi, tra noi due, gioca per partecipare?

Io ho ancora da ringraziarti per come mi hai fatto sentire domenica sera, credo di averlo spiegato bene e credo che non fosse tuo malgrado. Mi piacerebbe renderti il favore, ma non ho strumenti per sapere come.

Scrivo, come al solito, con la gatta vecia svenuta sul mio braccio sinistro. Le olimpiadi della tastiera.

Settimana pesante, molto piena, con insulti della R** perché non sono voluta uscire.

Domattina sveglia alle sette meno un quarto e lavoro fino alle 4 e mezza e corso di aggiornamento dalle 5 alle 8 all’altro capo della città (peraltro dove abitavo prima) Sono diventata lenta nei recuperi.

Sono diventata lenta punto.

Come ti ho già detto, non vado dove non sono invitata e non mi offendo. Non mi offendo perché vado oltre: mi incazzo direttamente… Ma poi passa.

La verità è che è un piacere scambiare pensieri fulminanti con te, mi stimola e mi mette di buon umore, ma poi davvero penso che quando ci incontreremo di faccia non saprò più come interagire con te. E mi sembra un peccato.

So bene che gran parte di questo post è una divagazione soggettiva su fatti immaginari. Mi piace così.

Quindi smetti di far schioccare quella frusta diamantata vicino al mio orecchio sinistro, non sono una slave, sono una vintage.

E noi vintage siamo un po’ grossier, andiamo direttamente di mazza ferrata.

 

Lesbiche vintage: Lipstick

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Soundtrack: Tegan & Sara – Where does the good go 

Ahhh, le lipstick.

Il sogno di ogni lesbica, il frutto del ramo più alto, le uniche che si possono presentare a mammà.

Mi necesse annunciare una new entry tra le lipstick del mondo. Si tratta della mia amica C** che, dopo anni passati a prendere la gente a capate, ad essere una vera-dura-e-vera-uoma, ad infrangere cuori come il peggiore dei bastardi, ha suggellato ieri il suo ingresso in società fungendo da modella in un servizio fotografico per una rivista di moda. La sua progressiva evoluzione da signora del camion a junior lipstick, l’aveva già vista indossare camicie di seta rosa con maniche a sbuffo e reggicalze.

Non c’è più religione.

Detto questo, possiamo passare alle lipstick nella loro essenza. Come detto la definizione “lipstick lesbian” – di chiara, deliziosa, origine statunitense – indica le lesbiche portatrici sane di ROSSETTO. Esse, infatti, non vanno da nessuna parte senza essersi preventivamente foderate le labbrucce con lo stick rouge. Non importa in quali condizioni sia il resto, il rossetto è irrinunciabile.

Portano anche i vestiti, preferibilmente, e le gonne. Si adornano con cappelli ma non variano moltissimo sui colori (il preferito resta il nero). Alternano stivali da vera signorinella ad anfibi del Military shop. Ma sempre con il rossetto.

Capelli lunghi o lunghissimi, selvaggi ma non troppo, stile sobrio, piccoli accessori lesbici, ma di classe: l’orologio di foggia maschile sarà un rolex, la fascia di cuoio al polso sostituita da un gioiello d’oro bianco (sempre una fascia è), il laccio al collo si evolve in una creazione orafa molto trend (tipo breill o similari). A volte orecchini, a volte no. Non sfacciata mostra delle proprie grazie, ma scollature castigate presenti.

Improvvise comparse di volant o strass possono stupire gli astanti.

Le lipstick sono le padrone del mondo lesbico e ne sono consapevoli. Godono dell’adorazione interessata delle “Ciro”, fanno innamorare pazzamente le Cripto, sono idolatrate e odiate dalle camion e amiche delle vintage.

Camminano in gruppo, orgogliosamente ex una dell’altra (per una sera o per 10 anni è uguale) e sono dotate di bodyguard.

Le bodyguard sono perlopiù lesbiche di altre categorie che, pur di essere al fianco delle lipstick, sono disposte anche solo a fare da guardaspalle e da spartineve per fendere la folla che si accalca loro intorno.

Quando un gruppo di lipstick entra in un locale, un brivido percorre la folla di anonimolesbiche ivi riunite.

“Eccole”, si sente mormorare.

Le lipstick non hanno mai un accendino, non ne hanno bisogno; hanno almeno tre spasimanti a testa e non lo ritengono disdicevole. Le lipstick non scopano, hanno delle “storie”. In periodi di magra pescano ovunque, anche tra le camion e, come già detto, negano fino alla morte. Ma ognuna di loro ha una camion nell’armadio.

Si interessano delle cose del mondo, parlano di politica e problemi etici, leggono di nascosto Legs Weaver, frequentano luoghi trendissimi e sono invitate a feste favolose.

Sono presentabili, piacevoli, fanno fare bella figura e non sono quasi mai ostili.

Sono comunque di base vintage, le nuove generazioni hanno infatti oltrepassato la fase rossetto per arrivare direttamente alla fase “zoccola stradale”, facendo così risultare le lipstick obsolete e incomplete.

Sono amiche di tutte, non negano una parola di conforto e di interesse a nessuno, ma in cuor loro sanno di essere al di sopra di tutte le altre. Si inchinano solo ed esclusivamente davanti alle Upper.

Essere adottate da una di loro, è un passaporto per l’immortalità.

 

 

Comincio a capire.

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Soundtrack: Angie Stone – Play with it 

Nuovo record di contatti ieri.

Comincio a capire che vi interessano solo i cazzi miei.

Tutti i miei sforzi di fare didattica lesbica sono assolutamente inutili.

Evabbè, aggiornamenti vari.

Penelope gatta sta meglio, dopo un devastante mal di schiena che l’ha lasciata sotto al letto inerme 3 giorni. Ho deciso di soprannominarla Highlander, come la nonna della mia amica S**.

Oggi riprendo ritmo lavorativo. Dovevo nascere ereditiera, ma qualcuno ha fatto confusione e ha messo Paris Hilton al posto mio.

Rivoglio le cose mie, non so più come dirlo.

Questa settimana vado a riprendere motona mia bella pantofola. son contenta.

Immagino che, in realtà, di questa vita quotidiana di una lesbica qualsiasi non ne può fregar di meno a chicchessia. Voi volete sapere se vado a letto con qualcuno, con chi sono uscita, chi ho visto e di chi parlo male o bene.

Ma mi servono stimoli, gggente!

Voi scrivete, lanciate segnali, argomenti, inciuci. Io sono una zoccola della penna, vi seguo a ruota.

Una piccola nota sulle ciptolesbiche, un dato importante che avevo dimenticato. Le criptolesbiche omettono di raccontare le loro precedenti esperienze lesbiche, si mostrano vergini ogni volta. E le volte nelle quali si mostrano vergini, non sono poche.

Stamattina sono sconnessa anzichennò.

Buona giornata a tutti

Oui, je suis Egocentrique

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Soundtrack: Meg – Senza Paura

In questi due meravigliosi giorni, mi sono accadute molte cose. Così tante che è difficile metterle in fila in ordine cronologico.

First of all, due persone alle quali tengo molto hanno avuto modo di reincontrarsi e riprendere a giocare dopo più di 4 anni di incomprensioni e lontananza. Qualcuno ha pensato che io c’entri qualcosa, ma non è così. Sono loro che hanno voluto riprendere a camminarsi incontro, sono loro ad essere capaci di affetti grandi e senso dell’amicizia, sono loro ad essere belle e vere.

Vederle giocare e sorridere (sì, vabbè, mi rendo conto della melensaggine di questa frase, ma stamane mi sono svegliata meringa), mi pare proprio un gran regalo. E mi fa, come spesso mi sta accadendo in questi mesi, ragionare sul culo che ci ho nell’incontrare persone.

Ho visto un film veramente carino che consiglio worldwide: Caramel. Una storia di donne, non poteva non piacermi; inoltre nel film c’è una lesbica libanese assolutamente con le polacchine. Quindi siamo uguali in tutto il mondo, quindi siamo proprio una categoria a parte, quindi ho pure ragione. Ne ho visto anche un altro (due film in due giorni dopo anni di niente pure è un po’ strano) che si chiama Lussuria. Bello, esteticamente perfetto, con un milione di chiavi e piani di lettura, ma non posso fare a meno di registrare una vena di misoginia che mi pare Ang Lee avesse già ampiamente mostrato in altri film. Ancora devo capire se sono gli orientali in generale a portarsi dentro ‘sta cazzo di misoginia o no.

Mi sono tagliata i capelluzzi e continuo a non farmi bionda, quasta nuance lapin mi piace assaje.

Ho passato il tempo con le persone che amo di più al mondo, in particolare con i miei piselli preferiti.

Ricevo una telefonata da una mia ancient friend che si sviluppa nel seguente modo: “Ciaaao, cosa fai?” e io: “sto andando al cinema” e lei: “va bene ciao”.

Pare niente? naaaaaaa. Con grande piacere voglio comunicare alla mia ancient friend che sarei lieta di poter collaborare con lei in qualunque momento. Non potrei mai tirarmi indietro, ho splendidi ricordi delle nostre collaborazioni. Quindi, alla prossima.

Infine, dopo aver molto riso, parlato, pariato (n.d.T. = prendere in giro persone e cose senza freni), camminato, conosciuto, ieri sera ho avuto la certezza assoluta che qualcosa che volevo sarebbe potuta accadere. Era lì, era gioiosamente a portata di mano. E ho capito che non era il momento, non era il luogo, non era leggero abbastanza.

E ho deciso di non farlo. E non importa se era solo una mia fantasia, se ho frainteso, se le cose non stanno così come le ho viste io, non ha alcuna importanza. Importa come mi sono sentita.

E mi sono sentita libera, così libera da commuovermi profondamente. Libera mentalmente, libera di scegliere, libera di crederci, libera di andare e tornare quando il momento sarà.

Sono altrove, e questo altrove ha un panorama che non avevo mai visto prima e che era tempo che io scorgessi.

Una sensazione così forte e bella non la ricordavo da anni. E ho molte persone da ringraziare per questo. Una in particolare.

E qualcuna in particolare mi ha detto, per ben due volte in due giorni, con gran delicatezza, che sono una persona “egocentrica”.

Perché non dovrei? il mondo è qui per me.

 

Mi girano le palle

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Soundtrack: Vanilla Sky – Umbrella

A manetta.

Ribadisco che dovebbe essere l’anno del toro, mi pare l’anno della sfiga universale.

Eccheccazzo

Primo: Mi si è rotto il computer appena acquistato ed alla sua prima deliziosa rata. E’ andato in un fottutissimo Crash Dump e non si avvia, se si avvia dopo un po’ si spegne da solo. Strunz’.

Secondo: sempre senza la mia musica, le mie foto e i miei documenti del cazzo.

Terzo: devo fare le cazzo delle analisi del sangue per controllare persino la tiroide. LA TIROIDE, fanculo e il colesterolo e tutte queste cose che mi danno l’idea del disfacimento fisico. Mi si da della ipertiroidea A ME? i medici sono una categoria inutile e spesso dannosa. Il tutto perchè mi serviva uno sfaccimmo di certificato di malattia e ho pensato “ma quasi quasi mi faccio visitare”. Mi tenevo il certificato fatto dal segretario e restavo illusa di essere in buona salute. 

Quarto: non trovo la mia rivistina preferita che si noma “Logic Art” (questo l’ho messo per fare numero con le sfighe).

Quinto: mi arrivano telefonate anonime tutti i giorni, mi da fastidio, non so chi è, mi rompe e preferisco mi si parli o non mi si telefoni affatto.

Sesto: Al cntro non c’è neanche M** e mi sfracanto i coglioni di passare la giornata lì.

Settimo: la nuova NPI mi inzeppa di regazzini invece di lasciarmi in pace.

Ottavo: se e quando qualcuna vuole ME, è pregata di venire nel mio letto con i suoi piedini medesimi e non pretendere che arrivi io travestita da Ginevra con la spada sguainata ad abbattere le cazzo delle difese di questa minchia. Una cosa del genere si fa per amore, non per una scopata clandestina.

Nono: sono scese le visite al mio blog e la mia suscettibilità urla e strepita offesa ed indignata. Nessuno mette più i commenti, chi cazzo mi legge da Morlupo, chi si è offeso per cosa, cosa cazzo volete che io scriva.

Decimo: non hanno preso la mia amica A** a lavorare al mio centro, ma il fratello della segretaria del capo. Ma va?

Ohhhh, mi pare tutto.

Alla prossima.

 

Le lesbiche vintage

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Soundtrack:  Anouk – Nobody’s wife

Je suis vintage.

Quindi è una categoria che mi sta a cuore.

Ieri G* mi ha chiesto se queste sono vere categorie. No, non lo sono. Le categorie ufficiali sono femme e butch. Niente più.

Ma non ho intenzione di ridurre il mio mondo ad una visione in bianco e nero. Non se ne parla. Quindi ne ho trovate altre da inserire in questi due, principali, range.

Le femme vanno suddivise in Upper Lipstick, Lipstick, Cripto e pseudo-etero; ma non è escluso che me ne vengano in mente altre.

Le butch vanno dalle camion, alle Ciro, alle Obesottere. Salvo Errori & Omissioni.

Nel mezzo ci sono le Vintage.

Noi Vintage non abbiamo più l’età per vestirci come Jennifer Lopez, abbiamo troppo faticato a trovare pace per continuare a vestirci come un caporal maggiore in missione suicida e ci siamo bene abituate ai vestiti comodi amarcord anni 80. Ci trucchiamo solo per i matrimoni delle amiche, per le nostre feste di compleanno o delle nostre donne e in poche altre occasioni pubbliche (cosa che crea momenti di stupore e tripudi di affermazioni tipo “come stai bene non ti avevo riconosciuto”). Non portiamo tacchi alti, ma ci sappiamo camminare, alle gonne preferiamo i vestiti – ma con parsimonia estrema -, siamo amanti di cappelli da uomo. I capelli possono essere corti o lunghi ma mai rasati, spesso tinti o colpodisolati.

In fondo ci piacerebbe vestirci come George Sand: un bel completo maschile taglio italiano, con cravatta e tette da fuori. Perché noi vintage, le tette, le facciamo vedere.

Saranno residui di vita etero? non per tutte, ma per molte.

Le Vintage preferiscono le Lipstick, ma hanno pochi pregiudizi. Ma preferiamo le lipsick. Ma non si sa mai. Comunque le Vintage si accoppiano tra loro, essenzialmente. Anche per questioni di età.

Abbiamo emozioni lente come lumache in letargo e siamo intraprendenti come un bradipo in coma.

Le Vintage non si fidano delle etero, non si fidano degli uomini, non si fidano di chi dice “per me va bene lo stesso”. Perché per noi non va MAI bene lo stesso. Quando siamo di buon umore ci mettiamo un indumento colorato, altrimenti il nero e il grigio sono un must. Portiamo scarpe improbabili e ci affezioniamo a cose orrende che portiamo per anni e anni.

Le vintage sono riuscite a dire la parola “Lesbica” senza balbettare, intorno ai 30 anni; la parola “omosessuale” pure intorno ai 30, almeno in modo intellegibile ai più. Non hanno mai fatto outing e, incredibile dictu, alcune ancora pensano che la mamma non abbia capito.

In quanto categoria intermedia, esse hanno poche caratteristiche peculiari, non sono neanche la maggioranza, ma solo un gruppetto sparuto e autoestinguente.

Non oso immaginare cosa verrà dopo.

 

 

Eccoci Qua (Prima Parte)

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Soundtrack: Pink – Fingers

Giunse il momento di parlare di sesso tra donne.

Trattasi di argomento che mi imbarazza (cosa NON mi imbarazza?). Ma s’adda fare.

Mi sa che  dovrò dividerlo in più capitoli, ci sono troppe cose da dire.

Niente a che vedere con quello che si vede nei film porno, quello è fantasy, nel senso di genere cinematografico: unghie di 22 chilometri, bracciali pesantissimi, anelli su tutte le dita, distanze incomprensibili e gesti inutili. Tanto vale andarsi a guardare Il Signore degli Anelli.

Il sesso tra donne è FATICOSISSIMO. Per questo può essere espletato solo nei periodi di passione irrefrenabile o di  richiamo ormonale incoercibile. Al di fuori di questi due momenti topici, semplicemente non si fa, è notorio.

Infatti gli americani, che hanno deliziose definizioni per tutto, ne hanno trovata una per noi nel lontano 1983: LBD Syndrome, ovvero Lesbian Bed Death Syndrome, ovvero sindrome della Morte del Letto Lesbico.

Ed è per la fatica immane che, di solito, le lesbiche non hanno una vita sessuale promiscua come quella dei ricchioni. Per loro è veramente semplice, devono fare poco o niente e basta calarsi i pantaloni anche poco e utilizzare posizioni canoniche che non portano grande sforzo fisico.

Per noi no. First of all, noi donne siamo spaventosamente speculari, usiamo le mani e ci è complicato farlo in piedi (a meno di essere personal trainer di Madonna o una camion di lungo corso), siamo piene di paranoie romantico/sessuali, spesso lente a concludere, socialmente selettive e dotate di organo sessuale posizionato in un punto generalmente inaccessibile.

Quindi, primo problema: le mani.

Anelli e bracciali non vanno bene, le unghie lunghe manco a parlarne, lo smalto è meglio di no, se si è gentili d’animo e non si voglioni provocare irritazioni a chicchessia (in fact, una lesbica si riconosce anche dalle mani e, secondo me, la fascia di cuoio al polso è un “rinforzo sessuale”, poi spiegherò il perché a chi è tonto e non capisce). Dita corte? ‘na trascedia.

Secondo problema: siamo donne.

Immaginiamo un incontro del genere “sauna” o “cesso discoteca”. Assumiamo che si sia tipe scafate e non ci sia bisogno di tutta quella pippa sul corteggiamento, fiducia, presentazione, scambio di informazioni base (anche questo è un film Fantasy, ovviamente, se va così vuol dire che avete incontrato una elfa o una gnoma dei boschi). D’altra parte, consideriamo che qualcuna deve mettere le “mani in cuollo” a un’altra. Si sarà lavata le mani? ha le unghie pulite? dov’è stata prima? cosa ha toccato? Non sono problemi da poco. Sarà poi necessario eliminare anelli e bracciali – che altrimenti si impicciano ovunque – molto, molto velocemente, perché noi donne riusciamo a cambiare idea in un nanosecondo e per le motivazioni più inverosimili (un neo nel posto sbagliato, un sapore sgradito, un capello fuori posto) e non bisogna tergiversare MAI.

Terzo problema: gli indumenti.

Liberate le mani, passiamo alla questione pantaloni. Perché le lesbiche, si sa, non portano gonne. Ringraziando il cielo non portano spesso i collant, almeno questo. Ma i pantaloni sono quasi sempre stretti, bisogna creare un minimo di spazio per l’infilaggio della mano e, purtroppo, questo indumento è dotato di uno strumento di tortura per lesbiche che si chiama: chiusura lampo. Essa è fornita di piccoli e bastardissimi dentini di ferro. Costoro si introietteranno (come una lama nel burro), nella pelle del polso della scafata fino a provocare piaghe inguaribili, soprattutto se l’altra è un po’ lenta di chiamata e ci mette parecchio.

Ma, quarto problema: l’altezza.

Se è più bassa di te, non ci arrivi, se è più alta, sei ridicola nell’immagine di arrampicaggio che offri al pubblico.

Infine, il polso. Se hai il tunnel carpale, puoi considerarti impotente.

E non ci sono pompette in vendita su internet. Il polso, poverino, sarà costretto a sopportare il dolore del morso assassino della chiusura lampo, adattarsi ad uno spazio sufficiente sì e no ad ospitare un foglio di carta (nel senso di spessore) e mantenere attiva la circolazione della mano bloccata dalla molla della mutanda, uso laccio emostatico.

Il tutto cercando di controllare un movimento, perché quel polso e quella mano si devono muovere.

Ho visto donne lacrimare e sostenere che fosse per la commozione.

Invece era il dolore.

Tutto questo, nell’eventualità di un incontro fugace e semi-pubblico. E mi sono trattenuta per scuorno (vedi imbarazzo), di solito quando lo racconto verbalmente sono molto più volgare di così.

Non vi venga in mente che a letto sia più semplice. Lì partono legamenti e lussazioni. Ma questa è un’altra storia.

* Il laccio di cuoio, secondo me, serve per proteggersi dalle chiusure lampo e ha la funzione del cinto erniario dei sollevatori di pesi: comprime e blocca il polso. Non so se mi sono spiegata.

Effusioni in pubblico?

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Soundtrack: Les Nubians – Temperature Rising 

Oggi giornata fessa, da giorni poca ispirazione. Ho scritto qualcosa sulla mia gatta, non credo interessi ad alcuno.

Poi mi viene l’ansia che ci si aspetta un post al giorno.

Invece ho da lamentare, per l’ennesima volta, il fatto che mi manca la mia musica (una ventina di giga, mi ci vorrà un anno per rifarla), i miei raccontini, le mie rubriche e-mail e tutto quello che è rimasto sul computer di S**. Ci sarà una soluzione? Eventuali consigli sono benvenuti.

Se tutto va bene tra poco vado alla mostra della Pop Art con le mie amichette lipsick per eccellenza: R** & B**.

Vorrei spiegare quanto può essere difficile per me (che sono vintage e imbarazzosa, come si evince dal precedente post), uscire e circolare per il mondo con loro due.

L’ultima volta eravamo in treno: loro due al di là del TAVolino, io e un ragazzotto perfetto sconosciuto da questo lato.

Considerato che R&B si baciano in continuazione (lo giuro, neanche due adolescenti che adolescono), io ho cercato di scomparire come mio solito (a breve ne spiegherò le ragioni). Dopo un quarto d’ora il ragazzotto che le aveva di fronte si è arreso, ha reclinato il capo sul tavolino e ha finto di dormire fino a Roma. Io lo capisco, povero ragazzo, immagino anche l’emozione di trovarsi davanti all’incarnazione delle proprie fantasie e non poter fare nulla per gioire e partecipare. Senza contare che, secondo me, si vede benissimo che le ragazze non aspettano l’intervento di un hombre, ma se la cavano benissimo da sole.

Perché questa non è una questione da poco, se ne parla su tutti i forum lesbici d’Italia. In realtà noi non siamo riconosciute come entità sessuali, cosa che invece ormai succede ai ricchioni, siamo un accessorio sessuale e basta. Guardate che la questione è importante. E’ anche uno dei motivi che porta la maggior parte della gente a non occuparsi proprio di noi lesbiche. Alla fine il problema è che il mondo è cazzocentrico e, senza dubbio, quasi tutti pensano che due donne giochino, ma il sesso vero non lo fanno.

Un giorno parlerò anche del sesso tra donne e spiegherò bene l’immane fatica e dedizione che prevede.

Poi si aggiungono le nuove generazioni: le piccerelle etero, nelle discoteche, fanno finta di baciarsi per attirare maschietti brufolerrimi. Un gioco appunto. E le lesbopiccerelle, che assomigliano ad un incrocio tra Jennifer Lopez (negli indumenti), Britney Spears (negli atteggiamenti) e Simona Ventura (nella cafonaggine e nell’arroganza), confondono le idee.  

Sono una vintage, come detto e ripetuto, ho una formazione d’antan: ci si neutralizza, ci si nasconde, si finge altro, si fa finta di niente, ci si protegge da pericoli veri o presunti. Quindi mi vergogno molto. So benissimo che non è giusto, ma così funziona. Sono anche fiera del fatto che altre riescano a farlo, mi sembra bellissimo ed emozionante, mi sembra il momento, mi sembra un diritto e mi sembra meglio di 20 anni fa, ma a me non riesce, mi aspetto sempre che qualcuno mi arresti (ma non esistono leggi del genere in Italia!) o mi meni.

Né mi ricordo più com’ero quando ero etero: mi baciavo o no per strada? e sul treno? secondo me sul treno no perché mi pare una situazione troppo promiscua. Ma davvero non lo so.

Insomma R&B sono una continua fonte di aneddoti e situazioni al limite. Se si baciano pure alle scuderie del Quirinale io mi consegno alla Polizia.

 

P.S. Il post scriptum lo sto inviando dalla camera di sicurezza del Quirinale…

Tra l’altro ieri sera prima puntata L WORD quinta serie. Solito fantasioso delirio, ma delizioso.

Ma si può ancora imbarazzarsi così?

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Soundtrack: Ojos de Brujos – Hijo del Sur

Oggi pomeriggio, al lavoro, lo psicologo del centro dove lavoro, e sottolineo PSICOLOGO, ha pensato bene di dire alla Neuropsichiatra responsabile del suddetto centro, che io ho un blog personale.

E, senza essere colto da nessun dubbio, è venuto da me a dirmi: “non riusciamo a entrare nel tuo blog, ci aiuti?”.

Ora, fermo restando che sono stata io a digitare l’url sul computer della NPI e che, di solito, affermo di essere una lesbica radicale senza macchia e senza paura e che, infine, tutte le mie colleghe giocano con la mia lesbitudine come si farebbe con un cucciolotto di labrador, mi sono imbarazzata come una foca.

Ancora? passati i 40? dopo 6 anni di psicoanalisi? dopo 30 anni di gestazione?

Non mi pare possibile, ma è accaduto.

Vulev’ sprufundà.

Sarà perché è il quasi-capo? naaaaa, di quello non me ne fotte proprio. Sarà perché bisogna dirlo subito ma proprio subito o dopo diventa difficile.

E pensare che mi ha ascoltato con pazienza durante i miei deliri post-relazione, con pazienza e cum grano salis. Ma io ho omesso, con raffinata maestria, pronomi, nomi e aggettivi, glissato sul genere e circumnavigato particolari. Consapevolmente. Colpevolmente. Così imparo.

Insomma, mi sono sentita come quando ero una post-adolescente e qualcuno mi diceva “ma state insieme tu e la tua amica?”. Mi diventavano le orecchie viola e la lingua di cartone ondulato. Mi si squagliavano ginocchia e gomiti e la pressione sanguigna raggiungeva livelli pre-ictus. E poi veniva fuori la voce di qualcun’altra installata nella mia gola, che diceva: “No, abbiamo un rapporto molto forte, siamo molto legate.”

Ero certa, in quei momenti, che davvero mi si sarebbe allungato il naso e accorciate le gambe (ulteriormente?), senza contare la possibilità di essere incenerita da un fulmine divino o inghiottita nell’inferno dei mentitori. Ma avrei sopportato tutto, pur di non dire l’orrida verità.

E la parola “lesbica” mi era impossibile pronunciarla. Proprio non ci riuscivo, oltre al fatto che la trovavo orrenda e sgradevole. Se poi dovevo, per forza e senza possibilità di utilizzare sinonimi o bypassare l’argomento, pronunciare la parola “omosessuale”, venivo colta da paralisi cordale, afonia isterica, paresi linguale e caduta delle guance.

I tempi cambiano, grazie a Dio.

Superando quindi l’inusuale imbarazzo provato nei confronti della Neuropsichiatra, alla quale peraltro credo i cazzi miei non interessino minimamente, vorrei spendere due parole a favore del termine “lesbica”.

In fondo non ha altro significato che non sia “donna che ama un’altra donna”, non ha sinonimi e non si può riferire ad altri che a una donna. Per quanto ci si sforzi, non è un insulto (quanto lo è ricchione o frocio o finocchio o puttana). Insomma è una parola che ha una unicità rara nella lingua italiana. Letteralmente significa “donna proveniente da Lesbo”, una bellissima isola greca, nasce da una tradizione poetica, nell’immaginario collettivo maschile è una biondona nordica con le unghie lunghe che fa un sesso fantastico, non ha metafore equivalenti e non indica una pratica sessuale in particolare. Non lo trovate strano?

Se non altro particolare e mi pare meriti un certo rispetto.

L’ho imparato da poco.

Naturalmente, non è detto che giovedì prossimo, quando rivedrò la NPI, io non diventi rossa come il neon di un sexy shop.

Musica e Lesbiche

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Soundtrack: Dame Shirley Bassey – Get the party started 

First of all grazie per i feedback (mia nipote mi spiega che i feed sono un’altra faccenda e io LA VOGLIO). E’ già una cosa.

Secondo, notare che sono riuscita a mettere la musica. Non era difficile, c’era un widget apposito da utilizzare automaticamente. Tanto rumore per nulla.

Terzo, il capodanno me lo sparo qui, malgrado le proteste della R**, che dice che sono una uallera. Il fatto è che alla città natale (in questo caso capodanno, non so se è chiaro il giochetto di parole, nel caso sono disposta a spiegarlo) non c’è nulla da fare e, honestly, perché scendere alla cecata? In più, ci sono personcine ammodo che vengono proprio da me e per me qui, nella capitale.

Quarto, corre voce che sia necessario trovarmi una fidanzata al più presto. Ciò per distrarmi dall’uso indiscriminato del blog e impedirmi di sputtanare tutte le amiche mie. Eh eh.

Quinto, di chi è la lesbomano nella foto? chi indovina vince l’immunità.

Terminata codesta serie di cazzate, passiamo all’argomento principale, le lesbiche vintage e la musica.

Tutte le lesbiche vintage hanno, all’interno del proprio gruppo, almeno una musicista. A volte anche di più.

Questo comporta alcuni benefit fondamentali.

Periodicamente ci saranno serate in locali di ogni genere e tipo che prevedono partecipazione di massa e lesboriunioni imperdibili. 

Sarà in alcuni casi possibile entrare aggratis caricandosi qualche strumento ed oltrepassando l’ingresso con nonchalance come si fosse technical support.

In altri casi sarà necessario testimoniare il proprio affetto sobbarcandosi il costo di biglietti di ingresso e/o consumazioni.

Senza contare la bella figura che si fa cantando il repertorio della band e facendosi vedere in intimità con i componenti. Sono ammessi commenti sulla qualità del suono, della performance, delle attrezzature come si fosse esperti fonici e critici di grido. 5 minuti di notorietà. Poco conta se ci conosciamo tutte e siamo lì perché, tutte, in rapporti con uno o più elementi del group ed è la centoquarantasettesima volta che si va ad un loro concerto.

Personalmente ho conosciuto ben due fidanzate ai lesboconcerti. Una chitarrista e una bassista. E suonavano insieme. E si sono anche accoppiate insieme. Ed è successo mentre una delle due stava con me (del lesbogioco dei 4 cantoni parleremo in seguito). Quindi non consiglio di intrattenere relazioni con le musiciste. Ovviamente esento la R** dal ragionamento, lei sta con una musicista vintage lipstick, la logica è differente.

In compenso, malgrado la frequentazione musicale, la maggior parte delle vintage ha una conoscenza della musica scarsa e, a volte, veramente imperdonabile.

Esistono poi pletore di lesbiche perdutamente innamorate di una qualche musicista e disposte a seguirla anche a Timbuctu. Le lesbomaniache sono una gran comodità per l’artista. Si caricano pesi spaventosi, guidano per 16 ore consecutive, si preoccupano di acqua e cibo per la divina, fanno servizi fotografici dettagliatissimi, ricordano, spesso, a memoria la playlist. Il tutto gratis e per amore deae.

Comunque, senza amiche musiciste, sarebbe una noia mortale.

 

Allora ditelo..

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Soundtrack: Zecchino d’oro: Popoff

Nelle fasi di chiusura di una relazione, di un lutto, di un abbandono, nei traumi, esistono eventi e sentimenti standard, comuni, generali. Mediati, certo, dal carattere della singola persona.

La rabbia è un passaggio fondamentale, senza questa è difficile passare alle successive. Anzi, spesso, la mancanza di rabbia porta dritti verso devastanti depressioni.

Penelope è irascibile, rabbiosa e rancorosa di natura. Penelope ci ha messo il suo.

Non conosco vie di mezzo su questo perché ho navigata esperienza del potere rigenerante della rabbia. E il mio è stato furore, non l’ho mai negato, l’ho messo per iscritto.

C**, che è stata con me almeno 8 anni fa, mi ha chiesto se per caso anche questa volta avevo scritto qualcosa raccontando i cazzi nostri e facendoli leggere agli amici vicini e lontani.

Le ho risposto: “ho aperto un blog, costa meno delle fotocopie.”.

Ha riso molto e mi ha chiesto come mai sono ancora tutta intera. Io questo non lo so.

Penelopebasta è la mia verità e nessuna persona sana di mente può pensare che sia La Verità.

In queste pagine si parla di me, di come io mi sia sentita, di cosa io abbia vissuto, di cosa io abbia scatenato. E non mi sembra se ne parli sempre in termini lusinghieri.

Certo ho omesso un paio di cose. Perché no? non è una cronaca di un fatto qualsiasi ed io non sono una giornalista.

Dopo la rovinosa e ripida discesa costellata di ferocia, delirio e mancanza di controllo, inizia una salita faticosa e infida. Qui si cammina piano, si fatica, si suda e si ha il tempo di fare ordine su ciò che è stato, su chi si è, su dove si vuole andare.

Ad un tratto la salita si fa più dolce, si colora anche, l’aria si fa un po’ più fresca, si scorgono persone, cose, sensazioni di quiete. Le ossessioni allentano la presa, si affacciano pensieri altri, le labbra si ricordano di sorridere.

E qui, se mi volto indietro e guardo, non mi ricordo più tanto bene perché mi sono incazzata di quella maniera. Arrivo persino a chiedermi che bisogno c’era. So solo che non avevo granché alternative. E questo mi basta.

Penelopebasta è la mia discesa, la mia salita, la mia passeggiata. Non esistono particolari regole perché sono indisciplinata. Non esistono tempi lineari perché non sono capace di tempi lineari. La contraddizione è benvenuta, perché mi appartiene geneticamente. Sul mio sentierino cammino, corro, mi seggo, mi guardo intorno e dimentico ciò che è tempo di dimenticare, mi pare di essere d’accordo con qualcosa e un attimo dopo invece no. E non per caso.

Perché adesso ho il tempo di riflettere.

Rifletto su quanto costa e quanto vale l’essere puniti al di là di ogni legge, l’essere trascinati nel fango oltre il tempo necessario, l’essere giudicati per una singola debolezza.

Costa molto e vale quel poco che serve. Per quanto serva.

Esattamente da questo nasce la voglia di essere fuori da. La consapevolezza di esser fuori da. E da questo nasce la voglia di non ritornarci dentro e di non venire tirata dentro.

A costo di essere sgradevole, a costo di essere fascista.

 

 

 

Lesbiche vintage: Upper Lipstick

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Soundtrack: E. Serio – Fil Rouge

Bella serata, proprio bella. E** e A** al Tumbler e anche i loro pezzi. Rilassamento, divertimento. Una gioia per una groupie come me. Non le ascoltavo da tempo ed è sempre una bella emozione.

E questo è il cappelletto personale.

Passiamo ora alle cronache da Cartoonia.

Al centro della sala, un tavolo abitato da un gruppo definibile come “Upper Lipstick Lesbian”.

Upper perché non si trattava di semplici vintage lipstick, ma di una rivisitazione romana di L-word.

Lipstick (rossetto) perché, per i pochi che non ne sono al corrente, parliamo di lesbiche femminili, generalmente truccate, spesso con la gonna, capelli perlopiù lunghi e curati, pochi, piccoli indizi di lesbicità (stivali proto-anfibi, espressioni cazzute, lacci di cuoio che emergono da maniche con volant).

Lesbian perché, comunque, so’ lesbiche.

Un tripudio di nomignoli (Lilli, Fiffi, Sissi, Vivvi), una distesa di piumini d’oca renana mohair, trucchi da visagista newyorkese e fuochi d’artificio di scambi di cortesie e cadenze quasi-milanesi.

Questa speciale categoria si differenzia da tutte le altre perché, in effetti, ce l’hanno solo loro. Non sia mai detto che si possano ricordare una faccia che non appartenga al loro “giro”, non sia mai detto che possano mostrarsi affabili con chicchessia che non rappresenti un lustro per il loro “giro”, non sia mai detto che rivolgano la parola alle appartenenti le classi inferiori.

Le upper Lipstick, nella mia città, vengono definite, senza giri di parole: perete.

Concetto di difficile traduzione. Potremmo dire quello standard femminile che vive in “ing”: shopping, travelling, spinning, training, managing, dining, partying…

Le upper lipstick sono molto desiderate e molto odiate. In fondo per le “voglio ma non posso” sono una spina nel fianco. Sono senza dubbio la prova che esistono quelle che possono.

Le camion, le vintage e altre categorie inferiori, ovviamente, non hanno accesso alle upper lipstick (fermo restando il fatto che le upper pescano, una volta terminato il loro “giro”, da qualunque sottogruppo, ma senza mai rendere pubblica la loro debolezza).

Le upper lipstick sono comunque rare, ne esiste uno specifico e ristretto gruppo per ogni città.

Il ricambio è scarso, difficilissimo infatti superare lo sbarramento socio-cultural-economic-politic-professional che le contorna.

Stasera

desert-landscape.jpgSoundtrack: Mehmet Ergin – Beyond the seven hills 

Stasera ho poco da dire. Mi pare di aver dato via un bel po’ di quello che stagnava.

Questo blog mi da una certa soddisfazione, devo dire. Non mi posso lamentare. E’ un pensiero, un passatempo, un modo per comunicare, un gran divertimento, un mezzo per capire.

Appena terminata cena con colleghi di Monterotondo e gran rilassatezza e ridere, ridere, ridere. Ho la sensazione di essere sulla via per trasformarmi in un cartone animato.

Mi hanno regalato un paio di calzettoni di spugna con le ditine. Fantastici.

Ho aperto anche una pagina myspace ma, inutile dirlo, non so proprio come si possa gestire. Troppe cose, mi annoia.

Ho consumato tutte le cartucce della mia ironia sapida e lepida alla cena e non mi viene un cazzo da dire.

Allora meglio lasciar perdere.

Le mie colleghe hanno imparato a distinguere le lesbiche a occhio. Gran risultato, sono una buona insegnante.

E le lesbiche sono dappertutto. Una piaga sociale…

 

 

Piccoli Chiarimenti Necessari

stoccolma-gamlastan.jpgSoundtrack: Noa – Blue touches blue

Ci sono cose che solo io conosco.

Stoccolma di mattina, l’emozione di guardare insieme un cielo che non hai mai visto prima e il poter abbassare lo sguardo su occhi che portano lo stesso colore addosso.

Il sorriso a colazione, nascosto da un vassoio dove troneggia il caffellatte e il pacco di imprescindibili macine.

Di notte la fragilità della voce che si spezza per amore, per paura, per piacere.

I risvegli sul mare di Posillipo che accarezza il fondo del letto e si impone alla finestra.

Le parole e il parlare e parlarsi senza noia, per giorni e settimane.

La dolcezza della cura. La vulnerabilità degli affetti. L’attenzione assoluta. La comprensione dell’essenza di me.

Questo è stato, anche se non è più. E nessuno era con noi per raccontarlo.

Ci sono cose che a nessuno sarai mai più dato conoscere in quel modo, in quel momento, in quel luogo. I pianti liberatori, le verità nell’anima, gli abbracci assoluti. Il senso dell’amore – per quanto possibile, per quanto personale, per quanto voluto -.

Sapevamo, esattamente e per lungo tempo, dove eravamo, cosa volevamo diventare, quali panorami ci avrebbero accompagnato. Sentiero dopo sentiero. Pietra dopo pietra.

Cosa io ho scelto di diventare è stato cosa io ho scelto di diventare. Perché questo, mi rendeva, felice.

I gesti minimi, leggeri, sottili, nati per.

Nati per far felice chi mi passeggiava al fianco. Nati per far felice me.

Conosco, io sola, ogni singolo gesto e potrei raccontarne la genesi con precisione assoluta. Sono stata chi ho voluto. Ho voluto chi ho amato. Amavo e ho conosciuto. Conoscevo la mappa di quel corpo e di quell’anima. Quell’anima era casa mia.

Ho pensato che legarsi e restare unite fosse l’unica cosa che valesse la pena di fare. Ho ascoltato la sua voce ripetermi le mie stesse parole. Ed era pace e riposo dopo la fatica della guerra.

Ho provato gioia infinita nelle battaglie giornaliere. Battaglie per tenere a freno me, il mio istinto predatore, la mia prepotenza bambina. A qualcuno ho permesso di vincere. Qualcuno si è meritato l’alloro della mia dedizione.

Sapevo di poter voltare la testa e dire: “ecco!”, a chi avrebbe ascoltato solo la mia voce. Ho visto brillare qualcosa, io l’ho visto. Io so che esiste. Non importa quando e con chi e se. Io ho avuto il privilegio di vedere, me lo sono meritata per quello che ho dato, per quello che ho ricevuto, per quello che ho promesso e mantenuto, per quello che mi è rimasto e non va via.

Perché non voglio che il meglio sparisca nel fango dell’inutile. Ricordo bene cosa siamo state, voglio tenerlo per me. Non è una faccia o le mani o gli occhi spaventati, non è una frase, un regalo, un progetto, non un ideale per schermare, non la rabbia per allontanare e neanche la determinazione di arrivare. Non gli sforzi per salire o il terrore di aprire. Non è un fatto, un evento, una definizione.

E’ una persona. Una persona che conosco e che, ancora per un po’, sarà il libro che solo a me è dato leggere. Con le sue note a margine, i suoi refusi, i paragrafi lunghi e involuti, i numeri di pagina in disordine. Ho ancora facoltà di trovarne il filo, so dove mettere le mani e come sciogliere i nodi. Conosco anche l’argomento, il susseguirsi della storia e riconosco in ogni descrizione il luogo, il fatto, l’emozione. Perché io sola ne ho avuto accesso. Di questo sono fiera.

Le cose, banalmente, finiscono. Le cose, banalmente, è bene che ci siano state.

Le criptolesbiche

pulcinella.gifSoundtrack: My love has forbidden colors – D. Sylvian, R. Sakamoto 

Le criptolesbiche sono una specie che non si estingue mai.

Come l’erba cattiva, non sia mai detto che riesci a eliminarle dalla faccia della terra.

Come i parassiti dei pomodori, si attaccano alla polpa polposa delle lesbiche non criptiche e succhiano sangue che tendono, invariabilmente, a sputare poi sulle loro facce (quelle delle lesbiche non criptiche).

Le criptolesbiche scopano con le lesbiche ma sono etero. Dichiarano di volere matrimonio e figli, ma non vanno alle manifestazioni per i DICO, loro non ne hanno bisogno. Le criptolesbiche, se si trovano in un consesso pubblico misto, si uniscono al gruppo etero e condividono battutine e sorrisi di ironia di scarso livello sulle lesbiche presenti.

Si sa che le lesbiche (di tutte le categorie, tranne le lipstick), in un consesso misto, si riconoscono facilmente: sono tutte donne (lo giuro!), sono vestite di nero, indossano scarpe e stivali improbabili, parlano solo tra di loro e sequestrano un divano che poi non molleranno per tutto l’arco della serata.

Le criptolesbiche si avvicinano alle lesbiche mostrando la certezza assoluta che la loro fica è la più desiderabile di questo mondo e pure di quell’altro. Nel loro cuoricino palpitante però, hanno già puntato una lesbica fatta e finita del gruppo lipstick (quindi quelle che più donna di così solo i ricchioni) e vorrebbero disperatamente essere da lei incatastate sul muro della cucina e scopate fino allo sfinimento.

Le cripto si offendono facile. Le cripto pensano di essere meglio. Le cripto sono un coacervo di luoghi comuni. Le cripto pensano che nessuno abbia capito.

Se ne deduce che le criptolesbiche non brillano di intelligenza.

V**

ninja.jpgSoundtrack: Cardigans – Lovefool

V* è una amica.

Lei sostiene che è mia abitudine far diventare personaggi le mie ex. Che mi piace così.

Non so, ci penserò, quando V** dice una cosa personale è bene rifletterci su.

V** ha uno strano carattere: c’è, ma sempre con la giusta distanza. E’ la sua peculiarità. Siamo state insieme per qualche mese divertendoci esageratamente. E’ l’unica persona al mondo che mi ha fatto andare in discoteca con addosso una maglia di vinile (VINILE?) e facendomi sentire perfettamente a mio agio.

Uscivamo tutte le sere e qualche volta mi ha riportato direttamente al lavoro. Orario apertura negozio. Mi addormentavo dietro al bancone a ora di pranzo longa longa sulla moquette. E non avevo 20 anni…

Insomma V** è persona speciale, con carattere speciale e nessuna definizione da attaccarle addosso.

Esistono frasi stereotipate che si usano in specifiche occasioni che io trovo orribili e inutili. Una di queste è “ha combattuto la sua battaglia e ha vinto”. Per carità, la questione proprio non è questa.

V** ha cercato di non scoprire di non stare bene, poi lo ha scoperto e poi lo ha accettato.

Da sola.

Ha imparato a proteggere se stessa e anche gli altri dal dolore (fisico e mentale).

Ha attraversato le cose facendosi aiutare – cosa nuova e dolorosa per lei -, non è entrata in nessun ruolo precostituito (la malata, la sofferente, l’incazzata, la depressa) e si è presa tutto quello che è successo senza filtro. Compresa la dottoressa che la curava.

Adesso sta bene. Non poteva essere altrimenti. E ha cambiato espressione.

Non si è indurita, come sarebbe facile pensare, non si è inacidita, non si è messa sullo scannetiello a esprimere la forza della sua esperienza. No.

Ha una espressione di bimba ora. Un’espressione che non le avevo mai visto. Una bimba curiosa, leggermente spaventata, aperta, incantata. Uno sguardo dolce sulle cose e le persone che so bene esisteva anche prima, ma non così pubblico e accessibile. La giusta distanza esiste ancora, con l’affettuosità di fondo che le appartiene e gli schermi sono spariti. Tutti.

Adesso ha un gran numero di fidanzate virtuali, dice che va meglio per telefono che di persona con le donne, ha meno attenzione ossessiva per l’estetica e mi fa ridere come sempre.

Certo, continua a fare promesse che non mantiene, come quella di venire a trovarmi, ma è marinaia dentro (una donna in ogni porto, racconti favolosi, partenze continue e improvvise…).

Meno male che ci sei.

Il furore dell’ex – 9, the end

ciao.jpgSoundtrack: Elisa – Qualcosa che non c’è

Questo è l’ultimo post che la riguarda.

– che affermazione definitiva e drammatica… –

Perché mi so’ un po’ rotta. Sono stanca di perseguire un controllo che non voglio più avere e di essere, in qualche modo, controllata.

Ho esplorato tutti i possibili antri dell’ossessione per non guardarmi in faccia e per non accettare che qualcosa su cui avevo messo aspettative e impegno abbia potuto non funzionare.

Perché alla fine è questo: intolleranza alla frustrazione e sottile invidia per la sua capacità di non mettere uno stracazzo in discussione e continuare come se niente fosse mentre a me sembra di buttare il sangue.

Ma io sto buttando il sangue su me stessa, su quello che stavo facendo (molto, molto tempo fa) e che ho smesso di fare.

Sono uscita da questa storia con un senso di umiliazione che non ha a che fare con la fine della storia, ma con il mio progressivo e inesorabile lavoro sull’annullamento di me stessa. E questo è un mio problema. Non si ama così, questo non è amare, è farsi e fare male.

Farsi male perché lo so – e lo sapevo da prima, ma pare che la maggior parte delle volte la consapevolezza, l’analisi e l’esperienza siano scimmie sorde e cieche e mute – che annullarsi serve solo a entrare in stand-by con l’esistenza, che ti toglie il quotidiano, ti rende sorda a te stessa e a chiunque, che ti blocca qualunque evoluzione, qualunque crescita, qualunque relazione.

Fare male perché quando smetti di avere una personalità smetti di lavorare con e sull’altra che ti sta a fianco, smetti di esserne referente e referito, smetti di essere specchio e specchiato, confronto/ato, supporto/ato. Così le storie e le persone non crescono, restano tutti, invariabilmente e spaventosamente, al palo. Potrei tentare di sostenere la tesi che: però-lei-poteva-andare-avanti-e-restituire-a-me-l’immagine-di-ciò-che-ero-diventata-e-poi-aiutare-me-a-cambiare-e-capire.

Ma non è così. Perché è una questione mia.

E non importa quali siano le motivazioni che ti portano ad annullarti, esistono certamente momenti dell’esistenza che ti portano in un posto e non in un altro perché quello è il posto dove ti senti a tuo agio. Ma poi le motivazioni cambiano.

E resta l’immagine che ho di me.

Un’immagine che non mi piace più, non parla di me, non ha più niente a che vedere con me.

E allora su questa storia non c’è altro da dire.

Vorrei essere sensibile e acculturata abbastanza da citare una qualche poesia di autore planetario o teorie filosofiche tedesche del secolo scorso, ma so’ rozza e mi viene in mente solo la canzone di Elisa che ho messo come soundtrack virtuale al post.

Sono oberata di impegni, diceva una mia mitologica amica e, infatti, ho da fare.

Ccià

 

 

 

lesbiche vintage: camionistae

 simboli.gifSoundtrack: Tori Amos – Corn Flakes girl

Le lesbiche vintage sono una razza in via di estinzione.

Esse si posizionano tra i 35 e i 50 anni d’età.

Vivono in piccoli branchi, caratterizzati da una composizione non gerarchica dove i legami vengono cementati con reciproci fidanzamenti.

Ogni elemento del branco, infatti, è stata fidanzata con gli altri elementi, in alcuni casi, contemporaneamente.

Le lesbiche vintage comunicano con un preciso codice e si suddividono in alcune categorie facilmente riconoscibili. 

Coloro che sono caratterizzate da una tipica livrea informe, con toni di colore beige o verde militare, pochi o assenti orpelli, pelo raso e spiccata attitudine per i lavori manuali, vengono definite “camioniste”. Si presume che questo nome nasca sulla base delle attitudini motorie di questo gruppo: spalle in avanti, braccia larghe, collo infossato, camminata a gambe parallele. come i camionisti, appunto.

Questa sottospecie, per quanto ufficialmente osteggiata ed emarginata dalle altre sottospecie, risulta essere quella sessualmente più attiva. Alcuni studiosi azzardano l’ipotesi che gli altri gruppi si accoppino con queste in segreto, in luoghi inaccessibili e che non ne diano comunicazioni al resto della comunità. Anzi pare che a volte neghino fino alla morte.

Le camioniste sono in grado di portare pesi fino a due volte il proprio e diposte a percorrere impensabili distanze per risolvere i problemi di ogni membro della comunità.

Costoro, in quanto lesbiche vintage, si sono decisamente ridotte di numero, incalzate da nuove evoluzioni della razza che si distanziano in modo imbarazzante da questa specie. La le lesbiche camioniste vintage hanno tratti coriacei e notevoli risorse. Per quanto ridotte restano, di fatto,  lo zoccolo duro dell’intera specie e, senza di loro, il resto del branco sarebbe disperso nel mondo e senza difese dai predatori naturali: gli omophobus lesbicophili, le eterae trasgressivae lesbicophilae e le automobili in panne.

Lesbiche con le polacchine

seeee, vi piacerebbe eh?Soundtrack consigliata:  madreblu – orlando

Le lesbiche portano le polacchine.

E i lacci di cuoio al collo e ai polsi, i pantaloni hip hop, le canotte militari, gli anfibi, i capelli corti o lunghi e incolti, le unghie corte, le camicie da uomo, le borse grandi a tracolla, le giacche mimetiche, gli orologi da uomo, lo zippo, il coltellino svizzero, il pigiama “tuta scoordinata”, i calzettoni morbidi di lana, i colori scuri. La moto, la macchina lercia e ammaccata.

Se conoscete una donna che utilizza almeno tre di questi elementi (contemporaneamente) è lesbica.

Anche se lei spera che nessuno lo abbia capito.

Perchè le lesbiche vintage, prima dei 35 anni, si illudono sempre che nessuno lo abbia capito.

Ma le polacchine parlano da sole. Le polacchine beige, un po’ consunte ma sempre comode, allacciate con doppio nodo, hanno visto cose che voi umani non potete immaginare…

Discoteche gay sovraffollate nelle quali riesci a incontrare l’unica che proprio non volevi vedere…

Donne travestite da bidoni di petrolio che tentano approcci polipeschi…

Uomini verminosi che cercano di convincerti che “quello giusto non l’hai mai incontrato, vieni da me e porta un’amica che ti faccio vedere io”…

Checche sbattute che fingono di interagire con te – subumano invisibile, portatrice sana di organi sessuali cui avrebbe diritto lui e non tu, che manco ne fai il giusto uso – per conoscere l’amico tuo.

Le polacchine sanno. Sanno che la lesbica vintage cammina con la sofferenza cosmica sulle spalle (per questo strascina i piedi e non può portare i tacchi); sanno che bisogna essere pronte a effettuare lavori di una certa consistenza (traslochi, montaggi e smontaggi, impianti idraulici, interventi sulla moto, salvataggi notturni di principesse in panne sull’autostrada del brennero) e, infine, le polacchine sanno che saranno le prime a volare lontano – lontano lontano, stanno attaccate a quei piedi già da due anni ininterrotti – appena una la darà alla proprietaria dei piedi.

Quanto all’illusione che nessuno lo abbia capito, ho qui un questionario:

  1. I vostri familiari hanno smesso di fare la domanda “ma quando ti sposi?”

  2. Vostra madre ha smesso di regalarvi camicie da notte con i volant e magliettine con le paillettes?

  3. I vostri amici, quando vi chiedono del vostro partner, dicono “quella persona” e non utilizzano definizioni di genere in nessun momento della conversazione?

  4. Le ragazzine vi seguono per strada (mentre siete in moto, in macchina o a piedi di sera) e poi si scusano dicendo “ops ti avevo preso per un ragazzo”?

  5. Le colleghe vi guardano con tenerezza quando dite che vivete con un’amica cui siete molto legate?

  6. Quando, dopo 6 mesi, ammettete con le colleghe che sì, siete fidanzate con una persona, nessuno vi fà domande specifiche?

Se avete risposto sì anche ad una sola di queste domande: lo sanno tutti, probabilmente anche l’edicolante sotto casa vostra che, quando vi mette da parte i fumetti della marvel o della bonelli, dice alla moglie: “questo è per la lesbica con le polacchine”.