Di Madri, nonne e matrigne

NON HO TEMPO PER TROVARE L’IMMAGINE

Soundtrack: Forest for the trees Dreams

Ho un mal di schiena che la metà basta.

Troppo tempo stesa. Sono presa in un gorgo di pigrizia senza precedenti.

Oggi prendo la bicicletta, almeno mi muovo un po’.

Ieri ho cercato di mettere il post sul blog, ma c’è una fottuta incompatibilità tra la mia pennetta e il computer dell’internet point.

Oggi ci riprovo e vedremo se ci riesco.

Sempre ieri si ragionava, con mia sorella, su quello che proprio uno non ha in sé. Su quello che noi, branco familiare, non siamo in grado di dare.

Non si può cavar sangue da una rapa.

Quando si cresce con un imprinting tanto particolare, come quello di non avere una madre, si alza la soglia del dolore. Impari a sopravvivere e, se puoi sopravvivere a questo, puoi sopravvivere a tutto (e questo non l’ho detto io).

E quello che si posiziona, sulla scala del dolore e dei problemi, al di sotto di quella linea rossa, non conta un cazzo e basta. Cosa da niente è.

La maggior parte delle donne che ho avuto a fianco, ma non solo, sempre questo mi hanno obiettato: “per te valgono solo i tuoi, di problemi, il resto lo sminuisci e sottovaluti”.

E’ vero, è sempre stato vero. Dico spesso che in fondo le nostre sono piccole vite e che, inesorabilmente, ognuno ha la propria personalissima linea rossa a delimitare la soglia del dolore. E che per ognuno è spaventosamente alta.

Ma negli anni, una parte di me ha smesso di rispettare le altrui linee. Una parte di me ha semplicemente cominciato a pensare che chi non ha idea di cosa sia il vero dolore, vale poco o, quantomeno, ancora non ha avuto il benché minimo contatto con la realtà e con la vita. Bimbi col ciucciotto in bocca.

Non è bello. Non è giusto. Non mi ricordo quando ho cominciato a diventare così.

Appartengo ad un branco familiare matriarcale, donne soprattutto pratiche, dall’aria inesorabilmente anaffettiva perché, tutto sommato, non c’è tempo da perdere con le smancerie, i poverina e gli abbracci perditempo. Bisogna fare. Fare subito, entrare in un loop di iperattività da emergenza che sia pragmatico, razionale, potente e che non lasci spazio alle emozioni inutili (piangersi addosso, abbattersi, fermarsi, proteggersi). Camminare anzi, correre e non importa chi o cosa si travolge nella corsa.

Siamo fatte così da tre generazioni

Mia nonna, mater ebrea cellula per cellula, che ci ha cresciuto con costanza e ostinazione, non ha mai concepito pause e/o attese. Fare, muoversi, organizzare,  predisporre, correre, agire. Ma lei è stata anche capace di abbracci caldi e partecipativi, sapeva consolare e farti sentire unica al mondo nella sua attenzione, sapeva leggerti negli occhi il dolore o la sofferenza e sapeva come curarla. Aveva nelle mani il potere di sciogliere ogni nodo dell’anima individuandolo con precisione. Io questo non ce l’ho, e me ne dispiace. Mia nonna un giorno ha detto: “avrei preferito morisse tuo padre, mio figlio, invece di tua madre”. Una dichiarazione d’amore e comprensione, il coraggio di capire e di vedere gli strappi dell’anima uno per uno, la consapevolezza che portare un dolore da adulti è, comunque, più sopportabile.

Fantastica mia nonna.

Poi c’era la moglie di mio padre. Madre coraggio per suo il suo figlio bello e dannato, donna fattiva nel caricarsi addosso una famiglia che non la voleva e che l’ha osteggiata apertamente per oltre 30 anni. Senza tregua. Lei non era donna da perdere tempo. Ci ha educate, ci ha dato il suo. E il suo era: sii autonoma, aggredisci il dolore, sappi chiedere aiuto, non dipendere da nulla, non ti aspettare niente mai e tieniti strette le tue emozioni, che condividerle non è di questo mondo. Mai una carezza, mai un abbraccio, mai una parola di comprensione. Ma presenza costante e adeguata in ogni momento difficile con i suoi modi e i suoi mezzi (storico il suo presentarsi con una pillola di tavor e un bicchiere d’acqua mentre al telefono, a 19 anni, mi comunicavano della morte dell’amico Claudio). Fu lei a mediare per l’organizzazione del mio aborto, lei a parlare con me quando morirono Massimo e Gabriella, lei a sostenere la mia andata via di casa. Con una durezza adamantina certo, ma gliene sono grata, ora.

Mia nipote, che è ormai lontana dalla sua bisnonna “panzer” e dalla sua nonna acquisita “don’t panic”, paga l’assenza di rassicurazioni, lo sguardo severo sui suoi momenti di cedimento passivo, la mancanza di parole di compassione (nel senso letterale del termine), l’assenza di abbracci e di carezze da incoraggiamento. Cerca di barcamenarsi e sopravvivere ad una modalità di essere che non prevede sconti, pause, cadute senza risalite, perdite di tempo.

Sarà anche per questo che, almeno io, ho la tendenza a drammatizzare sempre tutto. Se le cose appaiono peggio di quel che sono, forse si riesce a rimediare un abbraccio caldo o uno sguardo di approvazione. Non c’è più nessuno che debba o possa fare questo per me, non è tempo e non è il caso, ma è una sensazione che non muore, una incoercibile tendenza bambina.

Anvedi questa immobilità fisica dove mi sta portando.

Se dovessi riuscire a pubblicare sul blog ‘sti pezzi, saranno cazzi di chi legge. Noia mortale.

Non dovrei ma so che lo farò.

P.S. Ieri, a Napoli, hanno arrestato un ginecologo che faceva aborti clandestini. E’ lo stesso del quale parlavo nel mio post sull’aborto. Lo hanno preso dopo 30 anni. Il suo collega si è beccato anche una accusa di molestie. Non è cambiato niente.

Movimento per la vita? VAFFANCULO

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Soundtrack: Meredith Brooks – Bitch

Stasera, mentre cercavo di fermare l’autoriproduzione di panni da stirare, ho ben pensato di accendere la televisione. Cosa che non faccio da un paio di mesi, pagando inutilmente Sky.

Mi paralizzo su Anno Zero, dibattito ennesimo sulla legge sull’aborto, sull’aborto, sul diritto alla vita, sulle donne che abortiscono, sulle istituzioni dove si abortisce.

Ci sono due cose che mi hanno fatto saltare il sistema nervoso e, una delle due, mi procura anche dolore perché mi costringe a decretare la fine di miti e riferimenti della mia formazione (mentale e culturale).

Chi era quel coso inutile con gli occhiali da presbite? uno che partorisce? uno che resta ingravidato? uno che ha le mestruazioni? se è così, deve essere uno scherzo della natura, perché sembrava un uomo. In particolare sembrava un uomo che sosteneva che una donna non è in grado di decidere da sola, che avere figli è un dovere in qualsiasi – e sottolineo qualsiasi – condizione e, infine, che il problema è solo pratico e ideologico: se dici ad una donna che se abortisce uccide, le fai cambiare idea. Senza contare che ha avuto il coraggio tipico degli unti del signore di impedire la libera espressione di una donna che era lì in qualità di disabile devastata e disartrica nell’espressione verbale (e Santoro, pure tu però).

Poi c’era una tipa “faccio-finta-che-so’-d’accordo-colla-libertà-di-scelta-in-realtà-manipolo-dati-per-fare-spaventare-tutti”. Una che afferma che sì, in Italia gli aborti sono diminuiti e che c’è la media più bassa in Europa, malgrado la mancanza di informazione preventiva, malgrado la mancanza di educazione sessuale, malgrado la mancanza di posti dove andare ad abortire senza essere sfracantati le palle da scassacazze travestite da sante e martiri e vergini; e dice che è STRANO. Perché nel resto dell’Europa, dove tutto questo c’è, il numero degli aborti non diminuisce.

Strano? Che cosa è strano? Non è molto più strano che non aumentino il numero delle nascite in questo paese di merda? Non è strano che il numero di figli sia ridotto a 1 per famiglia?

Mi provoca dolore, invece, vedere due donne che rappresentano la mia mitologia del femminile: Emma Bonino e Franca Rame, cercare parole da compromesso, accettare ingerenze inaccettabili, metterla sul piano del penoso e compassionevole, consentire al coso inutile di dire cazzate in libertà e tacere dell’unica cosa che è vera e che ogni singola donna sulla faccia di questa terra sa nel momento esatto in cui ha il menarca.

Ovvero che deciderà lei e solo lei SE avere un figlio e che nessuno potrà impedirle di averlo o non averlo se non uccidendola o privandola della libertà materiale (ma non è sufficiente neanche questo).

Dalla notte dei tempi esistono metodi per abortire. In ogni gruppo antropologico, regime religioso, livello culturale, epoca, luogo geografico dell’intero mondo, esistono metodi per abortire.

Non c’è nulla che si possa fare, punto e basta. E mi sono pure rotta il cazzo di dover trovare giustificazioni pratiche, sociali ed emotive per chi abortisce. Ce n’è solo una: “Io, questo figlio, non lo voglio”.

E siccome siamo noi che gli diamo pezzi di noi stesse per crescere e formarsi, siamo noi che ci spariamo 9 mesi da incubo fisico, morale e pratico, che rischiamo la nostra, di vita (nel senso letterale o quotidiano), siamo noi che ce lo attaccheremo al seno dopo e che ce lo sciropperemo finché campiamo, che sia biondo con gli occhi azzurri e ingegnere, autistico o Erica e Omar, se non lo vogliamo, non lo avremo.

E non è un diritto, è un fatto.

Ripeto: rivoglio le femministe incazzate degli anni 80, quelle che aggredivano e non facevano parlare, quelle che insultavano e si isterizzavano ad ogni critica, anche la più velata, quelle che non ne facevano passare una, quelle che prendevano a schiaffi e menavano calci. Loro, trent’anni fa, hanno costretto un paese intero a fare finta di essere progressista. Era una finta ma andava bene così, perché quello che si è ottenuto è stato parecchio. Voglio donne che si sfilano le scarpe coi tacchi a spillo e le impizzano sul cranio degli idioti che cercano di trasformarci nell’Islam europeo.

Poche sere fa guardavo con un paio di amichette mie, il vecchio sketch della Marchesini nella parte della sessuologa. Abbiamo convenuto che, dieci anni dopo, ovvero ora, quel pezzo non lo farebbero passare in TV. Troppo esplicito, troppo vero e persino troppo educativo (lesbiche d’Italia, andatevi a rivedere la parte sulla spiegazione dell’ubicazione del punto G!).

Per l’ennesima volta sottolineo che tutto questo bailamme serve ad evitare che a qualcuno venga in mente, during la campagna elettorale, di parlare di diritti umani (e degli omosessuali di conseguenza).

In questi giorni io non vorrei incazzarmi, sto tanto bene seduta in questo giardinetto a guardare fiorellini e mosche che svolazzano, ma mi si tira per i capelli, santa pazienza.

 

Adesso sono pronta

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Soundtrack: Queen & David Bowie – Underpressure

Doveva essere il 19 novembre del 1982, quando sono rimasta incinta. Ci sarà qualcuno che mi dirà se sbaglio. Gli psicologi, invece, diranno che si è trattato di un “agito”, perché sapevo esattamente cosa stavo facendo.

Non è stato un errore, non per me che conoscevo ogni tipo di metodo anticoncenzionale da quando avevo 12 anni. Ero anche una attenta e grande sostenitrice del diaframma (un oggetto oggi considerabile preistoria, credo, ma allora privo di effetti collaterali, autodeterminante e assolutamente sicuro, se usato).

Ma io non lo usai, quel pomeriggio. Perché volevo che il ragazzo con cui stavo continuasse a stare con me, non volevo andasse via.

Avevo 19 anni ed ero lesbica, ma non ero pronta. Lui aveva 20 anni ed era gay, ma non era pronto. Ci amavamo molto.

Niente di disperato o struggente o devastante. Era una cosa forte ed incomprensibile, profonda e assoluta. Con calma, con consapevolezza, con incredibile gioia.

Eravamo amici prima, siamo rimasti amici dopo i nostri “quasi” due anni insieme. Siamo amici ora e io provo, a ben pensarci, la stessa potenza e inspiegabilità, la stessa sicurezza e la stessa cosciente allegria di allora, nei suoi confronti.

Non dissi nulla, non lo avvertii per non soffiare via il momento. Sapevo cosa stava per accadere e decisi di non fermarmi, non fermarlo.

Perché siamo noi donne a decidere (in condizioni normali, ovvio), siamo noi che stabiliamo per davvero se, come, quando e perché fare un figlio. Nessuno ce lo può impedire. Noi ce lo sentiamo dentro, questo potere; loro non ne hanno alcun accesso senza il nostro gentile permesso.

Eravamo bambini, in realtà. Io studiavo – controvoglia – e lavoricchiavo. Vivevo a casa e avevo anche una governante che, scoprii poco tempo dopo, teneva il conto dei miei cicli mestruali, per ogni evenienza. Lui studiava come un dannato e passava giornate intere a disegnare zampette di gallina sulla lavagna bianca con il suo pennarello nero. Ogni esame era una tragedia greca che comprendeva anche lo psicodramma della necessaria chiusura della nostra storia. Ogni esame era un 30 e lode nella facoltà più difficile d’Italia e un tornare insieme allegramente.

Famiglia devastata e devastante la sua, famiglia inverosimile e complicata la mia. Ma avevamo gli amici. E per Natale, entrambi, avevamo diritto ad un posto a tavola a casa di Massimo (altro amico storico e infinito) per il cenone. L’alternativa sarebbe stata restare a casa da soli, senza avere la più vaga idea della posizione geografica delle nostre ipotetiche famiglie.

Le analisi del sangue stabilirono con certezza che ero incinta (ma non ne avevo bisogno, lo sapevo ogni volta che mi rimpinzavo di succhi di pomodoro e pop corn come se fossero l’unico cibo disponibile sulla faccia della terra o quando vomitavo la mattina e svenivo la sera).

Le andammo a ritirare insieme, le leggemmo insieme e io non ricordo cosa ci siamo detti.

Ma non c’erano dubbi. Avrei abortito.

Perché? Perchè non c’era altro da fare, pensavo. Eravamo lesionati, indefiniti, abbandonati, omosessuali, incompiuti, indisciplinati, figli, refrattari alle regole ed alle responsabilità, indecisi patologici e terrorizzati cronici. A mio figlio una famiglia così proprio non gliela volevo dare. Era troppo presto, troppo complicato, troppo grande per noi. Fine del ragionamento.

E anche questo lo decidiamo noi donne, da sole. Anche questo potere ci appartiene, dalla notte dei tempi, senza che nessuno abbia mai potuto fermarci, senza che nessuno sia mai potuto entrare nella nostra scelta. Se non con la violenza. E non la assegnamo a nessuno, questa scelta, non la deleghiamo, non la condividiamo. Mai. Nostra la decisione, nostre le conseguenze.

Il caso divenne se non nazionale, quasi regionale. Non ho mai saputo tenermi qualcosa e, quindi, la notizia della mia gravidanza era praticamente affissa sui muri della città e della piazza che frequentavamo. Divenne anche oggetto di pubbliche discussioni: tenerlo o non tenerlo. Ci riunivamo a casa di amici per intavolare la questione. Fu un gioco collettivo per giorni. Perché no? eravamo ragazzini e non sapevamo niente di niente. Io non sapevo niente di niente.

Provammo a far da soli, ma le reception degli ospedali napoletani facevano a gara per dare notizie false, per spaventarci e per confonderci le idee. Ad un tratto la cosa diventò faticosa e dolorosa per noi. Non sapevamo più che cosa fare. Tra l’altro cercavo di stare attenta ad evitare gli ospedali e i consultori che avevano a che fare con mio padre ed il suo lavoro, non era facile.

Poi, la governante pensò bene di allertare la famiglia sulla mia mancanza mensile. Mia sorella mi consegnò prima un cazziatone allucinante, poi mi promise il suo aiuto. Intervenne la moglie di mio padre e in 24 ore ebbi la mia prenotazione all’ospedale (vicino le nostre case, guarda caso). Mio padre finse di ignorare il tutto e ci predisponemmo all’evento. Improvvisamente, inaspettatamente, il gioco finì. Non avevo più niente da dire, avevo solo paura. Avevo da fare i conti con quello che poteva essere e non sarebbe stato, ma non avevo a chi dirlo. Non io, non quella che notoriamente si batteva per la libera scelta di abortire, non quella che considerava l’aborto una scelta responsabile e necessaria, non quella che solitamente dispensava informazioni e consigli su cosa, come e dove.

Lui era spaventato come una maruzza e, come spesso accade in queste situazioni, perse la testa e mi lasciò il giorno prima dell’intervento. Ma per me non aveva importanza. Quello che stavo andando a fare lo avrei fatto da sola, la sua presenza era del tutto ininfluente. E andai. Con mia sorella in ospedale.

Ovviamente era stato tutto ben orchestrato da mio padre; bypassai la fila, fui operata per prima dall’assistente del primario e nostro vicino di casa, ebbi la stanza da sola in uno degli ospedali più affollati di Napoli, venni addormentata per 4 ore e visitata da 600 medici circa. Sognai molto e cose molto strane, le ricordo ancora. Tornai a casa la sera. Era il 14 gennaio del 1982. La mattina dopo non volevo alzarmi, volevo dormire e dormire e non ricordare più.

Con lui tornai il giorno dopo, credo. Non ne abbiamo parlato per un po’. Poi è diventato il nostro modo per stupire la gente e per ridere di noi, almeno in pubblico. In privato, lui si ricorda di chiamarmi ogni anno, da 25 anni, ad agosto. Teniamo il conto dei non-compleanni di nostro figlio (perché sarebbe stato un maschio, lo sappiamo tutti e due) e ci ripetiamo, ogni anno, che non avevamo alternative. Spesso passiamo del tempo a chiederci che vita sarebbe stata, la nostra, se avessimo avuto un figlio. Di certo diversa. A rivedere le cose da lontano, sembra tutto ridicolo e inutile. In quel momento era, senza dubbio, un cataclisma senza vie d’uscita.

Figli non ne abbiamo fatti, né io, né lui.

 

 

Cui iuvat?

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Soundtrack: Crosby, Still, Nash & Young – Our House

Post veloce da improvvisa illuminazione. 

La soundtrack di oggi è puramente emotiva. Ho appena saputo che la casa nella quale, a Roma, ho coabitato per un anno, verrà dismessa.

Essendo io donna romantica ed emotivamente instabile (ho odiato quella casa fintanto che ci ho vissuto), mi è venuto un po’ il magone.

Il titolo, invece, recuperato da una fallace memoria da studentessa di liceo classico, si riferisce, ancora una volta, alla discussione sull’aborto.

Ho sempre pensato che il dibattito sull’aborto, in questo paese, venga sollevato ogni volta che è necessario nascondere magagne politiche, economiche, legali ed altro. E’ un fatto storico, direi, basta guardarsi indietro e notare i momenti e i contesti nei quali, periodicamente, è partito il delirio.

E’ anche l’unico argomento che scatena reazione nella cosiddetta “opinione pubblica”, niente altro riesce a mobilitare pensieri e azioni in Italia.

Anche stavolta mi sono ossessivamente chiesta perché e a che pro questa campagna con prese di posizione così aggressive e aperte. Ieri ho capito.

Serve per togliere dal dibattito politico le questioni sollevate nell’ultima campagna elettorale, le questioni sulle quali si è cercato di giocarsi i voti e che, poi, nessuno è stato in grado di gestire.

Si vede che i nostri politici, tutti i politici, hanno imparato che le battaglie per i diritti civili sono impossibili da affrontare in Italia: coppie di fatto, inseminazione, adozione, omosessualità e tutto quanto fa paese civile in evoluzione storica e sociale, qui non si può metterli sul piatto della politica, troppo pericoloso, troppo difficile stabilire chi vuole cosa e come, troppe differenze trasversali. Io non so come ha funzionato negli altri paesi europei, che qualità di popolo ci fosse, quanto coraggio ci sia voluto e contro chi si siano dovuti scontrare.

Ma so come funziona da noi. E ci hanno fottuto. Ci hanno sbarrato il passo con una questione base, un diritto che sembrava acquisito, un diritto che perlopiù è considerato “inalienabile” trasversalmente.

Ed eccoci qui a seguire in branco le chiacchiere di un idiota, voglio presumere pagato da tutte le forze politiche in Italia, che ha la faccia come il culo, forse uno dei pochi in grado di sostenere, fomentare, mantenere in prima pagina, un tema che dovrebbe restare, invece, a dormire il sonno del giusto.

Ci hanno fottuto, ribadisco. Quest’anno se ne vanno affanculo i diritti umani e della persona perché non c’è più spazio. Siamo stati ributtati indietro per non andare avanti e chiedere di più.

E ditemi se non ho ragione?

P.S. Per la prima volta dopo decenni, non ho visto Sanremo. Che strano.

Remember “Caccia a Penelope” 7 marzo Circolo degli Artisti.

 

La legge 194 del 22 maggio 1978

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Soundtrack: Alan Sorrenti – Figli delle stelle

Nella Hit parade di quel periodo c’era anche Patty Pravo con pensiero stupendo. A guardare indietro dalla cima di questi 30 anni passati, pare di vedere Sodoma e Gomorra.

Alla “guida del paese”, Andreotti e la sua DC. Non esattamente la modernità e la laicità fatta governo. Alla Sanità la mitologica Tina Anselmi, De Mita ministro senza portafoglio (immagino usasse già infilare le mani nei nostri), Cossiga agli interni e poi una sequela di onorevoli finiti sotto inchiesta per scandali di ogni genere e tipo.

Ho dovuto cercare un po’ su internet, non ricordavo granché.

Avevo 15 anni, la verginità persa da poco per scommessa con un ragazzone barbuto e stronzo, mia sorella era in Figgiccì e veniva a recuperarmi in classe ogni santissimo sciopero, l’eskimo, le canne, la birretta dopo scuola al bar.

Mio padre era il ginecologo di riferimento dei gruppi di autocoscienza femministi di Napoli.

Mi era già capitato, almeno un paio di volte, di partecipare a collette scolastiche per raccogliere soldi per fare abortire qualche amica o sconosciuta della scuola.

Ci volevano 500.000 lire, nel ’78, per fare un raschiamento da sveglia, su un lettino d’acciaio, tra gli insulti dell’infermiera e l’indifferenza del ginecologo e, prima di essere buttata fuori dalla stanza, era difficile evitare mani addosso e molestie varie.

Ma te lo tenevi, abortire era illegale e andavi in galera tu, se denunciavi il medico. Andavi in galera a 14, 15, 16 anni, in un paese dove parlare di contraccezione era considerato peccato mortale e dove la rivoluzione sessuale del ’68 e il femminismo avevano prodotto una assoluta idiosincrasia per la verginità.

Qualche volta, oltre all’aborto, rimediavi una sterilità permanente dovuta a qualche infezione o complicazione post-macellazione. Ci voleva molto coraggio, per abortire. E molta fortuna.

I nomi famosi a Napoli erano due. Uno dei due finanziava i mazzieri del Fronte della Gioventù, con i soldi degli aborti, l’altro era uno stupratore seriale.

Mio padre non ha mai fatto aborti privati, perché era illegale. Punto e basta.

Poi la legge passò, in un panorama che sembrava blindato come un caveau: in un paese cattolico, moralmente arretrato, dove persistevano ancora cose come “il delitto d’onore”, passò una legge sull’aborto magistralmente costruita. In pratica una delle migliori al mondo.

La legge permetteva, a medici, infermieri e personale sanitario tutto, di scegliere se farlo o meno. L’obiezione di coscienza.

Mio padre, socialista ed ateo, non si dichiarò obiettore. E fu uno dei periodi più difficili per la mia strana famiglia.

Naturalmente i due ginecologi che, per anni, avevano fatto i miliardi sull’aborto legale in città, si dichiararono obiettori, senza smettere mai, neanche ora, credo, di mantenere aperti gli studi e l’attività illegale. Perché l’informazione sulla legge era scarsa, confusa, spesso inaccessibile e la paura ancora tanta. Quegli studi sono rimasti aperti per le minorenni spaventate e per le donne che non sapevano.

Mio padre iniziò a mettere faticosamente in piedi il reparto di Interruzione Volontaria di Gravidanza in uno degli ospedali più grandi della città. In un sottoscala, perché il primario di ginecologia era obiettore.

Le strade intorno casa nostra si riempirono di scritte con il suo nome accompagnato dalla frase “Boia di Stato”. Alcune sono rimaste, per trent’anni.

Rispondevo a telefonate di uomini dall’accento pulito che minacciavano mio padre e la mia famiglia di morte violenta. Ci piangevo per ore. Non capivo il perché di tanta acrimonia, non ho mai saputo cosa abbia dovuto subire mio padre per fare il suo lavoro.

Il tutto perché, in realtà, la legge ha stroncato una delle maggiori e più sicure fonti di guadagno in Italia, più o meno come stava per succedere con la legge sugli embrioni e sulla fecondazione assistita.

Ma ricordo bene che ci si sentiva fiere di un paese che aveva avuto il coraggio di affrontare ipocrisia e realtà. Sembrava l’inizio di qualcosa, sembrava fossimo importanti e ascoltate/i. L’opinione pubblica ero anche io e quello che pensavo e desideravo aveva a che fare con il miglioramento della mia vita e della vita degli altri. Era una bella sensazione.

E la battaglia successiva fu per far capire e passare il concetto che l’aborto non era un metodo anticoncezionale, ma l’estrema ratio, che bisognava informarsi, sapere, scegliere, per evitare quel raschiamento, quella orrenda sensazione, quella terrificante responsabilità. E ha funzionato. Le percentuali di donne che abortiscono sono diminuite negli anni in modo impressionante, adesso è un problema con le immigrate, ma si lavora per questo.

Avevo 15 anni, appunto, sapevo tutto sugli anticoncezionali da quando ne avevo 12 (rimediai anche un paio di ceffoni da una madre bacchettona, per aver insegnato alla figlia cosa e come usarlo per non restare incinta). Passavo le ore in classe a tener lezioni ripetendo le frasi e i concetti e i nomi che mio padre mi aveva insegnato. Accompagnavo amiche e compagne di classe in Ospedale per la prenotazione, spiegavo e rispiegavo, litigavo e insultavo chi contestava la libertà di scelta.

Questi erano i temi in discussione e niente altro: libertà di scelta, legalizzazione, metodi contraccettivi.

Vorrei le persone ricordassero meglio e vorrei che chi c’era e ha vissuto il dilaniamento di quel periodo parlasse, perché fu forte e importante, perché fu una crescita, perché fu una forma di responsabilizzazione di un paese che stava ancora attaccato alla zizza del Vaticano.

Il movimento per la vita ci provò, a sollevare le obiezioni di sempre, ad effettuare terrorismo psicologico e religioso, a mettere sul tavolo delle discussioni il concetto di vita e morte, a contrabbandare immagini costruite per spaventare e bloccare. Nel 1978 e nel 1981 (referendum). Non ottenne nulla.

Questo è il quadro generale, questo è quello che succedeva in Italia. Poi parleremo di quello che è successo a me.