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Soundtrack: gnente te dico gnente, sono troppo stanca per decidere

Ricordo a tutti voi che domenica c.m. si terrà party per i 50.000 clicks del blog di Penelope in quel del Gloss al testaccio (sono troppo stanca per linkare, cercatevelo).

Pare che, addirittura, si arrivi da Napoli per festeggiare.

Ma a questo crederò quando lo vedrò.

Le birre me le offrite voi, se venite, che non è arrivato stipendio ma le minacce delle rate non pagate dalla banca sì.

So che taluni gradirebbero un invito diretto e personale e non codesto puttanaio indiscriminato. Ma codesto è il blog. Troiaio è e da trioiaio si comporta.

Io vado a dormire, che sono stanca come un lepidottero.

L** procede nel recupero, per chi lo voglia sapere.

In foto la mia gatta che sbadiglia in faccia alla coinquilina che, elettrizzata, me l’ha inviata via mms. Notare il canino singolo superstite.

E pure la cyclette in sottofondo.

Sono certa che non ci saranno altri oltre i previsti. Ma ormai mi piace codesto giuoco.

We impegnato e quindi non si prevedono aggiornamenti ma, si sa, dico sempre così e poi non riesco a starne fuori.

Fatevi leggere.

 

 

 

 

Giornata di merda

Soundtrack: Eurythmics Sweet Dreams

Inizia stamattina alle nove e mezza con una telefonata della mia amica e collega M** in lacrime.

Il suo fidanzato, il mitico L**, ha avuto un infarto ed è ricoverato al San Giovanni.

Un infarto. A 31 anni. Da due mesi in osservazione al C+. Cazzo ma si può?

Sta bene adesso, ha avuto una angioplastica al volo con uno stent (steant? steanth?) nuovo di pacca. In intensiva, sveglio e vigile con ottimi segni di ripresa.

La giornata è finita adesso. Una delle poche cose che so fare è tranquillizzare la gente in ansia, lo dico spesso. Sono una buona compagna di emergenze (non di merende).

Ho avuto poco tempo e spazio per fare considerazioni, quando c’è da esserci per qualcuno non c’è tempo di spararsi pippe, è anche cattiva educazione.

Ma ora qualcosa mi viene in mente e sono cazzi vostri.

E non si tratta del tipico “la vita e breve… siamo sotto al cielo… oggi ci siamo domani chissà…” con tutto il corredo di “godiamocela finché dura… carpe diem… viviamo ogni giorno come se fosse l’ultimo… ogni lasciata è persa”.

No.

Questi discorsi mi fanno scendere il latte alle ginocchia e la bava all’alluce del piede.

Non può essere sempre uguale, non può essere sempre tutto speciale. Ci sono giorni nei quali hai voglia di prenderti tutto, giorni nei quali restituiresti la vita indietro in cambio di un frullatore, tramonti che ti sciolgono i polmoni e albe che vorresti non avere visto, persone che valgono la pena un’ora prima e un’ora dopo non esistono, desideri imprescindibili e vuoti incolmabili.

Come si può pensare che la vita possa davvero essere sempre vissuta ai suoi massimi livelli? E quali sono ‘sti fottuti massimi livelli?

Intensamente. What does it means? Per ognuno qualcosa, per qualcuno niente.

Allora la questione non è qui. Non è nella vuota ripetizione di frasi poetiche e maledette, non è nella convinzione che attraversarla tutta sia un valore eroico, non è nel rivestire azioni e pensieri con l’epicità di altri e neanche sopravvivere con dignità.

E se una giornata va a vuoto, che importanza vuoi che abbia? cosa cambierebbe se l’avessi vissuta in un delirio di sex and drugs and rock&roll o in un seppuku di volontariato estremo?

Minchia quanti punti interrogativi.

Importa quanto riesci a prenderti cura di te.

Quanto sai cullarti, capirti e coccolarti. Quanto sai guardarti con gli occhi di una madre affettuosa e/o di un padre protettivo, quante volte hai saputo dirti “non ti preoccupare” e le volte che hai capito quello che c’era da capire.

Conta se ti vuoi bene, se ci hai provato, se l’hai sfangata quando c’era da sfangarla, sfondata quando c’era da sfondarla e non il contrario.

Importa quante persone ti ritrovi intorno.

Quante hanno voglia di esserci anche se è faticoso, quante hanno scelto te, quante vogliono che tu stia bene, quante soffrono se tu soffri e festeggiano se tu festeggi.

Quante e quali. Fosse anche una sola, fosse il tuo padrone di casa che aspetta il pigione (=affitto di casa N.d.T.) arretrato, se è quello che volevi, va bene così.

E solo così, se muori domani, ne è valsa la pena.