Olocausto – shoah – porajmos

SoundtrackUrsula Rucker1 million ways to burn

C’è sempre qualcosa da imparare. Per quanto la mia metà ebrea ci tenga, orgogliosamente, a sostenere di sapere tutto quello che c’è da sapere sull’argomento.

Invece apro wikipedia e scopro di non sapere un cazzo.

Non conosco il significato vero delle definizioni, non ne conosco le sottili differenze semantiche. Differenze legate a chi la inventa, quella definizione. A chi ha vissuto, quel pezzo di storia. A chi ne porta i segni.

In questi giorni penso spesso che, tutto sommato, se non fosse schifosamente politically incorrect, staremmo assistendo all’ennesima cacciata degli ebrei. In fondo ci risiamo di nuovo. Il potere delle banche, il peso dei prestiti, la povertà delle nazioni. Fino a 100 anni fa, anno più anno meno, la questione si risolveva dando la caccia agli ebrei banchieri ed economicamente conservatori. Si salvavano stati e reami così. Metodo spiccio e, a quanto pare, redditizio.

E siamo qui a ricordare, ancora una volta, l’apoteosi dell’odio immotivato e pretestuoso.

Mio padre, tra poco, non ricorderà più. Piccoli ma efficaci ostacoli bloccano, una dopo l’altra, le vene che nutrono cervello, memoria, parola, gesto.

Senza la sua memoria, resta poco. Restano le prove di sopravvivenza, ma non restano le parole del dramma e del dolore.

A breve, per lui, non ci sarà neanche la memoria di quel che resta. Di me e mia sorella. Della nostra piccola storia.

E forse troverà un po’ di pace. Magari potrà smettere di sognare i tedeschi che lo inseguono, potrà smettere di essere arrabbiato con il mondo che lo ha escuso dai giochi della gioventù, dalla scuola, dalla casa, dal quartiere, dalla sua stessa storia. Magari non avrà più paura di progettare, conservare, proteggere, tutelare, tesaurizzare. Non ne avrà più bisogno. E magari potrebbe non sentire più la colpa. La colpa di essere sopravvissuto alle deportazioni, alle mogli. O potrebbe ritrovarsi immerso e “immedesimato” (come dice lui) nel ricordo della paura, della fuga, del rifiuto, del disprezzo, dell’impotenza. Gli auguro l’oblio. Per lui e per me.

Lo guardo e penso, egoisticamente, che devo proprio essere stata una cogliona ad aver terrore di quest’uomo per quasi 40 anni. A vederlo adesso davvero non capisco come ho fatto.

Penso, giusto per ampliare il mio giardino, che devono essersi sentiti coglioni anche molti ebrei alla fine della guerra. Molte volte ho sentito fare la stessa domanda: “perché non si sono ribellati?”. Quando sento quasta domanda, faccio un po’ fatica a trattenere la capata in faccia.

Sono quelle domande senza senso (un po’ come la mia affermazione di coglionaggine), quelle domande vagamente razziste, superficiali, profondamente ignoranti.

Ho avuto paura di mio padre perché era un uomo irascibile, irruento, emotivo, autocentrato. Ho avuto paura di lui perché era forte, determinato, autoritario e autorevole. Ho avuto paura di lui perché siamo cresciuti così, con i suoi scatti di rabbia primordiali, con la sua voce tonante da orso grizzly, con le sue espressioni di disprezzo nette e limpide.

Non potevo non averne paura.

Che io adesso comprenda, improvvisamente, da dove arrivava quella rabbia, quella violenza verbale e quella severità ottocentesca, mi rende cogliona, è vero, ma mi rende anche una figlia che fa i conti con un ruolo che sta per non esistere più. E se non sei più figlia, non ha molto senso restare nella paura e nel rancore. Non lo si può appoggiare più da nessuna parte.

Gli ebrei non si sono ribellati per molti motivi. E non è esatto dire che non si sono mai ribellati. Ci sono molti episodi dei quali parlare. Episodi nascosti nelle pieghe della storia. Ma, comunque, secondo me, un popolo abituato ad essere buttato fuori da qualunque posto e dalla notte dei tempi, impara a sopravvivere adattandosi, non a fare la guerra.

Doveva essere difficile credere, in quel momento, che l’orrore avesse la forma e l’odore di un forno crematorio.

Doveva essere difficile credere che il treno piombato fosse destinato ad esseri umani.

Doveva essere difficile credere che il vicino ti avrebbe venduto per meno di 30 denari.

Doveva essere difficile credere che i tuoi figli sarebbero stati usati per fare esperimenti.

Doveva essere difficile credere che la vita e la morte sarebbero state, casualmente, affidate alla voce ed al capriccio di un sottufficiale dell’esercito.

Doveva essere difficile credere che non ci sarebbe stato scampo e che li avrebbero presi uno per uno.

Per me era difficile credere che mio padre avesse debolezze. O paure.

Con la generazione di mio padre, la memoria muore. A guardar lui, mi sembra di vedere la rappresentazione di un secolo assolutamente folle che è passato dalla violenza animalesca a twitter. Progressivamente dimenticando cosa è stato, cosa ha creato, cosa ha sofferto e faticato.

Eccoci qua, io a guardare mio padre che si sforza come un dannato per essere presente a se stesso e noi tutti a guardare il mondo che si sforza di fingere di essere migliore.

3 thoughts on “Olocausto – shoah – porajmos”

  1. Ho da poco finito di leggere “Altai” che è praticamente costruito sulla condizione del popolo che si adatta ovunque sia costretto ad approdare. Se non l’hai ancora letto, trova dieci minuti per farlo.
    Non so se ti ho mai raccontato che nel mio piccolo ho anch’io un minimo di vicinanza con il mondo ebraico grazie ad un gentile signore con il quale ho lavorato quasi trent’anni fa che mi portò a vedere la sinagoga ed il cimitero ebraico con le lapidi spezzate, oltraggiate e vilipese. Se è vero che la loro è la generazione che ha visto, credo che noi che gli siamo stati vicini ed abbiamo avuto il modo di “sentire” il loro dolore, dobbiamo farci carico della memoria.

  2. Gli ebrei si sono ribellati a Sobibor, a Birkenau. Gli ebrei si sono ribellati eroicamente a Varsavia. Sfido tutti a ritrovarsi nella situazione in cui si sono ritrovati loro: facile dire “Ma perché non vi siete ribellati?”.
    Ho visitato Auschwitz-Birkenau: si fa fatica a crederci, anche stando lì. Troppo enorme, troppo inconcepibile.
    Un abbraccio a tutti i sopravvissuti!

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