Voglio essere lipstick

riscio

Soundtrack:Fdel – Ladies and Gentlemen

Veloce che ho fretta di andare a dormire. Domani sveglia militare.

Prima di tutto mi preme fare presente che il mondo intiero è un manicomio assoluto.

La gente è fuori di testa e tutti indistintamente credono di essere gli unici sani tra i matti.

Poi Mork è una hacker che mi entra nelle pagine di stat counter. Ti ricordo che è un tantinello illegale e che è inutile che provi a rabbonirmi su facebook, ti sputtano qua lo stesso.

 Attualmente il testo sulle bozze di wordpress ha una misura variabile tra i tre e i sei punti e non vedo una mazza.

Quindi veniamo al dunque.

Sono stata, per anni, una lesbica camion. Poi sono passata al rango di vintage, conservando la base camion e accompagnata dalla variante banana.

Ebbene mi sono rotta il cazzo.

Sono una signora, ho un’età, resto una gentillesbica inguaribile ma mi rifiuto categoricamente di essere trattata come una camion pischella in perenne debito nei confronti delle fiche di legno e delle principesse.

Dunque nessuna si aspetti più di potermi estorcere un “accompagno” di notte perché “da sola ho paura”. Da oggi anche io divento una inguaribile coniglia e chi ritiene di avere più diritto di me ad una rapina o ad uno stupro notturno, si pigliasse un cazzo di tassì.

Chi ha da montare e smontare armadi pax è pregato di chiamare i rumeni. A me mi si spezzano le unghie che da stanotte lascerò crescere a dismisura.

Chi ha pacchi da trasportare si doti di un carrello con rotelle. La Penelope ha una certa età e rischia il colpo della strega o la sciatica. Anzi, a questo puinto direi, accompagnatemi a far la spesa che i sacchetti sono troppo pesanti per le mie fragili membra.

Resto disponibile per uno o più di questi servigi, in un unico e indiscutibile caso.

Che me la si dia.

Altresì, fottetevi o chiedete a un portatore sano di pene. Io sono oberata di impegni.

Buonanotte e baci a tutti.

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Caffè con Proust la sera. E la mattina?

penny-sbadiglia

Soundtrack: Chopin Notturno op. 15 n. 2 (ma mia nonna lo suonava meglio di Pollini)

Passiamo ad argomenti più adatti alla fragile e incompleta mente della Penelope.

Avendo essa (Penelope) pronunciato la frase “che ne dici di un aperitivo” durante una sorprendente telefonata, essa (Penelope), da svariate ore, sta cercato di trasformare, dentro di sé, codesto debole e tremante miagolio subsonico da gattino spelacchiato nel potente ruggito di una lesbica predatrice.

Ci riuscirà?

Nel frattempo i 7 nani che albergano in me (passiamo alla prima persona, che la terza fa tanto Maradona) si accapigliano per stabilire quale sia il prevalente.

Sto tentando di fare fuori Mammolo, ma è duro a morire.

Gongolo passa il tempo a dondolarsi ed è un coglione narcisista che invece di muoversi e fare cose, si ripete all’infinito “come sono bravo buono e bello”. Non serve.

Brontolo parla al cellulare con Alice e R**, sfrantumando loro palle in modo inverecondo come si fa, di solito, tra i 13 e i 16 anni. ‘Na pentola di fascioli. 

Eolo tossisce come un vecchio tabaccoso e si pone problemi epici senza soluzione “Biancaneve non è una tabagista!”.

Pisolo ha l’insonnia, fuma 800 sigarette e si attacca a feisbùk per non pensare. E’ meglio quando dorme.

Dotto non sa un cazzo e non trova letteratura di riferimento. Si è persino tolto gli occhiali.

Cucciolo è meglio che se ne sta a casa che proprio non è il momento.

Ho una certa preoccupazione nei confronti della mia salute mentale.

Detto ciò, stasera Alice mi ha condotto al Teatro dell’Orologio a vedere una meravigliosa pieces (ma si scrive così?) che si noma: “Il caffè del signor Proust“.

Credo che Alice stia tentando di fare di me una donna acculturata e sensibile all’arte.

Non ho frequentato teatri per un ventennio circa, dato che il terremoto del 1980 me lo sono fatto in un teatro a Napoli. Mi è rimasta una certa sensazione di angoscia ed oppressione. Per lungo tempo. Ora va meglio.

E’ uno splendido monologo che racconta gli ultimi otto anni di vita del Marcel.

L’attore, Gigi Angelillo, è di una bravura sovrumana.

Si svolge in tre sale diverse ed, in ognuna, sei assalito da odori particolari ed evocativi persino per me che, si sa, sono anosmica totale. Si chiama “teatro sensoriale” (leggero, mi specifica la Alice dall’alto della sua conoscenza).

E’ delicato e dolcissimo, persistente nell’emozione, inusuale, pieno di dettagli da letteratura, è un libro da leggere e una storia da ascoltare. E’ un’anima gentile che parla che ti incanta con il profilo della sua voce.

Andatevelo a vedere.

Mi sono accorta che ormai non guardo più. Ascolto soltanto. Tv e cinema prima e adesso anche in teatro. Non mi pare normale.

 

Noooo, io non ce la faccio.

ermellino

(cercando foto sul web, ho potuto notare, che tutte quelle un po’ ironiche sul modo di vestire del papa, sono inaccessibili, che si sappia)

Soundtrack: Frankie HI-Nrg Mc Quelli Che Ben Pensano

Non volevo entrare in questa discussione. Non volevo entrare perché so che mi incazzo e non posso fare una beneamata mazza (beneamata?).

Per ora i link. Qui e qui.

Faccio i piatti e torno (ho la sensazione di confondere feisbùk e blog, strano…).

Eccoci qua.

Ascoltare cazzate sulle quali non ho alcun potere di intervento mi deprime. Per questo preferisco starne fuori.

Qualche sera fa guardavo un serial abbastanza seguito: “Cold Case” (la detective protagonista gliè ‘na favola a guaddasse, oltretutto). Tra i detectives nasce una ipotesi e lui dice a lei: << vabbè, ma non è che “prete” significhi necessariamente “pedofilo” >> e lei risponde: << questo è da dimostrare>>.

Lo scandalo della pedofilia tra i preti cattolici, in USA, ha avuto una risonanza ed un impatto enorme. Al punto da finire nei serial TV. 

 Abbiamo un papa (e la minuscola è intenzionale) tedesco della gioventù hitleriana, teologo (una evidente contraddizione in termini, mi pare che per loro ammissione la parola “scienza” e la parola “divinità” non vadano in accordo), sostenitore – da cardinale – di un ritorno ad una morale religiosa che ricorda da vicino la vendita delle indulgenze e che ora, da papa, tira fuori dagli armadi le toghe di Prada e le pelliccette di ermellino, un tipo che, da quando è salito al soglio, ha mandato in rovina decine di locali zona Prati, dove scorrazzava con il suo gruppetto di pretini goliardoni capeggiati da padre George.

Ora.

Io non voglio scendere su questo piano, quello del gossip o dell’insulto facile, non mi va e poi per personale condizione solidarizzo con i gay di tutto il mondo.

Mi chiedo cosa pretendiamo da questo tipo di persone.

Considerando che lavorano alacremente, da un paio d’anni, per ottenere lo stesso peso politico nella geografia occidentale che hanno quelle altre teste di cazzo dei capetti islamici sulle nazioni orientali.

Mi spiace, ma ho il fegato verde e mi accorgo di esprimermi orrendamente. Ricapitoliamo.

Nel mondo occidentale la religione più seguita è quella cristiana. In particolare il cattolicesimo. Il cattolicesimo è strutturato come un’azienda e ha un preciso organigramma. L’amministratore unico del mondo cattolico viene eletto da un gruppo di dirigenti (caratterizzati da una uniforme rossa) e resta in carica fino alla morte.

L’amministratore unico non è soggetto a interpretazione, discussione, non interloquisce con i sindacati, non segue le regole sociali comuni, ha diritto ad una villa piuttosto ampia a Prati, ha un imprecisato numero di dipendenti, diversifica nelle produzioni e non paga i lavoratori sul campo.

Una multinazionale. Ed ha il tipico potere di una multinazionale.

Ma cosa produce?

Adepti.

Produce adepti e il suo è un diritto riconosciuto worldwide.

La legge cui si attiene, che risale ad alcune storie datate un paio di migliaia di anni fa, furono pronunciate da un tipo piuttosto strano. Probabilmente un comunista, un hippie o, comunque, uno che credeva di essere un ammistratore delegato e che risulta avere rinunciato a parecchi dei suoi privilegi. Parecchi. Niente veicoli privati, niente segretari, nessuna divisa aziendale, struttura cooperativa.

Ma pare che la questione non abbia più alcun peso.

Ha peso la globalizzazione, la concorrenza sul mercato della multinazionale Islam, di quella Yddish (da sempre pericolisissima, si sa) ed un altro paio che, comunque, restano abbastanza controllabili.

Le altre fanno colore.

A occhio, mi pare che Cattolica import-export e Islam Inc. abbiano fatto cartello.

– Ma sto delirando forte, io –

Quindi, da questo sistema allucinante che ha, come unico scopo, la conquista del mondo, cosa mai ci si può aspettare?

Una morale?

Pedofilia, pratiche omosessuali, usura, collusione con sistemi di delinquenza organizzata, stragi, pulizie etniche, evasione fiscale, riciclaggio, incitamento al suicidio, tortura, stupri, plagio. Le hanno fatte tutte ma, nel loro caso, le parole si trasformano in (nell’ordine): oratorio, seminario, sostegno alle famiglie bisognose ed alle opere pie, difesa del diritto alla vita, difesa della parola divina, estirpazione del demonio, leggi divine, opere di beneficenza, insegnamenti morali, persecuzione del male, purificazione dei deboli, testi sacri.

Io non ho alcuna intenzione di assegnare a questa gente il diritto di giudicare il mio comportamemto e di definirne i confini di valore.

Il potere che viene dato a costoro (non firmare un documento contro la discriminazione di una parte dell’umanità, perché altrimenti un’altra parte ne verrebbe discriminata o non firmare un documento che garantisce i diritti ad una parte dell’umanità perché consente un diritto ad un’altra parte dell’umanità), io non capisco in nome di cosa venga dato.

Qui non si parla di religione. Si parla di politica globale. E mi fa schifo.

Personalmente non mi sento soggetta alla valutazione di un ecclesiastico, di una chiesa, di una religione.

Tantomeno di quella cattolica.

E gli omosessuali e i disabili (che accoppiata eh!) che si sentono parte di questo sistema che va sotto il nome di religione, farebbero bene a mettere in discussione il concetto di infallibilità e a considerare l’ipotesi che i tempi sono cambiati parecchio e che, com’è evidente, il mondo non ha più bisogno di una religione che stabilisca i confini tra bene e male. Siamo cresciuti (anche attraverso pricipi religiosi validi) e lo sappiamo da soli.

Abbiamo bisogno di altro che non è nulla di nuovo, ma mi pare fosse già stato scritto da qualche parte almeno duemila anni fa: giustizia sociale, diritti civili, riconoscimento del valore della persona (qualsiasi persona VIVENTE), collaborazione, comprensione.

Meglio rileggere, mi sa che ho esagerato.

 

 

Stucked.

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Soundtrack: Feist Intuition

Io, io , io. Io.

No, di Luxuria ancora non voglio parlare, non sono venuta a capo di quello che ho in mente, non sono d’accordo con le questioni sollevate da altri, non sono d’accordo nemmeno con quello che penso io.

So solo che se è vero che ha vinto perché il popolo LGBTQ si è mobilitato, pensa un po’ se ci si potesse mobilitare per qualcosa di vero e necessario. Ma non si può. E nulla cambia.

Che poi parlando di lei escono tutte. Anche i discorsi sul matrimonio gay. Che continuo a ritenere una pessima rivendicazione. Ma la R** stasera mi ha smontato le motivazioni e non so più cosa dire.

Mi si chiede della coltre di nebbia sollevata.

Che poi è calata di nuovo.

Mettiamola così.

Ho visto persone che stanno per dare direzioni precise alla propria vita e che, come spesso accade, vivono la paura e la voglia di tornare indietro di corsa e cancellando memoria e ragioni. Durerà poco, perché ognuno, alla fine, va dove deve andare.

Certo, nel frattempo, si sfrantacagliano le palle a me. Come se avessi equilibrio e solidità sufficiente per fare da palo per la lap dance.

E questo è un capitolo che, tutto sommato, non comporta grandi patemi o sussulti.

Ho anche visto adolescenti fragili e insicuri albergare in androidi dalle solide forme di adulti vaccinati e consapevoli. Capisco quindi, anche in questo caso, che il desiderio di frastagliare le palle a me deve essere invincibile. Devono essere calamitate. Come il miele per le api. Come se io potessi essere un fermalibro di uranio e non la carta velina che sono.

E in questo capitolo sono incastrata. Irrimediabilmente.

Incastrata negli occhi. Incastrata nei gesti. Incastrata nelle promesse. Incastrata in un gioco seduttivo che mi terrorizza e non mi diverte affatto.

Cazzo, mi divertisse, avrei materiale per anni. Perché sedurre ed essere sedotte è favoloso, di solito. E’ un momento magico e onnipotente, mi fa sentire solida e perfettamente a mio agio. So cosa fare, come farlo, quando scattare e quando svampare senza lasciare traccia che non sia la voglia di rivedermi. So vedere le mosse dell’altra, prevedere le successive e preparare la migliore faccia sorpresa che ci sia sul mercato. 45 anni serviranno pure a qualcosa. Di solito.

Per sedurre ognuno usa il talento che ha.

Tutto il mio corpo si dimena incastrato tra la sensazione di usare il mio talento e di essere usata, per il mio talento.

Niente di trascendentale. Non me la tiro fino a questo punto. Non ancora. Ognuno ha il suo: cani, porci e principesse.

Vado  rota. Mi placo. Vado a rota. Mi placo. Mi ipertendo. Mi addormento. Adrenalina. Serotonina. Vaffanculina.

Attendo i momenti. Temo i momenti. Cerco. Scappo.

Mi oppongo, Vostro Onore. Non si fa così, non è giusto. Una lesbica in solitaria va trattata con i guantini bianchi di lino, perbacco.

Mi dia altri dieci minuti, Maestà, che questa sensazione di solido contatto me la voglio sentire nelle vene ancora per un po’.

Ma insomma che cazzo vuoi?

Soprattutto, hai una vaga idea di cosa stai creando?

Immagino non ti sfiori il lobo temporale.

L’idea che io possa restare incastrata.

10 minuti 10. A far finta di esser disponibile ad altro che non sia rotolarti addosso.

Uffffff.

Dovrebbe e potrebbe essere un piacevole gioco sotto il MIO totale controllo. Gnente, te dico gnente.

Bah.

La R** dice che devo fare pace con me stessa. Me lo dice da anni. La guerra dei cent’anni. Non riconoscere le vittorie per non accettare sconfitte. Alla fine quello quell’è. 

Forse mi si fa davvero rappresentante sindacale. Forse no, dato che aspetto che scenda babbo natale dal camino e mi porti in dono la CGIL.

La volgarità degli obiettivi. La miserritudine degli obiettivi.

Alla fine anche questo, quest’è.

Io, io, io. Io.

Ti dovrò invitare a cena, uno di questi giorni, mia cara Biancaneve. Ce la giochiamo tra un primo piatto ed un dessert al cioccolato. Di certo da seduta non dovrei inciampare. E magari ne usciamo. Io ne esco, almeno.

Mi tocca fare la figa.

Dio, come mi secca.

 

Oggi

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Soundtrack: Orchestra Baobab – Come Alive (non è vero, non c’è, il box oggi fa i capricci e forse è meglio)

Volevo mettere una foto del presepone, ma non mi funziona la porta ad infrarossi e del bluetooth si è persa ogni traccia.

Volevo ringraziare Imogene, dato che dal suo link sono arrivate badilate di lesbiche svizzere.

Volevo scusarmi per il mio maleducato comportamento su msn. Che cazzo mi ci metto a fare se poi non rispondo a nessuno, non lo so neanche io.

Volevo avvertire che se domani si fa la cena mi metto un paio di stivali con tacco 7 a spillo e il vestitino.

Volevo dire che essere d’esempio mi fa impressione. Se fosse davvero così, stamm’ ‘nguaiat’.

Volevo suggerire a me stessa che forse soffro di una forma blanda di attacchi di ansia. Verificherò.

Volevo sottolineare che Feisbùk e i suoi giochini della minchia mi hanno completamente e definitivamente catturato.

Volevo dire al fab che mi manca, al doc che mi manca, a ziasaimon che mi manca.

Volevo dire pure che andare a lavorare mi sfracella le palle anche oggi (maddai?), però almeno c’è il presepe da fare, ma quest’anno ho meno idee del solito.

Voloevo dire che mi cambio la macchina, dato che in questo paradossale paese, se non hai una lira, ti conviene di più avere una macchina nuova che continuare a pagare la vecchia.

Volevo fare in modo che il post precedente scendesse più sotto e quindi ho scritto questo.

 

 

La definizione di una lesbica.

strakerfoster

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack: Terra Naomi Up here

Prima dei 12 anni ricordo poco e male. Succedevano cose, mi attaccavo a persone ma non avevo idea di cosa fosse se non, a tratti e da un certo punto in poi, la sensazione di avere un disperato bisogno di interagire con le donne. Pensavo fosse una questione di orfanitudine.

A 12 anni ho dovuto scegliere. Fuori dal cortile della mia scuola media, guardavo delle figurine. Allarme rosso attacco alla terra. Tutte le mia compagne avevano una passione per uno dei due protagonisti: Straker (il biondo) o Foster (il moretto).

Non me ne poteva fregà de meno. Ma decisi che dovevo farmene piacere uno, non era normale che non mi interessassero.

Non ricordo chi ho scelto, ma ho attaccato la sua figurina sul diario. Ecco qua, così va tutto bene.

Lo avevo dentro, il senso di anormalità e diversità, lo avevo dentro così forte e così netto che ci ho fatto la guerra per vent’anni.

Uomini tanti, che non si dicesse che non ero interessata all’articolo. Tutti quelli che volevano me. Ché io non volevo nessuno.

I primi brividi ghiacciati veri a 17 anni. Insieme alle droghe, al sesso e all’alcool, anche le donne. Tante. Adulte e ragazze. Belle. Guardare e non toccare e cerca di non farti sgamare. Magari solo un po’.

Avevo un fratellastro che si presentava a casa periodicamente fidanzato con dei pezzi di figliuola da svenimento. Soffrivo e sbavavo. Poi uscivo. E scopavo, Con uomini. Perché non sia mai detto che…

Ma il mio fidanzato di allora (un biondino adorabile col mio stesso nome, amato da amici e parenti) se ne accorse. E si incazzò. E io non sapevo cosa dirgli. Volevo morire se possibile. In alternativa sprofondare. Eventualmente svaporare.

Ma io ancora non volevo dirmelo. A nessun costo. Non quella parola. Non una cosa tanto strana e anormale. Non una malattia come quella. Poco importa se sospetto che la maggior parte dei miei amici sia come me. Poco importa perché non si fa. Non si deve. Non si può.

Eppure non vengo da una famiglia cattolica, nè una famiglia moralista (no, moralista proprio no), non ho avuto un’educazione improntata alla morale comune, non ce lo potevamo permettere.

Ma mio padre ci teneva alla figlia femminuccia, la voleva la biondina magrolina educatina e ben vestita. Anche se mi lasciava guidare la barca, la macchina, se mi chiedeva di risolvere i problemi pratici e meccanici. E la moglie aveva un intercalare fisso “due categorie di femmine mi fanno schifo: le ragazzine incinta e le lesbiche”.

Inutile dire che sono stata entrambe.

Arrivata a vent’anni la guerra era del tutto consapevole. L’avevo in fronte e tra le mani. Non ne uscivo. Dagli amori folli e forsennati. Dalle figure di merda. Dalla morbosità irrefrenabile, dal bisogno costante di frequentare, vivere e sentire le donne e la loro voce.

Bastava pochissimo per farmi innamorare perdutamente e farmi passare notti su notti sudando e piangendo.

Sudando d’amore  e piangendo di paura.

Terrore.

A chi lo dico? si guarisce? è normale? mi schiferanno tutti. Nessuno vorrà avere a che fare con me. Mi cacceranno di casa. Non lo posso dire. Non lo posso fare.

Picchi di delirio intervallati da sospiri e sogni di possesso.

Talmente tanto e talmente forte che in analisi ci sono dovuta andare per forza. Ma questo è successo dopo.

Nemmeno con il fab riuscivo a condividere “questa cosa”. Nemmeno con lui, che pure ha regalato due anni di pace ad un cranio frullato e shakerato.

Ma dopo di lui le dighe si sono aperte. Non c’era modo per fermare pensieri e necessità. Non c’era modo di fare finta, non c’era modo di coprire le tracce, non c’era modo più di restare nel mondo dei normali.

Dio la paura che avevo. Non so neanche più di cosa. E’ talmente difficile ricordarlo ora, che mi sembra non sia mai accaduto.

Invece ci vivevo immersa dentro e senza riuscire a respirare. Fino a sviluppare ogni possibile sintomo visibile o invisibile. Fino alle allucinazioni (che l’abuso di droghe e alcool sostenevano ‘na favola).

I primi due anni, al corso di logopedia, credevo sarei impazzita.

Solo donne. Mi sono innamorata di tutte loro. Una dopo l’altra. Perdutamente. Inutilmente.

Ho “confessato” il mio amore assoluto praticamente ad ognuna di loro. Sono ben felice di avere dimenticato quasi del tutto le conseguenze delle mie dichiarazioni. Quasi, non del tutto. Ero pressante, maniacale, testarda e ottusa. Vedevo segni dove non ce n’erano (questo mi ricorda qualcosa di fin troppo recente) e mi incaponivo fino a farmi sanguinare cuore e cervello.

Poi una  di loro si è innamorata di me.

Uh? ma davvero? quindi non è una cosa che si svolge solo su me e intorno a me e per me. Succede a qualcuna che non sia io. Succede e adesso che si fa?

Ci si mette in piedi una relazione folle durata 6 anni credo, in un delirio di simbiosi, tradimenti con uomini e donne, maniacalità patologiche. Non importa se mi piace o non mi piace o quanto mi piace o quanto ci voglio stare. Diventerà acqua e pane, ossigeno e cemento, benzina e riposo. Diventerà tutta la mia vita.

E l’analisi. Per guarire da me. Per guarire da lei.

Freudiana. Trisettimanale. 6 anni interrotti all’inizio da una disperata fuga a Washington.

Ma non bastava l’oceano. Ero con me lì. a Bethesda. Niente era diverso e il dolore era devastante.

20 chili di burro di arachidi e maionese all’aroma di cipolla in 6 mesi. Su tutto il corpo, anche sulle orecchie credo.

La parola “Lesbica” non mi esce di bocca neanche sotto tortura. “Omosessuale” è un suono indistinto pronunciato a labbra strette. Non sono io. Non si parla di me. Per me è diverso cazzo.

E’ che ho bisogno di riferimenti femminili, io. Poi passa, appena cresco. Non sarà così per sempre.

Non mi accorgo che nessuno dei miei amici o dei miei parenti si sogna neanche lontanamente di schifarmi. Non conta. Mi schifo io.

SI torna in analisi. Si cresce. Si impara. Ma ancora non basta.

Intorno ai 30 anni il fab mi porta a conoscere il mondo gay partenopeo.

Esiste? esistono luoghi dove si riuniscono persone come me? come te? come noi che non sappiamo neanche dire cosa siamo?

Fino ad allora le mie storie le avevo avute, tutte intorno allo stesso filo. La base dei quattro cantoni, appunto.

Comincia la mia gaia vita e finisce l’analisi. Spariscono persone che, incolpevoli, mi avevano aiutato a massacrarmi l’esistenza. Diminuiscono le domande imbarazzanti (quando ti sposi? ma con chi stai?) e io imparo a mentire fin troppo. L’inutile schermo. La fatica della bugia non richiesta. Il bisogno di sentirmi dire “sarà che non ho ancora trovato quello giusto”. Continuare a trovare scuse e montare cosmiche puttanate a mio padre che diceva “porta anche lei”.

Omygod quanta energia sprecata. Quanto dolore inutile e improduttivo, quanta sofferenza autoprocurata nel nome di niente.

Ma non se ne può fare a meno, pare.

La bocca mi si comincia a sciogliere dopo i 30 anni. Amici gay, vita gay e famiglia lontana lentamente decimata.

Più nessuno da turlupinare.

E un amore grande, sereno, profondo, reale e pieno di sole. La sua famiglia compresa.

Se ne può cominciare a parlare.

Lentamente i ghiacci si sciolgono, gli anni passano e le cose scorrono, sempre più libere e serene.

A prescindere.

La mia famiglia se ne fotte allegramente, avrei potuto essere un tapiro, mi tollererebbero lo stesso.

Mia sorella Albus Silente sempre e comunque al fianco.

Mia nipote che si gioca la carta della zia lesbica con le amiche e fa la figa.

Mio padre che parlando con la mia ex e la prendeva in giro perché usava la pillola.

Mia zia che, al suo settantesimo compleanno, mi presenta a parenti centenari mai visti prima dicendo: “Questa è Penelope e questa è la sua compagnA!” (naturalmente mi sono nascosta in bagno per 20 minuti, poi mi sono resa conto che poco prima era entrato mio padre con la terza moglie, mia coetanea, e ho deciso che non era il caso di formalizzarsi).

Gli amici ricchioni e quelli no, che è lo stesso le amiche lesbiche e quelle etero, che non c’è gran differenza.

Le/i colleghe/i con le/i quali condividere e giocare.

Le battute, la solidarietà, l’affetto, il sostegno, le lezioni di sesso e lesbicitudine, le confidenze, l’ascolto, il cambiamento delle persone. Il mio cambiamento.

Il mio blog.

La mia vita.

La vita di una lesbica qualsiasi. Di una persona qualsiasi.

Quanto cazzo c’è voluto per arrivare a questo e quanto cazzo non ce ne era bisogno.