Il ritorno di Woody

Soundtrack: Gabin – Lost and found

Si grattava il Becco, Woody. Poi il ciuffo al centro della testa. Poi di nuovo il becco.

Seduto su un sasso grigio fatto di das.

“Come cazzo si fa a stabilire quale è la voce del cuore e quale quella della testa?”

Era la domanda che prudeva.

Avessero una voce diversa, diverse tonalità, magari proprio parlassero due lingue diverse, venissero da due punti diversi nello spazio, sarebbe facile, le orecchie sarebbero in grado di stabilire la fonte.

“Ma a me sembrano la stessa voce”, si diceva senza smettere di grattarsi.

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Questo gli succede. Questo succede ad un uccello blu che poco altro sa fare che battere con il becco sui tronchi d’albero.

Aveva parecchie altre domande da farsi e, mentre cercava di fare ordine nei suoi pensieri anarchicamente disposti dietro al ciuffo blu, si accorse di essere sotto una coperta.

Come il sogno che aveva fatto la notte prima.

Nel sogno parlava a gente su un palcoscenico e altre cose di quelle tipicamente assurde e senza senso che succedono nei sogni, sempre e comunque da sotto una coperta di lana pesante e scura.

Woody credeva di poter sostenere qualsiasi cosa, di poter lubrificare ogni attrito, reggere ogni peso, ragionare su ogni sentimento, incassare ogni piccola sofferenza. Non si accorgeva mai che, da qualche parte, i liquidi cominciavano a ribollire, i fumi a crescere, le fiamme a scottare.

“E all’improvviso è troppo tardi” – si disse “troppo tardi per parlarne, troppo tardi per dirlo”.

“Dire cosa?”. Le domande ormai circolavano liberamente sotto la coperta come moschini in una sera estiva calda di scirocco.

“Dire che fa male”. Woody in fondo è solo un uccello eccentrico ed irreale, fa quello che sa fare e risponde al dolore come qualsiasi altro animale: attaccando e cercando di ferire.

“Forse Woody è cattivo”. Cattivo. Qualcuno aveva detto questa parola per la prima volta parlando di lui. “Sei cattivo”. Se la rigirava in testa questa parola. Con quell’aura un po’ infantile che si porta dentro, con quel senso così forte, preciso e definitivo. Senza appello. Senza possibilità di farlo dissolvere in una qualche sfumatura dialettica alternativa. Senza giustificazioni. Non si era mai sentito “cattivo”, non aveva mai subito l’onta di tale aggettivo in vita sua. Mai.

Si chiese che faccia aveva la sua cattiveria. Che forma e che colore. Ripescò ricordi e memorie di vendette più o meno sottili, più o meno velate, più o meno gratuite, più o meno necessarie.

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Troppo neutra e matematica questa.

Occhio per occhio, dente per dente.

Sì, forse Woody ha questo comandamento scritto da qualche parte nell’anima. E la sua cattiveria ha la forma di un cane di quelli piccoletti, con le zampine miserabili legnetti pelosi e le orecchie dritte con le punte in avanti. Un cagnetto isterico e nevrastenico che lascia scattare la mandibola ogni volta che gli girano le palle. E sembra avere sempre buoni motivi per farsi girare le palle. Soprattutto quando qualcuno si spinge ad accarezzarlo.

Un’altra domanda che circolava sotto la coperta era: “Perché non riesci mai a fare altro che questo?”.

Woody sudava sotto la coperta. In altri momenti gli era sembrato tollerabile, in questo momento gli sembrava di impazzire. Ma non poteva tirarla via. Doveva aspettare qualcuno che lo facesse per lui. Era una questione di buona educazione. No, era una questione di sentimenti. Evidentemente qualcuno aveva bisogno che lui restasse lì sotto. E lui non voleva far del male, a questo qualcuno, tirandosi via la coperta da solo.

Quindi ha trovato un altro modo di far del male.

“Complimenti?”

Chiesero le domande in coro.

“In genere questa è una affermazione”, disse Woody, “mica si chiede il permesso per fare i complimenti”.

“Noi siamo delle domande, sappiamo fare solo delle domande?” domandarono le domande volanti.

“E’ una conversazione assurda”. Mormorò Woody grattandosi il collo.

“ma tu sei una tale testa di cazzo che non potevamo farne a meno?”.

No, non sono una testa di cazzo. E’ vero, non so fare altro che colpire, non so fare altro che incazzarmi perché non sono capace di dire quello che sento mentre lo sento, e non lo so fare quando riguarda me, le mie intolleranze, i miei limiti, i miei punti deboli. E lo so che sarebbe bastato dire che ci ho messo 30 anni per imparare a volare e stare sotto una coperta, adesso, mi mette parecchio a disagio, so che qualcuno mi avrebbe risposto di avere un altro po’ di pazienza e fiducia. E io l’avrei avuta se fossi riuscito a dirlo. Se fossi riuscito a spiegare che io sono questo: un uccello blu che frantuma il legno a beccate e se mi tollerate bene, altrimenti andatevene affanculo. E mi è costato. A volte costa ancora. Potevo dirlo mentre lo sentivo, con calma e sincerità.

Ma mi pareva ci fossero cose più importanti da fare, da risolvere, da sistemare, da vedere, da concludere, Credevo di poter aspettare. Credevo non mi avrebbe fatto male. Credevo che dirlo avrebbe svegliato la bestia e acceso uno di quegli incendi che per domarli ci vuole il canadair. Ed ho avuto paura che, magari, alla fine, mi sarei bruciato ‘ste cazze di piume blu.

“Non è questo il punto? e questa è una affermazione?” le domande domandarono, con l’aria di prenderlo pure per il culo.

No, non è questo il punto.

Sono un cartone animato con la tendenza alla drammatizzazione. Che si incarta mani e piedi appena le emozioni superano la soglia di sicurezza.

E per quanto la soglia di sicurezza io l’abbia ampiamente e gioiosamente superata, Biancaneve, non ho ancora capito se dentro di me c’è altro che questo, altro che cattiveria, altro che mascelle da serrare, altro che silenzio fino all’urlo, altro che una bestia che si sveglia.

Io sto qua.

 

 

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10 thoughts on “Il ritorno di Woody”

  1. Non ho ben capito…..perchè l’ho letto essendo un po’ stanca….lo rileggerò, però volevo lasciarti comunque un segno del mio passaggio! mi è sembrato di capire però che sei triste e di questo mi rammarico. Un abbraccio, Penny!

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