Non se ne esce

Soundtrack: Edith Piaf Non Je Ne Regrette Rien

No che non se ne esce.

Vero è che banana più di me non c’è. Tra le caratteristiche della lesbica-banana (ne parlerò, prometto, Shuly), c’è quella di soffrire di auto/eteroindulgenza praecox e, di conseguenza, di dimenticare ciò che di peggio si è prodotto.

Se ne potrebbe uscire ricordando i particolari, contestualizzando, storicizzando, provando a camminare nelle altrui scarpe, voltandosi indietro e guardando la vita precedente e vederla solo tale, intenerendosi delle proprie e delle altrui fragilità, considerando gran parte delle parole un parto di un DGS in piena crisi, scremando e oggettivando. Ma è difficile e non è detto che si possa fare ora. Magari un giorno, non so. Magari mai più, è da mettere in conto.

Ci ho provato, pur avendo messo per iscritto che ci vuole ancora sabbia nella clessidra.

Ma banana fui e banana restai. Ho l’affettività di una seienne ed è bene che me ne faccia capace.

Un po’ mi son sentita in colpa, davvero quando mi incazzo sono un animale. Un po’ no, perché non ho dimenticato del tutto in che stato ero. Certo mi auguro, prima o poi, di imparare quello che mi ostino ad insegnare ai miei cicci piccoli, ovvero la tolleranza alla frustrazione ma, dopo 45 anni, numeroserrime frustrazioni vere o presunte e tentativi di apprendimento anche corposi e dispendiosi, non credo sia più possibile.

Una bimba di sei anni che, in piena frustrazione, diventa Linda Blair.

Ognuno si salva come può. Niente da dire su questo, anzi fin troppo detto.

Allora? allora non so, di certo non avrei voluto reiterare, cercavo solo un modo per riassumere e cambiare pagina, niente di più. Dovrei stare un po’ più attenta alla mia funzione automatica di rimozione perché non è supportata da tutti.

Dovrei stare un po’ più attenta in generale.

Consiglio, per chiarire il pensiero reale, to whom it may concern, questo, questo e questo. Comprensivi di soundtrack. Tanto per scremare e tirar fuori il sentire e non il rigurgitare.

Good luck.

Volevo anche rimarcare – malgrado non c’entri assolutamente nulla con l’argomento del post – che stiamo per arrivare ai 40.000. In 7 mesi. Apperò. Per i 50.000 di sicuro nuova caccia alla Penelope, i 40.000 li passiamo brindando virtualmente.

Thanx 2 u all. 

 

 

 

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Riparliamone

Soundtrack: Telepopmusik ft Angela McCluskey Don’t look back

Appena tornata da Sperlonga. Un calvario arrivarci da Roma, se foste lettori interattivi vi chiederei di indicarmi una strada semplice e BREVE per arrivarci la prossima volta. Ma non siete interattivi.

Giornata bollente, mare splendido, Ultima Spiaggia neanche troppo affollata e bella compagnia. Sono stata con C** e Double I. Contenta di aver potuto parlare (e non chiacchierare) con C**, anche se c’è ancora strada da fare, si sente che abbiamo perso dimestichezza. Ma tornerà, perché per me è importante.

Sono nera come una cozza. Andrò a letto senza neanche docciarmi, sono troppo stanca e, soprattutto, io adoro questi momenti punk-a-bestia nei quali vado a dormire salata e sabbiata. Non ho idea del perché mi piaccia tanto. Alla maggior parte delle persone restare col sale addosso fa schifo. Io adoro.

Dunque dicevamo, “riparliamone”. Ci starebbe bene il video della Cortellesi.

E’ passato un anno, credevo non ci fosse assolutamente più nulla da dire o da chiedersi, nulla cui riferirsi, nulla di cui parlare. Mi si chiede, invece: “Come abbiamo fatto a sputtanare tutto così?”.

Combatto contro i pensieri e le interpretazioni e le supposizioni, combatto contro i ricordi, combatto con le parole spese per pochi centesimi e dimenticate. Da me, da lei.

Poi mi arrendo. Si vede che deve succedere. Inutile che io mi incazzi come al solito. Seguiamo il consiglio del monaco zen a lasciamo scorrere i pensieri, per quanto mi sembrino assurdi, fuori luogo e fuori tempo, evidentemente non lo sono.

Io non so se legge il mio blog. non ne ho idea, qualcosa deve aver letto perché l’ho ritrovata in alcuni suoi messaggi. Quindi, la spiegazione di come abbiamo potuto sputtanare tutto, io la metto qui. Se la legge, bene, se non la legge, qualcuno se ne occuperà, ne sono certa.

Ti ricordo che non ci amavamo più da tempo. Volersi bene e considerare l’altra importante e unica, non basta e non può bastare a mantenere in piedi un rapporto. Qualsiasi cosa sia stata tollerata, accettata, compresa e accolta durante il periodo nel quale ci siamo amate, è diventato il peggiore dei difetti e la più tremenda delle intolleranze quando abbiamo smesso. Entrambe.

Abbiamo provato a mantenerlo, questo rapporto – un po’ come gli etero quando fanno i figli – ma abbiamo finito per morirci dentro, prima, per considerare l’altro un carnefice, poi.

Abbiamo accumulato rabbia, dolore e sofferenza, senso di abbandono, insoddisfazione, incomprensione e rancore. Ma abbiamo continuato a camminarci dentro come muli per almeno due anni. Perché le persone importanti non si cancellano dall’oggi al domani, perché pensavamo che l’amore sarebbe tornato, prima o poi, perché abbiamo voluto credere che stabilizzarci, solidificarci, radicarci e standardizzarci sarebbe bastato.

Non è bastato.

Tu mi hai regalato il sogno di stabilità di cui solo io avevo bisogno (avevi 26 anni quando ti ho conosciuto, io 38 e molti, molti problemi di equilibrio, almeno quanto i tuoi), io ti ho regalato il sogno dell’essere amata con tutta l’essenza dell’altra. Due atti nobili e profondi. Totalizzanti.

Ma la stabilità non era il tuo sogno, amare con tutta me stessa è durato un periodo, non è stato per sempre.

Come se ne esce?

Se ne esce scavando fosse senza fondo, se ne esce tagliando dipendenze con violenza, perché non sia più possibile tornare indietro, se ne esce mettendo una distanza che non può essere più percorsa se non in un tempo lungo, molto lungo. Perché nulla più possa riportare indietro a quella routine, abitudine, dimestichezza che è diventata, in un attimo, un collare chiodato che potrebbe riagganciarsi al collo con facilità, se si smette di ringhiare, mordere e abbaiare.

E qualsiasi cosa può andar bene da usare come vanga per scavare: innamorarsi di un’altra, insultarsi, odiarsi, farsi male, fare male, manipolare fatti e persone.

Si avanza col machete per allontanarsi il più velocemente e lontano possibile e non importa se cadono teste. E dentro sai anche che ne cadranno tante, perché tante sono state le cose fatte insieme, tanta è stata la fatica per tenere tutto in piedi, tanto è stato il sacrificio.

Ma è sopravvivenza.

E siamo sopravvissute, infatti. Non siamo tornate indietro. Siamo riuscite a fare cose necessarie per ritrovare l’equilibrio perduto. Ognuna per sé, ognuna contro l’altra. Uno strano modo di tenersi in piedi continuando ad appoggiarsi alla stessa persona che si sta cercando di vaporizzare. Ma forse questo riguarda solo me.

Quello che resta dopo – e ci penso ora – sono macerie, ectoplasmi di memoria e piccole cose evanescenti. Il tempo migliorerà l’inquadratura, il tempo riporta e riporterà, lentamente, le cose nella loro reale dimensione. Le misure stanno cambiando e continueranno a cambiare.

Non è vero che per me è un problema vederti, non lo è affatto. Perché la questione non è questa.

E’ vero che, oggi, la messa a fuoco non è ancora quella giusta, è vero che l’inquadratura è ancora confusa, distorta, offuscata e scura.

Un giorno non lo sarà più.

Avrei voluto che un anno fosse sufficiente, che 12 mesi fossero il giusto tempo.

Ma evidentemente ci vuole ancora un po’ di sabbia nella clessidra.

Ciao e, ovviamente, fammi sapere quando mi restituisci gli ostaggi…

 

L’esplosione

Soundtrack: Elisa Sleeping in you hand

Non è stato un rumore intollerabile o assordante o sorprendente.

Come sabbia che scivola da una mano. Niente di più. Il silenzio dell’inutile.

I pezzetti di vetro sottili e quasi invisibili brillano. Trasudano umidità. In qualche punto si intravedono macchie rossastre.

Difficile rimettere in piedi questi pezzi, bisognerà costruire qualcosa di nuovo.

Sogno di perdere la borsa in una piscina. Attraversando un ponte.

Non mi tuffo a pescarla per non rischiare di perdere le lentine. Razionale nell’onirico. Assurdo. I sogni di una ragioniera.

Prendo la borsa più piccola e attraversando un’altra piscina mi cade di nuovo in acqua. Di nuovo non mi tuffo. Mi incazzo come un varano e non capisco con chi mi sto incazzando.

Mi sveglio sudata e perplessa. Fumo. Di nuovo sogno. parlo con qualcuno che mi spiega le cose come stanno. Una conversazione che si ripeterà nella realtà poche ore dopo. Per filo e per segno.

Poi sogno di tuffarmi. Scendo e scendo e scendo senza avere paura. Mi fermo. Guardo.

L’acqua è limpida. Blu scura. Profondissima. Splendida. Risalgo e nuoto nel nulla. Non un tremore, Non un pensiero di pericolo. E’ arrivato il momento di farlo.

Riappoggio la testa sul cuscino.

Mi sono arresa.

Sul mio letto neanche le lenzuola.

Pago per quello che ho comprato.

Non ricordo un altro momento così. Mi pare sovradimensionato. Allora mi chiedo perché. Qualche domanda/risposta si affaccia tra le rughe della fronte perennemente accigliata per tenere lontano il pericolo.

Quanto hai pianto per la devastazione del tuo sogno di normalità? Era il tuo sogno, il tuo desiderio, la tua cosa giusta, il tuo punto d’arrivo. Non hai pianto, Penelope, hai solo sbattuto i piedi per terra e inveito contro il mondo.

Quanto hai pianto per la desertificazione delle uniche emozioni cui tenevi? Niente, neanche ci hai fatto caso. Bisognava fare i fatti, c’era da correre, c’era da dimostrare di essere forte e inabbattibile. A lei, e te, agli amici, ai parenti. Cosa conta l’aridità che senti al centro del petto, non fa male, non si sente niente.

Quanto ti sei emozionata quando poi hai scoperto che potevi innamorarti ancora? Ti sei arrabbiata, Penelope, è l’unica emozione che hai provato. Come fosse una condanna da scontare, una vergogna da nascondere, una cattiveria da subire. Non hai avuto il coraggio di dirlo, di capirlo, di sentirlo per intero. Eppure era una benedizione in quel panorama aspro e inospitale che ti abitava dentro. Sei riuscita a trasformarlo in un orrore da cui fuggire. Con grande maestria, in verità.

Quanto tempo sei rimasta seduta sul marciapiede con la testa tra le mani a rimpiangere quello che avevi perduto, a sentire la mancanza, ad avvertire il dolore della perdita, il lutto di una storia di 6 anni tenuta in piedi con tutte le forze e le energie che avevi a disposizione? Neanche un minuto. Nemmeno quello.

Quanto tempo hai passato a chiederti chi sei e cosa fai quando ami? Non mi pare ti sia venuto in mente neanche una volta in questi 12 mesi.

Quanto ci hai messo per liquidare anche questa “storia”, come molte altre volte, stabilendo che sbagli sempre scelta, e non che sbagli il modo? Pochi secondi, direi. Un’ombra scura è passata fuggevole dietro agli occhi a ricordarti che le tue storie sono finite TUTTE nello stesso modo. Ma un’ombra fuggevole, appunto.

Ma tutto questo era lì, se guardi bene tra i pezzetti di vetro sparsi sul materasso riconosci i luoghi, i piaceri, i dolori, i sogni, la sicurezza, il futuro. Lì vedo anche l’affetto profondo e la gratitudine per la donna che ti ha dato tutto, proprio tutto, quello che aveva.

Un pezzetto umido e rosato ti ricorda che non è stato sempre e solo come pensi di ricordare. C’è stato un momento in cui svegliarti la mattina e trovarla accanto era gioia pura. Dovrebbe bastare a farti capire.

Poi ti capita anche di nuovo. Dopo un anno di niente. Ti ritrovi innamorata come un’adolescente, perché come adolescenti ci si innamora, per tutta la vita, non esiste un innamoramento da adulti, non esiste una tempesta emozionale mediabile con la saggezza e l’esperienza. Sarà così per tutta la vita, finché ne avrai. E spera di averne ancora e ancora, perché è l’unica cosa che giustifica la tua vita, Penelope.

Ma ti sei vergognata come una bimba ladra. E hai passato il tempo a lottare per non sentirti così, non te lo sei perdonato, non te lo sei neanche vissuto. Una cosa inutile. Innamorata io? naaaa. E poi di lei? non se ne parla, una imperdonabile caduta di gusto, non può essere. Di nuovo troppo giovane, di nuovo indefinita, di nuovo lontana da me, di nuovo incompatibile. Ma io una cosa precisa l’avevo vista. E volevo quella. E manco me la sono presa.

Sempre sullo stesso materasso puoi vedere anche la trama di quei pezzettini, sono meno trasparenti, certo, ma sono lì insieme alle certezze d’accatto, ai falsi sé, alla ricostruzione posticcia del tua personalità, alla violenza delle mie reazioni, al mio non saper più ascoltare, alla falsa pienezza, al dolore. Ancora e di nuovo.

 Non ho altro da dire, per il momento. Se non che so’ cazzi vostri a leggere ‘sto post.

 

 

Allora ditelo..

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Soundtrack: Zecchino d’oro: Popoff

Nelle fasi di chiusura di una relazione, di un lutto, di un abbandono, nei traumi, esistono eventi e sentimenti standard, comuni, generali. Mediati, certo, dal carattere della singola persona.

La rabbia è un passaggio fondamentale, senza questa è difficile passare alle successive. Anzi, spesso, la mancanza di rabbia porta dritti verso devastanti depressioni.

Penelope è irascibile, rabbiosa e rancorosa di natura. Penelope ci ha messo il suo.

Non conosco vie di mezzo su questo perché ho navigata esperienza del potere rigenerante della rabbia. E il mio è stato furore, non l’ho mai negato, l’ho messo per iscritto.

C**, che è stata con me almeno 8 anni fa, mi ha chiesto se per caso anche questa volta avevo scritto qualcosa raccontando i cazzi nostri e facendoli leggere agli amici vicini e lontani.

Le ho risposto: “ho aperto un blog, costa meno delle fotocopie.”.

Ha riso molto e mi ha chiesto come mai sono ancora tutta intera. Io questo non lo so.

Penelopebasta è la mia verità e nessuna persona sana di mente può pensare che sia La Verità.

In queste pagine si parla di me, di come io mi sia sentita, di cosa io abbia vissuto, di cosa io abbia scatenato. E non mi sembra se ne parli sempre in termini lusinghieri.

Certo ho omesso un paio di cose. Perché no? non è una cronaca di un fatto qualsiasi ed io non sono una giornalista.

Dopo la rovinosa e ripida discesa costellata di ferocia, delirio e mancanza di controllo, inizia una salita faticosa e infida. Qui si cammina piano, si fatica, si suda e si ha il tempo di fare ordine su ciò che è stato, su chi si è, su dove si vuole andare.

Ad un tratto la salita si fa più dolce, si colora anche, l’aria si fa un po’ più fresca, si scorgono persone, cose, sensazioni di quiete. Le ossessioni allentano la presa, si affacciano pensieri altri, le labbra si ricordano di sorridere.

E qui, se mi volto indietro e guardo, non mi ricordo più tanto bene perché mi sono incazzata di quella maniera. Arrivo persino a chiedermi che bisogno c’era. So solo che non avevo granché alternative. E questo mi basta.

Penelopebasta è la mia discesa, la mia salita, la mia passeggiata. Non esistono particolari regole perché sono indisciplinata. Non esistono tempi lineari perché non sono capace di tempi lineari. La contraddizione è benvenuta, perché mi appartiene geneticamente. Sul mio sentierino cammino, corro, mi seggo, mi guardo intorno e dimentico ciò che è tempo di dimenticare, mi pare di essere d’accordo con qualcosa e un attimo dopo invece no. E non per caso.

Perché adesso ho il tempo di riflettere.

Rifletto su quanto costa e quanto vale l’essere puniti al di là di ogni legge, l’essere trascinati nel fango oltre il tempo necessario, l’essere giudicati per una singola debolezza.

Costa molto e vale quel poco che serve. Per quanto serva.

Esattamente da questo nasce la voglia di essere fuori da. La consapevolezza di esser fuori da. E da questo nasce la voglia di non ritornarci dentro e di non venire tirata dentro.

A costo di essere sgradevole, a costo di essere fascista.