Report

Soundtrack:

Settimana infernale.

Stasera sufficientemente ubriaca mista a stanchezza cosmica.

Locale etero con karaoke per compleanno collega. Buffo il mondo degli etero. Secondo me si divertono di più di noi LGBTQ.  O almeno con più leggerezza. Nello stare iniseme è contemplato il divertirsi e basta, senza stare, contemporaneamente, a cercare la scopata serale.

Almeno mi pare, ma sono sufficvientemente ubriaca mista a stanchezza.

Me fa mal’ ‘a cap’.

In questa settimana densissima, mi pare di aver capito un paio di cosette fondamentali.

Sono capace a far marchette e porcate di ogni tipo.

Ho tendenze manipolatorie di bassa lega che, però, dato che sono contornata da gente che sta peggi’ ‘e me, funzionano pure.

So reggere i secondi fini, so espormi per il cazzo del comodo mio, so muovermi come una serpe per ottenere quello che voglio.

Non è granché, ma torna utile.

Almeno nel lavoro, mi pare.

Sono persino convincente. Pensa te.

Ed è tremendamente stancante.

Mio caro amicodelmuretto, l’ho pure scritto il post che mi hai chiesto, ma lo pubblicherò più in là, giusto così, per non far vedere che sono romai una prostituta della penna. Comunque ti ringrazio della fiducia. Mi lusinga.

Mio caro ciccio, se ti azzardi a sparire, ti seguo in Siberia.

Mia cara Penelope, fatti chiamare vodafone.

Ed è tutto così falso.

Difficile da spiegare. Sono due giorni che tengo un comizio all’ora al lavoro. C’è un obiettivo, un progetto e non cerdevo di essere non dico in grado, che mi pare troppo, ma disposta ad occuparmene.

Thanxgod la dialettica non mo manca.

Ma è difficile spiegare quanto questo mi allontani dalla realtà.

Poi ci sono un altro paio di faccenduole che sto mettendo in piedi.

Non mi pare vero, pure multitask, mi ritrovo. Io, la regina dell’accidia.

Ops, non mi sono struccata. Sai domani che mi ritrovo in faccia. E mi si impigliano i naselli degli occhiali tra i capelli pieni di spuma. Un’immagine di quelle che ti fanno volare la fica dalla finestra.

Non vedo più un cazzo a nessuna distanza. E mi lacrimano gli occhi. Vai dall’oculista invece di rompere il cazzo.

Potrei andare avanti a scrivere all’inifinito, stanotte. Quindi stacco.

Dio che nausea.

Tre bud e le vomiterei con gli interessi.

 

No one but me

hug

Soundtrack: Kyoto Jazz Massive Vanessa Freeman – The Brightness of These Days

Appoggia la testa sulla mia spalla, Penelope.

Appoggiala e respira con me.

Quei respiri lenti che placano e portano via tutta la paura della luce del giorno.

Respira lenta, Penelope. Aspirando il mio odore. Vaniglia e Agrumi. Una pastiera di frolla morbida e saporita.

Accarezzami le guance e raccontami del tuo pigro procedere tra vita e cose e persone e fatti e follie e ancora paura.

Io lo so che non va via. Non serve il tempo, non serve il pensiero, non serve parlarsi addosso e regalarsi qualcosa.

Lei è lì. Poggiala sulla coperta blu, stasera. Forse svanisce, stanotte.

Forse non ti svegli, sudando. Di nuovo. Come sempre.

Forse la smetti di cercare quello che non vuoi trovare.

Forse stavolta è così.

Il naso sul collo acquieta i pensieri e ti ricorda chi sei.

Non sanguinare ricordando. Non lo fare.

Odore di sale e pelle fresca. La tua. Odore di notti estive, di scirocco appiccicoso e umidità marina. Hai scelto la musica sbagliata, tesoro mio.

Coperte di lana e luna bianca riflessa nella baia. A guardare nel nero per cercare risposte a domande che non hai mai nemmeno formulato. Le hai mai volute le risposte? hai mai voluto qualcosa?

Paura di ottenerla. Paura di ascoltare quello che non si vuole sentire.

Sei in compagnia, bimbabionda. Non sei mai stata sola in questo. Sei immersa nell’umanità intera.

Sulla mia spalla, in questo letto blu, non hai bisogno di far finta di essere la signora che credi di essere diventata. Quella che gioca a far paura ai poveri di spirito e che crede di osservare il mondo seduta sullo sperone di roccia. In alto, sopra la collina.

Esci da lì e rilassati. Ti posso abbracciare forte e dolce con grandi braccia e pelle morbida.

Lascia scorrere i pensieri, falli uscire da queste orecchie coperte di povere sottile e ragnatele intricate.

Ingoia le parole che non servono. Mandale giù in fondo e dissolvile ceme fosse cioccolata fondente succhiata fumando gauloises.

Smetti di guardare. Smetti di non vedere. Accarezza la fame  e spiegale con calma che non c’è altro che possa chiedere. Non c’è altro che possa riempire. Alla sete mormora piano che non è il momento e che non sai quando lo sarà.

Non chiedermi se ce la farai domani, io non lo so. Non so se hai coraggio abbastanza, se hai forza abbastanza, se hai voglia abbastanza.

Smettila di coprirti di pensieri vecchi e inuili. Ti riscaldo io.

Non ti preoccupare, siamo ancora qui.

Non ce ne andiamo, non scappiamo, non smettiamo di ridere e respirare.

Per questo, c’è tempo.

 

 

Fuochi, spettacoli e bugie

torciaumana

Soundtrack: The Prodigy Firestarter

– Messaggio del tutto personale per R* e Alice: mi si è sfrantacagnato il cell e i vs numeri di telefono non ce li ho segnati da nessuna parte. Volevo chiamare stasera, ma proprio non so come fare, non posso mandare neanche sms, mi si può solo chiamare – e, inoltre – to whom it may concern sapeva esattamente come avrei reagito e cosa avrei fatto, step by step. Il che me la dice lunga. D’altra parte, non è un tipo da gesti impulsivi e immotivati. And now shut up, Penelope –

Ma quanta gente busciarda esiste al mondo?

Non sono contraria alle bugie in sé per sé. Vivo di improbabili giustificazioni per ogni mio ritardo cronico, per le buche che elargisco a profusione e per le mie dimenticanze.

Non parlo di quello.

Parlo delle bugie che si usano per coprire la miserabilità d’animo.

Quelle parole e quei modi ventosi e sabbiosi che dovrebbero servire a far credere alla “platea” umana che si è fatti di altra pasta che non sia quella fecale.

Non lo capisco tanto. Non capisco neanche come si possa credere di riuscire davvero ad essere convincenti.

magari si può esserlo, quando la patologia avanza a tali livelli da non essere neanche più curabile. Comunque, sopravviveremo.

Il micro-week end a sansiti è stato denso. Le prove per lo spettacolo hanno inizio e il delirio avanza indisturbato. Rifare una cosa messa in piedi vent’anni fa è, in realtà, complicatissimo. Perché è difficile uscire dall’innamoramento di scene e vissuti legati ad un periodo solare e vitale.

Ma certe cose sono talmente improponibili che c’è da riderne fino a morirne.

La nuova truppa ha, ovviamente, una età media di 50 anni. Peraltro un lesbicaio. Le mie ex si sono consorziate e inciuciano all time long. Volano epiteti, soprannomi, insulti velati ma anche no. In un tripudio di dissensi e di resistenze al movimento fisico.

E saremo in un teatro da 1500 posti. Marò che figur’ ‘e merd’.

Ma ce la faremo.

Mi si chiede di tornare a Napoli, non riesco a spiegare perché non voglio tornare. O meglio, non riesco a far capire il mio diniego. Non riesco a far capire che sarebbe comunque una sconfitta, per me, dentro. Preferisco patire e guerreggiare qui. E’ pur sempre altro da quello che ho già fatto e visto. Non del tutto, ad essere sincera. Ma è comunque altro. Non ho voglia di tornare dov’ero. Bah, non lo so spiegare.

Fuoco. Quello è nella mia testa, nel mal di testa che ho avuto stanotte, così forte non lo avevo da almeno vent’anni. Il fuoco è nelle mie reazioni costantemente bruciate e brucianti. Nel mio partire prima di pensare, nel mio accendermi per ogni cazzo di puttanata mi venga detta, nel mio rispondere a quello che mi ferisce. Nel mio farmi carico di cose che manco mi appartengono.

E sono così facile da accendere che a breve mi metteranno il sistema antibambino di sicurezza. Con un ddl, credo.

Non mi pare che il passare degli anni mi spenga. Affatto. Mi pare pure di peggiorare.

Non vorrei essere così. Vorrei avere quella calma interiore da buddhista conclamata. Quella lucidità che ti permette di pensare e non scattare, di osservare e non scalciare, di accogliere e non devastare.

Nella mia wish list dell’anima c’è uno sguardo sereno sulle cose del mondo. La distanza giusta, quella che ti permette di occuparti delle cose e delle persone senza esserne toccata, senza vulnerabili pezzi di pelle scoperti e reattivi.

La mia vecchia gatta ed io siamo diventate due pazze borbottanti. Uguali, proprio.

Buonanotte, gente varia, vado a nanna che ho dormito poco e male.

Un’ultima, piccola nota piacevole: mi accorgo che le persone che conosco hanno avuto, alla canzone del piccione di comunione e liberazione, reazioni indignate e disgustate. Io so che, se non avessero conosciuto personalmente almeno una lesbica nella vita, non ci avrebbero neanche fatto caso.

 

To whom it may concern II

Vuoi lo spettacolo?

Te lo do, lo spettacolo.

Sai, è un periodo nel quale non mi è facile mettere il ghiaccio nella cervella, parto veloce e vado di testa. Non sono mai stata una riflessiva e, che dirti, saranno gli ormoni da pre menopausa.

Pensavo che chi mi conosce bene si fosse accorto che, ormai, non scrivo più, su questo blog, le cose che sento o che vivo dentro.

Pensavo anche che, in qualche modo, fosse facile da capire che il silenzio, la distanza, la mancanza, sono difficili da sostenere. Per me.

Ma d’altra parte, è vero pure che non c’è affatto da preoccuparsi.

Non ce n’è motivo.

Cattive abitudini prese in un lasso di tempo tutto sommato breve. Si può tranquillamente tornare da dove si è venuti.

Dovessi mai aggiungere pensieri inutili all’assenza di pensiero dichiarata?

Non mi permetterei mai.

Le rivisitazioni e glorificazioni fatte su cose che rivisitate e glorificate non possono essere, mi infastidiscono.

Gli insulti alla mia intelligenza, pure.

Se hai voglia di litigare, tesoromiobbello, abbiamo infiniti pretesti da utilizzare senza andare a tirar fuori quelli che fanno ancora troppo male per dissolversi in un’ora. O i mostri dal baule.

Sì, era un invito a comunicare, comunicare cose che riguardassero te, le finte scuse te le puoi risparmiare, considerando che non ti ho “chiesto” niente nè, tantomeno, ti ho interrogato su cose che riguardano il mio sentire e il mio modo di fare. Che tu non sappia una mazza di quello che vivo ora, è evidente come è evidente che te ne fotti. Resta in questa dimensione, tesoro, va benissimo così.

E, cazzo, non ti azzardare più a rivoltarmi contro le cose che mi appartengono e che hai condiviso finché hai ritenuto opportuno per te condividerle.

 

A.A.A. Interessi Cercasi

sipario

Soundtrack: Fluke Absurd

Vogliamo parlare di SanRemo?

No, non se ne parla, è una gran palla, se non per la canzone di Lavezzi che si chiama Biancaneve. Mi sembra rimarchevole. ormai Penelopebasta fa cultura…

Vogliamo parlare dell’informazione in italia?

Stamattina ho sentito dire, al GR di Radiodue, che, a Lampedusa “è stato devastato un centro di accoglienza che è tra  i gioielli d’Europa” e che un magistrato ha annullato il provvedimento di espulsione allo stupratore punto. Non valeva la pena di spiegare perché mai un magistrato sia costretto a fare una cosa simile.

E che bisogno c’è di commentare?  Va da sé l’idiozia dei giornalisti proni e assface dotati.

Domani si torna a Sun City (mi dicono che non posso più chiamarla Garbage City). Vado a far le prove di uno spettacolo teatrale.

La riedizione di una faccenda messa in piedi nel 1987 (dico: millenovecentoottantasette).

Sarà divertente.

Peraltro mi ritrovo lì con ben 3 (dico: 3) ex fidanzate.

Mi porto Alice, l’unica vera attrice che conosco.

Al lavoro, per trovare buoni motivi per andarci (uno stipendio è scomparso, l’ebetoide Kreutzer-Jacob ha tirato fuori la sua vera anima pariolina cazzimmosa e il clima è allucinante), siamo dotate di una barattolo di Nutella da mezzo chilo, ci siamo travestite da circensi – io in fantastico frac, frustino, gilet damascato e baffi a manopola da domatore – e abbiamo genitori impietositi che ogni giorno (dico: ogni giorno) ci riforniscono di torte, zeppole, frappe e ogni altro genere alimentare tendente ad aumentare valori sanguigni di dubbia utilità.

Vado dal pater. Mi ci porta Alice per i capelli, credo. Non c’è altro modo.

Mi manca il fabolous.

Invidio cordialmente l’amico del muretto in Sudan.

Leggevo sul blog di Nelson che una sua amica ha mollato il lavoro ed è partita per il Perù. Invidio anche lei.

Questo pigro autocentramento paraocchiesco mi annoia, ma ci sono immersa come un’apetta nel miele.

L word serie 6 è una palla di suo. E poi manca il gruppo d’ascolto. Se ne perde il gusto. Guardare le strafiche è comunque un piacere, devo dire, ma niente sesso galattico e nessun drama degno di nota. Le new entry sono interessanti come l’unghia dell’alluce destro di povia.

Il quale canta una canzone che fa veramente cagare. A prescindere. Un frappè di luoghi comuni che neanche la mia vecchia portiera analfabeta lucana, Lorenzina, avrebbe sciorinato. Certo che noi gay ci facciamo inculare dal primo che passa. Mi rendo pure conto che a parecchi piace, ma sarebbe ora di fare un minimo (dico: minimo) di selezione. Non solo non contiamo un cazzo di niente, ma ci usano pure per fare audience e per lasciare indelebili impronte nella storia della musica di questo paese. Presenterò, per Sanremo 2010, una canzone titolata: “penelope era logopedista”. Mi sembra pregnante.

Lamentuuuusa.

Baci, o lettori del blog di Penelope moscia. Scrivete che mi arripiglio.

90.000 ———->

sane

 

uau.

Grazie Vita per avermi avvertito.

Ohh.

Riparliamo dei centomila. Verso marzo, credo. Le visite son scese, ma per fine marzo ce la dovremmo fare.

Dunque per la caccia sono d’accordo. niente premi in natura però.

Ci sarà da decidere il posto.

Altro non mi viene in mente.

Stamattina mi sono svegliata piena di sogni.

Mi pare una buona cosa.

E non sono riuscita a restare al lavoro.

Mi sentivo soffocare.

Ci vuole spazio.

Baci, grazie e, come al solito, siete invitati a metter giù un commentino, che le ditine non pesano e che, soprattutto, mi mancano.

Diciamocelo

i-love1

Soundtrack: The Cure Friday I’m In Love

Vivere senza essere innamorate è una palla pazzesca.

E’ noioso ed insensato.

Si perde motivazione, mordente, spinta vitale e senso del ridicolo.

Io che sono una adolescente sentimentale e mi innamoro di un gesto, di un accavallamento di gambe, di una sfumatura dell’iride o di un tono di voce, mi sento un tossicomane finito su un’isola deserta.

E non sarebbe nelle mie intenzioni disintossicarmi da questo.

Mi manca il “thrill”, il tremore di dentro nell’aspettare qualcuno, il tremore di fuori nel vederla, gli sguardi obliqui per non perderla di vista. Mi mancano i pensieri della notte: quelli che ti fanno addormentare in pieno delirio fantastico. Mi manca l’ansia dell’attesa, la vanità che mi assale, il senso di immotivata sicurezza. La ricerca del segno, la voglia di sedurre, l’emozione della risposta, il tempo delle pippone mentali. E mi mancano anche il drama, la delusione, l’adrenalina, la serotonina e qualunque altra arma chimica il mio corpo produca durante la fase dell’innamoramento. E mi manca di sorridere un po’.

Stasera M* mi ha chiesto: “non ti è mai capitato di non essere innamorata per lungo tempo?”

“No” – ho risposto – “se non ero innamorata ero perlomeno fidanzata”.
(queste sono prove tecniche di scrittura di dialogo, si capisce?).

Mi ci è voluto un po’ per realizzare cosa avevo detto.

Ma che testa di cazzo.

Però è vero.

E’ una sensazione con la quale sono abituata a vivere/convivere. E per questo non importa, poi, se sia un innamoramento corrisposto o meno. Questa è faccenda del tutto secondaria rispetto al piacere che provo a sentirmi innamorata. L’oggetto può fare un po’ il cazzo che le pare. Sopravviverò, nel frattempo mi sono sentita bene.

E’ benzina. Nicotina. THC. Sostanza che altera lo stato standard, insomma.

E gratis.

O forse no.

Minchia che freddo stasera e che noia, lo stato di quiete emotiva.

 

 

volevo scrivere un

Volevo scrivere un post erotico.

Ma non mi viene proprio.

Volevo scrivere dei cazzi miei.

Ma non mi viene proprio.

Volevo scrivere dei miei desideri.

Ma non mi viene proprio.

Volevo scrivere di l word serie 6.

Ma non mi viene proprio.

Sono completamente sottomessa a questo cazzo di stat counter.

E non riesco più a scrivere una cazzo di parola che mi venga da dentro e non dalla capa.

I’m sorry.

‘Notte.

Lo sciopero dei metalmeccanici

metalmeccanici

Che io pure sono un metalmeccanico, come il 97% degli italiani dipendenti da una azienda qualunque, qualunque sia il ruolo.

Ci son dovuta andare per dovere. Non ne avevo voglia.

Parecchie persone. Over 35. Pochi guaglioni, in coda, al seguito del camioncino dei centri sociali.

Da Porta Pia in poi, un mare di polizia, carabinieri, guardia di finanza. Elicotteri.

Leggermente impressionante se accoppiato al trend corrente.

Ma comunque i cortei si possono ancora fare. E’ già qualcosa.

O forse niente. Perché non servono assolutamente a niente. Di niente.

Non mi pare che ci sia qualcuno ad ascoltare le rimostranze e le richieste di un popolo di pecore spelacchiate.

Venditori altercomunitari di fischietti, bancarelle di magliette. Bandiere.

Mi sono ritrovata con quella di rifondazione comunista. Non la volevo, che palle.

Alle mie spalle la banda di Monterotondo (giuro, casualità inquietante) che suona “o bella ciao”. Al tamburo il padre di una mia paziente.

Canti e urla sommesse. Insulti allo psiconano. tutto si apre e si chiude su quella fila lunga lunga di gente che poco ha e come difenderlo non ha.

“La crisi non la paghiamo noi”. Dicevano svariati striscioni. Nel piccolo succede anche dove lavoro io.

Ma la realtà è che, comunque, la crisi la paghiamo noi piccoletti macinatori di lavoro che malgrado il culo che ci si fa, vediamo il pil scendere e scendere. E ci costa. Sempre solo a noi.

A metà me ne sono andata. Un caffè con la Alice e una passeggiata al mercato. Troppo due palle.

Per dirla con Elio e le Storie Tese e come già detto in varie occasioni:

volete che mi metto una scopa in culo così vi ramazzo la stanza?

 

 

Piccole lesbiche crescono

Soundtrack:

Capitolo 1 – ricordi da ospizio

Ho iniziato a leggere verso i 4 anni e mezzo, tanto per sminuzzare le palle a mia sorella che faceva i compiti il pomeriggio. Intorno ai 6 ho letto il mio primo libro. “L’isola del tesoro”, regalo per sfangare il pomeriggio dopo l’operazione di adenoidectomia. Nella mia era le adenoidi erano ritenute licheni superflui che rendevano anche un po’ scemi, e i bambini esseri privi di sensibilità fisica e psichica operabili live e a mani nude. Come i vecchi, la prendo sempre troppo alla lontana. “Piccole donne” e “Piccole donne crescono” di Luise Mae Alcott sono stati la mia bibbia intorno agli otto anni. Anche “I ragazzi di Jo”. L’ultimo non me lo ricordo. Si ragionava stasera, con la R*, che se si aveva qualche dubbio, a ricordarsi quanto ci siamo potute innamorare di Jo, li abbiamo fugati tutti. Eravamo lesbiche da subito. Com’è che si chiamavano quelle tre miserelle sorelle? Amy e Beth me le ricordo. Una muore. Pure. Ma Jo era IL mito. I capelli corti. Ragazza fattiva e senza orpelli. Faceva giochi da maschio. Era ribelle  e molto handy. E che cazzo di fine le fanno fare? sposata ad un maestro inutile e privo di midollo. Un minollo. La rabbia che mi prese. Sarà stato un matrimonio di convenienza. Omosessuali tutti e due. Sicuramente.

Lesbica si nasce. E’ evidente.

Capitolo 2 – Lavorare stanca

Domani mi tocca andare allo sciopero generale dei metalmeccanici. Mi tocca proprio. Non mi posso esimere. Cazziatoni a go go perché non ho preparato gli striscioni. Accordi sottobanco per farmeli “imprestare” da chi li ha fatti. Al lavoro giriamo con i nasi da pagliaccio in faccia. E’ la nostra protesta. Veramente è la protesta degli specialisti ma noi solidarizziamo. Naturalmente la cosa è troppo sottile per essere compresa dalla nostra utenza minimalista. Ma a noi va bene così. Si mangia anche a dismisura. Qualsiasi cosa sia commestibile e ininterrottamente per tutta la giornata.

Il colesterolo ringrazia e anche il mio invidiabile, e prossimamente perso, fisichetto.

Capitolo 3 – Folgoranti considerazioni

Non riesco più a capire che impressione faccio alle persone con le quali interagisco. Non mi rendo conto. Non mi viene in mente. Non ne ho idea. Prima lo sapevo. O quantomeno immaginavo di saperlo. Suppongo di avere smesso di guardarmi con gli altrui occhi. Non mi è chiaro se sia una buona cosa. Potrebbe semplicemente essere un segno di psicosi avanzante. E’ un po’ spiazzante però. Prima avevo in mente cosa volevo sembrare e mi pareva di riuscirci perfettamente (niente commenti pliz). Ora non me ne fotte proprio di sembrare qualcosa e non so cosa pensare. Poi vedo le reazioni di taluni e mi stupisco come un’idiota. Il mio narciso è confuso e non poco. Mi capita financo di sentirmi sicura e determinata. Insisto con la teoria della possessione in alternativa a quella della schizofrenia o della doppia personalità. Non si spiega altrimenti. Certo, la superbia progredisce e la tracotanza pure. Mi sono anche convinta di essere capace di ottenere quello che decido di ottenere. Delirio di onnipotenza. Bisognerà trovare un equilibrio.

Farmacologico, appunto.

Capitolo 4 – Amici

Strano accorgersi che si possano avere difficoltà di comunicazione con le persone con le quali si è più abituati a comunicare. Il fatto è che di solito non dico quello che sento e, soprattutto, se qualcosa mi ferisce o mi sgomenta, lo impacchetto e lo chiudo da qualche parte. Naturalmente, una volta esaurito lo spazio per i pacchetti conservati, ho esplosioni immotivate e ingiustificabili che tendono alla devastazione del territorio. Ultimamente sono, invece, piuttosto incontinente. Questo mi alleggerisce. Ma è anche faticoso. Ma anche no. Ho sempre pensato che dire quello che penso quando lo penso, possa allontanare le persone cui tengo. Ferire in modo irrimediabile. Uccidere magari. Quindi meglio lasciar perdere. Scopro ora che tirar fuori una cosa alla volta è gestibile, non fa troppo male, può essere discusso e ridimensionato, anche confutato per intero. E non muore nessuno. Nessuno si fa male. Non si smette di voler bene (terrore primordiale). E’ anche una responsabilità, se dici puttanate, le hai dette; se dici cose forti, le hai dette; se dici “questo mi ha ferito”, hai mostrato la tua pelle. Come se gli amici non sapessero già quanto sei fragile e dove fa male. Cretina che sono. Ti voglio bene, adolescenzialmente lo metto per iscritto, e ti voglio bene perché mi stai bene così e basta. Ci si dovrà riassestare un po’.

Pampers?

Capitolo 5 – Crisi di mezza età

Ziasaimon ed io siamo nella crisi dei 46. La R* è nella crisi dei 38. Mia sorella è nella crisi dei 50. Il fab è nella crisi dei 49. M* è nella crisi dei 35.

MA QUANDO CAZZO INIZIA ‘STA CRISI E QUANTO CAZZO DURA?

Perversioni, torcicollo e sorprese

Soundtrack:

Stasera “Maryza”.

Spettacolo teatrale delicious.

Comunque io sono diventata una pazza isterica. Furiosa. Da manicomio.

Mantenitm.

Prescrivetemi Xanax. Tutti ‘sti neuropsichiatri che conosco, che cazzo li conosco a fare se non mi mettono sotto copertura farmacologica?

E ho anche il torcicollo.

Stasera ho anche scoperto la mia perversione ASSOLUTA: gambe da uomo con scarpe da donna. Non immaginavo.

A parte che le gambe di G.L. (protagonista della piece) sono favolose di per sé, ma con le scarpe con tacco ai piedi è una fonte di destabilizzazione sessual-mentale.

Che poi il solito culo degli uomini che, tra le altre cose, hanno di media gambe molto ma molto più belle di quelle della maggior parte delle donne. Caviglie sottili e ginocchia puntute, asciutte e levigate. Piedi nervosi e sottili.

E non sono pazza da manicomio solo per questo, sia chiaro. Avere una perversione mi suona come un segno di buona salute. Non so perché. Ma mi suona così.

Stessi diventando etero? Immagina la fatica di ritrovarsi etero ora. Cicli di 20 anni. Una sessualità diversa ogni vent’anni. A cicli. Così tutti provano tutto. E nessuno sfracanta le palle con pregiudizi inutili.

Dovremmo farne un D.D.L. (Decreto Legge, si dice così?).

Mii, che male al collo.

Tra le mille cose del week end rigenerante, ho rivisto le mie colleghe napoletane. Nella merda fino al collo come me. Ma sorrisi e affetto a profusione. Perché una cosa (il lavoro) non incide sull’altra (le relazioni tra persone). Questione di diversa mentalità lavorativa, mi sa. Questione di abitudine alla precarietà ed al terreno che ti si disintegra sotto ai piedi all’improvviso. Mi sa.

Nella mia follia, sto diventando anche persecutoria. Mi sento inseguita da fantasmi terrificanti che fanno gli stessi medesimi passi miei. Peraltro con maggiore incisività e capacità. Più che persecutoria, direi rosicatoria.

Valium please. Che vi costa?

Ciccio piccolo ex ADHD salutato oggi. Realizzo all’improvviso che è la prima volta in vita mia (PRIMA-VOLTA-IN-VITA-MIA) che porto a termine qualcosa. Dall’inizio alla fine. Obiettivi perseguiti nell’arco di tre anni. Costantemente. Raggiunti con successo (gli obbiettivi prefissati medesimi). Mai accaduto. Mi turba.

Costanza, continuità ed efficacia non sono termini che si accoppiano, solitamente, al mio nome e cognome. Uau.

ESCI DA QUESTO CORPO! il dubbio mi viene.

Se è vero che questo è un periodo di cambio pelle, come credo, avrei una preghierina della sera da fare:

“Ussignùr, mi ci metti, sulla pelle nuova, un paio di lustrini e due paillettes? così, per allegria”

 

L’orrore dell’ottusità

zeus

Soundtrack: Frankie HI-Nrg Mc Rap Lamento

Confesso di essere in possesso di informazioni parziali, perché non ho mai ritenuto, in questi mesi, di dovermi fare i cazzi altrui.

Confesso di cedere alla parola inutile su questa faccenda per esasperazione.

Confesso di aver iniziato a non tollerare le persone ascoltando quello che dicono su un argomento che non è interesse di nessuno se non di quelli che ne sono direttamente coinvolti.

Confesso di aver giudicato questo paese, per l’ennesima volta, un paese di merda, sulla base di tutto quello che è successo in questi ultimi mesi.

Confesso che continuo a credere che la questione, in senso stertto non mi riguardi e che sia ingiusto subirne conseguenze sul piano politico, sociale, culturale, religioso.

A quanto pare, in questo periodo, la guerra contro l’ottusità vive di vita propria. Non c’è verso di firmare armistizi di sorta.

Confesso anche di aver fatto battute sul tema di cinismo raro e imperdonabile (devo dire, però, stupende battute che hanno fatto ridere anche i più seri e acconci amici).

Confesso di vergognarmi di quello che sto scrivendo, chè della mia opinione si potrebbe tranquillamente fare a meno.

Confesso persino di essere d’accordo con D’Alema (pensa te), cosa che mi appare come toccare il fondo del barile di merda che è questa nazione.

Fossi una divinità greca, avrei fulminato la lingua di parecchia gente, in questi giorni.

ZOT.

Una scossa elettrica da 1500 ad ogni parola di troppo.

Un paese di muti.

Che meraviglia.

 

Week end

Soundtrack:

Sono in colombaia. Sul portatile del Ciccio in partenza. Lui, non io. Gli sto consumando le ore in pennetta in perfetto stile scrocco selvaggio.

Ho da premettere che in questo periodo cammino per il mondo come se ce l’avessi solo io.

Saranno i neuroni che vanno e vengono e si perdono i contatti con la realtà circostante.

Un giorno di questo una delle mamme in sala d’attesa mi tirerà i coppetielli (=coppette di carta, N.d.T.) stufa delle mie passerelle da nana impazzita.

Machissenefotte.

Poi.

Week end a Napule con Alice e Da Queen, direttamente importate dalla capitale, e R&B.

Non saprei da quale parte cominciare, considerando che ancora non è finita.

Potremmo parlare del viaggio di andata assolutamente infinito. Credo che arrivare a Bologna a piedi avrebbe necessitato di un tempo di percorrenza minore.

D’altra parte colpa mia che sono tarda a partire.

Prima serata nell’assoluto lesbicaio del Mutiny, ad ascoltare amiche sonanti.

Un lesbicaio total lipstick.

It’s a long way…

La Alice sta cercando di fare di me una lipstick battezzata e cresimata ma, in base a quello che ho visto venerdì, le ci vorranno le prossime tre vite. Consecutive.

Ne ho viste cose che voi umani non potete immaginarvi…

Lipstick in mutande che rimproveravano lipstick in reggiseno, camion d’assalto preda di istinti irrefrenabili dare vita a spettacoli che a pagarli c’è solo mastercard, junior lipstick che hanno davvero interiorizzato il concetto del “cellhosoloio”, vintage camion crollare sotto il peso delle 5 ore di guida e della sveglia alle sei e del “si è fatta una certa” che corrispondeva alle tre di notte.

Ci è voluto parecchio ma finalmente qualcuno ha afferrato il concetto che HO UN’ETA’. Cazzo. Non mi regge vabbè? Un po’ di rispetto per i miei tentativi e per la mia buona volontà. E anche per la mia strabiliante genetica.

Sabato vorticoso.

Passaggio dal mio parrucchiere, nonché pater di una delle signorinelle del GF8. Momento gossip assoluto. Sex and the city pure, sembravamo. Uscite dal peluquero come fossimo sulla fifth avenue. Taglio pulcinesco per me, taglio radicale per Da Queen e “stiro e ammiro” per Alice.

Ma non eravamo sulla fifth. Ma va bene uguale, ‘o munn’ è cumm’ t’ho fai ‘n capa (=il mondo è come te lo fai in testa, N.d.T.)

Ho chiesto e ottenuto dalle mie amichette il giuramento che, il giorno che mi vedranno soccombere sotto l’ormone impazzito e dare spettacolo di me al di sotto della linea minima di dignità, mi infileranno un tovagliolo in bocca per ridurmi all’inattività.

Piccole riflessioni da tavolo da pranzo, queste, accompagnate dalla consapevolezza che io, proprio, il ristorante vista mare a Marechiaro, non me lo posso permettere. La prossima volta propenderei per fritturine cash and carry.

Passeggiatine e puntatine ad effetto per ammirare panorami e gustare sapori. E’ pur sempre una soddisfazione e c’è da dire che questa città non delude mai, sotto quest’aspetto. e me ne sono sentita fiera. Non capita spesso. L’energia ti arriva dal basso e ti schiaffeggia. Devi restare teso e contratto per sostenerla. Rigenerazione, se dura poco. Se non la vivi quotidiana, questa è la terra delle meraviglie.

Incontro con vecchie amiche per rimettere in piedi un progetto di 22 anni fa. La bellezza del poter riprendere qualcosa tra le mani e farlo diventare nuovo e vivo. Impagabile.

Cena alla colombaia in stile “visita di Sant’Elisabetta”. Sono andate via (Alice&Da Queen, R&B e Ziasaimon) solo dopo avermi visto perdere i sensi e collassare. Erano le tre passate.

Oggi ho cercato di recuperare con un po’ di calma e un bagno rilassante nelle chiacchiere col Ciccio Favoloso. Con i suoi occhi tristi che non si possono guardare a lungo e senza argomenti per controbattere. Solo ascolto. E lo scrivo apposta, sia chiaro, dato che questo blog è spettacolare.

Stasera reunion che più reunion non si può. Prima o poi scriverò dei tempi che non scorrono, di quelli che scorrono troppo in fretta e di quelli che scorrono da un’altra parte.

Stare sola nella colombaia mi sembra quasi ingiusto.

Questa casa, vuota, è solo un posto per dormire. Non mi piace.

Non ho visto il pater. Sarà per la prossima volta.

Mi sento bene. In qualche modo libera. E leggera.

Mi sembra persino di essere capace di vedere i miei contorni e i miei confini. Spero sia vero.

Ho due cose importanti da fare.

Adesso so che le farò.

 

Prossimamente: L word Sesta Serie (the final)

 

 

 

Sono stanca come

libeccio

Soundtrack: Jan Garbarek –  Red wind (scopro ora che i wma non li legge sto cretino di box)

Sono stanca come una foca.

Non ho più argomenti.

Ho di nuovo voglia di aria di mare.

Il filo di libeccio che è arrivato qui un paio di giorni fa, non è stato abbastanza.

Voglio guardare la città dall’alto senza avere freddo e respirando.

Il mare è un’altra cosa.

Ti fa diventare i pensieri piccoli piccoli e miseri miseri.

Qualche volta è dello stesso colore del tuo dentro.

Altre volte è il tuo dentro che prende il colore del mare.

Si muove. Sempre.

Ti obbliga a sentirti particella.

Ha un odore che cambia. Con il vento.

Lo scirocco ti porta nel naso l’odore umido di molluschi e sabbia insieme. Il mare diventa torbido, nervoso, sporco e africano. Ti acceca e disgusta. Un pantano gigantesco che è anche l’unica e sola fuga dal calore che si attacca addosso come vinavil.

Il libeccio ti infila in bocca una pasta polverosa salata grigia e blu che sale dalle onde dello stesso colore del cielo con la cresta bianca e incazzata. Inaffidabile. Pericoloso a volte. Se sai aspettare salirà la tempesta. Breve, di solito. Una secchiata d’acqua in faccia. Fresca.

Il maestrale ti fa sollevare il mento e raddrizzare le spalle. Rinfresca e pettina i pensieri. E’ il vento del pomeriggio e restituisce al mare il suo colore. Fare il bagno con il maestrale è una doccia scozzese che rigenera. Asciuga l’acqua e lascia i cristalli di sale sulla pelle. Polvere.

La tramontana è odore di terra e montagna, ma sul mare ha un effetto calmante, riposante. Lo placa e lo distende. Divide i colori, ti porta davanti alla finestra di casa tutte le isole. Allunghi la mano e le tocchi. E’ gelido e limpido e gelido e limpido si fa il mare.

Il grecale non lo so riconoscere.

Ho sempre pensato che il nome dei venti lo abbiano scelto i marinai. Sono nomi con l’eco.

Sono nomi salati.

 

 

Chiedo scusa all’umanità

(anche questo post parla di lavoro ed è, in realtà una specie di lettera aperta ai miei colleghi,
cose che non riesco a dire per questioni di tempo o compresenza.
Quindi passate appresso)

 tritolo

Soundtrack: U2 Sunday Bloody Sunday

 

Perché sono un’idiota integrale.

Dopo il bel paraustiello di ieri che, a occhio, ha scatenato un interesse esagerato (la peggio caduta di visite mai vista dal 1952) oggi ho fatto esattamente e con millimetrica perfezione quello che sostenevo essere l’orrore comportamentale tipico italiota.

Quando mi hanno comunicato che, sì, lo stipendio di gennaio arriverà, ma quello di dicembre ce lo possiamo sognare la notte, ho risposto che avrei dato, al mio avvocato, mandato di infilare un candelotto di tritolo acceso nel culo dell’Amministratore Unico.

Mi si è obiettato che così avrei fatto saltare l’intera azienda.

Ho risposto “Esticazzi”.

E sono pure rappresentante sindacale, non dimentichiamo.

Chiedo scusa all’umanità intera. Alla generazione precedente e successiva, ai parenti in linea ascendente e discendente, a chiunque sia passato sulla faccia della terra anche solo per un paio di minuti.

Ideologie e cazzi propri, appunto.

Potrei cercare di discolparmi adducendo motivazioni varie ed eventuali. I livelli di tensione sono altissimi, l’isteria impera, il gioco preferito è “aspettiamo che arrivi Penelope per vomitarle addosso la qualunque delle notizie discordanti e dissonanti e l’intero ammontare di ansia di norma suddiviso tra una decina di persone”.

Non è che io sia una colonna di granito.

Sono e resto una testa calda, un’emotiva del cazzo che vorrebbe riparare ogni torto al momento e con armi ridicole come l’insulto travestito da metafora ironico/poetica, quando sono controllata o con le capate ‘mmocc’ (=testate sulle gengive, N.d.T.) quando sono fuori di me dalla rabbia.

Appunto, la testa l’ho persa. Ho bisogno di trovare un modo di controllare l’ansia (che non sia il rum alle quattro del pomeriggio) o impazzirò e darò fuoco a quel posto, con me dentro, che è la parte peggiore.

Mi accorgo che la reazione collettiva – me too – è, in fondo infantile e delirante.

Per quanto dall’alto arrivino di continuo (anche tre, quattro volte nella stessa giornata) ordini e contrordini, dati confermati ed annullati, indicazioni dette e contraddette, che non rendono facili il lavoro né l’interazione tra noi, né l’analisi fredda della situazione, siamo fuori controllo oltre ogni giustificazione.

Alla fine abbiamo bisogno tutti, nei momenti complicati, del papà autorevole e granitico che ci indichi la strada verso la salvezza. A far da soli non siamo capaci, ci perdiamo come bimbi al supermercato e ci sentiamo abbandonati e non amati.

Questa riflessione equivale a un colpo di mazza da baseball sul mio lobo occipitale destro.

Che minchia di atteggiamento è?

Ma quando mai ho avuto bisogno di questo?

Dovremmo riuscire a prenderci le palle in mano e stabilire che cosa vogliamo fare.

Se si resta su questo barchino senza remi e pieno d’acqua, ci si resta senza agitare mani e piedi e senza recriminare alla qualunque.

E’ vero e sacrosanto che, al momento, non ci sono alternative e che lasciare ‘sta noce di cocco equivale a buttarsi a mare senza salvagente d’ordinanza. Ma in qualche modo è vero pure che si può sempre decidere di togliersi le scarpe, tuffarsi con un elegante carpiato e nuotare fino a quando non si trova terra.

Per quanto faccia schifo, il ragionamento, quello quell’è.

Con questa scelta bisognerà fare pace e bisognerà accettarne la natura puzzolente e frustrante. In attesa di tempi migliori, in attesa di occasioni d’oro o anche solo di stagno.

A pace fatta, viene fuori una seconda necessità. Starci tutti, nella paperella di plastica ammaccata. Nessuno escluso. Perché se è vero che la segretaria stronza ci sta sul cazzo a tutti da sempre, è vero pure che non è “fair” (giuro che non mi viene il corrispettivo in italiano, sono i neuroni che cadono uno dopo l’altro sotto i colpi della mazza da baseball) usare un momento del cazzo come questo per vendicarsi. Malgrado lei sia una stronza fatta e finita, la proposta del contratto di solidarietà è una sòla pazzesca e serve anche a salvare il culo a noi tutti.

Esattamente come la riduzione dell’orario e delle tariffe degli specialisti.

Esattamente come la ricotta fatta sulle partite iva.

Esattamente come lo stipendio di dicembre.

Sarà il caso di smettere di personalizzare e iniziare a ragionare sul lavoro e sulla fatica che comporta accettare una tale valanga di merda senza poter fare un solo gesto che sia uno per rifarsi della frustrazione.

Altresì, ANARCHIA E RIVOLUZIONE!

Decidere in autonomia, ignorare direttive idiote e inconcludenti, okkupare il centro e autogestirlo…

Da veri post-adolescenti quali siamo.

Con tutte le conseguenze del caso e senza, comunque, risolvere stipendi, tariffe, orari e contratti che, quello, non lo possiamo né controllare, né cambiare, né annullare.

Baci belli de casa.

Agli altri, se siete arrivati fin quaggiù: cazzi vostri.

 

 

 

 

Ideologie & cazzi propri

nave_affonda

Soundtrack: Friendly Fires Paris

Ovviamente avevo in testa un post preciso ma ho fatto il grave errore di intalliarmi (=intrattenermi, Nd.T.) su FB dove, stanotte, fioriscono dagherrotipi d’epoca riguardanti me. Da un’ora ci si commenta ogni foto (in tre nottambuli malinconici) senza pausa.

Il microcosmo lavorativo, qualunque microcosmo lavorativo sia e dovunque sia locato, è il mondo intero. Uguale a se stesso, uguale a tutto il resto. Meccanismi, persone, fatti, azioni, reazioni.

Abbiamo la segretaria stronza, quella che dice che se è vero che la barca sta affondando, piuttosto che farsi  toccare il suo stipendio preferisce vedere la barca affondare con tutti dentro.

Come molti italiani, del resto.

Poi ci sono le mie colleghe ed io, muli da soma per ora untouchables (mii, come si scrive questa?) che, però, ci stiamo trasformando nelle pasionarie della riabilitazione.

Nel nome del lavorare meglio, dei diritti dei bambini, del servizio utile. E quindi solidali con gli specialisti segati e ridotti e meno solidali con gli amministrativi che non vogliono farsi tagliare lo stipendio del 25% per salvare l’azienda.

Ideologia?

Sospetto ben altro.

Sospetto cazzi propri. Anche da parte mia.

Gli amministrativi mi stanno sul cazzo, sono dei rompicoglioni fiscali e burocrati. Controllori di questa minchia, più realisti del re e pronti a vendersi il mio culo per fare bella figura col capo.

Gli specialisti sono amici miei, mi stanno simpatici, ci lavoro bene e mi diverto con loro anche fuori dal lavoro.

Come tutti gli italiani, mi pare che la difesa della qualità del lavoro si basi, principalmente, sulla qualità delle proprie relazioni.

Magari se fossi fidanzata con una amministrativa (ohmygod, non quelle del mio centro, per carità), sarei incazzata come un varano e lo riterrei un reato di lesa qualità.

E sono pure il rappresentante sindacale. Siamo a cavallo.

E gli specialisti esprimono il loro stupore per cotanta partecipazione da parte della bassa manovalanza con gesti di solidarietà e comunanza inusitati.

Che è una cosa bella da vivere e da vedere, come far scoprire a qualcuno che il mondo ha un colore, anzi più di uno da un lato, e sentirsi protetti e coccolati dall’altra.

Meno bello è, per me, scoprire che la maggior parte delle persone non si aspetta niente da nessuno, gnente che sia gratis, gnente che sia per principio o per simpatia, non importa.

Mah.

A breve organizzerò un comizio in sala d’attesa. Così, tanto per edurre i genitori dei cicci piccoli.

Ho chi mi pressa da vicino per farmi diventare una attivista radicale. Non so, non mi convincono le motivazioni, soprattutto mi pare una gran rottura di coglioni. Ma mi sembra anche divertente, emozionante, a tratti. Una cosa da fare in un momento ed in un tempo nel quale sento che niente c’è più da costruire o progettare o prevedere. Non mi dispiacerebbe sorprendermi.

Visto che una vita privata non c’è, dovrebbe venirmi facile sprecare le mie energie in questa impresa. Perché di energie sprecate si tratta, considerando che la barca affonderà entro i prossimi tre mesi.

Oggi una famiglia di un ciccio piccolo ex-iperattivo che va via dopo 5 anni di terapia mi ha portato un regalo.

Il biglietto è la foto di onde cristalline che si appoggiano su una spiaggia di sassi.

Dentro: “ti auguro di raggiungere sia nel lavoro che nella vita i risultati positivi che hai raggiunto con me. Con affetto“.

E’ scritto da lui, riconosco il suo stampatello frettoloso e disordinato, so bene che il pensiero è della sua famiglia e, questo, mi stupisce oltremodo. E’ raro che le famiglie esprimano a te, logopedista qualunque, un riconoscimento.

Questo mi mette in pari per il prossimo anno.