Chiedo scusa all’umanità

(anche questo post parla di lavoro ed è, in realtà una specie di lettera aperta ai miei colleghi,
cose che non riesco a dire per questioni di tempo o compresenza.
Quindi passate appresso)

 tritolo

Soundtrack: U2 Sunday Bloody Sunday

 

Perché sono un’idiota integrale.

Dopo il bel paraustiello di ieri che, a occhio, ha scatenato un interesse esagerato (la peggio caduta di visite mai vista dal 1952) oggi ho fatto esattamente e con millimetrica perfezione quello che sostenevo essere l’orrore comportamentale tipico italiota.

Quando mi hanno comunicato che, sì, lo stipendio di gennaio arriverà, ma quello di dicembre ce lo possiamo sognare la notte, ho risposto che avrei dato, al mio avvocato, mandato di infilare un candelotto di tritolo acceso nel culo dell’Amministratore Unico.

Mi si è obiettato che così avrei fatto saltare l’intera azienda.

Ho risposto “Esticazzi”.

E sono pure rappresentante sindacale, non dimentichiamo.

Chiedo scusa all’umanità intera. Alla generazione precedente e successiva, ai parenti in linea ascendente e discendente, a chiunque sia passato sulla faccia della terra anche solo per un paio di minuti.

Ideologie e cazzi propri, appunto.

Potrei cercare di discolparmi adducendo motivazioni varie ed eventuali. I livelli di tensione sono altissimi, l’isteria impera, il gioco preferito è “aspettiamo che arrivi Penelope per vomitarle addosso la qualunque delle notizie discordanti e dissonanti e l’intero ammontare di ansia di norma suddiviso tra una decina di persone”.

Non è che io sia una colonna di granito.

Sono e resto una testa calda, un’emotiva del cazzo che vorrebbe riparare ogni torto al momento e con armi ridicole come l’insulto travestito da metafora ironico/poetica, quando sono controllata o con le capate ‘mmocc’ (=testate sulle gengive, N.d.T.) quando sono fuori di me dalla rabbia.

Appunto, la testa l’ho persa. Ho bisogno di trovare un modo di controllare l’ansia (che non sia il rum alle quattro del pomeriggio) o impazzirò e darò fuoco a quel posto, con me dentro, che è la parte peggiore.

Mi accorgo che la reazione collettiva – me too – è, in fondo infantile e delirante.

Per quanto dall’alto arrivino di continuo (anche tre, quattro volte nella stessa giornata) ordini e contrordini, dati confermati ed annullati, indicazioni dette e contraddette, che non rendono facili il lavoro né l’interazione tra noi, né l’analisi fredda della situazione, siamo fuori controllo oltre ogni giustificazione.

Alla fine abbiamo bisogno tutti, nei momenti complicati, del papà autorevole e granitico che ci indichi la strada verso la salvezza. A far da soli non siamo capaci, ci perdiamo come bimbi al supermercato e ci sentiamo abbandonati e non amati.

Questa riflessione equivale a un colpo di mazza da baseball sul mio lobo occipitale destro.

Che minchia di atteggiamento è?

Ma quando mai ho avuto bisogno di questo?

Dovremmo riuscire a prenderci le palle in mano e stabilire che cosa vogliamo fare.

Se si resta su questo barchino senza remi e pieno d’acqua, ci si resta senza agitare mani e piedi e senza recriminare alla qualunque.

E’ vero e sacrosanto che, al momento, non ci sono alternative e che lasciare ‘sta noce di cocco equivale a buttarsi a mare senza salvagente d’ordinanza. Ma in qualche modo è vero pure che si può sempre decidere di togliersi le scarpe, tuffarsi con un elegante carpiato e nuotare fino a quando non si trova terra.

Per quanto faccia schifo, il ragionamento, quello quell’è.

Con questa scelta bisognerà fare pace e bisognerà accettarne la natura puzzolente e frustrante. In attesa di tempi migliori, in attesa di occasioni d’oro o anche solo di stagno.

A pace fatta, viene fuori una seconda necessità. Starci tutti, nella paperella di plastica ammaccata. Nessuno escluso. Perché se è vero che la segretaria stronza ci sta sul cazzo a tutti da sempre, è vero pure che non è “fair” (giuro che non mi viene il corrispettivo in italiano, sono i neuroni che cadono uno dopo l’altro sotto i colpi della mazza da baseball) usare un momento del cazzo come questo per vendicarsi. Malgrado lei sia una stronza fatta e finita, la proposta del contratto di solidarietà è una sòla pazzesca e serve anche a salvare il culo a noi tutti.

Esattamente come la riduzione dell’orario e delle tariffe degli specialisti.

Esattamente come la ricotta fatta sulle partite iva.

Esattamente come lo stipendio di dicembre.

Sarà il caso di smettere di personalizzare e iniziare a ragionare sul lavoro e sulla fatica che comporta accettare una tale valanga di merda senza poter fare un solo gesto che sia uno per rifarsi della frustrazione.

Altresì, ANARCHIA E RIVOLUZIONE!

Decidere in autonomia, ignorare direttive idiote e inconcludenti, okkupare il centro e autogestirlo…

Da veri post-adolescenti quali siamo.

Con tutte le conseguenze del caso e senza, comunque, risolvere stipendi, tariffe, orari e contratti che, quello, non lo possiamo né controllare, né cambiare, né annullare.

Baci belli de casa.

Agli altri, se siete arrivati fin quaggiù: cazzi vostri.

 

 

 

 

Ideologie & cazzi propri

nave_affonda

Soundtrack: Friendly Fires Paris

Ovviamente avevo in testa un post preciso ma ho fatto il grave errore di intalliarmi (=intrattenermi, Nd.T.) su FB dove, stanotte, fioriscono dagherrotipi d’epoca riguardanti me. Da un’ora ci si commenta ogni foto (in tre nottambuli malinconici) senza pausa.

Il microcosmo lavorativo, qualunque microcosmo lavorativo sia e dovunque sia locato, è il mondo intero. Uguale a se stesso, uguale a tutto il resto. Meccanismi, persone, fatti, azioni, reazioni.

Abbiamo la segretaria stronza, quella che dice che se è vero che la barca sta affondando, piuttosto che farsi  toccare il suo stipendio preferisce vedere la barca affondare con tutti dentro.

Come molti italiani, del resto.

Poi ci sono le mie colleghe ed io, muli da soma per ora untouchables (mii, come si scrive questa?) che, però, ci stiamo trasformando nelle pasionarie della riabilitazione.

Nel nome del lavorare meglio, dei diritti dei bambini, del servizio utile. E quindi solidali con gli specialisti segati e ridotti e meno solidali con gli amministrativi che non vogliono farsi tagliare lo stipendio del 25% per salvare l’azienda.

Ideologia?

Sospetto ben altro.

Sospetto cazzi propri. Anche da parte mia.

Gli amministrativi mi stanno sul cazzo, sono dei rompicoglioni fiscali e burocrati. Controllori di questa minchia, più realisti del re e pronti a vendersi il mio culo per fare bella figura col capo.

Gli specialisti sono amici miei, mi stanno simpatici, ci lavoro bene e mi diverto con loro anche fuori dal lavoro.

Come tutti gli italiani, mi pare che la difesa della qualità del lavoro si basi, principalmente, sulla qualità delle proprie relazioni.

Magari se fossi fidanzata con una amministrativa (ohmygod, non quelle del mio centro, per carità), sarei incazzata come un varano e lo riterrei un reato di lesa qualità.

E sono pure il rappresentante sindacale. Siamo a cavallo.

E gli specialisti esprimono il loro stupore per cotanta partecipazione da parte della bassa manovalanza con gesti di solidarietà e comunanza inusitati.

Che è una cosa bella da vivere e da vedere, come far scoprire a qualcuno che il mondo ha un colore, anzi più di uno da un lato, e sentirsi protetti e coccolati dall’altra.

Meno bello è, per me, scoprire che la maggior parte delle persone non si aspetta niente da nessuno, gnente che sia gratis, gnente che sia per principio o per simpatia, non importa.

Mah.

A breve organizzerò un comizio in sala d’attesa. Così, tanto per edurre i genitori dei cicci piccoli.

Ho chi mi pressa da vicino per farmi diventare una attivista radicale. Non so, non mi convincono le motivazioni, soprattutto mi pare una gran rottura di coglioni. Ma mi sembra anche divertente, emozionante, a tratti. Una cosa da fare in un momento ed in un tempo nel quale sento che niente c’è più da costruire o progettare o prevedere. Non mi dispiacerebbe sorprendermi.

Visto che una vita privata non c’è, dovrebbe venirmi facile sprecare le mie energie in questa impresa. Perché di energie sprecate si tratta, considerando che la barca affonderà entro i prossimi tre mesi.

Oggi una famiglia di un ciccio piccolo ex-iperattivo che va via dopo 5 anni di terapia mi ha portato un regalo.

Il biglietto è la foto di onde cristalline che si appoggiano su una spiaggia di sassi.

Dentro: “ti auguro di raggiungere sia nel lavoro che nella vita i risultati positivi che hai raggiunto con me. Con affetto“.

E’ scritto da lui, riconosco il suo stampatello frettoloso e disordinato, so bene che il pensiero è della sua famiglia e, questo, mi stupisce oltremodo. E’ raro che le famiglie esprimano a te, logopedista qualunque, un riconoscimento.

Questo mi mette in pari per il prossimo anno.