Penso

Soundtrack: Plan BPrayin’

Non voglio sentire nessuno, stamattina.

Neanche Biancaneve.

Voglio capire.

Dove è andato il mio coraggio, dove è andato il mio orgoglio, dove è andata la mia anima ebraica errante. Dove e quando ho dimenticato che i punti di riferimento sono aleatori, labili, aquei, trasparenti. Solo un piccolo indicatore di direzione lampaggiante senza altro senso che un consiglio da seguire o no.

C’è qualcosa nel mio karma che persiste e si ripropone, che reitera, che non smette di tornare.

Il mio punto debole.

Il cumulo di sassi che ferma le mie strade.

Sono io che ho bisogno di pensare che le mie scelte dipendono dai fatti, dai contesti, dalle persone, dagli affetti, dalle persistenze.

E quando fatti, contesti, persone, affetti si sgretolano e svaniscono, resto nuda e senza il senso del movimento.

Perché sono qui? cosa mi ci ha fatto arrivare? cosa l’ho fatto a fare? perché mi sono fidata? perché ho sbagliato di nuovo? cosa non ho saputo vedere?

Mi arrotolo nei dubbi e nei fallimenti, mi spalmo sul divano dell’errore, mi avvolgo nella melma dell’ingiusto.

Naturale attacco di vittimismo. Non si sfugge.

Penso.

E che cazzo penso a fare?

La gatta mi guarda. Dorme 23 ore al giorno ormai. E soffre il freddo di questa casa fredda.

Oggi non sopporto nessuno.

E non sopporto parole che mi riportino ai dubbi che ho. Al senso fallimentare che mi governa oggi.

Alle tre di notte ho spostato la scrivania. Mi viene in mente quella lamentela tipica da condominio: ” ma che cazzo fanno questi, spostano i mobili alle tre di notte?”. Sì, succede. Serve. Aiuta. Fa sentire un po’ meglio. Ad essere mano educata avrei pure trapanato il muro.

Non ho fatto l’albero di natale, neanche quest’anno.

Ho un micro alberello rubato al centro dove lavoro. Sotto ci sono tre regali di Biancaneve. Mi ha comprato cose che mi servono. Cose che non mi posso comprare.

Forse non ho detto che, oltre ad essere in cassa integrazione, non ci pagano il mese di novembre e la tredicesima men che meno.

Ho le bollette sulla scrivania.

Che cazzo vogliono da me oggi co’ ste telefonate.

Devo fare il cambio di residenza ed ho paura che servano soldi per farlo.

Negli ultimi anni ho cercato di fare scelte che mi portassero ad una stabilità, alla possibilità di fare affidamento su di me. Lenta progressione, ma il fine ultimo è sempre stato questo. Ho cercato. Ci ho provato. Ci sto provando.

Ma non funziona, a quanto pare.

Ho messo anima e cuore in un posto di lavoro che ho dovuto faticare per farmelo piacere, ho trasformato in qualcosa che mi fosse compatibile, ho adattato al mio modo di lavorare.

Perché io non sono una logopedista seria, sono una cialtrona riciclata logopedista e abilmente mimetizzata in un luogo dove posso cialtronare senza troppe rotture di cazzo.

Al momento ho il terrore di rimettermi in giro. Non reggerei il confronto neanche con il cane del portiere di un centro di riabilitazione.

Ma cos’è, la sindrome di stoccolma?

Minchia, spero bene questo periodo duri poco, perché stare così non mi piace per niente, mi da fastidio e mi irrita.

Fanculo.

 

bad mood

Sountrack: Otep Special pets

Sono in condizioni pietose.

Mi vengono in mente quelle storie di gente in cassa integrazione che finisce in depressione ed alla fine prende a fucilate i colleghi.

E non mi faccio capace di avere una reazione così inutile e passiva.

Non sono incazzata, sono avvilita.

Non ho desideri di vendetta. Ho voglia di non uscire di casa.

Non ho sussulti di orgoglio. Sono spaventata come una maruzza.

Mi guardo allo specchio e mi vedo ingrassata, spenta, passiva.

Mi guardo allo specchio e vedo che le mie scelte sono sempre state dettate dalla certezza di avere il culo coperto.

E adesso ho paura.

Ho paura persino di licenziarmi.

Io. Che di questo non ho avuto paura mai.

Perché non mi pare di avere risorse, reti, supporti, coperte di lana per avvolgere il culo.

Mi guardo allo specchio e mi pento di aver fatto scelte basate su questo lavoro.

 Ed io lavoro per vivere, non ho mai vissuto per lavorare.

C’è un che di umiliante, credo di averlo già ripetuto più volte. Un che di umiliante del quale non vedo la radice. Non capisco cosa mi fa sentire così. Non mi sono mai identificata con il mio lavoro. Cosa mi succede adesso?

Mi sento lontana da me. Mi sento diversa da me. Mi sento altro.

Mi sento usata, ferita, incatenata, turlupinata, frustrata.

Capisco anche molto bene che non mi serve trovare un colpevole, non mi serve odiare o meditare vendette. Non mi serve.

Ma non trovo un barlume di energia manco a cercarlo con il lanternino. Che poi mi manca pure il lanternino. Perché il lanternino bisogna accenderlo. E non ho come accenderlo.

Mi ripeto mantramente che per queste sensazioni e per questo avvilimento ci devo passare per forza. Mi ripeto che è normale. Mi ripeto che mi devo dare tempo.

Va bene, va bene.

Ne verrò a capo.

Giaculatoria

Soundtrack: The Temper Trap Sweet Disposition

Non sopporto chi si affida ma non si fida.

Non sopporto chi parla e straparla senza neanche immaginare il peso specifico di ogni singola parola.

Non sopporto chi manipola persone o cose o fatti per poter arrivare alle proprie, incontrovertibili, conclusioni.

Non sopporto chi interpreta solo quello che vuole interpretare e vede solo quello che non vuole vedere.

Non sopporto chi dice “è stato lui/lei/loro.

Non sopporto chi si nasconde dietro l’opportunità, la necessità, il caso di.

Non sopporto il mio modo di stare in piedi sullo scranno con il dito puntato.

Non sopporto chi non capisce il costo ed il consumo dell’anima che ogni scelta comporta.

Non sopporto chi giudica senza sapere.

Non sopporto questo momento ibernato-congelato-cristallizzato che sembra un presepe con 20 personaggi fissi e risaputi e inamovibili e immobili e ben sistemati nel proprio ruolo.

Non sopporto la sensazione che ho di sentirmi Giucas Casella: posso mettere in una busta chiusa le risposte che 10 persone mi daranno domani alla stessa domanda ed essere sicura di aver indovinato anche le virgole.

Non sopporto questo guinzaglio stretto che devo portare al collo perché devo mangiare e devo bere e devo mettere benzina in una macchina che mi serve per stringere un altro po’ questo collare del cazzo.

Non sopporto le voci troppo alte, le voci troppo basse, i corpi che negano quello che dicono.

Non sopporto chi chi resta male quando scopre che le cose si devono guadagnare.

Non sopporto chi da per scontato.

Non sopporto chi mi sfranta i coglioni.

Non sopporto i pentimenti, la vigliaccheria.

Non sopporto chi cade dal pero ogni sacrosantissima volta che succede la stessa fottutissima cosa.

Non sopporto chi non sa mai niente.

Non sopporto chi ti dice quello che devi dire e quello che devi fare e come lo devi dire tu.

Non sopporto chi si nasconde dietro l’orgoglio del cazzo per nascondere l’incapacità di esporsi.

Non sopporto chi ha bisogno di colpevoli.

Non sopporto chi ha bisogno di innocenti.

Non sopporto il mio pensiero in loop, la mia prosopopea, la mia presunzione e la mia grettezza.

Non sopporto il karma, i chakra, lo zen e il cazzo del tiro con l’arco.

Non sopporto i miei tremori e la mia paura endogena.

Non sopporto certe sere in solitudine, quando sarebbe necessario riempirsi le orecchie di rumore.

Non sopporto il mio gatto, la sera, quando rompe il cazzo che vuole andare a letto.

Non sopporto i 7 chili che ho ripreso.

Non sopporto la stanchezza che sento.

Non sopporto me e l’energia che sto sprecando per una cosa che non sopporto più.

Buonanotte

Il tempo di una sigaretta

Per far due chiacchiere e dire che sono preoccupata, irrequieta.

Ne ho motivi, mi annoia parlarne.

Mi parlo da sola e mi dico che forse, è il caso, che io faccia i conti con le mie eredità personali.

E se cadessi di nuovo? se di nuovo non riuscissi a restar dritta e fare quel che devo?

Farmi le sigarette da sola mi rilassa.

Troppa energia in queste storie di lavoro e soldi e stipendi e diritti e doveri e informarsi ed esserci e mettere d’accordo tutti e mediare e non litigare e capire e mettere insieme.

Non sono neanche certa che le mie scelte abbiano un senso vero.

Ma ormai sono lì, a farmi le sigarette e pretendere di prendere in mano qualunque situazione io mi trovi davanti.

Una risposta per tutto.

Allpurpose.

E l’unica cosa che mi importa davvero, in questo momento, è stare vicina a chi voglio stare vicina.

Il mio loft procede.

La sigaretta è quasi finita.

A volte si riesce a ridere anche con la merda fino in bocca.

Ho le dita un po’ gialle. Vai di pietra pomice.

Pensieri come palline di ferro. Elettriche.

Che brutto paese è questo.

Ho visto il film di Ascanio Celestini.

Bellissimo.

Ma avrei preferito un film del cazzo, uno di quelli che fanno ridere o cazzeggiare. Quelli lievi e che non restano. Winnie the Pooh.

Respiro.

Sospiro.

Spengo la sigaretta.

 

Trasloco e Cassa Integrazione

Soundtrack: Devendra Banhart Can’t Help But Smiling

Ho cambiato casa.

Vivo a Monterotondo, adesso, in una casa affettuosamente denominata “loft”.

E’ grande e malleabile. Da aggarbare con gioia.

Sono state settimane convulse e asmatiche.

E’ vero, non ho più molte cose lesbiche da dire. Ho da parlare di miserie italiane e guerre quotidiane che condivido con il 60% della popolazione.

Almeno sono passata da una minoranza ad una maggioranza.

Mi rifiuto di aggiungere un aggettivo quale che sia.

E, comunque, appartenere ad una categoria, alla fine non è una gran bella cosa. Ha i suoi pregi ed i suoi limiti.

Certo, in quanto lesbica, non posso finire in cassa integrazione.

In quanto logopedista operante nel lazio, sì.

Oh bè, son nervosetta.

Parliamo prima delle belle cose.

Questa casa è sociale, è solo mia, è grande, mi fa venir voglia di trovare quelle soluzioni McGyver che ho sempre profondamente amato. Non ne ho preso ancora del tutto possesso, ma ci sono quasi.

Monterotondo, tutto sommato, è uno di quei posti piccoli ma non troppo, dignitosi e autosufficienti che mi piacciono. Se ci fosse il mare…

Il tempo è autunnale, questa grande finestra si apre sugli alberi e un pezzettino di campagna oltre la strada. Va bene così.

Quello che mi porto dietro, da dieci traslochi a questa parte, mi basta per l’essenziale.

La gatta Penelope è talmente abituata, ormai, che non si lamenta neanche più. Amore di gatta vecchia. Sempre più highlander.

A Biancaneve questa casa piace molto, abbiamo qualche incompatibilità nella concezione di arredamento, ma si riesce a mediare. E mi piace che ci sia la sua mano e la sua impronta intorno a me. Mi rilassa.

Inutile dire che la proprietaria di questa casa è lesbica, secondo me, come del resto la sua amica, l’agente immobiliare e la socia dell’agente immobiliare. Un lesbicaio. Tutta Monterotondo mi pare un lesbicaio, però. Forse il mio gaydar si è incantato.

Poi il resto.

Il centro chiude, almeno quello che ho a 80 metri da casa mia. Verremo transumate a Roma, a pochi minuti da dove abitavo prima.

E’ karma questo.

Nel frattempo, nel tentativo si mantenerlo aperto, questo posto, mi ritrovo a conoscere politici vari ed eventuali. Ed ho scoperto cose che non mi aspettavo affatto.

Che sono raggiungibili, questi politici, che non ci vuole molto ad incontrarli e parlarci e chieder qualcosa. Ci vogliono meno dei famosi 6 gradi di separazione.

E che, per la maggior parte, sono viscidi; sono venditori, agenti di commercio e burini ripuliti pure male. 

Qualcuno si salva. Ma pochi.

Lumache che mostrano i muscoli. Muscoli fatti con i pezzi di carta segnati con la croce fatta con la matita copiativa.

Evidentemente per fare politica bisogna essere dei vermi dentro e fuori. Vabbè.

In questa tempesta di vento, cerco di mantenere rapporti e creare conoscenze in vista di un futuro diverso, fatto di qualcosa che sogno e desidero e fatto di qualcosa che serve e migliora la vita.

Forse va in porto, forse no.

Ci toccherà, se non riusciamo a trovare qualche soluzione alternativa, una Cassa Integrazione Straordinaria in Deroga per un mese e mezzo.

L’idea non mi piace.

Prenderò la CIGS come una vacanzetta. Un mese e mezzo di farniente.

Nel frattempo cerchiamo, sindacalmente parlando, di opporci, e scopro che non c’è modo di opporsi a una mazza di niente. Proprio.

Eppure sarebbe logico poter far qualcosa per difenderci. Non siamo mica schiavi, siamo persone che lavorano. Nel mio caso non si può dire che siamo produttivi, però.

Vedremo cosa fare.

Forse vi terrò aggiornati.

Oggi è venuto il docfab a vedere la casa.

Son contenta.

Intorno a me le cose cambiano. Velocemente.

Dentro pure.

Alla prossima

 

 

 

Di male in peggio.

Lavoro.

Si parla di lavoro.

La letterina che accompagna la mia tessera sanitaria nuova, recita: “alla scadenza, se verranno confermate le condizioni per l’assistenza sanitaria…”.

Sarò pessimista, allarmista e particolarmente reattiva, ma questo mi preoccupa.

L’idroamministratore del centro di riabilitazione accreditato presso il SSN per il quale lavoro ha, ieri, lanciato ridacchiando le sue proposte per il futuro.

Fantastico.

Dopo Monterotondo chiuderà anche Ostia e, infine, visto che ci troviamo, un po’ di licenziamenti dei dipendenti a tempo indeterminato che, si sa, tecnicamente, alzano il costo dell’ora di lavoro con il loro essere inutilmente tutelati.

La Fiat se ne fotte degli accordi e fa quello che gli pare, notizia di stamattina.

Ridacchia, il coglione, si diverte credo. Sta cominciando a piacergli il potere che ha scoperto di avere. Il ragazzetto con la felpa quechua e le scarpe bucate, gioca a fare il potente.

Ma che allegria.

Vorrei firmare le dimissioni domani, ma la ragione mi dice di aspettare di avere altro da fare.

Ma questa barca sta affondando ed io ho paura di affogarci insieme.

Stamattina mi tocca avvertire le colleghe che non c’è nulla da fare ed è bene che ognuno trovi il modo di pararsi il culo e fermare i genitori dei nostri ragazzini.

Loro si stanno organizzando per trovare fondi per sostenere il centro e far rimanere aperta la sede.

Li devo fermare, mi sembra il meno.

Per il resto non so, sono cupa oggi. Almeno non fa caldo. Peccato mi sia dovuta svegliare presto.

Santa pazienza.

domani

Domani parlerò al nostro idroamministratore.

Perché? e perché davanti ai genitori che lui sta per sfanculare?

Perché non posso fare a meno di alzarmi in piedi e dare voce a qualunque sussurro mi arrivi da qualunque fottutissimo lato.

Mi fa sentire viva, attiva e operante. Costi quel che costi.

Da quando ho avvertito che avrei parlato, ho tenuto lontani i pensieri e le parole per dirlo.

Perché non ho idea di cosa sto per fare.

In realtà mi sento più depressa che incazzata. Il mio è un colpo di reni. Mi è necessario incazzarmi. E’ per la mia sopravvivenza.

Fermo restando che il lavoro e lo stipendiuccio mi restano, per ora non li perdo e, che, ulteriore benefit, lavorerò dietro casa mia, è la mia psiche che va a puttane.

Sono arrivata a Monterotondo cinque anni fa, mollando la mia città dalla sera alla mattina.

Mi sono chiesta dove cazzo ero andata a finire.

Beghe interne da capate in bocca, odi sotterranei e sopraelevati, microgruppi in contrapposizione, senso del territorio da pastore maremmano, sguardi obliqui, zizzanie come piovesse, noia mortale.

Dopo due anni sono arrivate persone e cambiate persone ed è stato possibile muovere il pantano.

All together.

Lavoro da 25 anni e di posti ne ho visti molti (ho visto cose che voi umani…) e quello che si è creato in tre anni è il miglior ambiente di lavoro che io abbia mai vissuto. Il miglior gruppo di lavoro.

E abbiamo buttato il sangue per metterlo in piedi.

Le tirocinanti del corso di logopedia di Ariccia chiedono di venire da noi (ad Ariccia non si fanno solo porchette, ma anche logopediste), siamo conosciuti come un posto dove si lavora bene, si riabilita bene, si sta bene.

Fanculo.

E tu chiudi l’unica risorsa che hai. L’unico centro che ti funziona. L’unico gruppo di lavoro che non ti ha mai rotto i coglioni con le cazzate. Le questioni personali ed interne ce le siamo sempre risolte da soli.

Una sola cosa non ha mai funzionato, Tu e la Tua Fottuta Amministrazione.

Ma questo non lo posso dire.

Non posso dire che penso non sappia fare il suo lavoro, che toglierci dal territorio è una sconfitta e una mossa autolesionista, che dimostra di mancare di rispetto al lavoro che facciamo.

E sulla lettera che ha inviato alla regione, alla sPolverini, alla asl e a mammeta, ha pure sbagliato il numero di terapisti che lavorano qui ed è stato impreciso e generico nello spiegare che lavoro facciamo.

Umiliante.

Eppure maciniamo quasi la metà del suo fottutissimo fatturato.

E se guardo le cifre di sui si parla mi sale il sangue agli occhi.

Il budget di questa azienda è di 2 milioni di euro e spicci all’anno.

Fanculo ancora.

Su quel territorio non c’è niente. Niente che sia neanche lontanamente simile al lavoro che facciamo noi. Niente che funzioni altrettanto bene. E, per noi, funzionare vuol dire dimettere bambini o attivare reti sociali che gli parino il culo, ai bambini.

Bambini.

E mi verrebbe da dire, ancora una volta, agli abitanti di questo paese di merda, di guardarsi intorno e guardarsi anche le spalle. Se una potenza industrializzata non riesce a permettersi un servizio sanitario decente e inizia a limitare il libero accesso alle cure anche ai bambini: siamo fottuti.

Ma il nostro idroamministratore è come quella chiavica che ci governa. Né più né meno.

Arrivano tempi duri e, allora, per prima cosa si taglia quello che funziona. Per meglio giustificare il macello che verrà dopo, quando sarà rimasto solo fango da spingere nelle saittelle.

Oh, ma non è questo che dirò, almeno non credo.

Vorrei cercare di restare neutra e un filino oggettiva.

Che sarebbe a dire che esiste babbo natale e il PIL è in crescita.

Idealista del cazzo che sono.

Questo gli dirò. Che sono un’idealista e credo che anche un Donatore di Lavoro debba sentire la responsabilità dei suoi dipendenti, del servizio che offre e dei “clienti” che son creaturi e famiglie sbandate e confuse.

Che spazzare via una risorsa è da folli, perché io mi sento una risorsa, mi sento spazzata via e penso, incazzata come un varano, che lui sia folle.

Che i bambini non sono bulloni, sono bambini.

Che noi non siamo cinesi, siamo logopediste.

Che né noi né i genitori dei nostri ragazzini siamo deficienti abbastanza da perderci il nucleo della scelta che lui sta facendo.

Vorrei spiegargli cosa facciamo. Vorrei spiegargli chi sono questi ragazzini. Vorrei capisse cosa ci è voluto per arrivare ad essere quello che siamo.

Vorrei non chiudesse.

Non credo di convincerlo.

Non credo.

 

 

La foto che posto stasera è la sala d’attesa del Pronto Soccorso Oftalmico dell’Ospedale Pellegrini di Napoli.

Perché quello, quell’è.

Schiavi e padroni

In tempi come questi, in tempi bui e duri come questi, chi ha vista lunga e pelo sul cuore, sa esattamente cosa fare.

Si aprono voragini che succhiano dentro il coraggio delle persone, l’orgoglio, a volte persino la dignità.

Non è poi cosa difficile spingere delicatamente masse di gente sul ciglio di quella voragine e poi tenerla lì, volente o nolente, con un paio di mosse neanche troppo celate e neanche troppo cervellotiche.

Ed è quello che si vede se ci si guarda intorno. Non è fantasia: è lavoro che va via, qualità della vita in anoressia, diritti scomparsi nel nulla del pensiero concreto e gretto.

Una voce sottile e serpentesca continua a ripetere nelle orecchie di tutti “potresti perdere quello che hai, forse lo perdi, ecco, vedi, forse non c’è già più”.

E si ghiacciano le vene dei polsi, tremano le tempie, le mani si serrano cercando di tenere quel che gli appartiene, quel che si pensa gli appartenga, quello che appartiene ad altri troppo distratti ed sognatori per farci attenzione.

Sono i momenti di guerra tra miserabili. Miserabili che non avevano niente, non hanno mai avuto niente e mai niente avranno, ma che si sono riempiti gli occhi, per anni, del nulla assoluto ben impacchettato. Quello stesso nulla che credono di dover difendere con unghie laccate e denti sbiancati.

E si profilano con chiarezza le differenze sotto la luce fredda di un sole al quale non riesce a far caso nessuno. Un sole che forse potrebbe essere a pagamento. Con il disco orario.

Tu sei schiavo.

Lui è padrone.

Quello è schiavo.

Tu sei padrone.

E diventa facile riconoscerci. Ognun per sé. Schiavi con schiavi e padroni con padroni.

E gli schiavi sono indegni quanto i padroni.

Tutti senza possibilità di scelta. Perché nessuno può andare contro la propria natura.

I padroni digrignano i denti forte e chiaro perché il nulla sonante che si sono guadagnati spellando ogni singolo schiavo e tutti i suoi collaterali non deve, NON DEVE, essere toccato. Anzi, deve crescere. Crescere e moltiplicarsi perché sia evidente e incontrovertibile che, quello che hanno loro, appartiene a loro e a nessun altro. E’ esclusivo, è unico, non può essere conteso perché nessuno ne ha il potere o la forza e tantomeno il diritto.

E quello che ci si “guadagna” sulla pelle di un altro va difeso con particolare attenzione e cura, loro lo sanno, perché domani mattina un altro padrone può essere cresciuto abbastanza da spellare con gusto e perizia anche te. Padrone di questo cazzo.

Questo è il sistema capitalistico, ladies and gentleman. I padroni ormai si spellano da soli ma son troppo bravi per farsi fottere. Gli schiavi non hanno più un cazzo di niente da farsi fottere da nessuno.

Che discorso antico… desueto e obsoleto. Ma la parte peggiore ha da arrivare.

Perché in questi momenti bui, questi momenti in cui gli schiavi si ritrovano quello che sono: schiavi in un mare di merda, e i padroni quello che sono: condannati a vita a depredare e difendersi nuotando in un mare di merda, le voragini che si aprono non valgono solo per me.

Qualcuno che si nutre di odori e non di puzze, qualcuno che crede che la vita sia altro da questa catena dissennata al collo, qualcuno che pensa e che, magari, pensa addirittura di essere degno di rispetto, esiste.

E troverà voce.

E alzerà la polvere.

E mostrerà la faccia senza aver paura.

E quando succederà, sarà solo.

 

 

Domani sera

pallaalpiede

Soundtrack: Depeche Mode Wrong (in una pessima registrazione, in verità)

Domani sera la prima dello spettacolo. E io sono esausta. Esaurita. Rinsecchita. Vuota. Stropicciata.

E non per il motivo giusto e bello, ovvero per lo spettacolo, io, non ho fatto un cazzo.

Ma per tutt’altro.

Questo lavoro di merda mi risucchia via brandelli di anima.

Sono incazzata come un varano con questo universo mondo e forse anche con quello parallelo.

Mi sono rotta il cazzo di interagire con queste quattro mezzecalze del cazzo, di sprecare energie e vitalità per coprire il culo di un gruppo di chiavici che, per quanto mi riguarda, potrebbero finire sotto i ponti.

Non lavoro più, non esco più, non sono riuscita a godermi la preparazione dello spettacolo per stare appresso alla stanchezza fisica e mentale di questa mmmerda di settimana da “rappresentante sindacale” di questo cazzo.

Odio interagire con la miserabilità altrui, rimestare le mani nei rifiuti umidi che certa gente riesce a produrre. Odio scontrarmi con la piccolezza mentale, con la sete di potere immotivata, con la manipolazione fanfarona e sputtanata di gente che non merita neanche di tagliare le unghie al mio gatto.

Sono incazzata con me per quanto mi faccio portar via, per quanto mi lascio coinvolgere, per quanto mi prendo sul serio, per quanto mi sento nella parte.

Cazzo ho la prima di uno spettacolo che desideravo fare da 15 anni, che Alice ha reso possibile, che sta accadendo ORA. E io sono troppo ammappuciata per godermelo.

Mi son presa due giorni di nonsocosa. Perché non ne posso più.

Andassero affanculo loro e le loro miserabili pretese, l’azienda di questo cazzo che sta fallendo e si fa le marchette sul nostro lavoro, i contratti di solidarietà di chi ti è stramuorto invenzione dello psiconano per parare il culo agli imprenditori, le riunioni insultanti e insultate, il comitato genitori che si permette di mettere in dubbio il nostro lavoro, gli accordi economici sudati e guadagnati messi in discussione da mentalità del cazzo che lasciano nella merda me, che le trattative le VIVO, le amministrative che parlano solo per dire che hai fatto una cazzata e poi davanti al capo si mettono la lingua in culo, le colleghe che mi vedono a pezzi e se ne strafottono, quelle che non capiscono mai una mazza e cadono dalle nuvole. E non finiscono sull’asfalto, purtroppo.

E affanculo a me, che dovrei pensare ad altro.

Domani sera ore 21.00 (ma anche venerdì e sabato, domenica ore 18.00), Teatro Manhattan in via del Boschetto (traversa di via nazionale) comincia lo spettacolo da me scritto e da Alice interpretato:

IO STO UNA FAVOLA, E’ NAOMI CHE NON STA BENE.

Avrete occasione di vedere dal vivo la potenza espressiva della Alice e l’ectoplasma di Penelope.

Hot week

Soundtrack: Questa

Molte cose, in realtà, sono successe in questa settimana.

Lo spettacolo è pronto e, per la prima volta, mi hanno permesso di assistere alle prove.

L’ho trovato bellissimo.

Alice è brava, veramente brava e, per quanto si possa pensare che le mie siano parole affettive, io mi sento obbiettiva e seria. Invece.

E’ tutto anche meglio di come l’ho immaginato. Da non credere.

Sono rimasta paralizzata come al solito. Senza riuscire a dire una sola parola. Faccia inespressiva. Respiro assente. Occhio vitreo.

In pratica più mi emoziono e più vado in tetraparesi. E meno male che con gli anni uno dovrebbe imparare a gestire il proprio lato emotivo.

Mi sa che il mio non è un lato. Sennò si risolverebbe con una emiparesi (battuta accessibile a pochi, mi sa).

Lo spettacolo è nel Calendario Eventi del Gay Pride.

E così è andato anche l’anonimato…

Sul lavoro mi ritrovo, per l’ennesima volta, ad avere a che fare con gente che ha la segatura nell’anima e che, per uno scampolo di potere da miserabili, venderebbe non la sua, ma la mia, di madre.

Thanxgod ho altro. Lo spettacolo, gli amici, Biancaneve.

Ho il dubbio che qualcuno si sia fatto una immagine di me del tutto fuori sincrono e fuori realtà. Si vede che ho sbagliato qualcosa.

Soffro per la situazione economica oltre ogni ragionevolezza. Al di là delle impossibilità quotidiane che ho e che, di base, dejà bastano, il non poter fare un regalo, offrire una birra, pagare qualcosa, mi strappa dentro. Non sono abituata, non è da me, mi sento una scroccona avara e ingrata. Orrendo. Assolutamente orrendo.

Trovo richieste di aiuto su questo blog e non so cosa rispondere. Non ho risposte, appunto, e non sono d’aiuto. So scherzare con gli stereotipi, so giocare con le parole, so far la figa a chiacchiere, ma non so cosa dire ad una persona che non conosco e che vorrebbe sapere chi cazzo è e che cosa vuole dalla sua vita. Questo neanche alle persone che conosco.

Tra poco torna il fab. Non so come sarà rivederlo. Mi fa rabbia il solo pensarci e non credo neanche verrà a vedere lo spettacolo. Immagino se ne strafotta. Anche di questo.

Oggi mare. Niente bagno che l’acqua di Ostia faceva schifo pure alle zoccole di fogna. Ma molto sole.

Sono stanca. Stasera sono stanca e non so perché.

Bonne nuit

Report

Soundtrack:

Settimana infernale.

Stasera sufficientemente ubriaca mista a stanchezza cosmica.

Locale etero con karaoke per compleanno collega. Buffo il mondo degli etero. Secondo me si divertono di più di noi LGBTQ.  O almeno con più leggerezza. Nello stare iniseme è contemplato il divertirsi e basta, senza stare, contemporaneamente, a cercare la scopata serale.

Almeno mi pare, ma sono sufficvientemente ubriaca mista a stanchezza.

Me fa mal’ ‘a cap’.

In questa settimana densissima, mi pare di aver capito un paio di cosette fondamentali.

Sono capace a far marchette e porcate di ogni tipo.

Ho tendenze manipolatorie di bassa lega che, però, dato che sono contornata da gente che sta peggi’ ‘e me, funzionano pure.

So reggere i secondi fini, so espormi per il cazzo del comodo mio, so muovermi come una serpe per ottenere quello che voglio.

Non è granché, ma torna utile.

Almeno nel lavoro, mi pare.

Sono persino convincente. Pensa te.

Ed è tremendamente stancante.

Mio caro amicodelmuretto, l’ho pure scritto il post che mi hai chiesto, ma lo pubblicherò più in là, giusto così, per non far vedere che sono romai una prostituta della penna. Comunque ti ringrazio della fiducia. Mi lusinga.

Mio caro ciccio, se ti azzardi a sparire, ti seguo in Siberia.

Mia cara Penelope, fatti chiamare vodafone.

Ed è tutto così falso.

Difficile da spiegare. Sono due giorni che tengo un comizio all’ora al lavoro. C’è un obiettivo, un progetto e non cerdevo di essere non dico in grado, che mi pare troppo, ma disposta ad occuparmene.

Thanxgod la dialettica non mo manca.

Ma è difficile spiegare quanto questo mi allontani dalla realtà.

Poi ci sono un altro paio di faccenduole che sto mettendo in piedi.

Non mi pare vero, pure multitask, mi ritrovo. Io, la regina dell’accidia.

Ops, non mi sono struccata. Sai domani che mi ritrovo in faccia. E mi si impigliano i naselli degli occhiali tra i capelli pieni di spuma. Un’immagine di quelle che ti fanno volare la fica dalla finestra.

Non vedo più un cazzo a nessuna distanza. E mi lacrimano gli occhi. Vai dall’oculista invece di rompere il cazzo.

Potrei andare avanti a scrivere all’inifinito, stanotte. Quindi stacco.

Dio che nausea.

Tre bud e le vomiterei con gli interessi.

 

Fuochi, spettacoli e bugie

torciaumana

Soundtrack: The Prodigy Firestarter

– Messaggio del tutto personale per R* e Alice: mi si è sfrantacagnato il cell e i vs numeri di telefono non ce li ho segnati da nessuna parte. Volevo chiamare stasera, ma proprio non so come fare, non posso mandare neanche sms, mi si può solo chiamare – e, inoltre – to whom it may concern sapeva esattamente come avrei reagito e cosa avrei fatto, step by step. Il che me la dice lunga. D’altra parte, non è un tipo da gesti impulsivi e immotivati. And now shut up, Penelope –

Ma quanta gente busciarda esiste al mondo?

Non sono contraria alle bugie in sé per sé. Vivo di improbabili giustificazioni per ogni mio ritardo cronico, per le buche che elargisco a profusione e per le mie dimenticanze.

Non parlo di quello.

Parlo delle bugie che si usano per coprire la miserabilità d’animo.

Quelle parole e quei modi ventosi e sabbiosi che dovrebbero servire a far credere alla “platea” umana che si è fatti di altra pasta che non sia quella fecale.

Non lo capisco tanto. Non capisco neanche come si possa credere di riuscire davvero ad essere convincenti.

magari si può esserlo, quando la patologia avanza a tali livelli da non essere neanche più curabile. Comunque, sopravviveremo.

Il micro-week end a sansiti è stato denso. Le prove per lo spettacolo hanno inizio e il delirio avanza indisturbato. Rifare una cosa messa in piedi vent’anni fa è, in realtà, complicatissimo. Perché è difficile uscire dall’innamoramento di scene e vissuti legati ad un periodo solare e vitale.

Ma certe cose sono talmente improponibili che c’è da riderne fino a morirne.

La nuova truppa ha, ovviamente, una età media di 50 anni. Peraltro un lesbicaio. Le mie ex si sono consorziate e inciuciano all time long. Volano epiteti, soprannomi, insulti velati ma anche no. In un tripudio di dissensi e di resistenze al movimento fisico.

E saremo in un teatro da 1500 posti. Marò che figur’ ‘e merd’.

Ma ce la faremo.

Mi si chiede di tornare a Napoli, non riesco a spiegare perché non voglio tornare. O meglio, non riesco a far capire il mio diniego. Non riesco a far capire che sarebbe comunque una sconfitta, per me, dentro. Preferisco patire e guerreggiare qui. E’ pur sempre altro da quello che ho già fatto e visto. Non del tutto, ad essere sincera. Ma è comunque altro. Non ho voglia di tornare dov’ero. Bah, non lo so spiegare.

Fuoco. Quello è nella mia testa, nel mal di testa che ho avuto stanotte, così forte non lo avevo da almeno vent’anni. Il fuoco è nelle mie reazioni costantemente bruciate e brucianti. Nel mio partire prima di pensare, nel mio accendermi per ogni cazzo di puttanata mi venga detta, nel mio rispondere a quello che mi ferisce. Nel mio farmi carico di cose che manco mi appartengono.

E sono così facile da accendere che a breve mi metteranno il sistema antibambino di sicurezza. Con un ddl, credo.

Non mi pare che il passare degli anni mi spenga. Affatto. Mi pare pure di peggiorare.

Non vorrei essere così. Vorrei avere quella calma interiore da buddhista conclamata. Quella lucidità che ti permette di pensare e non scattare, di osservare e non scalciare, di accogliere e non devastare.

Nella mia wish list dell’anima c’è uno sguardo sereno sulle cose del mondo. La distanza giusta, quella che ti permette di occuparti delle cose e delle persone senza esserne toccata, senza vulnerabili pezzi di pelle scoperti e reattivi.

La mia vecchia gatta ed io siamo diventate due pazze borbottanti. Uguali, proprio.

Buonanotte, gente varia, vado a nanna che ho dormito poco e male.

Un’ultima, piccola nota piacevole: mi accorgo che le persone che conosco hanno avuto, alla canzone del piccione di comunione e liberazione, reazioni indignate e disgustate. Io so che, se non avessero conosciuto personalmente almeno una lesbica nella vita, non ci avrebbero neanche fatto caso.

 

Piccole lesbiche crescono

Soundtrack:

Capitolo 1 – ricordi da ospizio

Ho iniziato a leggere verso i 4 anni e mezzo, tanto per sminuzzare le palle a mia sorella che faceva i compiti il pomeriggio. Intorno ai 6 ho letto il mio primo libro. “L’isola del tesoro”, regalo per sfangare il pomeriggio dopo l’operazione di adenoidectomia. Nella mia era le adenoidi erano ritenute licheni superflui che rendevano anche un po’ scemi, e i bambini esseri privi di sensibilità fisica e psichica operabili live e a mani nude. Come i vecchi, la prendo sempre troppo alla lontana. “Piccole donne” e “Piccole donne crescono” di Luise Mae Alcott sono stati la mia bibbia intorno agli otto anni. Anche “I ragazzi di Jo”. L’ultimo non me lo ricordo. Si ragionava stasera, con la R*, che se si aveva qualche dubbio, a ricordarsi quanto ci siamo potute innamorare di Jo, li abbiamo fugati tutti. Eravamo lesbiche da subito. Com’è che si chiamavano quelle tre miserelle sorelle? Amy e Beth me le ricordo. Una muore. Pure. Ma Jo era IL mito. I capelli corti. Ragazza fattiva e senza orpelli. Faceva giochi da maschio. Era ribelle  e molto handy. E che cazzo di fine le fanno fare? sposata ad un maestro inutile e privo di midollo. Un minollo. La rabbia che mi prese. Sarà stato un matrimonio di convenienza. Omosessuali tutti e due. Sicuramente.

Lesbica si nasce. E’ evidente.

Capitolo 2 – Lavorare stanca

Domani mi tocca andare allo sciopero generale dei metalmeccanici. Mi tocca proprio. Non mi posso esimere. Cazziatoni a go go perché non ho preparato gli striscioni. Accordi sottobanco per farmeli “imprestare” da chi li ha fatti. Al lavoro giriamo con i nasi da pagliaccio in faccia. E’ la nostra protesta. Veramente è la protesta degli specialisti ma noi solidarizziamo. Naturalmente la cosa è troppo sottile per essere compresa dalla nostra utenza minimalista. Ma a noi va bene così. Si mangia anche a dismisura. Qualsiasi cosa sia commestibile e ininterrottamente per tutta la giornata.

Il colesterolo ringrazia e anche il mio invidiabile, e prossimamente perso, fisichetto.

Capitolo 3 – Folgoranti considerazioni

Non riesco più a capire che impressione faccio alle persone con le quali interagisco. Non mi rendo conto. Non mi viene in mente. Non ne ho idea. Prima lo sapevo. O quantomeno immaginavo di saperlo. Suppongo di avere smesso di guardarmi con gli altrui occhi. Non mi è chiaro se sia una buona cosa. Potrebbe semplicemente essere un segno di psicosi avanzante. E’ un po’ spiazzante però. Prima avevo in mente cosa volevo sembrare e mi pareva di riuscirci perfettamente (niente commenti pliz). Ora non me ne fotte proprio di sembrare qualcosa e non so cosa pensare. Poi vedo le reazioni di taluni e mi stupisco come un’idiota. Il mio narciso è confuso e non poco. Mi capita financo di sentirmi sicura e determinata. Insisto con la teoria della possessione in alternativa a quella della schizofrenia o della doppia personalità. Non si spiega altrimenti. Certo, la superbia progredisce e la tracotanza pure. Mi sono anche convinta di essere capace di ottenere quello che decido di ottenere. Delirio di onnipotenza. Bisognerà trovare un equilibrio.

Farmacologico, appunto.

Capitolo 4 – Amici

Strano accorgersi che si possano avere difficoltà di comunicazione con le persone con le quali si è più abituati a comunicare. Il fatto è che di solito non dico quello che sento e, soprattutto, se qualcosa mi ferisce o mi sgomenta, lo impacchetto e lo chiudo da qualche parte. Naturalmente, una volta esaurito lo spazio per i pacchetti conservati, ho esplosioni immotivate e ingiustificabili che tendono alla devastazione del territorio. Ultimamente sono, invece, piuttosto incontinente. Questo mi alleggerisce. Ma è anche faticoso. Ma anche no. Ho sempre pensato che dire quello che penso quando lo penso, possa allontanare le persone cui tengo. Ferire in modo irrimediabile. Uccidere magari. Quindi meglio lasciar perdere. Scopro ora che tirar fuori una cosa alla volta è gestibile, non fa troppo male, può essere discusso e ridimensionato, anche confutato per intero. E non muore nessuno. Nessuno si fa male. Non si smette di voler bene (terrore primordiale). E’ anche una responsabilità, se dici puttanate, le hai dette; se dici cose forti, le hai dette; se dici “questo mi ha ferito”, hai mostrato la tua pelle. Come se gli amici non sapessero già quanto sei fragile e dove fa male. Cretina che sono. Ti voglio bene, adolescenzialmente lo metto per iscritto, e ti voglio bene perché mi stai bene così e basta. Ci si dovrà riassestare un po’.

Pampers?

Capitolo 5 – Crisi di mezza età

Ziasaimon ed io siamo nella crisi dei 46. La R* è nella crisi dei 38. Mia sorella è nella crisi dei 50. Il fab è nella crisi dei 49. M* è nella crisi dei 35.

MA QUANDO CAZZO INIZIA ‘STA CRISI E QUANTO CAZZO DURA?

Chiedo scusa all’umanità

(anche questo post parla di lavoro ed è, in realtà una specie di lettera aperta ai miei colleghi,
cose che non riesco a dire per questioni di tempo o compresenza.
Quindi passate appresso)

 tritolo

Soundtrack: U2 Sunday Bloody Sunday

 

Perché sono un’idiota integrale.

Dopo il bel paraustiello di ieri che, a occhio, ha scatenato un interesse esagerato (la peggio caduta di visite mai vista dal 1952) oggi ho fatto esattamente e con millimetrica perfezione quello che sostenevo essere l’orrore comportamentale tipico italiota.

Quando mi hanno comunicato che, sì, lo stipendio di gennaio arriverà, ma quello di dicembre ce lo possiamo sognare la notte, ho risposto che avrei dato, al mio avvocato, mandato di infilare un candelotto di tritolo acceso nel culo dell’Amministratore Unico.

Mi si è obiettato che così avrei fatto saltare l’intera azienda.

Ho risposto “Esticazzi”.

E sono pure rappresentante sindacale, non dimentichiamo.

Chiedo scusa all’umanità intera. Alla generazione precedente e successiva, ai parenti in linea ascendente e discendente, a chiunque sia passato sulla faccia della terra anche solo per un paio di minuti.

Ideologie e cazzi propri, appunto.

Potrei cercare di discolparmi adducendo motivazioni varie ed eventuali. I livelli di tensione sono altissimi, l’isteria impera, il gioco preferito è “aspettiamo che arrivi Penelope per vomitarle addosso la qualunque delle notizie discordanti e dissonanti e l’intero ammontare di ansia di norma suddiviso tra una decina di persone”.

Non è che io sia una colonna di granito.

Sono e resto una testa calda, un’emotiva del cazzo che vorrebbe riparare ogni torto al momento e con armi ridicole come l’insulto travestito da metafora ironico/poetica, quando sono controllata o con le capate ‘mmocc’ (=testate sulle gengive, N.d.T.) quando sono fuori di me dalla rabbia.

Appunto, la testa l’ho persa. Ho bisogno di trovare un modo di controllare l’ansia (che non sia il rum alle quattro del pomeriggio) o impazzirò e darò fuoco a quel posto, con me dentro, che è la parte peggiore.

Mi accorgo che la reazione collettiva – me too – è, in fondo infantile e delirante.

Per quanto dall’alto arrivino di continuo (anche tre, quattro volte nella stessa giornata) ordini e contrordini, dati confermati ed annullati, indicazioni dette e contraddette, che non rendono facili il lavoro né l’interazione tra noi, né l’analisi fredda della situazione, siamo fuori controllo oltre ogni giustificazione.

Alla fine abbiamo bisogno tutti, nei momenti complicati, del papà autorevole e granitico che ci indichi la strada verso la salvezza. A far da soli non siamo capaci, ci perdiamo come bimbi al supermercato e ci sentiamo abbandonati e non amati.

Questa riflessione equivale a un colpo di mazza da baseball sul mio lobo occipitale destro.

Che minchia di atteggiamento è?

Ma quando mai ho avuto bisogno di questo?

Dovremmo riuscire a prenderci le palle in mano e stabilire che cosa vogliamo fare.

Se si resta su questo barchino senza remi e pieno d’acqua, ci si resta senza agitare mani e piedi e senza recriminare alla qualunque.

E’ vero e sacrosanto che, al momento, non ci sono alternative e che lasciare ‘sta noce di cocco equivale a buttarsi a mare senza salvagente d’ordinanza. Ma in qualche modo è vero pure che si può sempre decidere di togliersi le scarpe, tuffarsi con un elegante carpiato e nuotare fino a quando non si trova terra.

Per quanto faccia schifo, il ragionamento, quello quell’è.

Con questa scelta bisognerà fare pace e bisognerà accettarne la natura puzzolente e frustrante. In attesa di tempi migliori, in attesa di occasioni d’oro o anche solo di stagno.

A pace fatta, viene fuori una seconda necessità. Starci tutti, nella paperella di plastica ammaccata. Nessuno escluso. Perché se è vero che la segretaria stronza ci sta sul cazzo a tutti da sempre, è vero pure che non è “fair” (giuro che non mi viene il corrispettivo in italiano, sono i neuroni che cadono uno dopo l’altro sotto i colpi della mazza da baseball) usare un momento del cazzo come questo per vendicarsi. Malgrado lei sia una stronza fatta e finita, la proposta del contratto di solidarietà è una sòla pazzesca e serve anche a salvare il culo a noi tutti.

Esattamente come la riduzione dell’orario e delle tariffe degli specialisti.

Esattamente come la ricotta fatta sulle partite iva.

Esattamente come lo stipendio di dicembre.

Sarà il caso di smettere di personalizzare e iniziare a ragionare sul lavoro e sulla fatica che comporta accettare una tale valanga di merda senza poter fare un solo gesto che sia uno per rifarsi della frustrazione.

Altresì, ANARCHIA E RIVOLUZIONE!

Decidere in autonomia, ignorare direttive idiote e inconcludenti, okkupare il centro e autogestirlo…

Da veri post-adolescenti quali siamo.

Con tutte le conseguenze del caso e senza, comunque, risolvere stipendi, tariffe, orari e contratti che, quello, non lo possiamo né controllare, né cambiare, né annullare.

Baci belli de casa.

Agli altri, se siete arrivati fin quaggiù: cazzi vostri.

 

 

 

 

Ideologie & cazzi propri

nave_affonda

Soundtrack: Friendly Fires Paris

Ovviamente avevo in testa un post preciso ma ho fatto il grave errore di intalliarmi (=intrattenermi, Nd.T.) su FB dove, stanotte, fioriscono dagherrotipi d’epoca riguardanti me. Da un’ora ci si commenta ogni foto (in tre nottambuli malinconici) senza pausa.

Il microcosmo lavorativo, qualunque microcosmo lavorativo sia e dovunque sia locato, è il mondo intero. Uguale a se stesso, uguale a tutto il resto. Meccanismi, persone, fatti, azioni, reazioni.

Abbiamo la segretaria stronza, quella che dice che se è vero che la barca sta affondando, piuttosto che farsi  toccare il suo stipendio preferisce vedere la barca affondare con tutti dentro.

Come molti italiani, del resto.

Poi ci sono le mie colleghe ed io, muli da soma per ora untouchables (mii, come si scrive questa?) che, però, ci stiamo trasformando nelle pasionarie della riabilitazione.

Nel nome del lavorare meglio, dei diritti dei bambini, del servizio utile. E quindi solidali con gli specialisti segati e ridotti e meno solidali con gli amministrativi che non vogliono farsi tagliare lo stipendio del 25% per salvare l’azienda.

Ideologia?

Sospetto ben altro.

Sospetto cazzi propri. Anche da parte mia.

Gli amministrativi mi stanno sul cazzo, sono dei rompicoglioni fiscali e burocrati. Controllori di questa minchia, più realisti del re e pronti a vendersi il mio culo per fare bella figura col capo.

Gli specialisti sono amici miei, mi stanno simpatici, ci lavoro bene e mi diverto con loro anche fuori dal lavoro.

Come tutti gli italiani, mi pare che la difesa della qualità del lavoro si basi, principalmente, sulla qualità delle proprie relazioni.

Magari se fossi fidanzata con una amministrativa (ohmygod, non quelle del mio centro, per carità), sarei incazzata come un varano e lo riterrei un reato di lesa qualità.

E sono pure il rappresentante sindacale. Siamo a cavallo.

E gli specialisti esprimono il loro stupore per cotanta partecipazione da parte della bassa manovalanza con gesti di solidarietà e comunanza inusitati.

Che è una cosa bella da vivere e da vedere, come far scoprire a qualcuno che il mondo ha un colore, anzi più di uno da un lato, e sentirsi protetti e coccolati dall’altra.

Meno bello è, per me, scoprire che la maggior parte delle persone non si aspetta niente da nessuno, gnente che sia gratis, gnente che sia per principio o per simpatia, non importa.

Mah.

A breve organizzerò un comizio in sala d’attesa. Così, tanto per edurre i genitori dei cicci piccoli.

Ho chi mi pressa da vicino per farmi diventare una attivista radicale. Non so, non mi convincono le motivazioni, soprattutto mi pare una gran rottura di coglioni. Ma mi sembra anche divertente, emozionante, a tratti. Una cosa da fare in un momento ed in un tempo nel quale sento che niente c’è più da costruire o progettare o prevedere. Non mi dispiacerebbe sorprendermi.

Visto che una vita privata non c’è, dovrebbe venirmi facile sprecare le mie energie in questa impresa. Perché di energie sprecate si tratta, considerando che la barca affonderà entro i prossimi tre mesi.

Oggi una famiglia di un ciccio piccolo ex-iperattivo che va via dopo 5 anni di terapia mi ha portato un regalo.

Il biglietto è la foto di onde cristalline che si appoggiano su una spiaggia di sassi.

Dentro: “ti auguro di raggiungere sia nel lavoro che nella vita i risultati positivi che hai raggiunto con me. Con affetto“.

E’ scritto da lui, riconosco il suo stampatello frettoloso e disordinato, so bene che il pensiero è della sua famiglia e, questo, mi stupisce oltremodo. E’ raro che le famiglie esprimano a te, logopedista qualunque, un riconoscimento.

Questo mi mette in pari per il prossimo anno.

 

The Specialists

Soundtrack:

Erano 6.

1 NPI, 2 psicologi, 3 logopediste. In stretto ordine gerarchico. Perché una banda seria è piramidale.

Erano vestiti con sobrietà e apparivano persone perbene, adulti, professionisti di un certo livello riuniti per discutere di importanti faccende inerenti la propria situazione lavorativa. Aggiungerei, per puro narcisismo, che io ero in versione Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti (vestitino, stivale con tacco a spillo, cappottino di velluto e sciarpa di seta).

Si incontrarono, alle 9.00, sotto la Piramide Cestia.

Si recarono, all together, in un pub poco distante.

Mangiarono.

Bevvero.

Risero a dismisura.

Parlarono degli argomenti che più si addicono alle loro intrinseche caratteristiche: lavoro e sesso. Con una prevalenza dell’argomento sesso nella misura di una percentuale superiore al 75%, come da indicazioni dell’Amministratore Unico della società per la quale prestano i propri qualificati servigi.

Bevvero ancora.

Parteciparono dei dessert della casa con gusto e soddisfazione.

Decisero, a una certa, che la serata poteva dichiararsi conclusa.

Si recarono alla cassa.

In fila.

Lo psicologo guardò la logopedista travestita e disse “mica possiamo andarcene così?”.

La logopedista travestita rispose “certo che sì”.

Aprirono la porta e si proiettarono senza fretta all’esterno del pub, uniti e compatti, con calma e determinazione.

Con estrema rilassatezza e senso di impunità, The Specialists si intrattennero all’esterno alcuni minuti.

Quindi svamparono.

Nel nulla.

SENZA PAGARE IL CONTO.

Ussignur, rido da due ore ininterrottamente… ma si può? la media è di 40 anni, tutti professionisti serissimi, con famiglie anche. ‘Na band ‘e sciem’.

Non ci posso credere sia successo per davvero. vero che sono alticcia e vero che lo eravamo tutti, ma scappare senza pagare… neanche a 13 anni.

Se usciamo di nuovo tutti insieme, aspettatevi una rapina a mano armata.

Dio che risate, mi fanno male gli addominali.

 

 

 

 

Lesson number n

WARNING: POST MELENSO con soundtrack melensa

Oggi, nel merdaio generale detto “posto di lavoro”, ho capito che dovevo prendere aria.

Sono uscita e mi sono guardata intorno. E sopra. Mi sono fermata a fare quelle cose da collezione harmony, quelle di bassa lega e nessuna importanza.

Ascoltare microsecondi di silenzio.

Sentire il vento che passa tra le foglie e aspettare che mi arrivi in faccia a far vibrare le sopracciglia.

Guardare gli alberi da frutto dei vicini con i rami aggrovigliati e scomposti come i miei capelli la mattina, senza desiderare di scavalcare la recinzione e potarli a modino.

Seguire le nuvole in corsa e chiudere gli occhi quando arriva il raggio di sole.

Fumare la sigaretta con gusto erotico formulando pensieri irrispettosi ma estremamente stimolanti.

Godermi la solitudine.

Realizzare che sono in grado di restare seduta su una balaustra di ferro per 20 minuti senza fatica.

Nutrirmi della bellezza del mondo prima di tornare ad avere a che fare con la bruttezza di taluna umanità.

Per un quarto d’ora circa sono riuscita a vedere la piccolezza e la miserevolezza di persone e fatti e atteggiamenti e comportamenti.

Ma giustificare mi è parso eccessivamente faticoso, restare indifferente un’impresa buddista fuori dalle mie capacità.

Ma se ne andassero affanculo, infine.

Non ha molta importanza.

Importante è cercare di tirar su un’amica che sta esplodendo, importante è realizzare quando un supposto cataclisma è un’opportunità per ricostruire, importante è sentire che con un posto non hai più nulla a che spartire e che andar via non è poi un’ipotesi tanto spaventosa. Anzi. Liberatoria direi.

Riflettere.

In realtà significa “rimandare un’immagine”. Allora perché si riflette in solitudine e si da per scontato che farlo permetta di capire meglio? Domande epocali e, soprattutto, retoriche.

Chissenefotte.

Riemerge da un passato assolutamente remoto una persona non perduta e una proposta dolce e delicata. Certo, è già successo 20 anni fa e si tratta di ripetersi. Ma non sembra casuale. Avrà un senso, una collocazione. Una faccenda che si incrocia perfettamente con il mio presente migliore. Buon augurio.

Niente si perde del tutto. Quello che fai di buono ritorna e non disgusta. Quello che fai con entusiasmi bambini ed energia irragionevole, ricompare a sorpresa a ricordare che non sei solo questa melma indistinta.

Le persone che ti hanno dato, cui hai dato, non si allontanano mai del tutto. Non è solo quello che vedi, è la tua intera storia che ti segue inciampando e scivolando, di tanto in tanto, sulle merde che inevitabilmente lay on the ground.

Shit happens, ma anche no.

Melensa stasera, saranno gli occhiali della farfalla rosa, sarà che proprio in questo presente mi rifiuto di riconoscermi, sarà che avere a che fare con personcine perbene fa bene. Più di quanto faccia male avere a che fare con persone permale.

La testa immagina il mare.

Forse il centro per il quale lavoro salta, forse no. In ogni caso, non è la mia vita, è il mio lavoro.

 

Energie sprecate 3

grettezza

Soundtrack: Camille Kfir

Sono cose che ho già detto. Credo anche più di una volta.

Sono cose che conosco e che ho incontrato infinite volte e che continuano a lasciarmi basita e rimbambita.

Ho qualche difficoltà a riconoscere libera cittadinanza alla grettezza d’animo. Proprio non mi riesce di essere democratica abbastanza da giustificarne l’esistenza.

Qualcuno mi dice che il mio vizio di voler vedere sempre e solo il meglio dell’altro da me è, in fondo, niente altro che insicurezza e bisogno di accettazione incondizionata.

Può darsi. Ci rifletto spesso. Tutto sommato una personalità narcisistica come la mia ha bisogno soprattutto di interazioni “incondizionate”.

Può darsi anche che della merda del mondo io ne abbia piene le palle e che mi trovi più a mio agio a guardare le cose con occhialetti rosa a forma di farfalla cieca.

Il problema sorge quando attraverso le lenti rosa della farfalla cecata passa la sputazza velonosa delle belve umane che popolano il mondo reale.

Se ci penso con più attenzione, il tutto nasce sempre dalle stesse identiche cose. Dalla paura che qualcuno possa acquisire potere prima di loro. E non importa se non è vero, non importa se è tutta una costruzione mentale, se non c’è niente da acquisire e niente da mettere in pericolo. Non importa, l’importante è avvelenare e uccidere per non essere messi “in dubbio”.

La miserabilità degli obiettivi, come già detto in altro post.

Se avessi una briciola di ambizione, non farei la logopedista.

Se avessi un unghia di necessità di guadagnare potere, avrei fatto un’altra vita.

Se tenessi al riconoscimento dei miei meriti, avrei avuto meriti da riconoscere.

Se ritenessi vitale proteggere il mio giardino, lo avrei recintato.

Se credessi di avere diritto a qualche cosa, me la sarei presa.

Scontrarmi con la rigidità del pensiero gretto mi destabilizza e mi disarma del tutto.

Come parlare ad un muro o cercare di far ragionare uno psicotico in delirio persecutorio. Un’impresa titanicamente inutile.

Questo non è un periodo di sole e calore, non solo dentro, anche fuori.

Questo è un periodo di valutazione.

Non dovrebbe durare molto.

Porterà a qualcosa.

Si vedrà.

Buonanotte tesori.

 

Quickpost

Domani, forse, mi si fa rappresentante sindacale.

A tratti non mi pare più una buona idea.

Stasera c’è nebbia a Roma. Come trovarsi nella campagna irlandese.

Il mondo intero ha deciso di mettermi al corrente di notizie e fornirmi informazioni delle quali farei volentieri a meno.

Il mio capo, detto “l’omino di creta”, nei prossimi giorni, sparerà cazzate a raffica mentre la nave affonda inesorabilmente.

Budget tagliato dell’8%. Basato su quello del 2007, quando eravamo la metà. E lui ancora sogna di tenere tutti e vaneggia soluzioni prive di senso e di contatto con la realtà.

Non posso neanche cercarmi un altro posto, la situazione è così in tutto il Lazio. Tranne che per i capi cretini. Quello è una mia esclusiva.

So benissimo che questa faccenda non interessa a nessuno e che sono cazzi miei, ma un indicazione di quanto sia nella merda questo paese viene fuori.

Il Servizio Sanitario della Regione Lazio ha richiesto la dimissione di un buon 40% di pazienti in carico e di un bel gruppo di impiegati amministrativi. Nel solo settore della riabilitazione. Per chi sta a collaborazione inutile parlarne, è sottinteso.

Prendi un ciccio piccolo su tre e mandalo a casa, è di troppo.

Anvedi che filosofia da servizio pubblico.

In teoria dovrebbero essere riassorbiti dalle ASL, in pratica non succede perché il servizio di terapia logopedica, qui, è quasi esclusivamente privato.

Il messaggio è: FOTTETEVI.

La prossima prevista immagino sarà: “fuori i pazienti oncologici dagli ospedali”, tanto “anna murì”, inutile spendere soldi.

Paese di merda.

Il periodo è questo, noiosissimi e desolantissimi post sul mio lavoro e sull’assenza di stipendi e prospettive. Cambiate blog.

Sapete se cercano logopediste in Toscana?

Burn Out

burn-out

Soundtrack: A New Funky Generation – The Messenger

Di cosa sia il burn out, ne abbiamo già scritto.  Sennò leggete qui.

Non so se sono proprio alla quarta fase o sono andata a inventarne una quinta. Può essere.

E’ che comincio a far cazzate. Ed a lavorare ‘na merda.

Appena rientrata dalle vacanze.

Ho perso il controllo.

Non è il lavoro in sé che mi consuma o confonde. Di quello conosco confini e contorni, delusioni e miserabli glorie.

E’ di nuovo il contesto. Come 20 anni fa. Come quando ho lasciato la prima volta.

Famiglia, scuola, centro.

Prima o poi uno o tutti e tre arrivano come l’uragano Kathrina e lasciano morti e feriti.

Non solo il lavoro fatto insieme (ciccio piccolo e terapista) svanisce ed evapora e scompare nel nulla. Non solo.

Potendo ci si aggiunge anche qualche beffa o qualche gesto che mette me in condizioni di dire “ho fatto cazzate”.

Magari alla fine è solo questo. Solo un errore di una terapista con il delirio di onnipotenza e la convinzione di salvare il mondo dai suoi stessi mali.

Sì, è questo.

E non mi va di assumermene tutte le responsabilità. Voglio darle a qualcuno che non sono io.

Sarò mica sola a lavorare con i cicci piccoli?

Con le colleguzze cerchiamo vane e vaghe strategie per stare meglio, per non affondare nella melma.

Ma non basta.

Sarò la rappresentante sindacale di questo posto di merda.

Almeno si varia un po’, ma penso di essermi infilata in una situazione ancora più snervante.

Lavorativamente mi sento una vecchia amareggiata e isterica.

Cazzo, ci mancava questa.

 

 

La qualunque

toro

Soundtrack: The Rurals – Tomorrow’s another day

Alla faccia della pausa.

Donna di conseguenza e d’onore, io.

Sono in subbuglio.

Il fab mi ha chiesto di scrivere qualcosa che non sono sicura di essere in grado di scrivere. Con lui ho parlato molto del blog. Strano argomento.

Che, come dice Garcia Marquez, la sua anima è ancora negli Stati Uniti. Quando torna?

Vado sulla neve con delle coppie. Merda.

Sciare dopo 25 anni. Mah.

S.P.M. che non significa sue proprie mani.

Sempre il fab ha detto che se fossi in coppia, non farei le decine di cose che sto facendo. Che culo.

Ma non sono sicura di essere in movimento dinamico.

Mi guardo intorno ed il panorama è desolante.

Almeno quello che si vede dal mio balcone al quinto piano.

Gennaio e febbraio senza stipendio. Regalo di natale dell’emo kreutzer-jacob, bel modo di cominciare.

L’oroscopo del toro per il 2009 è ‘na merda.

La gatta piagnucchia.

In questi giorni mi farò il tatuaggio.

Che palle, niente di interessante.

Per fortuna crescono malgrado noi.

sogni

Soundtrack: Emiliana Torrini Baby blue

Fa freddo stasera. finalmente.

Oggi brutta storia al lavoro. Brutta.

Di quelle che non voglio sentire. Di quelle mi danno la misura della mia inutilità.

Brutta da far accartocciare il cervello e la pancia.

E non ci posso fare un cazzo di niente. Nemmeno arrabbiarmi.

Con chi poi? con qualcuno che ha avuto quella stessa età e quella stessa faccia e ha visto e vissuto e sentito le stesse cose. E su, sempre più su, fino alle palle di Abramo.

Che ne doveva avere tre di palle, Abramo. Una era marcia da far schifo.

Ma non conta mai quanto schifo fai. Regola vuole che i figli li puoi fare comunque. La regina Elisabetta o Marylin Manson che tu sia.

E quando vedi che chiedono aiuto, al modo dei bambini. Che è un disegno o una pipì addosso, una storia inventata o pupazzi che si muovono, a me viene da incrociare le braccia, accavallare le gambe e pensare “io non ho niente per proteggerlo, io non ho la risposta, io non ho la soluzione, io non ho un cazzo di un cazzo” e lo sguardo mi si abbassa.

La lancia in resta si è arrugginita da tempo e il cavallo bianco credo sia morto a furia di prendere capate contro al muro.

E poi loro crescono lo stesso. Con il loro baule puzzolente tra capo e collo. Aspettando di poterlo rovesciare sulla nuca di un altro bambino uguale.

In questi momenti vorrei essere più giovane e candeggiata nel cervello.

Non ricordo epoche nelle quali non siano stati i bambini a pagare. Pagare qualunque cosa. Qualunque.

E mi fa tristezza la mia rassegnazione. Ma tant’è, si farà quel che si può.

Poi per fortuna la serata vira verso i colori e vedo mia nipote.

Luce dei miei occhi.

Lei che riesce a crescere e a camminare malgrado una famiglia che un punto fermo non le ha dato mai. Una certezza, un posto solido dove fermarsi, ruoli definiti, standard e medie nazionali. E per colpa di nessuno. Per responsabilità di tutti.  E’ il nostro marchio di riconoscimento, il motto del nostro stendardo. Ogni famiglia ha il suo, il mio dice: “Cazzi tuoi se ce la fai” e senza cattiveria, giuro.

Non che la mia sia una famiglia peggiore di altre, ma è un’onda del mare. In un perenne movimento ondulatorio senza meta né fine. Siamo la quintessenza della libera navigazione a vista. Senza veder terra mai. Andare perché non si può evitare. Il dove è secondario, ché posto sicuro al mondo non esiste, almeno la barca finché regge è una certezza.

E lei, malgrado noi, è in piedi a fare quello che ha voglia di fare. A progettare. A costruire. Con i piedi piantati sulla riva e le spalle al mare.

Malgrado noi.

Grazie nipotazza, mi ripulisci il cervello.

Passiamo ad altro che è tardi e casco dal sonno e mi devo svegliare all’alba.

Penelope intanto sogna sguardi ad alta percentuale di interpretazione. Niente saluti perché il tempo vuoto è stato pieno. Dello stesso pensiero. Ritrovarsi come niente fosse e sorridere tra gli occhi e la fronte e non nella bocca. Contemporaneamente. Le invenzioni di Penelope. Ma mi leggi Biancaneve? Hai un idea dei livelli di sputtanamento della nana Penelopele qui presente? Hai idea di chi sto parlando? Non ho modo di saperlo, forse è meglio non saperlo affatto.

 

Chiamatemi Wall-r

Il giuoco di parole è comprensibile solo agli anglo-partenopei, mi spiace…

Andatevi a vedere il film di cui trailer: WALL-E, vale la pena e non è, ripeto NON E’ un film per bambini.

Tranne il momento tipico di disinformazione Disney che, come si sa, sostiene il complotto globale che vuole far credere a noi pecoroni che l’amore vince su tutto, è un film da vedere.

Un po’ ET un po’ Short Circuit, ambientalista e sentimentalista, stracolmo di meraviglie della Pixar e ti fa tornare a casa col sorriso citrullo.

Ho pianto come i manga giapponesi, non so più come fare con me. Commossa in modo indecente.

Sarà la pre-pre menopausa.

Oddio stasera Penelope è qui sul letto di fronte a me mentre scrivo e mi parla alitandomi in faccia. Se muoio sapete il perché.

Al lavoro siamo alla fase “visto che è tutto totalmente fuori controllo, vediamo cosa ci posso guadagnare io”. E questa cosa mi fa sufficientemente schifo.

Esco di là e mi sento come fossi uscita da una discarica abusiva della camorra a Qualiano.

Annamo bene.

Ma resistere e resisteremo. Per la cronaca non è sicuro ci paghino i due mesi ancora non pagati.

Il mio sonno ne risente un po’. E anche il mio sistema nervoso.

Faccio notare che siamo già sui 60.000. No, dico, mica pizze e fichi, apperò, chi lo avrebbe mai detto, incredibile, e tututù e tututà.

A parte Feisbùk che è un gorgo, mi capita più spesso di leggere i blog degli altri. Questo mi fa sentire poco originale. Non che ci tenga in modo particolare,  anche perché a casa mia la parola “originale” definisce tutti gli appartenenti alla famiglia che dimostrino comportamenti inspiegabili e del tutto incongruenti con la realtà. Ma il mio è un periodo di vuotezza scrittoria. Immagino possa capitare. E poi non ho molta voglia di ironizzare su un cazzo di niente, a dire il vero.

Sempre lavorativamente parlando, merita la menzione di una serie di telefonate anonime giunte in sede centrale, nelle quali si sostiene che da noi si fanno le orge.

*sospiro*

Almeno, stasera, non mi sono persa.

 

Non va bene

Soundtrack: Sofa Surfers Believer

Non mi pare vita la vita che sto facendo.

Incastrata in questo fottuto loop parassitario che mi mangia i neuroni e mi blocca il pensiero.

Non è questo che voglio.

La mente infilata lì, nella crepa del quotidiano, costantemente edematosa e infiammata da pensieri che non servono, non fanno stare bene, non aiutano, non portano soluzioni.

Tutto questo mi fa schifo. Cordialmente.

Mi sono rotta il cazzo di non avere altro cuneo che questo pensare alla sopravvivenza. Dipendenza. Astinenza. Altrui Tracotanza. Fare senza.

Davvero non ne posso più. Mi sembra di non avere spazio per altro che questo.

Voglio aria. Voglio un cranio libero e leggero.

Voglio stare bene. E voglio anche innamorarmi.

Voglio una vita.

Dovunque io debba costruirla.

Chè a quanto pare qui non ne ho costruita molta.

Fanculo.

 

Energia sprecata

Soundtrack: Imogene Heap Speeding Cars

Tanta.

Le riflessioni si affastellano e accumulano. Ogni gesto e parola mi rimanda altrove e altruando.

Dovrei forse spiegare i fatti, prima, tanto per chiarire le ragioni e le origini del filosofeggiare.

Ieri assemblea sindacale. Partecipa il donatore di lavoro. Si presenta affermando cose che, nel giro di 4 minuti, mi fanno rendere conto che la mia vita lavorativa (e di conseguenza la mia vita in generale) è nelle mani di una persona tanto perbene e caruccia ma tanto inaffidabile e incapace.

Un’azienda da due milioni di euro di fatturato l’anno cui io dedico 36 ore alla settimana, è gestita da un ragazzino spaventato, solo e senza risorse che esordisce accusandoci di disinteresse nei confronti dei problemi della sua azienda ed affermando che non ha modo di sapere come mai la ASL RMA non lo paga.

Mi gelo. Mi alzo. Parlo per 5 minuti. Lui tace e abbassa gli occhi.

Lo avrei azzannato alla gola, se non fossi stata troppo stanca e avvilita.

E così sto per diventare rappresentante sindacale.

Io.

Per avere fatto una imparata di creanza (=lezione di educazione N.d.T.) ad un ragazzino terrorizzato.

Roba da ridere.

Mi pare di essere assoluta protagonista di un incubo ricorrente. Anche perché se mi pizzico non sento più niente.

Mi chiedo, da ieri, se la combattività e la determinazione di un adulto non siano altro che il darsi occasione di riscattare torti, ingiustizie e frustrazioni subite all’alba della propria esistenza.

Come a dire che allora si era troppo piccoli per rispondere, discutere, far valere le proprie ragioni, agire e che, ora, con qualche strumento in più, si rimette in scena lo stesso identico copione nella speranza vana e irragionevole di modificare il passato, di cambiare il finali di quella scena, di ridirezionare lo svolgimento delle cose e dei fatti.

Se così fosse, dio quanta energia sprecata.

E perché mai mi faccio questa domanda?

Sono sanguigna ma mi espongo raramente. Abbaio molto e mordo poco. Odio prendermi le responsabilità del pensiero collettivo perché ci credo poco.

Ma sono cresciuta negli anni 70 e 80. Il collettivo prevale sull’individuo, il pubblico sul privato, il generale sul particolare. Questa formazione non si stacca dalla pelle malgrado gli anni.

Ma ieri ero solo avvilita, offesa, stanca, peroccupata per me e per il mio futuro qui. Gli uomini mi hanno quasi sempre deluso ma mai, dico mai, ho esposto loro le mie ragioni.

Ho sempre pensato di meritare trattamenti poco lusinghieri e irrispettosi (viste le mie caratteristiche di irresponsabilità e inadeguatezza cronica) ma ieri no, non volevo tollerarlo, proprio no.

Faccio il mio lavoro al meglio delle mie possibilità, ho la responsabilità totale di bambini piccoli, delle loro famiglie, delle scuole che se ne occupano. Ho il costante senso di necessità di fare cose e offrire occasioni a loro (i cicci piccoli) e al mondo che li circonda e, CAZZO, non lo faccio perché aspiro alla santità. Mi da anche fastidio chi lavora nel sociale con questo inutile spirito madreteresadicalcuttesco, perché mi pare una dimostrazione di idiozia e di piccolezza mentale, oltre che di menzognerità di base. Quando stacco dal lavoro, stacco, me ne fotto di cosa succede, perché a ognuno la sua vita. Sono ventisei anni che lavoro. Ho preparazione, esperienza e scafataggine mentale. So come lavorare e anche come non lavorare. So che sono peggio di alcuni e meglio di altri.

Ma, tutto questo, ha un unico, fottutissimo, scopo: vivere le ore non lavorative senza negarmi nulla.

Non tollero più di essere trattata né come una eroina (mamma mia, ci vuole coraggio a fare il tuo lavoro…) perché ci vuole coraggio a scendere in miniera o a portare avanti un tabaccaio a secondigliano, non a fare la logopedista a Roma; né come una intrattenitrice dell’inutile (vabbè, tanto non serve a niente…) perchè solo le mie colleghe, le madri e le assistenti sociali sappiamo di cosa si parla.

Ora, dove voglio arrivare?

Io non lo so bene, penso che, comunque, io stia sprecando le mie energie per qualcosa che in realtà non può essere cambiato (considerando variabili come la nazione, la regione, la città), che farei meglio ad occuparmi del mio futuro, dei miei desideri, dei miei sogni e utilizzare a questo scopo determinazione e garibaldinismo. Penso che per quanto mi possa piacere essere il referente di qualcosa, sia solo una dissipazione di risorse. Penso che per la prima volta riesco a fare una cosa che ho sempre desiderato fare (espormi, esprimermi e, in qualche modo, sopraffare ed imporre il mio pensiero) ma nel luogo e per l’obiettivo meno indicato.

Io così perdo tempo, ne sono consapevole, e, tutto sommato, rimando quello che ha da essere fatto.

Inseguire i miei sogni e scoprire se li desidero davvero.