Aspettativa

Soundtrack:  Subsonica Up Patriots to Arms (feat. Franco Battiato)

Sono in aspettativa.

3 mesi fuori da quell’inferno.

Perché come un inferno l’ho vissuto.

Dovrei rientrare ad orario ridotto. Non ci credo se non lo vedo. Dicono una marea di cazzate lì.

Credevo di avere la mononucleosi per quanto mi sentivo debole e priva di energia. Malata di mal-lavoro. Dis-lavoro. A-lavoro. Scegliete voi.

Mi sono svegliata lunedì fresca come una rosa e iperattiva. Ho persino smesso di mangiare spaventose porcherie.

L’aspettativa è una strana dimensione. Aspettare cosa? Aspetta un attimo che mo’ torno. Aspè, tienimi il posto che vado di là. Aspetta che ora sono impegnata.

Appunto. Altro da fare.

Con un po’ di mie colleghe abbiamo messo su una associazione sanitaria per fare riabilitazione sul territorio a prezzi da discount.

Un’idea e non un’impresa.

Ci ha dato una mano il comune, praticamente regalandoci i locali e le utenze.

Già i centri privati ci corrono dietro con le mazze di scopa.

Parassiti.

Direi.

Abbiamo avuto faccia tosta sufficiente da andare a chiedere aiuto perché, persino in questa nazione ridotta a letame fumante, se hai una buona idea utile per tutti, qualcuno che ti sta a sentire e ti offre una mano lo trovi.

E perché non è di certo un modo per far soldi.

Ma il ragionamento non è alla portata di tutti. Non ora, non in questo momento storico, non in questo marasma sociale incattivito, incazzato, individualista e delirante.

E provatemi il contrario.

Vorrei mettermi in aspettativa anche da questo paese.

Scusate mi assento per un po’ e torno tra 3 mesi, conservatemi il posto.

Ma sono una ragazza anni 80, cresciuta sulla coda di un brontosauro convinto che la risposta fosse nel collettivo, nell’azione “pubblica” e finalizzata al benessere di tutti. Il brontosauro è morto ed estinto, questo è evidente.

Ma io sono viva.

E voglio fare quello che mi va e che mi fa stare bene.

Quindi, stay tuned, avrete notizie su questo, soprattutto vi racconterò come usciremo fuori dagli attacchi dei privati di qui. Magari faremo scuola. Fanculo.

Altro da aspettare?

Oh sì.

Aspetto i momenti da passare con Biancaneve perché son sempre i migliori.

Aspetto di trovar la volontà di dimagrire che serve sempre.

Aspetto di diventare un fenomeno mondiale a Ruzzle per battere la R* che è un mostro.

Aspetto che questo paese torni umano e solidale.

Aspetto il momento in cui smetterò di stupirmi per la bellezza delle cose per morire convinta di aver concluso.

Aspetto di capire come cazzo mi pago l’affitto il mese prossimo.

Qualcosa da aspettare c’è sempre.

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Difficili decisioni

Soundtrack: Vadoinmessico – Pond

Non è facile prendere decisioni di lavoro in tempi difficili come questi. E non è facile stabilire se sia più importante la propria dignità o la pagnotta.

La battaglia tra pancia e testa è assolutamente epocale. O forse è il cuore, non lo so, non la so fare questa distinzione. So solo che la voce della ragionevolezza, di mia sorella, di alcune colleghe, mi dice che uno stipendio fisso (anche se ipotetico, dato che non abbiamo visto il mese di dicembre né la tredicesima), è meglio di niente e che, tutto sommato, si può aspettare, si può abbozzare, si può sopportare.

Qualcosa di molto primordiale dentro di me, però, si agita, suda, digrigna i denti, lacrima e stringe gli occhi. 

“Qualcosa”. Ovvero una emozione non meglio identificata. Una spinta. Un conato. 

Ah bè, hai un lavoro ringrazia iddio. 

Anche un po’ sticazzi.

E se fosse proprio questo continuo cedere alla ragionevolezza a fare di me, e delle persone come me, delle pedine senza peso sacrificabili ed evanescenti come fumo di sigaretta industriale?

Io so che, se in questo momento scrivessi una lettera di dimissioni, mi sentirei leggera e felice, realizzata e dignitosa, sicura di me e fiera.

Leggera perché questo posto ha una pesantezza sovrumana (per gli orari di merda, per la dirigenza codarda e avida, per lo spirito zombie, per la segmentazione tra colleghe), perché liberarmene mi farebbe sentire forte. Come in altre occasioni. Forte.

Forte di quell’energia che si libera e si sprigiona ogni volta che cado per terra, ogni volta che devo ricominciare, ogni volta che sono spalle al muro.

Poi la testa mi dice che non ho l’età.

E se ne andasse affanculo pure la testa. L’età… cosa cambia? sono viva, sono viva oggi, in questo momento, in questo preciso istante.

E la mia vita vale più di uno stipendio promesso e non dato, più di un contratto che è un cappio che si stringe un po’ di più ogni fottutissimo giorno. 

Ma davvero vale la pena di vendersi per 1200 euro al mese. Ne siamo sicuri? 

Ohhh, non lo dico per tutti, lo dico per me. Per me che non ho famiglia, non ho figli, ho una compagna con la quale non convivo e che ha la sua indipendenza. 

Per la pensione che non avrò comunque?

Per il mensile che non arriva mai quando dovrebbe?

Per i ragazzini che tanto si organizzano lo stesso?

Per non dover affrontare un ennesimo cambiamento?

Non ha alcun senso il mio permanere qui. Nessuno.

Ho chiesto la riduzione dell’orario da 36 a 24 ore, ma pare che non sia il momento per valutare la mia richiesta.

Ho chiesto l’aspettativa di 3 mesi. Ma non mi fa sentire meglio. Ho la sensazione che mi resterebbe questa fottuta catena al collo anche a distanza.

Avverto il suono del risucchio.

Vampiri di merda, lliuatev a cuollo (levatevi di dosso, N.d.T)

Peraltro sto wordpress ha fatto dei cambiamenti che non mi piacciono proprio. 

Molto da raccontare

Soundtrack4Hero Morning Child

Sì, davvero molto da raccontare e anche da fare gli auguri di buone feste.

Ho cambiato casa a giugno, ho potuto abitarci da settembre, avevo una invasione di scleroderma. Insetti fastidiosi che si sono cibati di me.

Ora mi piace, mi ci ritrovo, un po’ di Napoli e un po’ di quiete di paese: il salumiere, il tabaccaio, il bar, i genitori dei pazienti.

Buongiorno, buonasera, come va?.

E’ piacevole.

La Agos oramai mi insegue disperatamente. Sono una buona latitante. Ma rivogliono la macchina. E questo sarà un problema.

I favolosi non stanno più insieme da tempo, a me dispiace, mi pare di essere orfana due volte. Anzi tre. O forse 4? Bah.

Ascolto con stanchezza e profondo dispiacere gli attacchi della chiesa e del pastore tedesco inquisitore contro di me e contro persone che, come me, si fanno i cazzi propri e non danno fastidio a nessuno (conta la strage di scleroderma fatta con il disinfestatore?). Sapere di essere una minaccia per la pace, una malattia, un insulto, una causa di disgusto, non mi ferisce neanche più, semplicemente di annichilisce. Immagino fosse quello che volevano. Direi, che per quanto mi riguarda, hanno vinto. Dicessero quello che vogliono, sono il miglior capro espiatorio che si possa immaginare. Sono anche una donna. Ed è strano come io mi stia accorgendo solo ora di quanta misoginia ci sia al mondo. Non me ne ero mai resa conto.

Stanca anche di attendere un riconoscimento ufficiale da parte della famiglia di Biancaneve, ho deciso che se ne andassero affanculo, adesso sono io che non ho voglia di riconoscerli.

Uno dei motivi per i quali ho smesso di scrivere qui, “uno dei” e non “il solo”, è stata la scoperta che il marito di Biancaneve medesima lo ha trovato. Mi ha dato uno strano senso di invasione e violenza. Strano a dirsi considerando che questo è un blog pubblico, reperibile su google e, con un po’ di pazienza e cazzimma, collegabile al mio nome e cognome. Ma è stata una sensazione forte, molto forte, che mi ha fatto sentire codesto blog – improvvisamente – lontano da me, opaco, torbido.

Oggi il centro dove lavoro ha chiuso definitivamente.

Non perdo il posto di lavoro, mi sposto a Roma. Dovrei esserne contenta. Salvo le mie 1200 euro al mese e mi assicuro la sopravvivenza. E’ una buona notizia.

Invece è doloroso.

Ne ho parlato spesso qui, in vari modi. Ci stavo bene, mi piaceva il modo di lavorare, mi piacevano e mi piacciono le colleghe, mi piaceva lo spirito, l’anarchia, la fantasia, la creatività, la solidarietà, l’entusiasmo, la collaborazione, il cazzeggio, le liti. Il piacere di svegliarsi la mattina per andare in un posto di lavoro ad incontrare amici con i quali condividere 8 ore facendo cose di ogni genere. Cose che comprendono la terapia ai ragazzi, ovviamente, ma non mi pareva il motivo principale.

Questa chiusura fa tristezza. Mi ricorda il penoso stato in cui versa questo paese. Mi ricorda quanto è importante, nei momenti di crisi economica, avere capri espiatori e capre da macellare.

I genitori sono furiosi, ma non serve a nulla, assolutamente a nulla. A nessuno importa. E alla fine si va tutti a far la terapia a Roma. Costi quel che costi.

Non so cosa succederà, non so quanto resisterò, non so quanto mi terranno lì, mi considerano un pessimo elemento già da ora. Sono troppo “aggressiva”.

Dimenticavo, a tal proposito, di menzionare una rissa durante una assemblea sindacale. Rissa da me provocata. Mi hanno  portato via in tre. MANTENITM!

Spettacolare.

Mi rifugio tra le braccia di Biancaneve e mi sento meglio (stiamo ancora qua, evidentemente).

E ora, veniamo agli auguri per l’anno nuovo.

Quest’anno non è facile.

Auguro a tutti la cannuccia giusta per restare vivi sotto queste badilate di merda che ci hanno rovesciato addosso.

E di trovare la giusta muta da sub, per far sì che la merda medesima non penetri sotto pelle e faccia di ognuno di noi materia decaduta e decadente della stessa specie di quelli che la merda la spalano.

Auguro a tutti di togliere le mani dagli occhi ed imparare a guardare in faccia la vita che abbiamo. Con lo sguardo fermo. Solido e orgoglioso, un filo sopra l’orizzonte, perché il mondo non finisce alla punta dell’alluce.

Auguro agli uomini che uccidono le donne, agli uomini che le donne le hanno uccise e a quelli che le uccideranno, di restare vivi abbastanza a lungo da capire che un omicidio non li ha resi più grandi, non ha risolto le loro depressioni, non ha spento la loro rabbia, non ha innalzato la propria autostima, non li ha resi più uomini, non li ha guariti dall’omosessualità. Che hanno solo ucciso. E perso tutto.

Non basta, lo so.

Auguro a tutti noi di sopravvivere dignitosamente all’anno che verrà, senza svenderci, senza tradire, senza perdere qualcosa di importante di noi.

Auguro a me e a voi di ricordare che la libertà è uno stato mentale, un delicato e prezioso stato mentale. Da curare e  nutrire con delicatezza e gentilezza, da preservare, da proteggere e far crescere.

Quindi siate tutti delicati e gentili . Siate protettivi con voi stessi e con il prossimo. Tenete lontani i pensieri puzzolenti, non aiutano e fanno male a noi e a chi ci sta intorno. Siate comprensivi con questi tempi di merda.

Siate assertivi, che serve sempre.

Siate pronti a difendervi.

Siate voi stessi.

Buon 2013.

P.S. Gatta Penelope è ancora viva, si avvia al 24esimo anno d’età.

Aggiornamenti

Soundtrack – Niente, perché con la chiavetta è complicato.

Ebbè, manco da molto.

E molte cose sono cambiate.

Immagino non solo per me.

Recalcitrante ho traslocato. Mi sono spostata al centro storico de lu paese. Ho una casetta con il terrazzino sui tetti. Come la desideravo.

Sarà stato il mio undicesimo trasloco, credo. Il peggio organizzato. Il più difficile.

La porta rotta, le utenze staccate, l’acqua che arriva il giorno del trasloco, troppi mobili, i primi giorni aggredita e divorata da insetti fastidiosissimi, impossibile avere la linea telefonica perché mancano linee disponibili, una cosa da secolo scorso; temperature infernali (asteco e cielo, si dice a Napoli; sopra di me solo le tegole) fino a 30 gradi nella stanza da letto di notte. Poi la febbre. Con 38 e mezzo non ho corso rischi di colpi di calore, devo dire.

Dicono che questo sia un brutto “quartiere” (come cazzo fanno a chiamarlo quartiere non lo so, sarà che per ognuno le dimensioni son personali e soggettive) e che non devo dare “confidenza a nessuno”. Ho risposto che vengo da Napoli, non da Stoccolma.

Ho naturalmente finito i soldi troppo presto.

Ma questa è la casa che volevo, credo da sempre e realizzo che, come al solito, non riesco a godere di quello che riesco ad ottenere. Che fa anche rima.

La R* ha detto che è una “nido sui tetti”, Biancaneve ogni volta che viene immagina nuove soluzioni di arredamento (ben sapendo che tanto farò di testa mia), il docfab è già venuto 4 volte,  e il tutto non è ancora come lo vorrei. Ma ci arriverò.

Di giorno le voci dal vicolo, gente affacciata alla finestra che parla al telefono, giovanissime madri che bestemmiano contro figlie di un anno e anziane signore che dispensano consigli. Nel palazzo odore di cipolla e aglio, bambine (con evidenti difficoltà di linguaggio) che pascolano nell’atrio, signore che non si fanno i cazzi propri. Le urla delle rondini che volano velocissime a caccia di cibo, piccioni che mi guardano con le loro facce di gesso dalla finestra del bagno. Una finestra piccola piccola con un bellissimo panorama. A volte immagino ci sia il mare, lì in fondo, e mi piace anche di più. Di notte si sente russare, le scorregge dei vicini, i colpi di tosse, uno di quei campanellini che suonano al vento, qualche macchina di tanto in tanto. Ho comprato un’amaca. Ci ho dormito una notte per disperazione.

Penso alla casa di prima e i suoi inverni gelati.

Pare che l’equilibrio non sia nel mio karma. Una cosa che non va ci deve stare per forza. A ricordarmi che niente è mai veramente facile e che niente può essere “perfetto”.

Naturalmente la sede di Monterotondo del centro dove lavoro chiude a dicembre. Pare ci sposteremo a Roma.

Per mia scelta non sono più rappresentante sindacale. E’ stato un periodo troppo faticoso quello, troppo costoso. In salute e affetti. Ci ho perso molto, davvero molto. Ma mi è difficile stare al mio posto ora, difficile contenere la rabbia e la voglia di fare qualcosa.

Ci sono varie cose in gioco. Certo, tutte molto egoistiche (marò che parola orrenda e obsoleta questa).

Questo centro è un’oasi assoluta. Poco controllo, molta autarchia, rapporti rilassati, piccole anarchie che alleggeriscono e non danneggiano, ambiente protetto, ecosistema perfetto. Difficile pensare di perderlo per andare a finire in un miserabile lager dove vige la regola del sopruso e della burocratizzazione. E del controllo. Eccheppalle.

E questa è la parte personale.

Poi c’è la parte che riguarda i pazienti. Deportati in un’altra sede. Alcuni dopo oltre 5 anni di terapia sotto casa.

Pacchetti da spostare. E sticazzi alle rivoluzioni che dovranno fare nelle proprie vite e nelle proprie organizzazioni.

Caratteristica del gruppo dirigente di questo centro è, senza dubbio, l’incapacità di considerare l’altro da sé. Una forma di autismo direi.

Bah. Vedremo.

Poi c’è tutto il resto. La paura che ho della “spending review”, il disgusto che mi fa l’utilizzo di parole in inglese per coprire lo schifo che significano in italiano. La paura che ho per questo paese, per i nostri destini (noi, quelli da 1000 euro al mese, quelli che ancora non hanno trovato un lavoro e non ne troveranno, quelli che lo perderanno a 50 anni, quelli che non hanno le stimmate per avviare la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quelli che camminano da 10 anni sull’orlo della fossa comune senza cadere e non sanno ancora per quanto potranno mantenere l’equilibrio, quelli che non ce la facevano da soli ma che da soli resteranno, quelli che hanno faticato per un futuro migliore e si trovano questo cazzo di futuro qui).

C’è un po’ di vento oggi in casa. Finalmente posso tenere spenti i ventilatori. E’ piacevole. Le zanzariere di fortuna sventolano lievemente. E’ bello da vedere.

La gatta Penelope, sopravvissuta anche a questo trasloco, si lascia pulire il pelo con sporadiche proteste e si abbatte sulla poltrona per dormire le sue 23 ore giornaliere. La guardo e penso che è sempre qui. Ancora. Dopo 22 anni. Mi commuove guardarla negli occhi.

Le tegole rosse della palazzina di fronte e le grondaie mi mettono una malinconica allegria.

Vado a sistemar.

Buongiorno a voi che ancora passate di qui e, in particolare, un abbraccio a Mah, lettrice e amica che, di tanto in tanto, mi richiama all’ordine con dolcezza.

Paura

Soundtrack: Nekta No Need To Rumble

Non credevo fosse possibile, sotto i cinquant’anni e dopo trenta anni di lavoro, ritrovarmi ad avere paura. Proprio paura.

Nuovi pazienti, nuovi ciccipiccoli.

DGS, ADHD.

Quand’è che ho smesso di chiamarli per nome ed ho cominciato a chiamarli per sigla?

Trenta anni fa le sigle dietro cui nascondere i bambini non le avevo. E avevo anche il fuoco sacro e inestinguibile del delirio di onnipotenza e la crassa ignoranza che porta sorprese ogni minuto.

Oggi ho sigle, ho vista lunga, ho precisa percezione di cosa sarà e come sarà.

Cazzo dovrò lottare, consumare energie, comunicare, contenere, accogliere, fissare paletti di cemento, sfondare muri, rassicurare, prendere botte, trasformarmi in un gigante, ascoltare, fermare, lasciar andare, trattenere.

E tutto questo per cosa? Per metterli ad un cazzo di tavolino ad imparare a leggere e a scrivere, per insegnargli ad usare articoli e preposizioni nella frase, perché imparino ad essere aiutati, per dargli i fottuti tempi di attenzione necessari per acquisire nozioni, funzioni, autonomie, relazioni.

Ma io non so neanche più se ne sono capace, se so ancora farlo, se ho le energie, la fiducia e la voglia di accettare la sfida. Cazzo IO-NON-LO-SO.

E mi fa paura da morire. Uscire dalla rassicurante bacinella fatta di DSL e DSA già pensanti, parlanti, educati e pronti.

Io non lo so se ci riesco a ridargli un nome e non una sigla a questi.

Io non lo so se ho la forza di scavare dentro le loro paure, dentro la confusione dei loro genitori, dentro le scuole insufficienti e inadeguate. Dovrei essere quella che non ha paura per accogliere e sfumare le paure di tutto il resto del mondo che ruota intorno a loro.

Ma io non lo so più. Non lo so più. Non lo so più. Non lo so più.

E il mio è un mantra di disperazione. Perché allora, cos’è che so io? io non so fare altro. Sto solo cercando di trovare il modo per fare quello che può bastare senza troppo sforzo, coinvolgimento, fegato e viscere. Sto solo cercando di risparmiarmi. Solo un po’. Solo perché non credo di essere più in grado.

Cosa ancora posso dare io?

Io non lo so.

Non provavo una sensazione come questa da anni. Forse dovrei prenderla come una buona cosa.

Poi ho paura di avere l’alzheimer. Davvero. Con i miei vuoti di memoria, i miei sperdimenti spaziali, i miei risvegli confusionali, i luoghi che conosco e non riconosco, la mia insonnia galoppante.

E ho paura di cambiare casa, di preparare di nuovo gli scatoloni, di organizzare il trasloco, di ricominciare daccapo.

Ho paura di chi imbroglia, di chi mente, dei falsi sé, dei cazzi pieni d’acqua.

Ho paura della menopausa che avanza come una goccia d’inchiostro nero nell’acqua che ho nel corpo.

Ho paura di restare sola fino alla fine dei miei giorni.

Ho paura che stiano uccidendo mio padre (ma questa è una lunga storia).

Ho paura delle cose nuove.

Ho paura di addormentarmi in macchina.

Ho paura di perdere quello che ho.

Ho paura mettermi in costume la prossima estate.

Ho paura che tutto questo sia diventare vecchia. Non grande, quello lo sono già stata. Vecchia, come forse è giusto che sia a questa età, malgrado le stronzate che si dicono in pubblicità.

Abbracciami forte amore mio, perché una paura così, si può solo accarezzare e consolare, si può solo guardare con gli occhi teneri di chi ama.

E lasciami piangere per un po’.

Perché non so che altro fare.

Presepe 2011

SoundtrackTwo Doors Cinema ClubSomething Good Can Work

Ogni anno, al lavoro, si fa il presepe. Questo ormai lo sanno anche i sassi. Abbiamo fatto il deserto, il mare, l’isola greca, la collina toscana, l’anno scorso il titanic e quest’anno il condominio.

72 appartamenti/monolocali. Uno per ogni cicciopiccolo.

C’era da scegliersi palazzina e piano, colore dell’interno, numero di abitanti e quale stanza della casa rappresentare. Al centro c’è un giardino. Nel giardino un palco da concerti. Lì ci va la natività che, puntualmente, ogni anno, dimentichiamo di mettere (l’anno scorso finì su una scialuppa).

La novità vera è stata quella di far venire i genitori a lavorare con i propri figli alla realizzazione del monolocale.

E ho visto cose che voi umani non potete immaginare.

Ho visto cose che mi hanno fatto commuovere e cose che mi hanno fatto incazzare. Ho capito che se un genitore mi sta sul cazzo ho il dito puntato e tutto mi sembra inadeguato. Se mi è simpatico giustifico la qualunque. Ho visto cosa “scende per li rami” e cosa rende più facile o difficile il mio lavoro. Ho visto affetto. Confusione. Ansia. Piacere. Imbarazzo. Curiosità. Strafottenza.

Un pomeriggio l’ho passato a guardare una madre e un figlio seduti al tavolino ikea tra das, colori, stecchini, stoffe e polistirolo. Loro chiusi in una bolla morbida, una placenta immaginaria. Il cicciopiccolo di solito iperattivo era calmo, seduto, sereno. A bassa voce si dicevano cosa fare, come farlo. Insieme impastavano e trafficavano. Non era pensabile intervenire. Mi ha trapassato il cuore da parte a parte. La natività erano loro. Essere madri e essere figli erano loro. Essere famiglia erano loro. Essere amati erano loro. Ho dovuto distogliere lo sguardo molte volte. Un’emozione troppo violenta per me, troppo difficile da sostenere. Maddiochebello.

Mi sono divertita a guardar madri che insallaniscono (=rimbambiscono, N.d.T.) figli maschi facendoli credere di far qualcosa mentre è niente che stanno facendo (i figli). Madri preda del peggior delirio di competitività che io abbia mai incrociato. Mamme capaci di accettare i più inguardabili prodotti del lavorio dei figli pur di vederli contenti, madri che hanno lanciato nel cestino produzioni ritenute “non belle”, madri imbarazzate dalla presenza delle terapiste, madri che non sanno lavorare in tridimensionale. Madri maestre. Madri spaventate. Madri cristallizzate. Madri liquide. Madri massicce. Madri alcolizzate alle 2 del pomeriggio.

Il presepone sta venendo bene. Ha qualcosa di caldo e morbido in sé che non so spiegare. Bisognerebbe vederlo.

Nel frattempo tutto questo interagire familiare e tutto questo osservare madri che fanno cose divertenti con i figli, ha come effetto rebound (si dirà così?mah?) il farmi sentire sola. Spaventosamente sola. Irrimediabilmente sola. Perché è così, il senso di solitudine ce lo devo avere di default, evidentemente e, credo, gran parte delle cose che faccio o che uso per riempire la mia testa, poco altro è se non un tentativo di tenere a bada la sensazione di non avere avuto e di non avere, mai, una placenta immaginaria nella quale sedermi e parlare a bassa voce.

A volte mi chiedo come ho fatto ad imparare ad amare (ammesso che io lo sappia fare) e perché mai un figlio non l’ho fatto.

Saranno bilanci da menopausa.

Inizio, poi vedremo

Soundtrack: Arctic MonkeysShe’s thunderstorms

Non so proprio di cosa scrivere, ma ne ho voglia. Molta voglia.

Ho riletto alcune cose scritte un paio d’anni fa e mi viene da sorridere guardando il mio livore, la mia rabbia e il mio bisogno di farmi notare.

Perché alla fine quello quell’è.

Non sarei in grado, ora, di analizzare la vita altrui e mia con cotanta presunzione.

Insomma, mi capisco ma non mi condivido più.

E’ vero, in parte è vero che il mondo è fatto di cose classificabili, riconoscibili e riconducibili ad un modello standard. E’ vero. Ma è apparenza. Armatura. Mimesi. Paura.

Credo sia un ragionamento da pancia piena, questo. Un ragionamento sul divano dell’amore assicurato e del quotidiano accompagnato. Per quanto nel mio caso si applichino parzialmente, assicurazione e accompagnamento.

Ma è così, il cuore caldo spaventa la paura e tutto sembra molto più sciolto, semplice e personale. Sto scialla, direbbero i giovinotti della capitale.

Non ho bisogno di appartenere perché appartengo. Non ho bisogno di sembrare perché sono, non ho bisogno di travestirmi perché posso farmi vedere nuda.

Questo succede, credo, quando ami e sei amata. E mi sembra di vedere tutta la strada fatta strepitando e sbattendo i piedi e agitando i pugni nell’attesa di incontrare l’incrocio che mi facesse smettere.

Ma che tenerezza che mi faccio.

Sto buona stasera. Stanca e buona. Tra poco comincia il presepe annuale al centro dove lavoro. Il tema è “il condominio”. Faremo dei palazzoni con appartamenti vari e ogni cicciopiccolo e il relativo genitore si occuperanno di costruire personaggi e oggetti.

Quest’anno lavoreranno con noi anche i genitori. Perché sono stanca di prendermela con le madri dei miei ciccipiccoli accusandoli di qualunque nefandezza e incapacità. Sono stanca di dare una colpa che non c’è e sono stanca, per l’ennesima volta, di riempire di responsabilità donne che si fanno un culo così dalla mattina alla sera occupandosi di due miliardi di cose contemporaneamente.

Cherchez la femme (ho dovuto controllare su google per vedere se era scritta bene). Ma chi cazzo l’ha detto?

Ho imparato, osservando Biancaneve da vicino, che le madri non sono una categoria. E neanche le lesbiche.

Le madri sono persone (donne, in particolare) che si assumono la responsabilità del nucleo atomico sociale. E lo fanno in maniera totale e assoluta. Anche quando lavorano, anche quando sono matte come cocuzze, anche quando so’ stronze.

E ogni madre educa un figlio in relazione ad una serie di variabili che neanche un elaboratore IBM potrebbe conciliare.

Vedo donne mettere insieme il bagaglio ricevuto “in dote” con le proprie aspirazioni (a volte coincidono, a volte DEVONO essere diversi), considerando il tessuto sociale di quel momento, mediandolo con il bagaglio e le aspirazioni di un uomo e centrifugare l’insieme per renderlo potabile ad un bambino che deve restare vivo per poter poi crescere al meglio di ogni possibilità. Il tutto scartando continuamente attentati emotivi, affettivi e sociali. E incastradosi periodicamente in un imbuto fatto di dubbi e incertezze e messe in discussione. E cambiando direzione all’improvviso, quando le cose cambiano, quando gli eventi lo chiedono, quando il gioco si fa duro. Il non previsto arriva e arriverà sempre, per quanto io veda ognuna di queste donne/madri cercare di pianificare e prevedere anche l’assurdo. In questo bailamme che sfinirebbe un ippopotamo, ci si deve anche dotare di biancheria intima sexy. Non ingrassare. Combattere la cellulite. Leggere libri. Conoscere il programma scolastico di tutto il ciclo della scuola primaria e secondaria. Comprare mutande a tutti e autoreggenti per sé. Fare la spesa e cucinare 14 piatti diversi in una settimana. Uscire la sera e fare bella figura senza addormentarsi con bavetta alle 10 e mezza sul divano del dirigente del marito. Saper aggiustare elettrodomestici. Non sfanculare i figli sotto i sedici anni quando ti sfrantano i coglioni alle 11 di sera perché non vogliono dormire e non spengono la nintendo. Fare il gendarme perché i suddetti figli si lavino, facciano i compiti e mangino decentemente, perché i mariti aiutino, le suocere si facciano i cazzi propri, le nonne non interferiscano, le amanti dei mariti non esagerino e i colleghi non ti facciano lo sgambetto. Pulire casa come un’impresa professionale. Mettere le scarpe coi tacchi. Fare i cambi di stagione al momento giusto. Decidere con 50 euro di comprare i pantaloni ai figli e non una maglia per sè, anche se sono passati 306 anni dall’ultimo acquisto decente. Cucire bottoni. Guidare la macchina come un driver professionista per arrivare in tempo a scuola, al basket, al catechismo, dai nonni, al lavoro, in ospedale dalla zia, dalla sorella depressa, dall’amica che l’ultima volta che l’hai vista il figlio era appena nato adesso sta alle medie.

E mentre sudano come foche in questo perenne movimento iperattivo, arrivano le voci di fuori. Non sono abbastanza educati. Non ti curi di te. Non sono abbastanza fighetti. Non scopiamo abbastanza. Non puoi prendere decisioni così rischiose. Non sta bene. Non è giusto. Non mangiano abbastanza. Non parliamo abbastanza. Non li responsabilizzi. Non puoi fare tutto, devi rinunciare a qualcosa. non si può mangiar pizza tutte le sere. Non ci sei mai. Sei troppo dura. Sei troppo arrendevole. Non sai gestirli. Sei ingrassata. Sei troppo ansiosa. Sei troppo protettiva. Li lasci troppo soli.

Mi pare che mi posso fermare. Ma ci potete aggiungere quello che cazzo vi pare. Tanto ci sta tutto.

Non sarà per tutti così, ma per la maggior parte sì.

Quindi non ho più voglia di ritenere colpevole una madre per ogni figlio iperattivo, inibito, dislessico, con ritardo del linguaggio, balbuziente, maleducato o rompicoglioni.

Le guardo e penso che fanno quello che possono. Al meglio di sé. Impregnate della loro storia, del loro dolore e dei loro dubbi. Con marchi a fuoco che io neanche conosco. Spaventate a morte ma sempre a far scudo. A volte in ginocchio, a volte in piedi, a volte con la testa nella sabbia.

Preferirei imparare a dir loro che va bene così, va bene. Che lo so che più di questo non credono di poter fare. E che qualcosa di nuovo, insieme, ce lo potremmo pure inventare. Per star meglio tutti.

Più sopra ho scritto che il cuore caldo spaventa la paura. Me lo devo ricordare anche quando lavoro.

Ma come sto romantica stasera.

Prossimamente un pippone sul potere sociale dirompente delle lesbiche.