La fiera delle femmine

Soundtrack: Hooverphonic – Anger Never Dies

Femmine birra, femmine auto, femmine profumo, femmine mutande, femmine shampoo, femmine nude, femmine che ballano inquadrate dalla stessa angolazione di una Risonanza Magnetica lombosacrale.

Femmine ferme, femmine in ginocchio, femmine carta, femmine soldi, femmine sesso, femmine culo, femmine tette, femmine fica come se non se ne fosse mai vista una prima.

Femmine in costume, femmine travestite, femmine nude, femmine velate, femmine a portata di mano, femmine in vendita, femmine di compagnia, femmine schiave, femmine inutili come un soprammobile regalato dalla zia dell’Iowa.

Femmine mogli, quelle che scassano le palle e forniscono testi di cabaret ad attori uomini.

Femmine escort, quelle che servono per farsi fare un favore da un vecchio porco e guadagnare più soldi. Perché alla fine sempre ricottari e magnaccia sono, sotto la cravatta e la valigetta da manager.

Femmine colpevoli, di svegliare passioni incontrollabili in qualche povero cristo che non può fare altro che ucciderle. Sennò perché li chiamerebbero “delitti passionali”.

Femmine che devono coprire le tette la mattina e scoprirle la sera. A comando.

Femmine che devono comportarsi bene.

Femmine che non serve coprirle con il burqa, basta spogliarle alle 7 di sera, alle spalle di un coglione pelato vestito di tutto punto. La dignità si perde meglio così.

Femmine sui manifesti per vendere meglio (con la bocca aperta, con le gambe aperte, con le camicie aperte e con gli occhi chiusi sennò sono troppo aggressive), femmine sulle copertine per vendere meglio (con make up perfetti, seni perfetti, gambe perfette, pubi perfetti perché ogni altra donna sulla faccia della terra si senta meno, poco, nulla),  femmine nei video per vendere meglio (e perché che cazzo te lo guardi a fare un nerone brutto e butterato vestito come un coglione  che urla cazzate pornografiche in rima se non per vedere 14 culi lucidi di femmina che si agitano?).

Femmine in mostra, come un prodotto al supermercato, posizionate sullo scaffale sempre un po’ al lato dei prodotti maschi.

Femmine in fiera, come ai tempi della tratta degli schiavi – guardale i denti, sono sani; guardale i lombi, sono forti; guardale il seno, è florido e adesso compra, paga bene, fammi arricchire e toglimela dalle palle -.

Femmine come alla sagra della salsiccia – è carne soda, è buona da mangiare, ne puoi avere quanta ne vuoi, te la regaliamo, la diamo via per poco -.

Femmine in fila per uno col culo da fuori, come nei bordelli di fine 800 – scegli pure, sono qui per te -.

Femmine bambine che si vergognano al posto tuo.

Femmine bastarde che le devi domare.

Femmine belle che belle devono essere.

Femmine che non devono dire mai di no perché, se dicono no, muoiono.

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Inizio, poi vedremo

Soundtrack: Arctic MonkeysShe’s thunderstorms

Non so proprio di cosa scrivere, ma ne ho voglia. Molta voglia.

Ho riletto alcune cose scritte un paio d’anni fa e mi viene da sorridere guardando il mio livore, la mia rabbia e il mio bisogno di farmi notare.

Perché alla fine quello quell’è.

Non sarei in grado, ora, di analizzare la vita altrui e mia con cotanta presunzione.

Insomma, mi capisco ma non mi condivido più.

E’ vero, in parte è vero che il mondo è fatto di cose classificabili, riconoscibili e riconducibili ad un modello standard. E’ vero. Ma è apparenza. Armatura. Mimesi. Paura.

Credo sia un ragionamento da pancia piena, questo. Un ragionamento sul divano dell’amore assicurato e del quotidiano accompagnato. Per quanto nel mio caso si applichino parzialmente, assicurazione e accompagnamento.

Ma è così, il cuore caldo spaventa la paura e tutto sembra molto più sciolto, semplice e personale. Sto scialla, direbbero i giovinotti della capitale.

Non ho bisogno di appartenere perché appartengo. Non ho bisogno di sembrare perché sono, non ho bisogno di travestirmi perché posso farmi vedere nuda.

Questo succede, credo, quando ami e sei amata. E mi sembra di vedere tutta la strada fatta strepitando e sbattendo i piedi e agitando i pugni nell’attesa di incontrare l’incrocio che mi facesse smettere.

Ma che tenerezza che mi faccio.

Sto buona stasera. Stanca e buona. Tra poco comincia il presepe annuale al centro dove lavoro. Il tema è “il condominio”. Faremo dei palazzoni con appartamenti vari e ogni cicciopiccolo e il relativo genitore si occuperanno di costruire personaggi e oggetti.

Quest’anno lavoreranno con noi anche i genitori. Perché sono stanca di prendermela con le madri dei miei ciccipiccoli accusandoli di qualunque nefandezza e incapacità. Sono stanca di dare una colpa che non c’è e sono stanca, per l’ennesima volta, di riempire di responsabilità donne che si fanno un culo così dalla mattina alla sera occupandosi di due miliardi di cose contemporaneamente.

Cherchez la femme (ho dovuto controllare su google per vedere se era scritta bene). Ma chi cazzo l’ha detto?

Ho imparato, osservando Biancaneve da vicino, che le madri non sono una categoria. E neanche le lesbiche.

Le madri sono persone (donne, in particolare) che si assumono la responsabilità del nucleo atomico sociale. E lo fanno in maniera totale e assoluta. Anche quando lavorano, anche quando sono matte come cocuzze, anche quando so’ stronze.

E ogni madre educa un figlio in relazione ad una serie di variabili che neanche un elaboratore IBM potrebbe conciliare.

Vedo donne mettere insieme il bagaglio ricevuto “in dote” con le proprie aspirazioni (a volte coincidono, a volte DEVONO essere diversi), considerando il tessuto sociale di quel momento, mediandolo con il bagaglio e le aspirazioni di un uomo e centrifugare l’insieme per renderlo potabile ad un bambino che deve restare vivo per poter poi crescere al meglio di ogni possibilità. Il tutto scartando continuamente attentati emotivi, affettivi e sociali. E incastradosi periodicamente in un imbuto fatto di dubbi e incertezze e messe in discussione. E cambiando direzione all’improvviso, quando le cose cambiano, quando gli eventi lo chiedono, quando il gioco si fa duro. Il non previsto arriva e arriverà sempre, per quanto io veda ognuna di queste donne/madri cercare di pianificare e prevedere anche l’assurdo. In questo bailamme che sfinirebbe un ippopotamo, ci si deve anche dotare di biancheria intima sexy. Non ingrassare. Combattere la cellulite. Leggere libri. Conoscere il programma scolastico di tutto il ciclo della scuola primaria e secondaria. Comprare mutande a tutti e autoreggenti per sé. Fare la spesa e cucinare 14 piatti diversi in una settimana. Uscire la sera e fare bella figura senza addormentarsi con bavetta alle 10 e mezza sul divano del dirigente del marito. Saper aggiustare elettrodomestici. Non sfanculare i figli sotto i sedici anni quando ti sfrantano i coglioni alle 11 di sera perché non vogliono dormire e non spengono la nintendo. Fare il gendarme perché i suddetti figli si lavino, facciano i compiti e mangino decentemente, perché i mariti aiutino, le suocere si facciano i cazzi propri, le nonne non interferiscano, le amanti dei mariti non esagerino e i colleghi non ti facciano lo sgambetto. Pulire casa come un’impresa professionale. Mettere le scarpe coi tacchi. Fare i cambi di stagione al momento giusto. Decidere con 50 euro di comprare i pantaloni ai figli e non una maglia per sè, anche se sono passati 306 anni dall’ultimo acquisto decente. Cucire bottoni. Guidare la macchina come un driver professionista per arrivare in tempo a scuola, al basket, al catechismo, dai nonni, al lavoro, in ospedale dalla zia, dalla sorella depressa, dall’amica che l’ultima volta che l’hai vista il figlio era appena nato adesso sta alle medie.

E mentre sudano come foche in questo perenne movimento iperattivo, arrivano le voci di fuori. Non sono abbastanza educati. Non ti curi di te. Non sono abbastanza fighetti. Non scopiamo abbastanza. Non puoi prendere decisioni così rischiose. Non sta bene. Non è giusto. Non mangiano abbastanza. Non parliamo abbastanza. Non li responsabilizzi. Non puoi fare tutto, devi rinunciare a qualcosa. non si può mangiar pizza tutte le sere. Non ci sei mai. Sei troppo dura. Sei troppo arrendevole. Non sai gestirli. Sei ingrassata. Sei troppo ansiosa. Sei troppo protettiva. Li lasci troppo soli.

Mi pare che mi posso fermare. Ma ci potete aggiungere quello che cazzo vi pare. Tanto ci sta tutto.

Non sarà per tutti così, ma per la maggior parte sì.

Quindi non ho più voglia di ritenere colpevole una madre per ogni figlio iperattivo, inibito, dislessico, con ritardo del linguaggio, balbuziente, maleducato o rompicoglioni.

Le guardo e penso che fanno quello che possono. Al meglio di sé. Impregnate della loro storia, del loro dolore e dei loro dubbi. Con marchi a fuoco che io neanche conosco. Spaventate a morte ma sempre a far scudo. A volte in ginocchio, a volte in piedi, a volte con la testa nella sabbia.

Preferirei imparare a dir loro che va bene così, va bene. Che lo so che più di questo non credono di poter fare. E che qualcosa di nuovo, insieme, ce lo potremmo pure inventare. Per star meglio tutti.

Più sopra ho scritto che il cuore caldo spaventa la paura. Me lo devo ricordare anche quando lavoro.

Ma come sto romantica stasera.

Prossimamente un pippone sul potere sociale dirompente delle lesbiche.

Mi sento un po’ scema.

Sono indecisa sulla faccenda di continuare a mettere la musica oppur no. Si accettano consigli.

Chi mi ha linkato “lesbiche con le polacchine” su facebook?

Cmq, mi sento un po’ scema.

Mettere mano ad una cosa che è cresciuta con te per due anni in una maniera, cercando di viverla in un modo nuovo, mi fa sentire un po’ scema.

Spero non finisca come finiscono di solito i tentativi di rimettere in piedi un rapporto “su basi nuove e diverse”. Una di quelle puttanate che ci si racconta intorno al morto (il rapporto, appunto), intervallando canti sciamanici con tagli di vene.

Ma Penelopebasta è un blog, non è la mia amante. Ci posso provare.

Nel frattempo mangio biscottini “granin di riso” che consiglio vivamente a tutti.

E tossisco. Come un cane. Afono. Mi viene in mente di fare i sulfumigi. Qualcuno mi dice che esistono metodi più moderni. Ma il mio gatto ha vent’anni, la mia macchina fotografica ne ha 29, i primi libri che ho comprato (in blocco, a rate, con la casa editrice Einaudi che passava porta a porta) ne hanno 34. E, più di ogni altra cosa, io ho la fobia delle medicine.

E non è facile fare senza. Quando perdi pure la copertura ormonale.

La copertura ormonale è il vero superpotere, rendiamoci conto. Il fattore X, anzi XX.

Puoi fumare e non ti fa tanto male, puoi bere e mangiare come un porco e limitare i danni, puoi ammalarti e guarire più in fretta, puoi persino fare figli. No, dico, quale supereroe può tutte queste cose?

Ho letto fumetti della Marvel Comics dai sei anni in poi. Mi viene in mente in questo preciso momento, tipo illuminazione totale, che tutti i superpoteri dei quali si parla, sono sempre e comunque caratteristiche femminili. Fateci caso. E chiedete pure, sono ferratissima.

Sto cercando di rompere il ghiaccio. Si vede.

Qualche giorno fa ho parlato con una che conosco che ha la mia età e inizia ora le montagne russe della menopausa.

Ahvabbè, argomento principe questo. Teniamocelo per ora.

Notavo la sua rabbia. Sorda e affilata. E la paura.

Pensavo che non c’è grande differenza tra come si prende, emotivamente, l’arrivo del ciclo di fertilità e la sua fine. In qualche modo c’è la stessa modalità e lo stesso retropensiero. Uguale.

Quando nel retropensiero c’è l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa che non ti appartiene, non puoi che contrastarla o, al limite, cercare di domarla.

E in questo istante mi comunicano che è nato un umano di 4 chili alla mia amica F. Ecco, quello quell’è.

Contrastare, domare, controllare. Non si può. Siamo fatte così.

Siamo fatte di superpoteri che ci governano spesso, disorientano, spesso, salvano il culo spesso. Siamo destinate a seguire i cicli (della luna, della vita, della nascita, della morte e di ogni cazzo di cosa) come tutti, ma essendone consapevoli come non è dato a tutti.

Siamo strutturate per questo e su questo.

Siamo capaci di seguire il ritmo delle onde e quando ci rifiutiamo, affoghiamo. Semplicemente.

Bè, argomento perso. Troppe cose durante. Attentati alla mia buona volontà.

Di certo vorrei che questo blog riprendesse l’interattività che aveva all’inizio.

Ricordo a tutti che ho una stanza libera in questa casa, che non è la mia.

Ricordo a me stessa che non è mai facile riprendere la penna in mano.

Sono, ovviamente, al cellulare con Biancaneve. Come quasi ogni notte. Le nostre cose vanno così, su onde morbide, con il mare che si increspa all’improvviso, con ondate travolgenti che a volte si riescono a surfare e a volte no.

Sapete cosa è il GLOP e cosa il DE- GLOP?

Buonanotte.

 

 

 

Non ho l’età

La_salsa

Soundtrack: Israel Kamakawiwo’ole – Somewhere Over The Rainbow/What A Wonderful World

Ho dormito due ore e 45 minuti, stanotte.

Ballato la salsa, che mi vergogno a dirlo. Odio la salsa e odio i balli di gruppo. No, ad essere precisi, mi vergogno. Come una foca tetraparetica.

Non ho più la tempra per reggere.

Non mi regge.

Non riesco poi a lavorare e mi trasformo, invariabilmente, in una bambina capricciosa di età variabile tra i 5 anni e i 7 (appena compiuti).

Ne fa le spese Biancaneve.

E non dovrebbe essere così.

Se voi poteste vedere, la fierezza negli occhi che ha e la sua fatica orgogliosa e serena.

Se tutti riuscissero a vedere la libertà che ha dentro e nelle mani, che ha nelle parole e nei fatti, negli affetti e nelle carezze.

Se io non chiudessi gli occhi (e non solo quando mi cala la palpebra) di tanto in tanto, vedrei quell’espressione da impunita che rivolge a me, e la scritta in sovraimpressione che dice “embé, ho scelto te, il resto non conta”.

E smetterei di metter su quei siparietti di drammatizzazione che, evidentemente, mi piacciono tanto.

Se qualcuno vedesse gli sguardi, l’energia, il calore, la potenza.

Sono una nana, una nana dentro e fuori.

Non ce la faccio, a volte (miii, che autoindulgenza), a contenere tutto quello che mi arriva da lei.

Istinti primari, i miei. Sento dolore: mordo.

E non è lei che mi procura dolore. Ma i denti scattano e si chiudono sulla sua mano.

Mi procurano dolore una gran quantità di cose che, di fatto, non le appartengono.

Gli stereotipi, mi fanno male.

La donna che sceglie diventa una zoccola isterica e torturatrice, l’uomo che non sceglie un tenero senzapalle castrato che cerca di far ragionare la virago, porello, ma nulla può contro la potenza della lussuria femminile.

Il matrimonio che da libera scelta d’affetto e ottimismo e fiducia, diventa un contratto pieno di postille, un luogo non virtuale dove rovesciare il peggio di sé e soprattutto, una buona scusa per sparare giudizi inutili e pesanti.

Sempre sulla donna, ovviamente.

In questo paese non c’è il burqa, non è necessario. Siamo oltre. Qualsiasi donna sia in grado di affermare scelte e personalità, quali che siano, è una fottutissima zoccola posseduta dal demonio e cattiva dentro.

Nel 2009.

Oggi ascoltavo lo psicologo del mio centro, quello fattone (che poi non è vero, ma sembra un fattone preciso preciso) e impazzivo di rabbia.

E dolore.

Si parlava di uomini senzapalle.

Strana caratteristica tipicamente maschile, questa delle palle retrattili.

Vengono fuori pure all’ultimo dei coglioni quando si tratta di minacciare, prevaricare ed esercitare potere su chi non può o vuole reagire.

Poi “sciuap”, si nascondono e diventano introvabili di fronte a fatti da risolvere, persone che hanno cose da dire e da rispondere, situazioni complesse, critiche, richieste di cambiamento.

Il mio capo è un senza palle, poverino.

Poverino un cazzo. E’ un coglione strafottente e presuntuoso. I testicoli non c’entrano una mazza.

Il marito della signora con l’amante (e quindi zoccola) e isterica (perché si vuole separare) è un senza palle. Lui ci prova a parlare con la moglie, ma lei è una stronza che non vuole parlare. E lui è ancora lì, a casa con una che lo schifa. Non schioda.

A me non fa tenerezza, fa rabbia. E le palle non sono in discussione. E’ in discussione la capacità di riprendere in mano la propria vita, quella di affrontare un dolore, il rispetto per le scelte di una donna, la considerazione per le emozioni, di una donna, l’onestà intellettuale di accettare la chiusura di un “progetto” senza dover per forza dare la colpa a qualcuno. E, porca puttana, se lei non ha più niente da dirgli, che cazzo deve “parlare”, ancora?

Allora anche io sono stata una senza palle. Lo sono stata quando ho spaccato i coglioni a chiunque sulla colpevolezza e sulla stronzaggine e sulla zoccolaggine della mia “ex” pur di non ammettere che il progetto non aveva funzionato, pur di non dover affrontare il dolore di tornare nella mia vita, una vita che non c’era. Da riscostruire. Con tutta la paura e l’insicurezza che comporta. Non era questione di palle, ma di comodità, vigliaccheria e disonestà.

Di nuovo, mi accorgo che i miei post stanno diventando confusi e inzeppati di cose dette e non dette, mescolate che neanche un minestrone findus.

Ricapitolando, mi hanno rotto il cazzo questi stereotipi che pretendono di governare la vita della gente in generale, e delle donne in particolare. Mi hanno rotto il cazzo i giudizi non richiesti, l’assenza di rispetto per l’altrui sentire, il non ascolto, l’orgoglio a cazzo di cane. Mi hanno rotto il cazzo quelli che, su queste basi, rendono la vita spinosa a Biancaneve. Mi hanno rotto il cazzo ma non posso fare niente. Non sono wonder woman, non ho i superpoteri e non sono la Fenice degli X-men che può controllare altrui pensieri e azioni.

Poi avevo pure dormito troppo poco.

Ma a me Biancaneve non basta mai. Vederla andar via perché deve, mi svampa i neuroni e mi attorciglia l’anima.

Pazienza, ci vuol pazienza.

Con una nana in terza età, isterica e manco zoccola. Come me.

E’ una femmina

Soundtrack:

Dovremo lavorare per lei, per farle la dote, per farla sposare.

Dovremo stare attenti, sempre. Chiunque potrà distruggere l’onore della famiglia attraverso di lei. Chiunque.

E lei non capirà, non imparerà, vorrà fare le cose a modo suo e ci metterà nei guai.

Non potrà lavorare come noi, non ci darà il pane, non ci darà la forza.

Non saprà uccidere né procurare cibo. Lei.

E la useranno contro di noi per farci male, per farci soffrire, per toglierci dignità e razza.

Potremmo venderla, ma vale poco. Se sarà bella, forse, potremmo guadagnarci. Se non lo fosse, sarebbe solo un peso.

Meglio una pecora, che una femmina.

Non ci serve.

Potrebbe innamorarsi e fare figli e rovinare i progetto che abbiamo su di lei.

Si sa, fanno di testa loro.

Qualcuno di noi sarò costretto a farle la guardia per sempre. O almeno fino a quando non riusciremo a scambiarla con qualcosa di utile, di valido, di necessario.

E una volta al mese avrà quelle orrende perdite di sangue, quella maledizione divina che tutto sporca e tutto rende impuro ed intoccabile.

Tempo tolto al lavoro. Di nuovo un peso.

Vorrà far l’amore e magari le piacerà e proverà a farlo di nuovo con chi vuole lei e a modo suo.

Ci farà vergognare.

Con quella testa dura che hanno le femmine, potrebbe voler studiare e toglierci risorse e pane. Risorse e pane che vanno a chi può produrre, guadagnare, uccidere, cacciare, comandare, obbedire. Lei queste cose non le sa fare.

Potremmo venderla o farla vendere, ma solo per qualche anno, poi che ne facciamo di una puttana di 15 anni?

No, una femmina no.

Uccidiamola ora, nessuno ne chiederà conto.

Chiudiamole la vagina, perché non possa scegliere da sola.

Stupriamola perché impari chi è che comanda, qui.

Insegnamole ad avere paura, perché non possa muoversi o decidere senza aiuto.

Facciamole capire che ogni suo gesto, ogni sua scelta, ogni sua decisione sono un danno per tutti noi. Per tutti.

Nascondiamola.

Umiliamola perché impari subito che il mondo non le appartiene e non le apparterrà mai.

E’ solo una femmina, a chi importa?

 

So what?

mose

Soundtrack: Charlotte Martin – Pills (vi mancava eh?)

Che cazzo sto combinando?

Costruisco inutili passioni di pasta di sale e polistirolo. E me le guardo come fossero vere.

Passo le ore a lisciare le sagome e modificare le forme come fossero coccole e carezze.

Nella testa mi si confondono visi, vasi, cose, case. Non trovo niente. Qualche palla di sottomanto della Penelope testarda e semprealfianco. Graffette e spillette. Polvere che fa grattar le dita.

Ho la testa vuota. 13 ore di sonno stanotte. Prima sveglia alle sei per un biscotto e una sigaretta. Poi liscia fino alle dieci. Oggi dalle 4 alle sei e mezza. Tra poco risistemo il capino sul cuscino e vado.

Sono stanca. Di molte, moltissime cose. Avrei dovuto capirlo giovedì che sarei finita stesa.

Ho fatto quasi 6 ore di straordinario questa settimana. Pare niente, Pare.

Vedo una madre, giovedì. Una donna sottile sottile. Consumata. Anche i capelli sta perdendo. Trasparente e disperata. Da non sfiorare, perché non si disfi come gli alieni nei cartoni animati sotto i colpi dei fucili laser. Guardarla e lasciarla stare. Che niente si può fare.

Suo figlio ha 11 anni. Ha la Sindrome di Kabuki. Ne ho già parlato. Il suo è un peggioramento di quelli inesorabilmente lenti, progressivi, distruttivi. Mese dopo mese, anno dopo anno, scompare nel nulla una funzione. Le ossa della testa si modificano e prendono forme astruse che bloccano il naso, che aprono voragini nel cranio. Non cresce di un centimetro, malgrado le iniezioni quotidiane di ormone della crescita. Reni, udito, vista, sistema immunitario.

Un ricovero al mese. Analisi del sangue ogni 20 giorni, credo.

Lui sorride sempre. Sempre. E’ allegro e solare dolce come un’arnia.

Una cicatrice gli attraversa il cranio, sembra un’aureola.

Lo vedo poco, per via dei ricoveri. Ci lavoro meno che niente. Non so cosa fargli fare.

Al colloquio con la madre ci siamo spaventati in tre: la NPI, lo psicologo ed io, per alcune notizie non confortanti. FINTA DI NIENTE, diceva il mio amico Massimo.

Alla fine sono dovuta uscire perché volevo disperarmi e basta. E non è bene. Sono stanca, evidentemente.

Io vorrei portarlo a fare un giro in motoscafo. in elicottero. Vorrei fargli vedere, che ne so, le falesie irlandesi, cazzo. Vorrei fargli fare quelle cose speciali che valgono la pena. Ma non è il mio mestiere.

Il mio mestiere si fa perché non si tollera l’impotenza. Non ce la si fa e allora si finisce medici, infermieri, psicologi, terapeuti, terapisti. Così riesci a sfangarla. Passi le tue giornate a illuderti che non sei impotente. Che sei attiva e utile. Qui non servo a una mazza.

Ho chiesto alla NPI cosa cazzo devo fare con questo ciccio piccolo devastato e devastante.

Metteremo su un “momento ludoteca” apposta per lui. Farà sentire meglio me, non so lui.

Guardo la collega TNPEE preoccuparsi per le assenze che le portano diminuzione di guadagno e resto ghiacciata. Non capisco tanto bene. Forse non ho capito bene. Forse sono io che funziono male. Di solito me ne fotto, di tanto in tanto, mi prende male.

Preferisco i cicci rabbiosi, quelli che cercano di picchiarti. Preferisco. Non che io sia canonica nella gestione dell’aggressività. Ho il mio discutibile metodo. Perché sono una bimba dispettosa io. Se serve, li sollevo da terra e poi li stendo sul pavimento e gli punto gli occhi negli occhi. Animale uno ad animale due. Io alfa, tu gregario. Nun ce provà più, con la voce di panza più profonda e ferma che ho. Sono scene buffe. Se mi sgama qualcuno con sale in zucca mi manda al confino. Non si dovrebbe fare così, in verità. Ma è più veloce ed efficace.

E questa settimana non è mancato niente. Cicci che mi hanno fregato per mia disattenzione, madri invadenti, insegnanti spaccapalle. Colleghe più disordinate e scoordinate dei cicci. Troppo lavoro.

Solo lavoro.

E stasera che dovrei essere immersa in una seratina for women only, sono a letto con Penelope a rivoltarmi il cuore e la pancia.

E non prendo medicine perché ho la fobia. Quindi si ha da aspettare che passi seguendo i consigli della nonna: riguardati, riposati, non prendere freddo.

Fumare si fuma lo stesso.

Ovviamente niente invito a cena. Non erano giornate. Poi non sono affatto sicura che la pupazzetta di pasta di sale e polistirolo abbia il dono della parola. Anche perché non sono Michelangelo.

 

Ah, le femmene…

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Soundtrack: Erykah Badu – Bag Lady

A volte nutro sentimenti di profondo affetto e comprensione per gli uomini. Inteso come genere maschile. Mi capita raramente, ma capita.

E’ che loro hanno a che fare con noi. Genere umano femminile.

Vero che sono pieni di inutili pregiudizi e immani quantità di stereotipi, ma molti li abbiamo confezionati noi. Impacchettati e serviti su vassoietti lucidi.

Perchè non c’è mai una cosa, dico una, che sia quella che appare.

Essendo io appartenente anche al genere umano lesbico, mi capitano cose che rasentano la fantascienza e, per giunta, sono costretta/portata a capire, interpretare, giustificare. Ma a volte, che palle. Altre volte, in quanto in forza al genere femminile, mi scemisco a cercare di capire e interpretare cose che non hanno nulla da significare.

Vorrei faceste mente locale sul rischio di schizofrenia al quale sono soggetta. Perlopiù le due parti di me (femmena e lesbica), pensano contemporaneamente, decidono contemporaneamente e interpretano in simultanea due cose diametralmente opposte.

Perché la terapista “man ‘n cuollo” mi si appoggia addosso? e perché lo fa solo con me? è una giovane etero in procinto di matrimonio e con uno splendido sorriso. Io non sono né androgina né Angelina Jolie. Le risposte sono due:

  1. non è vero, questa cosa non succede e te la immagini, lesbica rincoglionita che non sei altro;
  2. sì ma però non sorride così a tutte le altre, e poi certe cose si sentono.

Capirete che non se n’esce ma, d’altra parte, perché mai le donne devono avere questo vizio di spargere a destra e a manca contatti fisici senza prima sincerarsi dell’orientamento sessuale e della condizione sessuale del loro prossimo?

Altro caso difficile da dirimere (persona altra, ovviamente): dopo avermi detto e mandato a dire che non mi vuole, dopo aver detto e mandato a dire che le aggrada solo una sincera e profonda amicizia, dopo telefonate quotidiane, sms in media di 5 die, chattate terminate all’alba e scambi di battute acute che neanche gli sceneggiatori dei film hollywoodiani anni 50, perché mi si sparisce all’improvviso e non mi si risponde più agli sms? Abbiamo alcune ipotesi da vagliare.

  1. perchè le hai detto che hai incontrato una persona interessante e si è offesa;
  2. non dire cazzate, aveva solo qualche impegno e non ha avuto modo;
  3. ma se ha avuto modo, prima, anche nelle più deliranti delle situazioni, perché ora no?
  4. perché voleva amicizia e tu sarai stata fastidiosa;
  5. ma quale occasione migliore per “coltivare amicizia” di questa che vede me occupata in altro?
  6. te la canti e te la suoni, smettila di vivere in una realtà parallela.

E si potrebbe continuare all’infinito.

Abbiamo una percentuale di interpretabilità pari al 98%. Qualsiasi azione può essere quella, il suo perfetto contrario ma anche una serie di passaggi intermedi che ricordano il paradosso di Zenone.

Qualsiasi risposta o affermazione è relativa a momento, ora del giorno, fase del ciclo, attività in corso, programmazione della giornata e aspettative a lungo termine. Al cambiare di uno solo di questi parametri, qualsiasi risposta o affermazione è suscettibile di modifica, anche sostanziale.

Altra caratteristica fondamentale, è lo smodato uso della frase “non posso” in luogo del più sincero ed appropriato “non voglio”. Noi donne siamo fermamente convinte di non essere soggette ad autonomia di opzione, ma ad una serie infinita di variabili indipendenti dalla nostra volontà che governano le nostre scelte e ci costringono a non fare ciò che vorremmo, se solo fosse possibile, fare con immenso piacere.

Infine, altro tipico e peculiare comportamento femminile: trattenersi dal fare una cosa. Ovvero volerla fare, desiderare di farla, anelare, morire dalla voglia e NON farla, godendo intimamente della nostra capacità di resistere all’istinto.

Perché noi lo sappiamo fare benissimo.