Flessibilità

penny-araba

Soundtrack: Jazzamor – Things we do for love

Lanciarsi.

Ritrarsi.

Osare.

Mimetizzarsi.

Tracce ovunque.

Stato di assoluta perdita di me.

Resto al mio posto ad occhi bassi. Ché alzarli è pericoloso per un sacco di buoni motivi.

Costa molto.

Di solito sono io quella che calma.

“ma che cazzo di gente hai conosciuto per essere tu quella che calma?”

Gente come me. Gente con l’anima abitata da folle urlanti in perenne rave chimico.

La tua voce la mattina.

Acqua fresca.

La tua voce di notte.

Onde.

Perdo sicurezza e presunzione e mi sciolgo come una pupazzetta di cera sotto al sole.

Condivido con chi posso e come posso. Lacrimo giusto un po’ per le necessarie esclusioni.

Cazzo, non so niente di te.

Affanno in un mare di sms.

Hai la schiena di un’adolescente.

Esco dal mondo dei fratelli Grimm e entro in un concerto metal. Ma non ci sto. Al punto di non accorgermi di essere io.

Pretendo di nascondere Alice coprendola con il mio corpicino e dimenticando, completamente, di essere parte della sorpresa.

Prendo le mani di Alice e Da Queen e provo a sistemar loro le dita in modo che riprendano ad alternarsi. Non ho voglia di vedere niente altro che armonie.

Penelope è caduta nella diabetica trappola che aspettava e ripete la sua storia 100 volte alle amiche che chiedono tutto.

Penelope finge di non aspettare. Le amiche la guardano, sorridono e la cazzeano. Le amiche le ricordano in quale casino si sta infilando. Anche le costole le ricordano in quale casino si sta infilando.

Non ora, per favore, non ora.

Le cose difficili

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Soundtrack: Feist – 1 2 3 4 (l’ha detto sonica)

Ma tanto ho i miei dubbi che qualcuno di voi realmente ascolti la musica che metto. Eppure vi assicuro che la lettura diventa più piacevole e spesso si chiariscono un paio di cosette.

Ho appena finito di stirare una quantità di panni pari al totale della produzione nazionale cinese e, stirando anche mappine e cazette, ho scritto almeno 65 posts nella mia capa a vapore.

La mancata partecipazione di questi giorni mi preoccupa e mi sono chiesta, se per caso non stessi andando su un piano personale in qualche modo imbarazzante.

Per me lo è. Bene, torniamo alle sane e generalizzate masturbazioni mentali.

Qualche tempo fa il mio colleguccio psicologo – e sottolineo psicologo, lo devo scrivere così per forza, non posso farne a meno – mi ha dato un consiglio prezioso, molto. Dopo aver ascoltato 37 minuti di mie pippe (ma tanto lo fa anche per mestiere, sarà pure abituato), mi ha detto: “scrivi quello che, secondo te, è il comune denominatore delle tue relazioni – di coppia e non – poi, fra un mese, torna a rileggere”. Nel frattempo mi ha dato anche della pipparola freudiana, e torto non ha. Does anyone know che mi sono sparata 6 anni di psicanalisi freudiana su lettino tre volte alla settimana in tenera età? Mi ha salvato la vita, per quanto suoni irrimediabilmente vintage.

Mi è sembrato un consiglio meraviglioso per un po’, poi ho cominciato a pensare per davvero al “comun denominatore” e mi sono spaventata.

Shining, Rocky I-II-III, Hannibal Lecter, Candy Candy, Forrest Gump, Bambi, Mork & Mindy, l’incredibile Hulk, Belfagor.

Ne farò un post con password, prima o poi. Farò un post con password anche di un’altra cosa. Quando accadrà. Se accadrà. Quando le sfighe cosmiche smetteranno di abbattersi su di me ed io la smetterò di vergognarmi di essere una lesbica romantica.

Tanto per: ier sera, tornata a casa in stato confusionale totale (no drugs-no alcohol, sono una brava ragazza), non mi sono affatto resa conto di NON aver parcheggiato, ma di aver lasciato la macchina così, per strada, senza costrutto. Sono scesa, ho chiuso, sono andata a dormire. Stamattina la macchina non c’era, hanno dovuto portarla via con il carro attrezzi perché impediva il passaggio al bus.

90 euro di coglionaggine post-adolescenziale (forse pre-adolescenziale, direi fase “il tempo delle mele”). Che meraviglia. Non mi sono neanche incazzata. Da non credere.

Questi giorni sono governati da gesti incontrollati, lapsus fantasmagorici, confusione mentale, delirio fluente, iperreattività al calore altrui e mancata gestione delle conseguenze di qualsiasi gesto possibile. ‘Na bimba di 6 mesi.

Nel frattempo coltivo: la mia illusione di avere ogni cosa sotto controllo, la mia sicumera, la mia mammolite, la mia precisa programmazione di eventi e movimenti; e procedo convinta di sapere quello che faccio.

Mentre mi contorco appresso al mio utero in fase lunare. Tanto per.

Piccola (ma non tanto), nota a margine. Ho messo la webcam di Positano, si vede il panorama dalle Sirenuse. E mi è partito l’Orinoco dei ricordi. Le cose che fanno di me una 45enne vintage, vinciuta e vanesia.

Perché Positano è un brandello di cuore appeso alle costole. Dai 6 anni in poi. Il posto dei sogni bambini e della vita senza regole, il posto della solitudine e del delirio totale. E’ dove sono cresciuta senza scarpe (piccola chiattilla radical-chic…) e copricostume a righine bianche e blu, dove ho perso freni e controllo. In barca da sole, ragazzine di mare, a 12 anni fino a Capri, notti drogatissime e promiscue, marinai e principi, donne meravigliose e pescatori d’apnea. Fratellastri maledetti e belli da mozzare il fiato, amici complicati che ballavano coi polipi. Pelle spugnata e salata. Senza voce nelle giornate di libeccio per il troppo urlare affrontando le onde. Ancore perse e ritrovate, motori che affondano, baci stupiti, piede marino, sorgenti nascoste, amicizie morbose, pomeriggi aspettando notte, notti aspettando l’alba, sul mare, guardando li galli e immaginando ballerini russi che danzano nella torre.

Positano ha scalinate silenziose e scure, da imparare a memoria per non farsi male. Porte e finestre che chiudono segreti condivisi, incastri illegali, genitori discutibili e giganteschi. E musicisti in deliquio che perdono i capelli nei motori dei gozzi, ragazzini efebici che muoiono fucilati da re in esilio, uomini di mare che ci restano, nel mare. Le canne, l’alcol, le pere.

Si ballava Lou Reed, Steve Miller Band, David Bowie, Rolling Stones, Queen, Alan Parson Project e quanto esisteva nelle pieghe di un rockettone anni ’80 che a sentirlo oggi imbarazza per la sua ingenuità. Con un bicchierino di vodka infilato nella tasca dei pantaloni. Con i piedi massacrati dai cocci di vetro e dai mozziconi accesi. Ritornavo all’alba di nascosto, sperando che nessuno mi vedesse. In un paese dove tutti conoscono la storia di tutti e dove noi eravamo ” ‘a figlia ro’ ” e ” ‘o figlie ‘e ” o un cognome o un soprannome, mai un nome.
Ci ho quasi rimesso la colonna vertebrale, a Positano, con un tuffo terrorizzato e uno svenimento in volo che ricordo perfettamente. Raccolta da due meraviglie di ometti che pochi anni ancora hanno resistito nel vivere. Sono stata, per la prima volta, abbracciata da una donna. Ho imparato a giocare a tressette, a rollare le canne, a difendermi dai maschi, a difendermi dalle femmine, a sparare alle bottiglie di vetro con un fucile a piombini. Mi sono innamorata perdutamente di una decina di persone di ogni sesso e aspetto e carattere e lingua.
Mi vado a guardare un altro po’ la webcam…

A volte si dimentica

A volte si dimentica.

la morbidezza della pelle, l’odore nascosto nelle pieghe del collo che ti riempie gli occhi e la faccia e ti lambisce il cervello e blocca il tempo. E non sei per strada. E non è notte. E non sapevi esistesse.

Quando troppo tempo ti è scivolato sotto le mani senza che una sola sensazione potente ti bruciasse i polmoni, si dimentica.

Sì, lo so, sono troppo spesso inutilmente cruda, troppo ancora mi piace spogliare le cose di ogni prevedibile magia per portarle, senza che sia necessario, altrove.

Fragile, dovrei tenerlo presente.

Le mani tra i capelli, non l’ho fatto. Avrei voluto. Non so com’è quando il palmo della mano riesce a liquefarsi e dilatarsi tra i fili arricciati e neri che cercano di coprirti i pensieri. La linea dei fianchi, la forma della schiena, le ho seguite ma piano, però. Ci sarà tempo?

Difficile andar via, anche questo si dimentica. Ricordarsi di mantenere gli occhi aperti mentre si guida. E lo stomaco che si ribella al pensiero: “mi devo svegliare alle sei”. Tenere il punto può diventare difficile, a volte.

Già, mi devo svegliare alle sei, non è questo che voglio, adesso. Allunga di nuovo quella mano, ripetimi ancora che non te l’aspettavi con quella precisa espressione di imbarazzo appoggiata sulla faccia, guardami negli occhi e fammi vedere se me lo ricordo, come si fa a sostenerlo.

Sono una lesbica romantica senza speranza, a volte lo dimentico.

Il resto è memoria procedurale.

 

 

Soundtrack: The Niro – Mistake

– in realtà la sndtrck doveva essere un’altra, ma mi sono letteralmente vergognata: è un pezzo dei Madreblu che si chiama Carmilla, già questo post è assai personale, metterci anche quel pezzo era troppo, quindi c’è The Niro per la seconda volta, perché è l’unico artista che mi ha emozionato davvero negli ultimi anni –

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