Oroscopo del giorno prima

Soundtrack: Joan as a Police Woman The Magic

Mi rollo una sigaretta. Con calma.

Cambio tema del blog. Così, tanto per. Voglia di mare.

Strano periodo questo.

Molto da dire. Niente da dire.

Che sono le donne ad imporre cambiamenti alla società, da sempre. Bella la manifestazione di domenica. Bella davvero.

Che i nostri genitori hanno generato una generazione arrogante, strafottente, intollerante e pigra. I figli dopo di me, quelli degli anni 70. Lavorare con loro è un inferno. Parlare di politica con loro è un inferno.

Che questo è un paese di vecchi. E sta morendo.

Che Biancaneve sta soffrendo.

Che in questa casa si gela.

Che le persone non sanno separare personale da pubblico.

Che la consapevolezza non è un valore, è una condanna.

Che il mo lavoro sta agonizzando.

Che il mio entusiasmo sta morendo.

Andatevene affanculo. Non mi avrete.

Non mi arrendo ancora. Non mi arrendo a questo paese brutto che impedisce alle persone di esprimersi ed appartenere a se stesse.

E questa è solo una parte.

A chi si aspetta da me qualcosa, dovrei dire che ho le scolle in fronte (=le pezzuole avvolte intorno al capo – N.d.T.) e non so come rimettere mano alla mia vita, figuriamoci se posso essere utile alla vita degli altri.

Ieri, con Biancaneve, ci siamo dette che ci sentiamo in una specie di atroce limbo di transizione, in attesa di non si sa cosa, ferme ad aspettare “l’evento”. Cosa cazzo aspettiamo chi lo sa.

Non è un lamento questo, no. E’ il disperato tentativo di contenere un livello di incazzatura senza precedenti.

Sono ferocemente incazzata e lo sa solo il mio colesterolo, il mio utero e le mie ginocchia.

Alla fine sono incazzata con me stessa, immagino.

Biancaneve è in guerra.

Acquattata in trincea mette i punti da sola agli squarci sulla pelle e aspetta il prossimo attacco, indecisa se venir fuori con il coltello tra i denti o prepararsi ad ammortizzare la granata che arriverà.

Potessi prendere la forma di un giubbotto anti proiettile lo farei. Ma anche come bazooka non sarei male.

Vederci è una complessa operazione, via di mezzo tra strategia militare, diplomazia internazionale, servizi segreti, universi paralleli e letteratura fantasy. Ci riusciamo a vederci. Ci riusciamo anche se i proiettili fischiano e la gente rompe il cazzo. Qualcosa abbiamo perso, ma ci rifaremo. Sono pur sempre Penelope, le trame so riprenderle e ricostruirle ogni santissimo giorno come non avessi mai fatto altro per tutta la mia vita. 

Nel frattempo, la intrattengo con la triste storia del movimento lesbico worldwide e la scaletta di film, libri, varie ed eventuali rigorosamente a tema.

Sapessi com’è triste, amore mio, non poterti portare esplosioni di colori e rivoluzioni della mente.

Le donne cambiano il mondo ma non il loro mondo. Le donne sono le ultime e le lesbiche le ultime delle ultime.

Il lavoro che faccio, nel posto dove lo faccio, sta morendo di inedia e di stenti. Tossisce, a tratti qualche scossa tonico-clonica e l’agonia degli ultimi. Quelli per i quali non si fanno sforzi, non si fanno previsioni, non si fanno investimenti. Quelli ai quali non val la pena di dire la verità. Gli ultimi a sapere. Almeno questo credi tu, brutto bastardo di un imprenditore quarantenne di questo cazzo. Miserabile ameba. Minuscolo pene senza coraggio. Mavafanculo.

I progetti che avevo in mente si arenano. Spiaggiano come balene scimunite. Sbatacchiano la coda nell’acqua bassa e non fanno neanche danni. Un cazzo di niente. L’ultimo colpo vedremo se andrà da qualche parte.

Le persone con le quali credevo di avere un legame, erano lì agganciate alla mia fottuta energia straripante. Leva quella e perdi tutto, Penelope. Ancora una volta. E ancora una volta io non riesco a trovare l’errore. Cieca e sorda. Mi si accolla la responsabilità di esserci, la responsabilità di prendermela, la responsabilità; mi si ignora ogni sacrosanta obiezione e poi mi si sfracanta il cazzo quando dico no. E perdo tutto: legami personali, di lavoro, appoggi ed affetti. Prima o poi capirò che cazzo faccio che non va bene. Nel frattempo, andatevene affanculo.

Il favoloso non mi risponde. Suppongo creda io sia in uno di quei periodi “cazzi miei”. E’ così, ma non nel modo che pensa lui. E mi manca. E vafanculo pure lui.

Però, il Napoli è secondo in classifica. Abbiamo il nostro gruppo partita e mi godo una sensazione persa almeno 20 anni fa, quando la squadra era il riscatto di una intera città, quando ci si sentiva cretinamente fieri e belli come il sole. Nessuno ne parla. Ovviamente. Gli ultimi di cui parlare. Ovviamente. Vaffanculo ai giornalisti sportivi. Ovviamente.

Non vorrei sembrare scortese, quindi, a questo punto, accomodatevi affanculo con ordine, non vorrei qualcuno si facesse male nella ressa.

 

 

in Italia

Qui parliamo del mondo, oggi. Di questo paese. Della gente che lo abita. Del pensiero comune. Del medioevo che fa trendy, della vera natura di un gruppo di persone che definire un popolo sarebbe un complimento immeritato

Io abito in un paese dove vivono una sessantina di milioni di persone che passano il tempo a pararsi il culo, a fottere l’altro da sé e ad immaginare modi per costruire muri di granito impenetrabili intorno alle proprie case.

Io vivo in un paese dove la religione ufficiale, che si basa sul sacrificio mortale di una persona nel nome di tutti, passa il tempo a spiegare alle persone che l’altro è un nemico, che il diverso è da compatire, che la verità è una sola e che puoi fare il cazzo che ti pare purché tu sia disposto a dichiarare un pentimento non rispetto al mondo tradito ed alle persone ferite, ma rispetto ad un essere umano vestito di nero. Qui, nel mio paese, la religione ufficiale ha ucciso e uccide, ha tradito e tradisce, si è arricchita e si arricchisce, ha ignorato ed ignora etica e morale, ha lavorato e lavora perché la conoscenza resti di pochi e, tanto per collegarci al “qui ed ora”, negli ospedali e nei centri di cura che gestisce, ha soppresso i contratti di lavoro e ne ha, da sola, rifiutato il rinnovo ed adeguamento. Perché la religione ufficiale del mio paese, pensa che il costo del lavoro, che il lavoro di una persona sia, in realtà, una spesa non giustificata.

Io vivo in un paese dove in una delle regioni, questa, si fa passare una leggina il 7 agosto che stabilisce che, gli esseri umani ospiti di centri residenziali e semiresidenziali (giorno e notte o tutto il giorno, e si può facilmente dedurre che tipo di persone siano gli ospiti di centri di questo tipo), devono pagarsi il 30% del costo di ricovero. La regione dove vivo chiede, di fatto, alle famiglie di psicotici gravi, disabili gravissimi, insomma, persone non autonome e non in grado di mantenersi e che hanno bisogno di impegno totale, da parte di chi hanno intorno, di cacciare i soldi per mantenersi. E questa regione, la regione lazio, non rende pubblica la delibera. Devi saperlo da te.

Questo mi fa pensare che, malgrado 50 anni di crescita ed evoluzione, in questo paese si ragiona ancora in termini di “peso”. “Peso” per la società, “peso” economico. Resiste ancora, in questo paese, l’idea che esista la normalità e l’anormalità, l’uguale ed il diverso, il più uguale dell’uguale e il “levati dalle palle che sei inutile e mi dai fastidio”.

Nel paese dove vivo la gente si chiude in casa a rincoglionirsi di sogni di plexiglass fatti di soldi facili e facce da riconoscere e di “toglietemi tutto ma non quello di comprarmi la macchina a rate”.

Nel paese dove vivo le tasse sono un’ingiustizia. Nel paese dove vivo il lavoro non ha valore. Nel paese dove vivo i governanti proteggono i potenti e spellano gli ultimi, assicurano aiuto e sostegno a chi tiene il suo culo su una poltrona di pelle o di velluto e si rivolgono a chi il culo lo deve tenere in movimento, come ci si rivolge agli ultimi degli sfigati.

Nel mio paese, se per vivere devi lavorarci, sei un coglione e come tale meriti di essere trattato e, nel mio paese, se hai bisogno di aiuto ma non hai niente da dare in cambio, l’aiuto non te lo puoi guadagnare. Qui se ti incasini per cento euro vai in galera, se sposti una milionata ti fanno l’applauso, se rubi un rimmel alla coin ti portano dentro, se metti le mani in tasca a 40 milioni di persone, sei un fico della madonna. Qui se fai quello che devi, non sei nessuno.

Minchia che paese di merda.

2010 in review

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Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Crunchy numbers

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About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 39,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 5 days for that many people to see it.

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Where did they come from?

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Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

Etero & Lesbiche November 2008
69 comments

2

Lesbiche romantiche February 2008
11 comments

3

Penelope Gatta, quella vera. January 2008
9 comments

4

Lesbiche con le polacchine December 2007
7 comments

5

About Penelopebasta December 2007
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E ora: auguri 2011

Niente colonna sonora. Ecco.

Ooohh.

Non si può venire meno alla tradizione.

Ma sì che si può. Gli auguri li faccio comunque, poi, l’anno prossimo, cerco di fare pace con il cambio di argomenti e toni di questo blog, cercherò di non cedere alla voglia di farne un altro e continuerò a scrivere del cazzo che mi pare.

Ogni anno è un anno difficile, ogni anno finisce con quella punta di rabbia e quel vaffanculo detto tra i denti sostenuto da una testarda speranza che l’anno dopo sarà più facile, o anche solo meno difficile.

Non è mai così, mai davvero. I giorni si srotolano come un red carpet davanti ai piedi e quasi tutto dipende da che scarpe hai messo e quale passo hai scelto. Di tanto in tanto arrivano applausi o fischi o pietre o petali o merda. Non sai quando, non sai in che quantità, non sempre sai perché e raramente corrispondono a scarpe e camminata. 365 passi con sorprese inaspettate, bizzarre, meravigliose, devastanti, fastidiose, avvilenti. E sempre e comunque sorprese.

Intorno al tuo, personale, red carpet, c’è il resto del mondo. Il resto del mondo è fatto di cose a volte assolutamente incomprensibili. E si vorrebbe cambiarle. O si vorrebbe esserne parte. O si vorrebbe che sparissero.

Ad ognuno il suo.

E allora, prima i “buon anno” ad personam.

Un anno speciale, ricco e lubrificato a Biancaneve, la mia donna nervosa con il suo passo ritmato e lungo, le sue scarpe col tacco, i suoi occhi profondi e attenti da gatto curioso e il suo sorriso che è un’arma letale. Se potessi, passerei le giornate a spargere petali di rose colorate sul suo tappeto rosso, porgerei acqua quando serve, cappotti di cammello se fa freddo, piume per alleggerire l’anima, cuscini per riposare e abbracci energetici dall’alto del mio scalino necessario all’uopo. Il suo oroscopo è favoloso, lei è favolosa e l’anno prossimo sarà favoloso, sennò che Biancaneve sarebbe?

Un anno buono alla mia famiglia, quella di sangue, quella che mi continua a scorrere dentro allegramente seguendo regole, usi e costumi assolutamente non convenzionali. Mia sorella, mia nipote, mio padre con la sua terza signora che è anche la quarta, mia zia che non vedo mai, i miei cugini distanti. Che sia un anno non convenzionale, non vorrei dover rivedere le mie abitudini.

Alle mie colleghe di lavoro, presenti passate e future, auguro un anno pieno di lavoro, di coraggio, di pazienza, di nuovo entusiasmo, di stipendi, di accordi rispettati e di autonomia di pensiero. Perché prima o poi arriverà, l’autonomia di pensiero.

I miei amici. Ci sono diversi gradi di amicizia, ammettiamolo. Ci sono quelli che stanno seduti nel ventricolo destro del tuo cuore, ci sono quelli che fanno parte del tuo derma e dei tuoi capillari, ci sono quelli che ti riempiono gli occhi, ci sono quelli che ti fanno compagnia.

Per quelli che stanno seduti nel ventricolo destro del mio cuore, vorrei che l’anno prossimo (oltre ad una mia auspicabile vincita al superenalotto che mi consentirebbe di restituire molto di quello che mi è stato dato) fosse sereno e liquido, scorrevole, limpido, chiaro. Un torrente veloce con rapide praticabili con l’aiuto di un buon kajak e due pagaie solide e maneggevoli.

Per chi fa parte di capillari e derma, vorrei arrivasse un anno nuovo. Nel senso di nuovo. Da spacchettare con l’entusiasmo del dopo shopping, da stupire, da sorridere, da vivere.

Il 2011 di chi riempie di miei occhi e, spesso, le mie orecchie, vorrei fosse colorato, rumoroso, un lungo corteo di samba con piume che svolazzano, tamburi e fischietti.

A chi mi accompagna, auguro un 2011 pieno di incontri, nuove mani da stringere, strade da prendere, pesi da posare, fortune inaspattate e vita succosa.

Un anno ancora alla mia gatta nera, nel migliore dei modi possibili, continuando a saltare sul letto e sul bidet per bere acqua fresca, con le unghie di bestia del cenozoico da tagliare con le cesoie una volta al mese, col suo lamento costante ed irritante, i vizi nel cibo e il bisogno di calore.

Ai lettori pazienti e follemente fedeli di codesto blog, un anno da leggere, un anno da scrivere, un anno da commentare, un anno “mi piace”.

Poi vorrei un anno ricco per chi ha poco, un anno povero per chi ha molto, un anno fresco per chi si sente arido, un anno caldo per chi ha freddo, amorevole per chi ne ha bisogno, contorto per chi se li merita, un anno che insegna e che prepara a quello che ancora ha da venire, un anno libero per chi è alla catena, un anno di formazione anche a chi crede di non avere altro da imparare, un anno profumato per non sentire più i miasmi del 2010, un anno vivo e vegeto, un anno senza interruzioni, un anno con i secondi intensi, i minuti densi, le ore che vibrano, i giorni che si ricordano, le settimane fatte di sabati e domeniche, mesi di vacanza all’aria aperta.

Che sia un anno NUOVO per tutti.

State bene, fatevi ritrovare.

Penelope

 

Auguri 2010

Soundtrack: Coldplay Christmas Lights

Ormai è tradizione.

Frettolosamente auguro.

Auguri a Biancaneve, che si preoccupa e crede che io abbia spazi bui per guardar male i suoi gesti avvolgenti e caldi. Ai suoi figli/mosaico vitali ed energetici. Alla sua famiglia chiocciosa e soldatesca. Al suo ex-marito ancora marito che vagola distratto dentro la sua vita senza trovare la strada per uscirne. Le regalo quello che posso, quello che ho, quello che riesco a sentire, quello che riesco ad essere. Ed è un regalo senza carta argentata e senza fiocchetti, un po’ rozzo e un po’ piccoletto, ma sono io, ed è il meglio che posso trovare, amore mio.

Auguri a chi ha passato questi dieci giorni guardando le vetrine senza entrare nei negozi. Pensando che fare i regali è un piacere e negarsi un piacere è un dolore. Il mio regalo è il piacere di sentirsi senza collare, senza catena e senza bisogno di sentirsi “uguali a”.

Auguri a chi ha paura del peggio che potrebbe arrivare, a chi batte i denti al pensiero di quello che ci potrebbe essere 5 metri più in là. Regalo le gambe di Fiona May, per saltare oltre i 5 metri e ritrovarsi dove proprio non ci si immaginava di ritrovarsi.

Auguri a chi ha perso il coraggio e non ha la forza di andare a cercarlo. Il mio regalo è un pacco di coraggio nuovo nuovo e luccicante, mai visto prima, un pacco di coraggio che ti arriva direttamente tra le mani ed esce da solo dalla scatola e ti abbraccia forte e non si stacca dal collo finché serve, finché è necessario, finché vivi.

Auguri a chi resta seduto e pensa che alzarsi sia una fatica che non vale la pena. Che questo mondo non vale la pena, che questo paese non vale la pena che questa vita non vale la pena. Dentro al pacchetto di carta metallizzata blu, per loro, ho messo uno specchietto piccolino per controllare se gli occhi sono chiusi o aperti, per vedere se viene fuori aria dal naso, per provare a far muovere la lingua. E’ la pena che hai sulla faccia, che non vale la pena. Il resto è lì per te, allunga la mano.

Auguri a chi si sente umiliato, offeso, negato, maltrattato da persone che non valgono l’unghia del proprio mignolo sinistro. Io regalo, e mi regalo, un palloncino capace di far alzare i piedi da terra quel tanto che basta per cambiare punto di vista, per lasciare la rabbia incollata al suolo, per volare alto sopra le miserie di chi non sa fare altro che umiliare, offendere, negare e maltrattare. Il problema è loro, non mio.

Auguri a chi sta imparando a credere che il proprio mondo si può cambiare. Il regalo non lo faccio io a loro, ma loro a me, tutte le volte che mi fanno sentire viva e fiduciosa.

Auguri a chi non ama e a chi non è amato. Nel mio pacchetto ci sono un paio di pattini a rotelle per andare in giro a cercare. Perché a cercare anche lontano, amori e amanti si trovano sempre.

Auguri ai gatti mummia come il mio, la vecchia pazza freddolosa e magra e senza forza nelle zampe, sorda e cecatella, ma sempre qui a strepitare contro la sua compagna bipede che non se ne prende cura abbastanza. Penelope, sarai mica arrivata a 20 anni per miracolo?

Auguri a chi odia il natale, a chi ne sente il peso, a chi non vorrebbe aprire la porta su quelle emozioni e quei ricordi e quelle sensazioni che tagliano il fiato e le gambe. Sedetevi e respirate piano, son due giorni e passano in fretta.

Auguri a mia nipote, che non vedo da mesi, che non vedrò a natale perché la porta non la vuole aprire e basta. Se potessi ti regalerei una chiave. Che di porte da aprire ne hai più di una, tesoro mio.

Auguri a tutti gli operatori sanitari di Lazio e Campania. A noi voglio regalare rispetto e civiltà, lavori pagati e una società che non vuol diventare un’azienda produttiva ma un posto dove vivere e crescere per quello che si è: mancini o destrorsi, dislessici o lettori, disprattici o artigiani, capaci o incapaci, pigri o iperattivi, disturbati o disturbanti, figli o figliastri, omo o etero, extra o common, strani o semplici, originali o pezzottati, chiatti o secchi, stangoni o nanetti. Bello un mondo così.

A me è così che piace il mondo.

Buon Natale 2010, gente.

Penso

Soundtrack: Plan BPrayin’

Non voglio sentire nessuno, stamattina.

Neanche Biancaneve.

Voglio capire.

Dove è andato il mio coraggio, dove è andato il mio orgoglio, dove è andata la mia anima ebraica errante. Dove e quando ho dimenticato che i punti di riferimento sono aleatori, labili, aquei, trasparenti. Solo un piccolo indicatore di direzione lampaggiante senza altro senso che un consiglio da seguire o no.

C’è qualcosa nel mio karma che persiste e si ripropone, che reitera, che non smette di tornare.

Il mio punto debole.

Il cumulo di sassi che ferma le mie strade.

Sono io che ho bisogno di pensare che le mie scelte dipendono dai fatti, dai contesti, dalle persone, dagli affetti, dalle persistenze.

E quando fatti, contesti, persone, affetti si sgretolano e svaniscono, resto nuda e senza il senso del movimento.

Perché sono qui? cosa mi ci ha fatto arrivare? cosa l’ho fatto a fare? perché mi sono fidata? perché ho sbagliato di nuovo? cosa non ho saputo vedere?

Mi arrotolo nei dubbi e nei fallimenti, mi spalmo sul divano dell’errore, mi avvolgo nella melma dell’ingiusto.

Naturale attacco di vittimismo. Non si sfugge.

Penso.

E che cazzo penso a fare?

La gatta mi guarda. Dorme 23 ore al giorno ormai. E soffre il freddo di questa casa fredda.

Oggi non sopporto nessuno.

E non sopporto parole che mi riportino ai dubbi che ho. Al senso fallimentare che mi governa oggi.

Alle tre di notte ho spostato la scrivania. Mi viene in mente quella lamentela tipica da condominio: ” ma che cazzo fanno questi, spostano i mobili alle tre di notte?”. Sì, succede. Serve. Aiuta. Fa sentire un po’ meglio. Ad essere mano educata avrei pure trapanato il muro.

Non ho fatto l’albero di natale, neanche quest’anno.

Ho un micro alberello rubato al centro dove lavoro. Sotto ci sono tre regali di Biancaneve. Mi ha comprato cose che mi servono. Cose che non mi posso comprare.

Forse non ho detto che, oltre ad essere in cassa integrazione, non ci pagano il mese di novembre e la tredicesima men che meno.

Ho le bollette sulla scrivania.

Che cazzo vogliono da me oggi co’ ste telefonate.

Devo fare il cambio di residenza ed ho paura che servano soldi per farlo.

Negli ultimi anni ho cercato di fare scelte che mi portassero ad una stabilità, alla possibilità di fare affidamento su di me. Lenta progressione, ma il fine ultimo è sempre stato questo. Ho cercato. Ci ho provato. Ci sto provando.

Ma non funziona, a quanto pare.

Ho messo anima e cuore in un posto di lavoro che ho dovuto faticare per farmelo piacere, ho trasformato in qualcosa che mi fosse compatibile, ho adattato al mio modo di lavorare.

Perché io non sono una logopedista seria, sono una cialtrona riciclata logopedista e abilmente mimetizzata in un luogo dove posso cialtronare senza troppe rotture di cazzo.

Al momento ho il terrore di rimettermi in giro. Non reggerei il confronto neanche con il cane del portiere di un centro di riabilitazione.

Ma cos’è, la sindrome di stoccolma?

Minchia, spero bene questo periodo duri poco, perché stare così non mi piace per niente, mi da fastidio e mi irrita.

Fanculo.

 

bad mood

Sountrack: Otep Special pets

Sono in condizioni pietose.

Mi vengono in mente quelle storie di gente in cassa integrazione che finisce in depressione ed alla fine prende a fucilate i colleghi.

E non mi faccio capace di avere una reazione così inutile e passiva.

Non sono incazzata, sono avvilita.

Non ho desideri di vendetta. Ho voglia di non uscire di casa.

Non ho sussulti di orgoglio. Sono spaventata come una maruzza.

Mi guardo allo specchio e mi vedo ingrassata, spenta, passiva.

Mi guardo allo specchio e vedo che le mie scelte sono sempre state dettate dalla certezza di avere il culo coperto.

E adesso ho paura.

Ho paura persino di licenziarmi.

Io. Che di questo non ho avuto paura mai.

Perché non mi pare di avere risorse, reti, supporti, coperte di lana per avvolgere il culo.

Mi guardo allo specchio e mi pento di aver fatto scelte basate su questo lavoro.

 Ed io lavoro per vivere, non ho mai vissuto per lavorare.

C’è un che di umiliante, credo di averlo già ripetuto più volte. Un che di umiliante del quale non vedo la radice. Non capisco cosa mi fa sentire così. Non mi sono mai identificata con il mio lavoro. Cosa mi succede adesso?

Mi sento lontana da me. Mi sento diversa da me. Mi sento altro.

Mi sento usata, ferita, incatenata, turlupinata, frustrata.

Capisco anche molto bene che non mi serve trovare un colpevole, non mi serve odiare o meditare vendette. Non mi serve.

Ma non trovo un barlume di energia manco a cercarlo con il lanternino. Che poi mi manca pure il lanternino. Perché il lanternino bisogna accenderlo. E non ho come accenderlo.

Mi ripeto mantramente che per queste sensazioni e per questo avvilimento ci devo passare per forza. Mi ripeto che è normale. Mi ripeto che mi devo dare tempo.

Va bene, va bene.

Ne verrò a capo.

La notte

Soundtrack: Alanis Morissette Fear of bliss

Dormire con il tuo respiro è la mia droga.

Non posso farne a meno.

Ho le orecchie devastate dagli auricolari e divento sorda ogni giorno un po’ di più.

Me ne fotto.

Non posso farne a meno.

Mai stato facile addormentarmi per me. Da sempre.

No, da quando avevo 12 anni.

Per disperazione, dopo un anno passato con gli occhi spalancati fino all’alba, avevo messo su un rituale preciso e inderogabile.

Svegliare qualcuno in casa – non appena addormentati tutti -. Di preferenza la mia Signorina, la fantastica governante che ha regnato a casa mia per 30 anni.

Persiane alzate per vedere se, per caso, qualche finestra fosse illuminata negli altri palazzi.

Radio accesa, per avere la certezza che qualcuno fosse vivo in giro per il mondo.

Luce accesa, per non essere sorpresa dai mostri al buio.

Occhiali sul naso, sennò anche alla luce ogni oggetto della stanza poteva diventare un mostro. E poi non c’è niente di peggio, quando si ha paura, che non poter mettere a fuoco i dettagli.

Spalle al muro. Coperta sull’orecchio. Attesa del crollo definitivo.

Avrò dormito così quasi 10 anni.

E’ per questo che i rituali dei bambini li capisco bene.

Mi verrebbe da prendergli l’anima tra le mani per spiegare che i mostri non sono fuori mai. Non sono sotto al letto né fuori dalla finestra, né nascosti nel buio.

Stanno dentro e c’é da guardarseli un po’.

C’è da capire che se stanno dentro sono tuoi e, in qualche modo, fanno parte di te.

C’è da capire che stanno lì perché hanno paura quanto tu hai paura e che si nascondono quanto tu ti nascondi.

Bisognerebbe guardarli quando dormono, i propri mostri.

Son mostri con la faccia da bambini ed il corpo da adulti. Mostri che sognano il loro peggio e quando si svegliano dall’incubo non trovano nessuno che gli accarezzi i capelli e sussurri che tutto va bene, che era solo un brutto sogno.

I mostri che abitano l’anima dei bambini, e a volte anche dei grandi, sono cicci piccoli soli e senza calore.

Se gli insegni che non sono soli e che il calore, da qualche parte, c’è sempre, si sciolgono senza lacrime e si liberano di loro stessi.

E diventano alleati, qualche volta, perché aver paura di qualcosa è necessario, è vitale, è sano.

I miei mostri, ormai, hanno capelli bianchi e facce stanche, non si può fare i mostri tutta la vita.

Ci parlo, a volte, ci aiutamo a capire dove siamo e dove stiamo andando, ci facciamo compagnia e ci scambiamo carezze per nutrire la parte migliore.

E sono sempre gli stessi, non cambiano mai.

Quelle paure, quelle insicurezze, quelle contraddizioni, quel peggio di sé.

Ora come allora. Quello che cambia è la tenerezza che mi fanno. Che mi faccio.

Di sicuro il tuo respiro aiuta i miei mostri ad addormentarsi, la notte.

Dovessi diventare sorda, sono sicura che troveresti un altro modo, Biancaneve.

 

A casa

SoundtrackGoldfrappAlive

Con febbre.

Quindi perdo tempo e cambio sfondi e temi del blog.

Il blog.

Mi si dice che son diventata cupa.

E’ che non c’è molto da ridere, in questo periodo.

Però sto bene.

Un po’ mi lamento, vorrei diventare una scrittrice.

Ma anche vincere al superenalotto.

L’importante è avere le idee chiare.

Scorro Facebook in lungo e in largo alla ricerca di qualcosa di interessante. Ovviamente non c’è nulla di nulla. Cosa mai potrebbe esserci. Uso Fb per giocare a delle cazzate clamorose che mi portano via anche un paio d’ore al giorno e ho il wall che se ne cade di comunicazioni di gioco. Prevalentemente in inglese/americano.

Stufa accesa che ccà se more e fridd.

Ieri firmata la cassa integrazione. In vacanza dal 13.

Seguo i ragazzi in protesta a Roma e in Italia. E mi esalto.

Vecchia pazza.

Leggo che ieri gli automobilisti a muro torto sono usciti dalle macchine ed hanno applaudito ed abbracciato i ragazzi che manifestavano.

Ma allora chi cazzo li vota a questi che abbiamo al governo? Gnente, non mi tornano i conti.

Cough cough.

Piedi gelati.

Vorrei avere una storia da scrivere.

Probabilmente ne avrei più di una, ma non si accende la lucetta.

Se oggi rileggo parti di questo blog, mi ritrovo in disaccordo con varie cose.

Non mi va più di far categorie, non mi va più di vedere le cose in modo così netto e parziale. Mi sembra che la vita sia altro, più sfumata, morbida, curva. Che le persone possano essere una cosa ma anche un’altra, senza drammi e senza colpevoli. Solo che i tempi sono diversi, i luoghi, i pensieri, il sentire, lo sguardo, la voglia di capire.

Forse son diventata più noiosa, forse ho messo tanta di quella energia sul lavoro e sul restarci, al lavoro, che il resto è sfumato fino a scomparire.

Ma non mi riesce di prendere le cose meno che a testa bassa e mi è impossibile non mettere tutto quello che ho.

Faccio i conti con qualche limite che non mi riconoscevo, imparo a mollare il controllo, mi impegno a restare in quello che sono e che so fare, a controllare spinte onnipotenti e “m’o begh’io” (=me lo vedo io, N.d.T.). Il rischio naturale che si corre ad ottenere le cose per le quali si lotta e si morde. Il rischio che potresti scegliere di prenderti quando hai la sensazione che “gli altri” deleghino a te le loro scelte.

Non è mai vero questo. Mai del tutto vero o comunque mai vero a lungo.

Prima o poi scoprirai il fianco e qualcuno darà il primo morso. Subito dopo sarà banchetto.

E se ci penso bene, è giusto così. Non è sensato credere di poter fare tutto al posto di tutti, né che si possa entrare in ogni cosa e cercare di muoverla o portarla dove si pensa sia il caso.

Alla fine non è così che funziona e che deve funzionare.

Pausa pranzo.

Riprendo anche a mangiare decentemente. E con Biancaneve non è affatto facile.

E’ di una golosità seduttiva. Potrei passare ore a guardarla gustarsi la cioccolata. In ipnosi. Difficile poi non partecipare attivamente all’orgia dei sensi. Finisco sempre per condividere. E mangio come una scrofa, io.

Ha un modo di spalmarsi la cioccolata sulle papille gustative millimetrico e festoso. Le si illuminano gli occhi, sorride senza accorgersene e si concentra completamente su quello che sente. Un festival.

Vabbè, basta.

Vado a riposare e a scaldare i piedi gelidi.

Buona giornata.

A casaccio

Soundtrack: NEL’s – Train

In questi giorni non sono in grado di ascoltare un fatto, un’informazione, una spiegazione, una domanda o un’affermazione, per più di 47 secondi.

Al 48esimo la mia attenzione è zero.

E poi me ne dimentico pure.

E se l’argomento ha a che vedere con la situazione lavorativa, arrivo a 22 secondi, non di più.

Mi piacerebbe, invece, parlare di lavoro. Il lavoro di logopedista che da mesi non faccio più.

Mi manca.

Ferocemente.

Ho imparato ad essere convincente, ma non ad essere una migliore logopedista. Mi sembra mi manchi qualcosa.

E poi non ho più pazienza, accoglienza, serenità.

In questi giorni stiamo costruendo un presepe favoloso.

Il titanic.

Una nave gigantesca.

Molti bambini mi stanno chiedendo di non farla affondare, di non farla scontrare con l’iceberg.

Una ragazza mi ha proposto di mettere un fumetto che dice “INDIETRO TUTTA!”.

Lo farò.

Perché se l’iceberg lo vedi, lo puoi scansare. Se lo scansi, resti a galla.

Certo io sarei più per prenderlo in pieno. Passarlo da parte a parte. O si vince o si muore. E se si muore vuol dire che non si era forti abbastanza. Peccato. Selezione naturale. 

E’ quello che ormai faccio per qualunque faccenda.

Ma loro chiedono di scansarlo e restare a galla.

Quindi, non c’è discussione.

Passiamo oltre.

La mia casa nuova di Monterotondo è assolutamente sociale.

Ed è assolutamente Biancanevosa.

Anche un po’ fredda direi, si gela.

Ho scoperto che Penelope è considerata “felino in età geriatrica” ma dall’aprile prossimo, all’atto del suo 21esimo compleanno, esce dai parametri indicati.

Felino in età mummia?

Vedremo.

I miei week end con Biancaneve sono aria di mare e piume d’oca. Sono fatti di piccole cose e molte chiacchiere, di attenzione e cura avvolgente. J’adore.

Ci avrei in mente un post erotico, ora che ci penso.

Vabbè, sarò per un’altra volta.

Bonne soirée.

Giaculatoria

Soundtrack: The Temper Trap Sweet Disposition

Non sopporto chi si affida ma non si fida.

Non sopporto chi parla e straparla senza neanche immaginare il peso specifico di ogni singola parola.

Non sopporto chi manipola persone o cose o fatti per poter arrivare alle proprie, incontrovertibili, conclusioni.

Non sopporto chi interpreta solo quello che vuole interpretare e vede solo quello che non vuole vedere.

Non sopporto chi dice “è stato lui/lei/loro.

Non sopporto chi si nasconde dietro l’opportunità, la necessità, il caso di.

Non sopporto il mio modo di stare in piedi sullo scranno con il dito puntato.

Non sopporto chi non capisce il costo ed il consumo dell’anima che ogni scelta comporta.

Non sopporto chi giudica senza sapere.

Non sopporto questo momento ibernato-congelato-cristallizzato che sembra un presepe con 20 personaggi fissi e risaputi e inamovibili e immobili e ben sistemati nel proprio ruolo.

Non sopporto la sensazione che ho di sentirmi Giucas Casella: posso mettere in una busta chiusa le risposte che 10 persone mi daranno domani alla stessa domanda ed essere sicura di aver indovinato anche le virgole.

Non sopporto questo guinzaglio stretto che devo portare al collo perché devo mangiare e devo bere e devo mettere benzina in una macchina che mi serve per stringere un altro po’ questo collare del cazzo.

Non sopporto le voci troppo alte, le voci troppo basse, i corpi che negano quello che dicono.

Non sopporto chi chi resta male quando scopre che le cose si devono guadagnare.

Non sopporto chi da per scontato.

Non sopporto chi mi sfranta i coglioni.

Non sopporto i pentimenti, la vigliaccheria.

Non sopporto chi cade dal pero ogni sacrosantissima volta che succede la stessa fottutissima cosa.

Non sopporto chi non sa mai niente.

Non sopporto chi ti dice quello che devi dire e quello che devi fare e come lo devi dire tu.

Non sopporto chi si nasconde dietro l’orgoglio del cazzo per nascondere l’incapacità di esporsi.

Non sopporto chi ha bisogno di colpevoli.

Non sopporto chi ha bisogno di innocenti.

Non sopporto il mio pensiero in loop, la mia prosopopea, la mia presunzione e la mia grettezza.

Non sopporto il karma, i chakra, lo zen e il cazzo del tiro con l’arco.

Non sopporto i miei tremori e la mia paura endogena.

Non sopporto certe sere in solitudine, quando sarebbe necessario riempirsi le orecchie di rumore.

Non sopporto il mio gatto, la sera, quando rompe il cazzo che vuole andare a letto.

Non sopporto i 7 chili che ho ripreso.

Non sopporto la stanchezza che sento.

Non sopporto me e l’energia che sto sprecando per una cosa che non sopporto più.

Buonanotte

Non Capisco

Soundtrack: Kt Tunstall Still a Weirdo

Cazzo non capisco.

Non capisco più cosa si vuole da me e non capisco più se faccio le cose per me o per altro da me.

Ma quello che faccio non sta bene a nessuno a quanto pare.

Tantomeno a Biancaneve.

E questo è intollerabile.

Il resto scivola, questo no.

Cazzo questo no.

E non capisco se la mia è etica o orgasmo da controllo.

Ma penso che se quello che faccio non va bene per Biancaneve, non lo sto facendo bene.

Non riesco ad imparare a mentire, per come la vedo io.

Per come la vedo io le cose sono chiare e limpide e nulla è in contrasto con nulla.

Ma non è così, evidentemente.

Allora mi devo ritirare.

Chiudere.

Sospendere.

Sollevare.

Fermare.

Forse sto esagerando nella mia narcisa parte di risolutrice di problemi.

Forse godo nel risolvere e sto perdendo la misura.

Mi piace prendere le situazioni e cambiarle e non mi accorgo di chi o cosa vado a colpire o scavalcare.

Mi sento un’idiota.

Totale.

Se mi guardo bene vedo parti di me che manco conoscevo e sono parti aggressive, smisurate, ambiziose.

Mi sa che ci devo far pace.

L’unico modo per controllarle.

Non capisco più niente.

Voglio andare a dormire e svegliarmi tra 3 mesi.

Buonanotte.

Il tempo di una sigaretta

Per far due chiacchiere e dire che sono preoccupata, irrequieta.

Ne ho motivi, mi annoia parlarne.

Mi parlo da sola e mi dico che forse, è il caso, che io faccia i conti con le mie eredità personali.

E se cadessi di nuovo? se di nuovo non riuscissi a restar dritta e fare quel che devo?

Farmi le sigarette da sola mi rilassa.

Troppa energia in queste storie di lavoro e soldi e stipendi e diritti e doveri e informarsi ed esserci e mettere d’accordo tutti e mediare e non litigare e capire e mettere insieme.

Non sono neanche certa che le mie scelte abbiano un senso vero.

Ma ormai sono lì, a farmi le sigarette e pretendere di prendere in mano qualunque situazione io mi trovi davanti.

Una risposta per tutto.

Allpurpose.

E l’unica cosa che mi importa davvero, in questo momento, è stare vicina a chi voglio stare vicina.

Il mio loft procede.

La sigaretta è quasi finita.

A volte si riesce a ridere anche con la merda fino in bocca.

Ho le dita un po’ gialle. Vai di pietra pomice.

Pensieri come palline di ferro. Elettriche.

Che brutto paese è questo.

Ho visto il film di Ascanio Celestini.

Bellissimo.

Ma avrei preferito un film del cazzo, uno di quelli che fanno ridere o cazzeggiare. Quelli lievi e che non restano. Winnie the Pooh.

Respiro.

Sospiro.

Spengo la sigaretta.

 

Trasloco e Cassa Integrazione

Soundtrack: Devendra Banhart Can’t Help But Smiling

Ho cambiato casa.

Vivo a Monterotondo, adesso, in una casa affettuosamente denominata “loft”.

E’ grande e malleabile. Da aggarbare con gioia.

Sono state settimane convulse e asmatiche.

E’ vero, non ho più molte cose lesbiche da dire. Ho da parlare di miserie italiane e guerre quotidiane che condivido con il 60% della popolazione.

Almeno sono passata da una minoranza ad una maggioranza.

Mi rifiuto di aggiungere un aggettivo quale che sia.

E, comunque, appartenere ad una categoria, alla fine non è una gran bella cosa. Ha i suoi pregi ed i suoi limiti.

Certo, in quanto lesbica, non posso finire in cassa integrazione.

In quanto logopedista operante nel lazio, sì.

Oh bè, son nervosetta.

Parliamo prima delle belle cose.

Questa casa è sociale, è solo mia, è grande, mi fa venir voglia di trovare quelle soluzioni McGyver che ho sempre profondamente amato. Non ne ho preso ancora del tutto possesso, ma ci sono quasi.

Monterotondo, tutto sommato, è uno di quei posti piccoli ma non troppo, dignitosi e autosufficienti che mi piacciono. Se ci fosse il mare…

Il tempo è autunnale, questa grande finestra si apre sugli alberi e un pezzettino di campagna oltre la strada. Va bene così.

Quello che mi porto dietro, da dieci traslochi a questa parte, mi basta per l’essenziale.

La gatta Penelope è talmente abituata, ormai, che non si lamenta neanche più. Amore di gatta vecchia. Sempre più highlander.

A Biancaneve questa casa piace molto, abbiamo qualche incompatibilità nella concezione di arredamento, ma si riesce a mediare. E mi piace che ci sia la sua mano e la sua impronta intorno a me. Mi rilassa.

Inutile dire che la proprietaria di questa casa è lesbica, secondo me, come del resto la sua amica, l’agente immobiliare e la socia dell’agente immobiliare. Un lesbicaio. Tutta Monterotondo mi pare un lesbicaio, però. Forse il mio gaydar si è incantato.

Poi il resto.

Il centro chiude, almeno quello che ho a 80 metri da casa mia. Verremo transumate a Roma, a pochi minuti da dove abitavo prima.

E’ karma questo.

Nel frattempo, nel tentativo si mantenerlo aperto, questo posto, mi ritrovo a conoscere politici vari ed eventuali. Ed ho scoperto cose che non mi aspettavo affatto.

Che sono raggiungibili, questi politici, che non ci vuole molto ad incontrarli e parlarci e chieder qualcosa. Ci vogliono meno dei famosi 6 gradi di separazione.

E che, per la maggior parte, sono viscidi; sono venditori, agenti di commercio e burini ripuliti pure male. 

Qualcuno si salva. Ma pochi.

Lumache che mostrano i muscoli. Muscoli fatti con i pezzi di carta segnati con la croce fatta con la matita copiativa.

Evidentemente per fare politica bisogna essere dei vermi dentro e fuori. Vabbè.

In questa tempesta di vento, cerco di mantenere rapporti e creare conoscenze in vista di un futuro diverso, fatto di qualcosa che sogno e desidero e fatto di qualcosa che serve e migliora la vita.

Forse va in porto, forse no.

Ci toccherà, se non riusciamo a trovare qualche soluzione alternativa, una Cassa Integrazione Straordinaria in Deroga per un mese e mezzo.

L’idea non mi piace.

Prenderò la CIGS come una vacanzetta. Un mese e mezzo di farniente.

Nel frattempo cerchiamo, sindacalmente parlando, di opporci, e scopro che non c’è modo di opporsi a una mazza di niente. Proprio.

Eppure sarebbe logico poter far qualcosa per difenderci. Non siamo mica schiavi, siamo persone che lavorano. Nel mio caso non si può dire che siamo produttivi, però.

Vedremo cosa fare.

Forse vi terrò aggiornati.

Oggi è venuto il docfab a vedere la casa.

Son contenta.

Intorno a me le cose cambiano. Velocemente.

Dentro pure.

Alla prossima

 

 

 

Sliding doors again

Soundtrack: Bonobo featuring Fink If you stayed over

Lo stomaco lo sente. Lo sente che questa non è più un’emergenza. Questa è una scelta. Il mio cervello si rifiuta di credere sia possibile. Quando mai è stato così? quando mai ho avuto opzioni? quando mai sono stata in grado di arrivare ad un punto della strada che ti offre direzioni diverse dalla via di fuga?

Bisogna fare i conti con quanto non si conosce di sé, esattamente quanto bisogna fare i conti con quanto si conosce fin troppo bene di sé.

Le cose che conosco di me, da sempre, parlano una lingua un po’ infantile, vagamente timorosa, disillusa e cazzeggiante per difesa. Le cose che conoscono dicono che valgo quel poco che basta, che al poco che basta posso arrivare, che per coltivare sogni c’è bisogno di un terreno fertile e umido – non secco e sfranto come il mio – e che i sogni si meritano con una vita adeguata, non con una vita di cazzeggio reiterato e coltivato.

Con queste voci sono abituata a parlare. Le conosco, mi accompagnano da sempre, mi appartengono e milioni di volte hanno provato a me ed al mondo intorno a me, che non mentono.

Le cose che non conosco di me, sono nate in questo ultimo anno e mezzo. Senza troppo chiasso. Lentamente e pervicacemente. In relazione a questo contesto, a questi accadimenti, a queste opportunità. Altrove avrebbero altro valore, ma non importa perché non sono altrove, sono qui.

Le cose che non conosco mi sorprendono fino a spaventarmi. Poi mi fanno ridere.

Quest’estate Penelope ha chiesto qualcosa, con una certa assertività, all’albergatore marchigiantedesco stazza wrestling.

Albergatore a Penelope: “lei è stata arrogante”

Penelope ad Albergatore: “le ho solo chiesto una cosa che è il minimo nell’ospitalità alberghiera”

Albergatore a Penelope: “Non me ne fotte un cazzo”

Penelope ad Albergatore: ” Stia attento”

Albergatore a Penelope: “mi sta minacciando?”

Penelope ad albergatore: “No, non mi permetterei”

Sì che Penelope stava minacciando. Bluffando spudoratamente dal basso del suo metro e cinquantanove in ciabatte e pareo senza alzare la voce e lo sguardo fisso negli occhi dell’albergatore.

Non avevo mai fatto prima una cosa del genere. Mai. Di solito ho paura. Di solito medio. Di solito mi sforzo tremendamente di mostrarmi una persona gentile e non pericolosa. Occhi bassi e sorriso. A meno che io non perda la testa e allora sono un’erinni intollerabile. Una ianara. Ma can che abbaia non morde.

Questa è una cosa che non conosco.

Non conosco questo modo di fare finalizzato, progettuale, previdente, progressivo, tenace.

Non conosco questa donna che ispira fiducia.

Non conosco questa donna che risolve problemi cercando mi mentenere lo sguardo fisso sull’orizzonte più avanti. Neanche la donna che scarta questioni come fossero pacchetti stabilendo, con uno sguardo presuntuoso e sicuro, cosa vale la pena e cosa no, conosco.

E sogni da coltivare. E non per il piacere di sognare, per consentirmi pensieri notturni rilassanti, di quelli che fanno addormentare sorridendo immersi in immagini inventate e serene. Sogni da realizzare. Desideri da perseguire.

Non conosco questa donna ma la sento qui, presente e piuttosto arrogante. L’albergatore aveva ragione.

Sono in emergenza, come al solito, ma questa volta non ho solo una via di fuga. Ho delle opzioni. Posso scegliere.

Non conoscevo questa possibilità.

Sono scelte con conseguenze.

Mi sento in grado di sopportarle tutte.

Ma voglio vivermi le conseguenze di una scelta fatta nel mio nome.

Vedremo.

 

 

 

Salve

Soundtrack: Deftones Change (In the House of Flies)

a tutti.

Mi guardo intorno un po’ rimbambita.

E’ tempo di cambiare qualcosa e, come sempre, scalcio e adotto la strategia della quaglia.

Passa il tempo e non si impara nulla qui.

Passa il tempo e mi fa male la capa.

Ho avuto tra le mani dei gioielli. Ho cercato di trattarli con cura anche pignola.

A volte lei ha distolto lo sguardo. Meglio, così non ha visto che tremavo di paura.

Che tremo di paura.

Dissennata e impetuosa Biancaneve.

Le ore insieme sono così poche, che crescono voragini di silenzio.

Poi si riempiono.

Poi si riformano.

Poi si riempiono.

Potendo, lo urlerei quello che ho vissuto. Ancora non ho imparato ad assaporarlo tenendolo dentro. Devo rileggerlo per goderne in pieno.

Brutto carattere.

Mi ritrovo, per l’ennesima volta, nel delirio della precarietà assoluta.

Niente sembra restare, niente sembra potersi prendere la responsabilità di essere un punto di riferimento.

Non il lavoro, non la casa, a volte neanche Biancaneve.

Vorrei che, tra 247 anni, la nostra storia finisse per esaurimento, non perché è troppo difficile o perché crea troppo disordine. Vorrei lei non dimenticasse che qui non esiste l’ordine, ma l’anarchia assoluta delle passioni e dei desideri.

Lo so che non vivremo mai insieme, lo so. So che non siamo fatte per un quotidiano ritmato come una macarena. Ci farebbe male. E anche se ci volessimo fare male, il resto ci ucciderebbe.

Noi siamo tango e bolero, credo. A tratti uno, a tratti l’altro.

Efferalgan.

Fa un rumore sinistro nel bicchiere.

Di che mi lamento?

Che probabilmente devo cambiare casa (non trovo una coinquilina), che non so se il lavoro resterà quello o un altro, che non so cosa voglio, che non vedo dove devo andare, che mi fa fatica muovermi e che, senza dubbio, quando mi comincerà la crisi ormonale definitiva, avrò ragione nel pensare che non ho niente, non mi sono costruita niente e non mi ritrovo una mazza. Non sarà solo una lamentela senza fondamento, avrò cazzo ragione.

L’efferalgan fa veramente schifo.

Ma se non lo prendo mi aspetta una notte seduta sul letto ad aspettare che la testa mi cada dal collo.

Be’, non è un granché come post di rientro.

Ma chi se ne fotte.

 

Estate 2010

Soundtrack: Gabin The Alchemist

Mollemente si spalmano questi giorni estivi.

A volte bollenti, a volte vivibili, a volte intensi a volte vuoti come un cartone di tavernello in mano ad un alcolizzato.

Il mio corpo cambia.

Ad una velocità che non riesco a seguire.

E si lamenta. Esprime il suo dissenso. Cosa cazzo dissente non lo so. Ma dissente.

La città è morbida e liscia. Rara immagine da conservare in altri momenti dell’anno per ricordare che, questa, è una bella città.

Il lavoro prende la sua piega, lontana dai miei sogni. C’è tempo, staremo a vedere cosa accadrà.

Mi annoio negli spazi vuoti tra una cosa fatta ed una da fare.

Sono andata a Pescocostanzo (le risorse del Ciccio sono infinite e generose). Un posto che amo profondamente. Cercando di trasferire a Biancaneve lo spazio di adolescenza e postadolescenza che ho dentro.

Racconti e racconti.

E altre cose che ancora non posso raccontare.

La pazienza e le orecchie di Biancaneve sono cuscino e lenzuola fresche.

Pesco è un posto di quelli che trasmettono pulizia e candore. Limpido. Rigenerante.

I miei giorni con lei sono i miei giorni con lei. Quando capitano, quando ci si riesce, quando il momento è quello giusto. Oggi e non domani. Forse dopodomani. Ma anche oggi pomeriggio.

Un’ora, tre giorni, un pomeriggio.

Letti e centri commerciali. Passeggiate al mare e dormite in montagna. Mangiare cioccolata e noccioline. Cenare insieme. Progettare una cena insieme tra 20 giorni. Ti aspetto. Mi aspetti. Mi manchi. Ti manco.

Siamo vive e perennemente alla ricerca di spazi e momenti da consumare con golosità e con il senso dell’ultima volta.

Recupero le mie energie con lentezza avvilente. E neanche tutte.

Adesso mi manca una vacanza. Quelle fatte di svegliarsi ed infilarsi il costume e svenire sulla spiaggia fino alle 8 di sera. Mi manca. Sono bianca come un lenzuolino di carta. Non è da me.

Orticaria.

Da due giorni.

Sarà la mancanza di Biancaneve. Il passare dal tutto al niente è sempre una fatica.

Pigrizia.

Infinita.

Aspetto che mia sorella mi dia il permesso di raggiungerla.

Risorse estive.

Passo dei giorni a Napoli con i favolosi.

E’ la mia città. Che io lo voglia o no.

Il favoloso, a luglio, è stato in rianimazione. Polmonite. Pensavano avesse l’HIV. Invece era sfiga.

Sta bene ora. Fratello di emozioni.

Molla. Mi sento molla.

Buone vacanze a tutti.

Di male in peggio.

Lavoro.

Si parla di lavoro.

La letterina che accompagna la mia tessera sanitaria nuova, recita: “alla scadenza, se verranno confermate le condizioni per l’assistenza sanitaria…”.

Sarò pessimista, allarmista e particolarmente reattiva, ma questo mi preoccupa.

L’idroamministratore del centro di riabilitazione accreditato presso il SSN per il quale lavoro ha, ieri, lanciato ridacchiando le sue proposte per il futuro.

Fantastico.

Dopo Monterotondo chiuderà anche Ostia e, infine, visto che ci troviamo, un po’ di licenziamenti dei dipendenti a tempo indeterminato che, si sa, tecnicamente, alzano il costo dell’ora di lavoro con il loro essere inutilmente tutelati.

La Fiat se ne fotte degli accordi e fa quello che gli pare, notizia di stamattina.

Ridacchia, il coglione, si diverte credo. Sta cominciando a piacergli il potere che ha scoperto di avere. Il ragazzetto con la felpa quechua e le scarpe bucate, gioca a fare il potente.

Ma che allegria.

Vorrei firmare le dimissioni domani, ma la ragione mi dice di aspettare di avere altro da fare.

Ma questa barca sta affondando ed io ho paura di affogarci insieme.

Stamattina mi tocca avvertire le colleghe che non c’è nulla da fare ed è bene che ognuno trovi il modo di pararsi il culo e fermare i genitori dei nostri ragazzini.

Loro si stanno organizzando per trovare fondi per sostenere il centro e far rimanere aperta la sede.

Li devo fermare, mi sembra il meno.

Per il resto non so, sono cupa oggi. Almeno non fa caldo. Peccato mi sia dovuta svegliare presto.

Santa pazienza.

domani

Domani parlerò al nostro idroamministratore.

Perché? e perché davanti ai genitori che lui sta per sfanculare?

Perché non posso fare a meno di alzarmi in piedi e dare voce a qualunque sussurro mi arrivi da qualunque fottutissimo lato.

Mi fa sentire viva, attiva e operante. Costi quel che costi.

Da quando ho avvertito che avrei parlato, ho tenuto lontani i pensieri e le parole per dirlo.

Perché non ho idea di cosa sto per fare.

In realtà mi sento più depressa che incazzata. Il mio è un colpo di reni. Mi è necessario incazzarmi. E’ per la mia sopravvivenza.

Fermo restando che il lavoro e lo stipendiuccio mi restano, per ora non li perdo e, che, ulteriore benefit, lavorerò dietro casa mia, è la mia psiche che va a puttane.

Sono arrivata a Monterotondo cinque anni fa, mollando la mia città dalla sera alla mattina.

Mi sono chiesta dove cazzo ero andata a finire.

Beghe interne da capate in bocca, odi sotterranei e sopraelevati, microgruppi in contrapposizione, senso del territorio da pastore maremmano, sguardi obliqui, zizzanie come piovesse, noia mortale.

Dopo due anni sono arrivate persone e cambiate persone ed è stato possibile muovere il pantano.

All together.

Lavoro da 25 anni e di posti ne ho visti molti (ho visto cose che voi umani…) e quello che si è creato in tre anni è il miglior ambiente di lavoro che io abbia mai vissuto. Il miglior gruppo di lavoro.

E abbiamo buttato il sangue per metterlo in piedi.

Le tirocinanti del corso di logopedia di Ariccia chiedono di venire da noi (ad Ariccia non si fanno solo porchette, ma anche logopediste), siamo conosciuti come un posto dove si lavora bene, si riabilita bene, si sta bene.

Fanculo.

E tu chiudi l’unica risorsa che hai. L’unico centro che ti funziona. L’unico gruppo di lavoro che non ti ha mai rotto i coglioni con le cazzate. Le questioni personali ed interne ce le siamo sempre risolte da soli.

Una sola cosa non ha mai funzionato, Tu e la Tua Fottuta Amministrazione.

Ma questo non lo posso dire.

Non posso dire che penso non sappia fare il suo lavoro, che toglierci dal territorio è una sconfitta e una mossa autolesionista, che dimostra di mancare di rispetto al lavoro che facciamo.

E sulla lettera che ha inviato alla regione, alla sPolverini, alla asl e a mammeta, ha pure sbagliato il numero di terapisti che lavorano qui ed è stato impreciso e generico nello spiegare che lavoro facciamo.

Umiliante.

Eppure maciniamo quasi la metà del suo fottutissimo fatturato.

E se guardo le cifre di sui si parla mi sale il sangue agli occhi.

Il budget di questa azienda è di 2 milioni di euro e spicci all’anno.

Fanculo ancora.

Su quel territorio non c’è niente. Niente che sia neanche lontanamente simile al lavoro che facciamo noi. Niente che funzioni altrettanto bene. E, per noi, funzionare vuol dire dimettere bambini o attivare reti sociali che gli parino il culo, ai bambini.

Bambini.

E mi verrebbe da dire, ancora una volta, agli abitanti di questo paese di merda, di guardarsi intorno e guardarsi anche le spalle. Se una potenza industrializzata non riesce a permettersi un servizio sanitario decente e inizia a limitare il libero accesso alle cure anche ai bambini: siamo fottuti.

Ma il nostro idroamministratore è come quella chiavica che ci governa. Né più né meno.

Arrivano tempi duri e, allora, per prima cosa si taglia quello che funziona. Per meglio giustificare il macello che verrà dopo, quando sarà rimasto solo fango da spingere nelle saittelle.

Oh, ma non è questo che dirò, almeno non credo.

Vorrei cercare di restare neutra e un filino oggettiva.

Che sarebbe a dire che esiste babbo natale e il PIL è in crescita.

Idealista del cazzo che sono.

Questo gli dirò. Che sono un’idealista e credo che anche un Donatore di Lavoro debba sentire la responsabilità dei suoi dipendenti, del servizio che offre e dei “clienti” che son creaturi e famiglie sbandate e confuse.

Che spazzare via una risorsa è da folli, perché io mi sento una risorsa, mi sento spazzata via e penso, incazzata come un varano, che lui sia folle.

Che i bambini non sono bulloni, sono bambini.

Che noi non siamo cinesi, siamo logopediste.

Che né noi né i genitori dei nostri ragazzini siamo deficienti abbastanza da perderci il nucleo della scelta che lui sta facendo.

Vorrei spiegargli cosa facciamo. Vorrei spiegargli chi sono questi ragazzini. Vorrei capisse cosa ci è voluto per arrivare ad essere quello che siamo.

Vorrei non chiudesse.

Non credo di convincerlo.

Non credo.

 

 

La foto che posto stasera è la sala d’attesa del Pronto Soccorso Oftalmico dell’Ospedale Pellegrini di Napoli.

Perché quello, quell’è.

Schiavi e padroni

In tempi come questi, in tempi bui e duri come questi, chi ha vista lunga e pelo sul cuore, sa esattamente cosa fare.

Si aprono voragini che succhiano dentro il coraggio delle persone, l’orgoglio, a volte persino la dignità.

Non è poi cosa difficile spingere delicatamente masse di gente sul ciglio di quella voragine e poi tenerla lì, volente o nolente, con un paio di mosse neanche troppo celate e neanche troppo cervellotiche.

Ed è quello che si vede se ci si guarda intorno. Non è fantasia: è lavoro che va via, qualità della vita in anoressia, diritti scomparsi nel nulla del pensiero concreto e gretto.

Una voce sottile e serpentesca continua a ripetere nelle orecchie di tutti “potresti perdere quello che hai, forse lo perdi, ecco, vedi, forse non c’è già più”.

E si ghiacciano le vene dei polsi, tremano le tempie, le mani si serrano cercando di tenere quel che gli appartiene, quel che si pensa gli appartenga, quello che appartiene ad altri troppo distratti ed sognatori per farci attenzione.

Sono i momenti di guerra tra miserabili. Miserabili che non avevano niente, non hanno mai avuto niente e mai niente avranno, ma che si sono riempiti gli occhi, per anni, del nulla assoluto ben impacchettato. Quello stesso nulla che credono di dover difendere con unghie laccate e denti sbiancati.

E si profilano con chiarezza le differenze sotto la luce fredda di un sole al quale non riesce a far caso nessuno. Un sole che forse potrebbe essere a pagamento. Con il disco orario.

Tu sei schiavo.

Lui è padrone.

Quello è schiavo.

Tu sei padrone.

E diventa facile riconoscerci. Ognun per sé. Schiavi con schiavi e padroni con padroni.

E gli schiavi sono indegni quanto i padroni.

Tutti senza possibilità di scelta. Perché nessuno può andare contro la propria natura.

I padroni digrignano i denti forte e chiaro perché il nulla sonante che si sono guadagnati spellando ogni singolo schiavo e tutti i suoi collaterali non deve, NON DEVE, essere toccato. Anzi, deve crescere. Crescere e moltiplicarsi perché sia evidente e incontrovertibile che, quello che hanno loro, appartiene a loro e a nessun altro. E’ esclusivo, è unico, non può essere conteso perché nessuno ne ha il potere o la forza e tantomeno il diritto.

E quello che ci si “guadagna” sulla pelle di un altro va difeso con particolare attenzione e cura, loro lo sanno, perché domani mattina un altro padrone può essere cresciuto abbastanza da spellare con gusto e perizia anche te. Padrone di questo cazzo.

Questo è il sistema capitalistico, ladies and gentleman. I padroni ormai si spellano da soli ma son troppo bravi per farsi fottere. Gli schiavi non hanno più un cazzo di niente da farsi fottere da nessuno.

Che discorso antico… desueto e obsoleto. Ma la parte peggiore ha da arrivare.

Perché in questi momenti bui, questi momenti in cui gli schiavi si ritrovano quello che sono: schiavi in un mare di merda, e i padroni quello che sono: condannati a vita a depredare e difendersi nuotando in un mare di merda, le voragini che si aprono non valgono solo per me.

Qualcuno che si nutre di odori e non di puzze, qualcuno che crede che la vita sia altro da questa catena dissennata al collo, qualcuno che pensa e che, magari, pensa addirittura di essere degno di rispetto, esiste.

E troverà voce.

E alzerà la polvere.

E mostrerà la faccia senza aver paura.

E quando succederà, sarà solo.

 

 

Napoli Pride 2010

Di corsa che sono al lavoro.

Una festa oltre che meravigliosa.

“Giuvinò, che rè stu burdell'” – “Niente signò, è ‘o sciopero re ricchiun'”

Bibbitaro al seguito del pride: “Lesbicaaaaaa, ‘a vuo’ ll’acqua?”

Tassista: “Agg’ accupagnat’ un arcigay all’albergo Vesuvio, marò, signurì, v’immaggginate ‘o burdell che possono fare stanotte tutti questi arcigay?”

A me, ovviamente, ne capita una diversa, al cesso del Mc Donald, una signora mi si rivolge: “Marò, at’ visto ‘o gay Pride?”, io: “Sì, signora, l’ho visto” lei: “Che schif”, io: “signora io vengo dal corteo”, lei: “ma chill stann tutti co’ cul a for…”.

Santa quella pazienza.

Un sabato veramente divertente e colorato.

Niente locale la sera; mi parte una lesione della cornea: occhio blu e rosso, dolore da non poter dormire, sosta al pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini domenica mattina. Non è un ospedale quello, è un cesso del Bangla Desh, con tutto il rispetto per il Bangla Desh che, magari, ha ospedali migliori dei nostri.

Cazzo, ci tenevo ad andare a ballare.

Le amiche. Molte non sono riuscita neanche a vederle tale il casino del corteo. Ma le importanti c’erano.

Trans pochi, con mio grande piacere,  non è politically correct, lo so, ma è l’unico modo per evitare che sui giornali o in tv vadano immagini solo di piume e tacchi a spillo. Almeno si poteva vedere che la gente, al corteo, è gente qualunque. Una questione non da poco e difficile da risolvere.

Napoli è una città assurda, l’ignoranza è tale che non arrivano manco gli stereotipi, si disperdono pure quelli nella incapacità di analisi dell’informazione. A volte è una fortuna.

Anziani e anzianissimi che ballano alle finestre. Belli da guardare.

Noi napoletani siamo un popolo, non siamo abitanti generici di una città. Un popolo. Nel bene e nel male.

Giornata bonaria, sole e venticello che non ti uccide.

Percorso lunghissimo e massacrante.

Bella l’idea dei cartelli di Amnesty International. Bravi.

Perché alla fine al questione è quella: diritti civili negati.

Gira che ti rigira e lì si torna.

E non si riparte.

 

Andatevi a cercare foto e filmati, ne vale la pena.