Energia sprecata

Soundtrack: Imogene Heap Speeding Cars

Tanta.

Le riflessioni si affastellano e accumulano. Ogni gesto e parola mi rimanda altrove e altruando.

Dovrei forse spiegare i fatti, prima, tanto per chiarire le ragioni e le origini del filosofeggiare.

Ieri assemblea sindacale. Partecipa il donatore di lavoro. Si presenta affermando cose che, nel giro di 4 minuti, mi fanno rendere conto che la mia vita lavorativa (e di conseguenza la mia vita in generale) è nelle mani di una persona tanto perbene e caruccia ma tanto inaffidabile e incapace.

Un’azienda da due milioni di euro di fatturato l’anno cui io dedico 36 ore alla settimana, è gestita da un ragazzino spaventato, solo e senza risorse che esordisce accusandoci di disinteresse nei confronti dei problemi della sua azienda ed affermando che non ha modo di sapere come mai la ASL RMA non lo paga.

Mi gelo. Mi alzo. Parlo per 5 minuti. Lui tace e abbassa gli occhi.

Lo avrei azzannato alla gola, se non fossi stata troppo stanca e avvilita.

E così sto per diventare rappresentante sindacale.

Io.

Per avere fatto una imparata di creanza (=lezione di educazione N.d.T.) ad un ragazzino terrorizzato.

Roba da ridere.

Mi pare di essere assoluta protagonista di un incubo ricorrente. Anche perché se mi pizzico non sento più niente.

Mi chiedo, da ieri, se la combattività e la determinazione di un adulto non siano altro che il darsi occasione di riscattare torti, ingiustizie e frustrazioni subite all’alba della propria esistenza.

Come a dire che allora si era troppo piccoli per rispondere, discutere, far valere le proprie ragioni, agire e che, ora, con qualche strumento in più, si rimette in scena lo stesso identico copione nella speranza vana e irragionevole di modificare il passato, di cambiare il finali di quella scena, di ridirezionare lo svolgimento delle cose e dei fatti.

Se così fosse, dio quanta energia sprecata.

E perché mai mi faccio questa domanda?

Sono sanguigna ma mi espongo raramente. Abbaio molto e mordo poco. Odio prendermi le responsabilità del pensiero collettivo perché ci credo poco.

Ma sono cresciuta negli anni 70 e 80. Il collettivo prevale sull’individuo, il pubblico sul privato, il generale sul particolare. Questa formazione non si stacca dalla pelle malgrado gli anni.

Ma ieri ero solo avvilita, offesa, stanca, peroccupata per me e per il mio futuro qui. Gli uomini mi hanno quasi sempre deluso ma mai, dico mai, ho esposto loro le mie ragioni.

Ho sempre pensato di meritare trattamenti poco lusinghieri e irrispettosi (viste le mie caratteristiche di irresponsabilità e inadeguatezza cronica) ma ieri no, non volevo tollerarlo, proprio no.

Faccio il mio lavoro al meglio delle mie possibilità, ho la responsabilità totale di bambini piccoli, delle loro famiglie, delle scuole che se ne occupano. Ho il costante senso di necessità di fare cose e offrire occasioni a loro (i cicci piccoli) e al mondo che li circonda e, CAZZO, non lo faccio perché aspiro alla santità. Mi da anche fastidio chi lavora nel sociale con questo inutile spirito madreteresadicalcuttesco, perché mi pare una dimostrazione di idiozia e di piccolezza mentale, oltre che di menzognerità di base. Quando stacco dal lavoro, stacco, me ne fotto di cosa succede, perché a ognuno la sua vita. Sono ventisei anni che lavoro. Ho preparazione, esperienza e scafataggine mentale. So come lavorare e anche come non lavorare. So che sono peggio di alcuni e meglio di altri.

Ma, tutto questo, ha un unico, fottutissimo, scopo: vivere le ore non lavorative senza negarmi nulla.

Non tollero più di essere trattata né come una eroina (mamma mia, ci vuole coraggio a fare il tuo lavoro…) perché ci vuole coraggio a scendere in miniera o a portare avanti un tabaccaio a secondigliano, non a fare la logopedista a Roma; né come una intrattenitrice dell’inutile (vabbè, tanto non serve a niente…) perchè solo le mie colleghe, le madri e le assistenti sociali sappiamo di cosa si parla.

Ora, dove voglio arrivare?

Io non lo so bene, penso che, comunque, io stia sprecando le mie energie per qualcosa che in realtà non può essere cambiato (considerando variabili come la nazione, la regione, la città), che farei meglio ad occuparmi del mio futuro, dei miei desideri, dei miei sogni e utilizzare a questo scopo determinazione e garibaldinismo. Penso che per quanto mi possa piacere essere il referente di qualcosa, sia solo una dissipazione di risorse. Penso che per la prima volta riesco a fare una cosa che ho sempre desiderato fare (espormi, esprimermi e, in qualche modo, sopraffare ed imporre il mio pensiero) ma nel luogo e per l’obiettivo meno indicato.

Io così perdo tempo, ne sono consapevole, e, tutto sommato, rimando quello che ha da essere fatto.

Inseguire i miei sogni e scoprire se li desidero davvero.