Due minuti di: “invettive gratuite”

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Soundtrack: La Gatta Cenerentola Scena delle ingiurie

E perché manco posso stare in paranoia che se metto sul blog i grovigli che ho in testa poi mi si dice che sono noiosa o li legge qualcuno che preferirei non leggesse o non sono scritti bene o non fanno ridere o “la spettacolarizzazione del blog” o sticazzi.

Epporcaputtana.

 Devo uscire da questo loop che mi tarla la materia bigia.

Come se non bastasse la vigente paranoia del giudizio altrui.

Che tanto appartiene a tutti senza distinzioni. Non diciamo cazzate.

Ma ti pare che ‘sto acer di merda deve avere il jack per le casse DAVANTI? cioè ce l’ho nell’ombelico, in pratica.

Ma chi le progetta le nuove tecnologie? degli omini senza corpo?

E meno male che la soundtrack me la sono scelta da sola. Avrei altresì potuto pensare che una scelta del genere era il parto di un antisociale con turbe della relazione, bipolare e depresso cronico con punte di schizofrenia paranoide.

Un tempo mi sono fatta prendere da un paio di musiciste che mi sembravano fichissime e adesso mi fanno scendere il latte alle ginocchia. Lamentose. Tipo Emiliana Torrini. Una palla colossale.

Mi urtano di nervi i giudizi precostituiti, l’ignoranza, l’incapacità di ammettere un limite, il narcisismo come il mio (ma il mio è diverso perché è mio), il tremore delle ossa al pensiero che qualcuno potrebbe, omygod, potrebbe, non considerarti la stella del firmamento che sei, il rumore della colonna vertebrale che si rizza quando ci si accorge dello scampato pericolo, lo stridio del sorriso che si disegna sulla faccia quando poi nasce la certezza che di fronte hai una personcina ammodino, quindi un’idiota.

Ho un vocabolario greve e scurrile. Se ti voglio bene ti dico che sei una stronza. Se mi stai sul cazzo ti dirò che, probabilmente, la tua modalità di pensiero non è compatibile con la mia e che abbiamo dei punti di vista diversi.

Se mi stai simpatica ti sentirai dare ogni genere di definizione censurata dal vocabolario.

Quando voglio insultare qualcuno, di solito, uso metafore composte da un centinaio di parole correttamente pronunciate.

Quando mi incazzo parlo napoletano, e meno male che qui non possono capire che il mio napoletano è pessimo.

Se sono contenta, parlo napoletano (sempre quello).

Ma ti pare che in questo momento di mmerda mi devo arrovogliare appresso alle cazzate?

Il bello è che mi faccio pure il problema.

Io.

Non sia mai detto, sono una gentillesbica di questa minchia.

Io.

Posso dire in tutta franchezza (ma che bella espressione pure questa) che un tal numero di misunderstanding non mi erano mai capitati con nessuno. Nessuno.

Ed ho pure pensato che fosse problema mio. Mia incapacità di espressione o mie disattenzioni imperdonabili.

Macché.

E’ che io a delle cose proprio non ci arrivo, quindi non le penso e quindi non capisco.

Altro punto fondamentale: in questo periodo non gradisco consigli. Di nessun tipo.

Faccio quello che posso, trovo le soluzioni che posso trovare al costo di mercato. Le scelte si pagano quello che si devono pagare e se non mi viene in mente altro vuole dire che altro da fare non c’è.

Non voglio sentire voci che hanno da parlare delle loro fantastiche idee, idee che non realizzerebbero neanche sotto la minaccia di un bazooka, ma sembrano perfette per me.

Non voglio essere messa in condizioni di non raccontare quello che mi succede perché “ti metti sempre nelle stesse situazioni”, “non è la cosa giusta”, “c’è di meglio”. A meno che queste frasi non vengano pronunciate da persone che possono documentare con allegati in copia conforme, la propria perfezione  assoluta nella gestione delle faccende dell’esistenza.

Non ci posso fare un emerito cazzo. Quest’è. E quand’anche provo a tirarmene fuori mi arriva una manina alle spalle che mi afferra i capelli e mi ributta dentro.

Preferirei mille volte altro da questo. Ma sto ancora qua.

“A 46 anni dovresti cambiare le cose che non vanno”. Il primo che lo dice si prende una capata in bocca.

Uff.

Necessitavo.

 

 

 

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