Novembre.

Soundtrack: Charlotte Martin Every Time It Rains

A volte Penelope vorrebbe raccontare dei sogni che ha.

Quelli da poco, quelli che ti si disegnano in mezzo alla fronte quando meno te lo aspetti, quando il resto del corpo è impegnato a stare seduto e a mantenere un minimo di contegno posturale. Quei sogni con nei quali i colori non hanno importanza e senza sfondo. Non è l’ambiente il sogno, è il sogno l’ambiente. Fumetti di china, con le ombre rigate e i vestiti sempre in bianco e nero. Di solito mi portano lontano. Di solito li sento fino alle ginocchia. Di solito capitano quando non dovrebbero. Penelope si vergogna un po’, si sente adolescente e non ce la fà. Qualche volta ne rido. Vecchia pazza visionaria che legge l’illegibile nelle pieghe delle pagine di un libro che non c’è. Capita anche che il sogno arrivi da fuori. Lo sento, lo so. Credo, mi pare, forse, non è detto. Lo vedi che sei una bimba tesoro mio? Ti piace ancora immaginare, ché questi sogni non sono e lo dovresti sapere.

Ma stasera sei strana, Penelope. Malinconica e infreddolita. E non è di questo che vuoi scrivere.

Spiegare cosa davvero mi manca è ancora difficile. Sarà difficile domani e anche il giorno dopo. Poi sarà passata e si riparte.

Come fai a mescolare così le cose?

Perché torna sempre tutto alla stessa radice, allo stesso seme, alla stessa goccia di luce spenta.

Se Penelope sapesse dire, stasera, perché si nasconde dietro sogni senza senso, le farebbe così tanto male da farle cadere gli occhi.

Ma la voragine che ho da qualche parte, in questi giorni, fa male da morire.

Come si fosse appena formata, come fosse fresca di sangue e dolore. Invece è qui da così tanto tempo che neanche dovrei ricordarlo.

E infatti non lo ricordo, lo immagino. Non so più com’era la faccia, la voce, l’odore. Non lo so da così tanto tempo che me lo sono inventato.

Quest’anno non va meglio. Non migliora mai. Non passa mai. E’ sempre qui.

E’ quello che mi fà pensare che non c’è scampo, non c’è un “persempre” in nessun caso, mai.

E’ quello che mi fà scappare prima o poi, è quello che mi porta a fare finta che non mi tocca niente, perché niente è abbastanza. Che mi basto a me stessa, che non mi serve nessuno. Perché nessuno può esserci.

Ritorno bambina a girare per le stanze di una casa ghiacciata. Ritorno a rivoltarmi nel letto aspettando mani che sistemano le lenzuola sapendo, sapendo e sapendo che le mani non arriveranno. Né ora e né mai.

E non serve che io mi dica che basta, non è più tempo, non ha più senso, non è più perdonabile aspettare ancora. non serve a niente. Non mi ascolto e ci riprovo.

Come un cane che cerca il portone di casa. Come una bambina che non ha imparato niente. Come un dolore che cerca di nutrirsi per non scomparire.

Perché se scompare il dolore non mi resta proprio più niente. Almeno è qualcosa, lo posso riproporre, lo posso riportare in vita ogni volta uguale a se stesso, senza usura, senza rughe, senza modifiche.

Il dolore lo ricordo così bene, mi ha accompagnato così a lungo, mi ha costruito così tanto da essere l’unica cosa che ho. L’unica cosa rimasta. L’unico segno limpido, reale, profondo di un pezzo minuscolo di vita, così piccolo da perdersi nel mare dell’assenza.

Lo suoniamo insieme, questo dolore. Io lo so, non importa come. Lo viviamo insieme. Ci abbracciamo forte e ci disperiamo di quello che non c’è. Io e lei e nessun altro.

Lo lascio fluire, ma non si scioglierà nel mare. E’ una fontana, non è un fiume. E’ un tubo avvolto su se stesso. E l’acqua è ancora limpida. Mioddio è ancora limpida, com’è possibile?

Se non lo rovesciassi fuori, una volta all’anno, ne resterei uccisa, credo.

Allora aspetto. Aspetto che arrivi il mio inferno di fine ottobre. Per non dimenticare. Anno dopo anno. Da 39 anni. E’ questo il mio “persempre”.

 

Vi adoro, o lettori di codesto blog.

Soundtrack: Jestofunk – The Ghetto

Quando – dopo intensità quotidiane come quella di oggi e vari segni di cedimento neurologico progressivo -torno a casa, mi tuffo in Penelopebasta e trova l’acqua tiepida e profonda, mi arripiglio.

Certo, se non fosse per i 347 commenti di Alf**…

Comunque mi ricordo perché, percome e perquando questo blog è meraviglioso (per me).

Sono stanca parecchio e domani mi aspetta un convegnuccio ecm per diventare una brava logopedista da 40 punti all’anno (?).

Seminario sulla dislessia. Materia affascinante – e lo dico senza ironia -. Pensare che per qualcuno i segni grafici della scrittura non abbiano significato alcuno, che non ne avranno malgrado anni di scuola e di terapia, che non sarà possibile codificarli per trasformarli in suoni, nè trasformare questi suoni separati, nella mente, in un unico suono da associare ad un concetto, oggetto, verbo o qualsiasi altra cosa e, il tutto, senza cause apparenti, mi travolge di fascino (magari i dislessici non sono tanto d’accordo).

Vado un po’ a vedere se ho ragione io, con la mia solita prosopopea. Ovvero che gran parte se non tutti (tranne G. Bush, naturalmente) i dislessici puri (ovvero che non hanno nulla di associato tipo ritardi o disturbi del linguaggio e così via, non vi sto qua a fare una pippa) hanno una intelligenza piuttosto particolare e caratteristica. Sono brillanti. Sono da pensiero laterale. Sono acuti.

Sono persone che formano la propria personalità senza le facilitazioni della letteratura, dell’informazione, che formano il proprio lessico solo ascoltando. Minchia. Mica pizze e fichi.

Di solito il mio lavoro è questo: “ciccio, è pur vero che non sai leggere, ma sei un fenomeno dotato di giganteschi attributi”.  Quando funziona, è fatta, non leggono uguale, come ho già spiegato, ma della propria vita faranno il cazzo che gli pare.

Fine del primo paragrafo.

Qui a Roma è successo il delirio. Una protesta portata a braccia da ragazzi che hanno voglia di impegno sociale e di riscaldare la speranza di andare verso il meglio e non il peggio, è finita in mazzate politiche da brivido. Polizia connivente compresa. No history. Nessuno impara niente e questa città è libera di infascistirsi senza freno e con grande supporto. Mi fa orrore. Mi sono cullata nell’ipotesi che potesse, nel 2008, funzionare diversamente, che potesse essere battaglia civile, che potesse dimostrarsi un punto di partenza e di speranza. Son caduta dalla culla. Paese di merda.

Fine secondo paragrafo.

Si parlava sul blog dell’Alf** della questione “ghetto”. In relazione agli omosessuali, obviously. “Ghetto” come luogo riservato e delimitato, autoreferenziale, esclusivo fino all’autismo.

Io non ho nulla contro il ghetto, ripeto che lo ritengo fondamentale nella costruzione di sé. Penso anche, tutto sommato, che tutti hanno un ghetto, tutti sono cresciuti in luoghi fondamentali e chiusi che permettono di riconoscersi, confrontarsi, difendersi e rassicurarsi. Il tuo liceo è un ghetto, il tuo quartiere è un ghetto, a volte persino il tuo palazzo lo è. L’università, la discoteca dove andare tutti i sabato sera, il bar e la piazza dove stravaccarsi per ore.

Gli omosessuali, per anni, non hanno potuto contare su luoghi “qualsiasi”, hanno dovuto inventarne alcuni e renderli inaccessibili perché era necessario. Per proteggersi fisicamente, in alcuni casi legalmente e, soprattutto, psicologicamente. 

E lì sei difeso/a, ti riconosci senza sforzo, puoi contare su chi incontri senza doverti massacrare il petto dibattendoti tra “mi dice sì, mi dice no, mi mena, mi denuncia, sviene, muore d’infarto o mi ammazza se gli/le dico che mi piace?”.

E questo basterebbe di suo.

Aggiungiamo che è dal ghetto che sono nati i movimenti, le associazioni, le richieste di diritti civili.

Vero è che la tendenza a restarci, nel ghetto, è patologica e drammaticamente comune, ma questo è altro argomento.

Fine paragrafo terzo.

Oggi una ciccetta piccolissima di 3 anni e mezzo mi ha costretto a farle una lezione di educazione sessuale che proprio non volevo farle. E non perché mi imbarazzo, ché con i bambini non vedo di cosa ci si dovrebbe imbarazzare, ma perché la sua teoria mi piaceva tantissimo. Durante il gioco del dottore (lei dottoressa e bambola da visitare, disgraziati, ciccia piccola è, non maniaca sessuale), seguente conversazione:

“Fa male patatina”

“Ciccia Piccola, avevi detto che questa bambola si chiamava Luca”

“Sì”

“Allora niente patatina, tesoro, pisellino in questo caso, sennò dalle un nome da femmina” (con grande sforzo da parte mia di non utilizzare termini più appropriati e meno ridicoli di questi).

“No, iama Luca e pataina”

“No, Ciccia Piccola, non può avere la patatina se si chiama Luca”

“Sì , è piccoo, tutti piccoi pataina…”

“Tesoro, il pisello mica cresce dopo”

“Sì sì, piccoi tutti pataina, pooooi, creccono eeee…”.

ME-RA-VI-GLIO-SO.

Conclusione conversazione:

“Dottoressa allora sta bene questa creatura?”

“Sì, Capitano”

A me. Capitano. Saranno stati gli stivalotti?

Fine paragrafo quarto

Risposte on post ai comments precedenti:

@Alf**: innanzitutto prosit. poi vieni a Roma che ti faccio conoscere anche l’Alice, poi smettila di fare stalking sul mio blog, poi anche di usare il mio blog per fare acchiappanze a destra e a manca, poi è vero, sei simpatico, poi ti ho spiegato come accedere al blog di Alice. Mi pare tutto.

@Tribus: già sai.

@Alice: dopo conversazione di stamattina, premuto tasto: Ignore.

@Crila: perché io sono una dipendente a tempo indeterminato e faccio parte di un accordo firmato davanti a un prefetto e controfirmato dal sindacato. Tu sei una specialista consulente e ti becchi più soldi di me, di norma, ma senza sindacato ti resta l’avvocato… In realtà penso sia stato costretto a farlo dato che lo aveva inserito nell’accordo di conciliazione. Ma non è una buona cosa. Significa che gli restano soldi solo per il mese di ottobre e che da novembre fino a marzo ci fottiamo tutti.

@andreaibbamonni: macciao, chi sei? perché hai un nome sì complicato? perché pure tu uno e mezzo? facci sapere.

@unodei: mi pari un ADHD. Già da mo’ stai a pensare a quando dovrai ritornare? c’è tempo. Mi manchi però. Vorrei fare il natale con te. Come puoi pensare che avessi recuperato? con Ste** è diverso, l’ho amata molto e non me le perdo le persone che ho amato. Ma lei no. Neva eva.

@Elide: mia nipotazza adorata, chiamavi la zia e le sue lesboamichette e lo facevamo a pezzettini. Non avrebbero ritrovato neanche un bulbo pilifero di egli. Ma è andato via? meno male che riparti. Devo chiamare sua madre? dimmi, A ZIA, che ci penso io.

@r: grazie per stellina da Paris e per averlo fatto con l’IPhone… Vero, sciarramento (=allontanamento devastante, rottura insanabile, N.d.T.) es normalidad, ma pure es normalidad grandi amicizie dopo reiterati tentativi di omicidio.

@ziasaimon: effettivamente è un pezzo un po’ da pinnolo con smile disegnato sopra. Ogni tanto mi piglia. Non è vero, i fatti li sai ma, giustamente, non te li ricordi, visto il loro basso e scarso livello e, fondamentalmente, il “chissenefotte” mi pare il miglior comportamento applicabile alla questione.

Fine paragrafo quinto.

Mioddio un post chilometrico, meno male che sono stanca.