Massimo P. (aggiornato)

Soundtrack:

Per una serie di coincidenze, mi decido a cercare di parlare di lui. E’  come se questo post stia aspettando di essere scritto. Ma non mi sento mai nel mood adatto, non riesco a decidere quale colonna sonora è migliore, mi è difficile selezionare fatti salienti e importanti.

Quasi 25 anni di vita insieme. Dai miei 12 ai miei 35. Mi pare. Non riesco a ricordare l’anno nel quale è morto.

Ma ricordo quello nel quale l’ho conosciuto.

1975. Inizio seconda media. Finalmente fuori casa, almeno il pomeriggio. Con i miei calzettoni di cotone bianchi con i buchi e le maglie di lana rasa color ruggine o blu o rosse (momento di vita, proprio).

In mezzo ad un gruppo di compagne di classe scafatissime, fichissime e bellissime, conosco lui.

Una pagnotta al latte.

Rotondetto e liscio. Bianco come un lenzuolo e delicato di modi. Mi sembrava.

Delicato di modi non è stato mai, in realtà. Feroce e lepido nei giudizi. Non è mai stato neanche diretto. A volte, forse, ma mai su questioni sostanziali.

E’ stato il mio primo fidanzato e il mio primo bacio con la lingua. Ah. Mi viene da ridere solo a ricordare. Piccoli gay crescono e si fidanzano pure tra di loro.

Ma erano gli anni settanta, ci si sottoponeva ad improbe fatiche per far finta di essere etero.

Da allora non ci siamo persi che per pochi giorni.

Avevamo, noi chiattilli di Chiaia, la “comitiva”. La comitiva ha avuto uno zoccolo duro che non si è abbandonato fino alla sua morte. Ma anche oltre.

Il favoloso, ziasaimon e io siamo ancora qui, tant’è.

Giro intorno e non entro dentro la sua storia. E’ più difficile di quanto credessi.

La sera del 15 aprile del 1997 ero a casa. Incazzata come un varano e disperata come un passerotto, avevo appena chiuso una storia di quattro anni nel più orrendo dei modi possibili.

Chiamò il suo compagno urlando e piangendo. Massimo stava male.

Di solito non mi spavento, tendo a minimizzare. Mi terrorizzai. Non volevo trovarlo già morto.

Arrivai a casa sua in moto. Non ricordo le scale infinite che portavano a casa sua. Ricordo di essere entrata, di averlo trovato sul letto, di averlo chiamato, di averlo visto girarsi verso di me e di aver capito.

Il braccio a tenere la testa, sangue da un orecchio e nistagmo: emorragia cerebrale.

C’era da restare presenti a se stesse. C’era da chiamare parenti e amici. C’era da organizzare modi di incontrarsi e da sapere dove lo stavano portando.

In ambulanza c’era il suo compagno, sulla vespa il favoloso ed io ad inseguirlo senza parlare.

Poi il delirio di telefonate, appuntamenti, trasferimenti, parole senza senso, terrore e incazzatura.

Inutile tentativo di operarlo al secondo ospedale. Respiratore. Terapia intensiva.

Tre giorni in ospedale. Il mio ricordo è di un centinaio di persone che venivano per lui. Anche da fuori. Ma non so, forse è la mia tendenza a romanzare.

Ma lui aveva la capacità di tenere rapporti per decadi con persone vicine e lontane, capace di rimanere legato a gente vista 4 volte in tutto. Aveva una rete gigantesca ed era il perno assoluto.

Ci sono persone che non ho mai più visto dopo la sua morte. Persone che frequentavo perché lui ci sapeva tenere insieme.

E questa era una sua caratteristica fondamentale.

Anche la capacità di esserci sempre e per chiunque. Al suo meglio.

Al suo peggio ci sottoponeva a torture indicibili come la frequentazione di personaggi discutibili e orrendi dei quali si innamorava perdutamente e per anni. Pervicace e ostinato nei suoi amori impossibili.

Che in genere mi scopavo io. Se non erano proprio ributtanti. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

Io non sono in grado di spiegare la natura del nostro essere amici, neanche a distanza di dieci anni. Una qualche forma di specularità. Perché con lui non si poteva essere amici e basta. Ci dovevano essere coimplicazioni e incroci e vissuti comuni fino al patologico assoluto.

Ci siamo protetti così. Tutti. E noi siamo ancora vivi.

Non si possono spiegare 20 anni crescendo insieme in tutto e per tutto. Nel bene e nel male. Nell’affetto incondizionato, nell’invidia, nel piacere, nel dolore, nel delirio, nella comunanza.

Abbiamo visto morire un amico insieme, abbiamo fatto uso indiscriminato di droghe per anni e Dio, come gli piaceva stare strafatto. Abbiamo conosciuto persone e posti. Abbiamo litigato allo stremo, ci siamo traditi e insultati, i natali insieme, le vacanze insieme. Lui pigro come un gatto, strafottente spesso ma presente sempre. Abbiamo fatto incidenti per colpa della sua distrazione cronica e per la sua mania di poter guidare anche dopo una serata di canne serrate e alcool indiscriminato. Abbiamo giocato a soldi, fatto sedute spiritiche, sentito musica, cantato Anna Oxa un milione di volte, usato casa sua in montagna per tutti gli inverni che Dio ha mandato in terra per vent’anni. Svuotato il frigorifero di casa sua mille volte. Fame chimica. Mi ha portato a frequentare improbabili corsi di pranoterapia, incontri con sciamane buriate, a dormire in campi rom, ha coniato soprannomi ferocissimi per chiunque che resistono a dieci anni di distanza e varie centinaia di altre cose che non riesco a ricordare a comando.

Non concepiva una serata senza strafarsi, mangiare, ridere e fumare 200 sigarette.

Per me era la certezza assoluta e il Referente Unico, Malgrado i suoi “ti voglio bene ma non ti stimo”, malgrado il suo fastidio per il mio modo di scrivere e di dipendere da lui.

Emotivo come un bambino di tre anni fino all’ultimo giorno.

E io conosco solo un terzo del suo dentro. A molte cose non ho mai avuto accesso. Non si fidava abbastanza.

Il terzo giorno di coma, si è scelto di staccare le macchine. La famiglia e noi tutti. Hanno sempre ritenuto, i suoi genitori, di doversi consultare con noi.

Pensavo mi sarebbe esploso il cuore. Ma non è esploso.

Pensavo non sarei sopravvissuta. Sono sopravvissuta.

Pensavo non sarei guarita da questo dolore, da questo abbandono, da questo tradimento che è il peggiore che un amico ti possa fare. Non sono guarita, no. Ma non sono più incazzata.

Ho realizzato poi che, tempo addietro, lui e il favoloso mi avevano tradito con molta leggerezza e senza consapevolezza.

Meglio non averlo saputo allora, li avrei persi entrambi. 

 

P.S. Io so che questo post non è abbastanza. So che ci sarebbe molto altro da dire. Credo di essere diventata come il pater e cancello per poter continuare a camminare senza troppi pesi. Sono certa che molti di quelli che lo conoscono hanno da raccontare un Massimo diverso e personale. Ebbene, FATELO. Più in là ne scriverò di nuovo, ma in un altro modo.

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Questo è quello che ho scritto alla luce del sole. I fatti, le vicende, le memorie, Le parole che, tutto sommato, ti consentono di restarci dietro e non dire, non sentire, non lasciare uscire. Ma di notte viene fuori altro. Forse quello che c’è dietro. Almeno per me.

Il nostro era un rapporto fantasiosamente squilibrato. A distanza di anni posso dire cosa mi legava a lui, non so dire cosa legava lui a me. Per me era amico, vate, padre, madre, fratello, specchio. Non mi sono mai sentita alla sua altezza. Quale che fosse, la sua altezza. Troppo grossier e troppo ignorante, troppo testa di cazzo, troppo irresponsabile e disattenta. Non credo fosse davvero così, non lo credo ora, ma allora ci vivevo, di questo.

Ce l’ho ancora dentro, anche se di meno, ora. Ho la sua voce che mi “valuta”, ma senza la tagliente ferocia che gli apparteneva. Con più dolcezza, la dolcezza che puoi assegnare a chi non è più con te.

Ma mi riempiva la vita. In ogni poro e crepa. Era il materasso su cui cadere e la coperta per coprirsi, ogni giorno, per vent’anni. Era il mio punto caldo e la mia corda annodata per tirarmi fuori dalla merda.

In fondo non mi sono mai chiesta da parte mia cosa arrivasse a lui. Sapevo che non si fidava abbastanza. Non sono mai stata una persona riservata e se fosse vivo considererebbe questo blog un altro dei miei orridi modi di raccontare i cazzi miei e altrui worldwide. Un buon motivo per continuare a non raccontarmi le cose sue più vere.

Mi cantava delle canzoni offensivissime, se ci penso. Ma mi ha sempre preso per quello che sono. Anche quando gli ho fatto male, anche quando mi scopavo i suoi amori. E non so cosa dicesse di me ad altri, neanche lo voglio sapere.

Mi ha nutrito per anni, ha condiviso con me qualsiasi cosa (fidanzati/e improponibili, amiche/i impresentabili, drammi reali o presunti, dolori familiari, casini lavorativi e umani). La qualunque della solidarietà.

Sempre e comunque.

E di questo ero certa come del mio nome e cognome.

Non ricordo momenti senza di lui. Non ricordo cambiamenti senza di lui. Mai nel pratico, che la pigrizia se lo mangiava a morsi e non muoveva il culo manco a pagarlo.

Ricordo come teneva in mano la sigaretta e come rideva, il pizzetto da sempre, i capelli che scomparivano in fretta. I peli sul petto. Le espressioni dolci da orsetto lavatore e quelle dure con gli occhi in fiamme. Ricordo anche i suoi mal di testa devastanti. Aveva un angioma congenito, dissero che non era da tutti superare l’adolescenza con un tale groviglio di vene nel cervello. Sarà stato l’uso smodato di stupefacenti a farlo resistere, chissà.

Perché dopo l’orrore dell’adolescenza (spudoratamente ricchione sin da piccolo, ha attraversato l’inferno del machismo post-puberale uscendone vivo),   Massimo la vita se l’è goduta tutta. Malgrado gli amori non corrisposti e le pippe mentali che lo avvolgevano da capo a piedi. Non conosco nessuno che lo odiasse, conosco persone che lo cercavano e che, in capo a qualche settimana, restavano avviluppate da lui, dai suoi modi, dalla sua presenza.

Mi ha difeso sempre, che io ricordi, ha sempre scelto me, se scelta si doveva fare (parlo di faccende che riguardano me e la mia vita, naturalmente, niente di trascendentale o eccezzionale), mi ha lasciato condividere gran parte del suo quotidiano, era pronto a partecipare e condividere qualunque cazzata mi/ci passasse per la testa. Di fatto era lì per me.

L’ho sognato un paio d’anni dopo la sua morte e poi mai più. Parlavamo e parlavamo senza smettere di raccontarci tutto quello che era successo. Tutto, che a lui non ho mai censurato niente, nemmeno le mie miserie.

Ho talmente tanto di Massimo dentro, che non ho spazio per tirarlo fuori.

Perchè lui è stato con me, per 22 anni, in tutto quello che ho fatto.

Abituarmi alla sua assenza è stato faticoso e doloroso.

A volte mi manca ancora.

e anche questo non è abbastanza

7 thoughts on “Massimo P. (aggiornato)”

  1. dalla serie di coincidenze, messaggio mio di ieri a penny: “sto vedendo un film del 2007 con hanna schygulla (si scrive così?). lei è una madre, una vecchia signora un po’ grassa un po’ bassa; mi viene in mente che massimo ne rimarrebbe deluso. mi veniamo in mente noi, come eravamo. forse anche noi, a modo nostro, siamo un po’ bassi un po’ grassi”.
    penso ora che forse massimo sghignazzerebbe, invece. risate pazze o malinconia, o tutt’e due…

  2. Altro spunto/coincidenza: “Il grottino” è appena stato trasformato in ristorante ipertecnologico recensito oggi dal Corriere. Schermi e telecomandi a ogni tavolo, pavimento in vetro che “sigilla” acqua e sassi…
    Lo andrò, almeno, a vedere; a mangiare, non so. La pizza prosciutto e funghi, secondo me, non la fa più.
    Anche lei travolta dal tempo che passa?
    Ci potevano avvertire. O lo hanno fatto e non abbiamo capito?

  3. Beh a Massimo ero inaspettatamente legato. Come chi mi conosce sa 1000 anni luce diverso da me (almeno a 18 anni). Certo non ci frequentavamo come voi ma come dice Pen la sua presenza era importante. Poi la rossa era legata moltissimo ed anche con molta sofferenza partecipiamo a quelle ignobili ricorrenze (che Lui sono sicuro ODIA) come se partecipassimo ad una delle sue feste. Penso che il suo giuduzio fosse un po la paura di tutti ed anche la mia. Baci a tutta la “comitiva di Chiaia”

  4. abbiamo intimidito i tuoi fan, giusto il contrario dell’accoglienza tipica di massimo. peccato, ma la condivisione di un dolore cementa l’amicizia fra quelli che lo provano e facilmente finisce per escludere gli altri.

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