Lesson number n

WARNING: POST MELENSO con soundtrack melensa

Oggi, nel merdaio generale detto “posto di lavoro”, ho capito che dovevo prendere aria.

Sono uscita e mi sono guardata intorno. E sopra. Mi sono fermata a fare quelle cose da collezione harmony, quelle di bassa lega e nessuna importanza.

Ascoltare microsecondi di silenzio.

Sentire il vento che passa tra le foglie e aspettare che mi arrivi in faccia a far vibrare le sopracciglia.

Guardare gli alberi da frutto dei vicini con i rami aggrovigliati e scomposti come i miei capelli la mattina, senza desiderare di scavalcare la recinzione e potarli a modino.

Seguire le nuvole in corsa e chiudere gli occhi quando arriva il raggio di sole.

Fumare la sigaretta con gusto erotico formulando pensieri irrispettosi ma estremamente stimolanti.

Godermi la solitudine.

Realizzare che sono in grado di restare seduta su una balaustra di ferro per 20 minuti senza fatica.

Nutrirmi della bellezza del mondo prima di tornare ad avere a che fare con la bruttezza di taluna umanità.

Per un quarto d’ora circa sono riuscita a vedere la piccolezza e la miserevolezza di persone e fatti e atteggiamenti e comportamenti.

Ma giustificare mi è parso eccessivamente faticoso, restare indifferente un’impresa buddista fuori dalle mie capacità.

Ma se ne andassero affanculo, infine.

Non ha molta importanza.

Importante è cercare di tirar su un’amica che sta esplodendo, importante è realizzare quando un supposto cataclisma è un’opportunità per ricostruire, importante è sentire che con un posto non hai più nulla a che spartire e che andar via non è poi un’ipotesi tanto spaventosa. Anzi. Liberatoria direi.

Riflettere.

In realtà significa “rimandare un’immagine”. Allora perché si riflette in solitudine e si da per scontato che farlo permetta di capire meglio? Domande epocali e, soprattutto, retoriche.

Chissenefotte.

Riemerge da un passato assolutamente remoto una persona non perduta e una proposta dolce e delicata. Certo, è già successo 20 anni fa e si tratta di ripetersi. Ma non sembra casuale. Avrà un senso, una collocazione. Una faccenda che si incrocia perfettamente con il mio presente migliore. Buon augurio.

Niente si perde del tutto. Quello che fai di buono ritorna e non disgusta. Quello che fai con entusiasmi bambini ed energia irragionevole, ricompare a sorpresa a ricordare che non sei solo questa melma indistinta.

Le persone che ti hanno dato, cui hai dato, non si allontanano mai del tutto. Non è solo quello che vedi, è la tua intera storia che ti segue inciampando e scivolando, di tanto in tanto, sulle merde che inevitabilmente lay on the ground.

Shit happens, ma anche no.

Melensa stasera, saranno gli occhiali della farfalla rosa, sarà che proprio in questo presente mi rifiuto di riconoscermi, sarà che avere a che fare con personcine perbene fa bene. Più di quanto faccia male avere a che fare con persone permale.

La testa immagina il mare.

Forse il centro per il quale lavoro salta, forse no. In ogni caso, non è la mia vita, è il mio lavoro.

 

6 thoughts on “Lesson number n”

  1. anche la mia immagina il mare e spiagge bianche, ma il mio ufficio affaccia sul nulla…dalla mia scrivania vedo un muro e ultimamente sempre più pioggia ma quando ho bisogno d’aria esco vado in strada e mi affaccio su monte di procida…

  2. Forse sarà l’emozione iniziale ma non è che un po di Sudan farebbe bene anche a te?
    Certo qui si guarda tutto in modo diverso, Ma sarà che sono arrivato da 24 ore.
    Fra qualche giorno ti saprò dire cara Penelope..

  3. Sì, è il tuo lavoro, non la tua vita….è bene ricordarlo…è bene che me lo ricordi…grazie Penni per avermelo ricordato!
    La vita è altro: è una bimba appena nata che lotta perchè non le capiti la stessa sorte della sorellina; è una madre che mendica in giro informazioni circa la salute della figlia e non riesce a chiamarla per nome perchè ancora non ci crede che sua figlia è là e forse sta bene…sì è lavoro, solo lavoro…

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