Sciare è procedurale

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Soundtrack: Count Basic – Jazz In The House

Di ritorno da Owindoli. (che la Alice non ha scaricato le foto, sennò la mettevo)

Noi da Napoli di solito si va a Pescocostanzo, Rivisondoli, Roccaraso. Mi ritrovo a romaneggiare. Strange thing.

Adoro la vita di comunità. Adoro in tutte le sue forme.

Sono cresciuta così.

In brevemente infiniti week end nei dintorni della mia città. In gruppi da 4 a 22 persone in una casa sola. il rito della spesa. Le occhiatacce a chi non è abbastanza ordinato, i cazziatoni a chi non fa un cazzo, le serate interminabili a fare giochi di ogni genere: dal poker a nomi cose e città.

All’epoca le canne. Questo capodanno 2009 birra e birra e birra. Necessaria per me, per poter comunicare in inglese, si sa.

Gruppetto femminazze da sbarco. Ma pure da sbraco.

Però ho sciato. Chè sciare è procedurale e alla fine delle 4 ore totali spalmate su due giorni, ricordavo anche come si fanno le curve a sci uniti. Anvedi.

Ci sarebbero due diverse cose da dire.

A parte il fatto che è stato un piacevolissimo capodanno e che Alice, Da Queen, Betty Ford Center e la rocker belga sono gran compagnelle di viaggio.

C’è un presente. C’è un passato.

Prima di partire il Favoloso mi ha chiesto perché non ho mai scritto nulla su Massimo. Non sono pronta, ho risposto. Ma la cosa mi frulla nella testa e andare sulla neve con gli amici mi ha piantato un chiodo nel cervello con un paio di colpi ben assestati.

Non mi piace stare sempre con i pensieri rivolti all’indietro, ma il mio passato torna e si ripropone continuamente come la peperonata calabrese con le cipolle di tropea.

A volte mi stanca, a volte non posso fare a meno di dare ragione al favoloso: sono il prodotto di quello che ho vissuto, dei miei legami, dei miei morti, dei miei feriti e dei miei dolori.

E’ che non ho nessuna intenzione di essere solo questo.

– Il tatuaggio mi prude che la metà basta, perché non so se ho comunicato worldwide di essermi tatuata la fenice immagine di codesto blog, sulla spalla –

La fenice appunto.

Se so stare in una casa con gente che conosco ancora poco con le quali ho solo la dimestichezza degli affetti immediati, è perché lo faccio da una vita.

Ci giro intorno ma non ci arrivo. Immagino non sia il momento.

Il presente è mio e solo mio. Il presente è fatto della voglia di continuare, di esserci, di non perdermi niente, di non lasciar sfuggire il tempo quando il tempo amichevolmente si offre.

Rimandiamo i concetti.

Allora che cazzo ti sei messa a scrivere a fare, Penelope?

Checcazzo ne so, mi andava.

Momenti topici:

“Alza le punte” – in seggiovia/ l’odio per gli snowboarders (non vorrei insistere, ma voi volete fare i fighi che vanno con lo snowboard e lo fate a Owindoli spalmandovi in gruppi di trenta al centro della pista ogni sei metri? ma andatevene affanculo a Bormio)/fndada/le handy lesbians che mettono le catene/la belga che si sveglia con la faccia insanguinata/i dolori muscolari di Da Queen/il camino/la macchina ricoperta di neve e il badile.

Ad maiora.

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Vecchie amiche

Soundtrack: Niente perché ‘sto box non funzia bene e devo capire che gli è successo,
però ci starebbe una favola King of Pain dei Police.

Cena Thai con V*.

Ho in mente molte cose, ma non riesco a tirarle fuori con ordine e logica.

Infatti, la prima cosa che mi viene in mente è: com’è bello entrare nel letto, quando comincia il fresco notturno, nelle lenzuola profumate di bucato con il pigiamino scoordinato sì, ma vaporoso.

Non credo sia il caso di raccontare la serata, non ho voglia di condividerla, è roba mia.

A cascata vengono giù pensieri correlati e ricordi cancellati.

Con V* posso parlare di Gabriella, è l’unica persona che lo fa volentieri. Le altre persone che hanno a che fare con lei e con quel periodo, di solito, si rifiutano.

Qualche ricordo ha cambiato colore, qualche altro è emerso dal cestino, altri ancora sono stati ricostruiti per intero, erano irrecuperabili.

Gabriella è morta nel novembre del 1998, di una cosa qualsiasi, come succede a chi muore di AIDS. Era una mia amica. Un’amica di quelle speciali. Una persona irritante come poche e particolare come nessuna. Di quelle che ti fanno fare e vivere cose che non ti sogneresti di fare e vivere neanche per scommessa. Gabriella non la potevi proteggere da se stessa, ma passavi il tempo a provarci, fino allo sfinimento.

A lei succedeva qualsiasi cosa. Qualsiasi.

La casa in fiamme, niente genitori, parenti serpenti fino al ridicolo, fidanzati psicopatici veri e suicidi, indigenza totale, ricchezza imbarazzante, AIDS, percosse, amiche truffaldine. E molto più di così, era difficile starle dietro. Non sapeva prendersi cura di sé, ma sapeva occuparsi di altri come è raro vedere.

Aveva un carattere di merda, perché aveva un carattere.

Ricordavo il momento della sua morte e poi più nulla. V* ha puntato la luce nel punto esatto in cui i ricordi erano stati affogati. E sono ritornati su.

Gli anni con Gabriella sono stati folli e travolgenti, talmente pieni da sembrare tre vite in una, senza contare la parte ai confini della realtà.

Dopo 10 anni, mi resta la sensazione di aver vissuto una parentesi delirante ed intensissima. Irragionevole e fondamentale.

Come lei.

Grazie V*.

Anche per avermi dato ragione dopo 10 anni (e non è la prima volta che mi succede, com’è che devo aspettare sempre tanto?).

E per avermi chiarito le idee sulle mie relazioni affettive.

Adesso ho capito.

Credo.

A buon rendere Ninja… 

 

P.S. Ma, dico, sto arrivando a 50.000… che si fa?

Le cose difficili

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Soundtrack: Feist – 1 2 3 4 (l’ha detto sonica)

Ma tanto ho i miei dubbi che qualcuno di voi realmente ascolti la musica che metto. Eppure vi assicuro che la lettura diventa più piacevole e spesso si chiariscono un paio di cosette.

Ho appena finito di stirare una quantità di panni pari al totale della produzione nazionale cinese e, stirando anche mappine e cazette, ho scritto almeno 65 posts nella mia capa a vapore.

La mancata partecipazione di questi giorni mi preoccupa e mi sono chiesta, se per caso non stessi andando su un piano personale in qualche modo imbarazzante.

Per me lo è. Bene, torniamo alle sane e generalizzate masturbazioni mentali.

Qualche tempo fa il mio colleguccio psicologo – e sottolineo psicologo, lo devo scrivere così per forza, non posso farne a meno – mi ha dato un consiglio prezioso, molto. Dopo aver ascoltato 37 minuti di mie pippe (ma tanto lo fa anche per mestiere, sarà pure abituato), mi ha detto: “scrivi quello che, secondo te, è il comune denominatore delle tue relazioni – di coppia e non – poi, fra un mese, torna a rileggere”. Nel frattempo mi ha dato anche della pipparola freudiana, e torto non ha. Does anyone know che mi sono sparata 6 anni di psicanalisi freudiana su lettino tre volte alla settimana in tenera età? Mi ha salvato la vita, per quanto suoni irrimediabilmente vintage.

Mi è sembrato un consiglio meraviglioso per un po’, poi ho cominciato a pensare per davvero al “comun denominatore” e mi sono spaventata.

Shining, Rocky I-II-III, Hannibal Lecter, Candy Candy, Forrest Gump, Bambi, Mork & Mindy, l’incredibile Hulk, Belfagor.

Ne farò un post con password, prima o poi. Farò un post con password anche di un’altra cosa. Quando accadrà. Se accadrà. Quando le sfighe cosmiche smetteranno di abbattersi su di me ed io la smetterò di vergognarmi di essere una lesbica romantica.

Tanto per: ier sera, tornata a casa in stato confusionale totale (no drugs-no alcohol, sono una brava ragazza), non mi sono affatto resa conto di NON aver parcheggiato, ma di aver lasciato la macchina così, per strada, senza costrutto. Sono scesa, ho chiuso, sono andata a dormire. Stamattina la macchina non c’era, hanno dovuto portarla via con il carro attrezzi perché impediva il passaggio al bus.

90 euro di coglionaggine post-adolescenziale (forse pre-adolescenziale, direi fase “il tempo delle mele”). Che meraviglia. Non mi sono neanche incazzata. Da non credere.

Questi giorni sono governati da gesti incontrollati, lapsus fantasmagorici, confusione mentale, delirio fluente, iperreattività al calore altrui e mancata gestione delle conseguenze di qualsiasi gesto possibile. ‘Na bimba di 6 mesi.

Nel frattempo coltivo: la mia illusione di avere ogni cosa sotto controllo, la mia sicumera, la mia mammolite, la mia precisa programmazione di eventi e movimenti; e procedo convinta di sapere quello che faccio.

Mentre mi contorco appresso al mio utero in fase lunare. Tanto per.

Piccola (ma non tanto), nota a margine. Ho messo la webcam di Positano, si vede il panorama dalle Sirenuse. E mi è partito l’Orinoco dei ricordi. Le cose che fanno di me una 45enne vintage, vinciuta e vanesia.

Perché Positano è un brandello di cuore appeso alle costole. Dai 6 anni in poi. Il posto dei sogni bambini e della vita senza regole, il posto della solitudine e del delirio totale. E’ dove sono cresciuta senza scarpe (piccola chiattilla radical-chic…) e copricostume a righine bianche e blu, dove ho perso freni e controllo. In barca da sole, ragazzine di mare, a 12 anni fino a Capri, notti drogatissime e promiscue, marinai e principi, donne meravigliose e pescatori d’apnea. Fratellastri maledetti e belli da mozzare il fiato, amici complicati che ballavano coi polipi. Pelle spugnata e salata. Senza voce nelle giornate di libeccio per il troppo urlare affrontando le onde. Ancore perse e ritrovate, motori che affondano, baci stupiti, piede marino, sorgenti nascoste, amicizie morbose, pomeriggi aspettando notte, notti aspettando l’alba, sul mare, guardando li galli e immaginando ballerini russi che danzano nella torre.

Positano ha scalinate silenziose e scure, da imparare a memoria per non farsi male. Porte e finestre che chiudono segreti condivisi, incastri illegali, genitori discutibili e giganteschi. E musicisti in deliquio che perdono i capelli nei motori dei gozzi, ragazzini efebici che muoiono fucilati da re in esilio, uomini di mare che ci restano, nel mare. Le canne, l’alcol, le pere.

Si ballava Lou Reed, Steve Miller Band, David Bowie, Rolling Stones, Queen, Alan Parson Project e quanto esisteva nelle pieghe di un rockettone anni ’80 che a sentirlo oggi imbarazza per la sua ingenuità. Con un bicchierino di vodka infilato nella tasca dei pantaloni. Con i piedi massacrati dai cocci di vetro e dai mozziconi accesi. Ritornavo all’alba di nascosto, sperando che nessuno mi vedesse. In un paese dove tutti conoscono la storia di tutti e dove noi eravamo ” ‘a figlia ro’ ” e ” ‘o figlie ‘e ” o un cognome o un soprannome, mai un nome.
Ci ho quasi rimesso la colonna vertebrale, a Positano, con un tuffo terrorizzato e uno svenimento in volo che ricordo perfettamente. Raccolta da due meraviglie di ometti che pochi anni ancora hanno resistito nel vivere. Sono stata, per la prima volta, abbracciata da una donna. Ho imparato a giocare a tressette, a rollare le canne, a difendermi dai maschi, a difendermi dalle femmine, a sparare alle bottiglie di vetro con un fucile a piombini. Mi sono innamorata perdutamente di una decina di persone di ogni sesso e aspetto e carattere e lingua.
Mi vado a guardare un altro po’ la webcam…