Adultità

Soundtrack: Sofa Surfers – Say Something
(ora c’è e vado pazza e non vi metto i link che stanno già nel post precedente)

Sono stata un anno intero dietro questa parola.

Perché di parola si tratta e non di concetto. E no, non una parola, più un aggettivo.

L’adultità o adultitudine o l’adultezza o l’adultà non sono sostantivi esistenti in lingua italiana. Esiste Adulto/a/i/e inteso come un “organismo pluricellulare che ha raggiunto la piena capacità riproduttiva”. O più genericamente riferito ad individui animali vegetali e minerali che abbiano superato con successo la fase prepuberale. Quindi non c’entra un cazzo con l’età, il comportamento, le reazioni, le scelte, le responsabilità e manco con i dati anagrafici.

E allora non è un valore assoluto. Neanche un obiettivo da raggiungere, esiste di default, che cazzo corri a fare per arrivarci se ce l’hai già in tasca?

E’ un insieme di lettere utile a meglio definire qualcosa.

E in realtà, sta uno schifo con quasi tutto: “una scelta adulta” = una scelta che abbia raggiunto la capacità riproduttiva? che sia riuscita a superare viva l’adolescenza?

Oppure “Da adulti è necessario accettare compromessi“= perché da bambini no?

Ma anche: “adulto responsabile” = uno/a che mette il preservativo/usa la pillola.

Bene. Chiarito il concetto base, mi sono accorta di essere stata dietro, per un anno, ad una parola che è un concentrato di stereotipi e niente ha a che vedere con la gestione della propria vita.

Si è adulti per forza, dopo i 12 anni e, con il passare del tempo si può diventare capaci di affrontare le faccende dell’esistenza con maggiore o minore leggerezza, capacità, forza, coraggio o consapevolezza.

Non molto più di questo.

E si può essere in grado di fare alcune cose con maggior discernimento di altre. Affrontare alcune paure, ma non tutte. Decidere con sicurezza per qualche settore, non per tutti, perché il cuore non è di marmo ma batte finché ce la fa mantenendo in vita un intero apparato in continua e incessante trasformazione e il cervello è un budino di colesterolo che trema e si scioglie per poco e niente.

Non è tutto uguale. Non per tutti. Quello che saprai fare tu della tua vita può non essere adatto/accessibile/giusto/armonico per me. E viceversa.

Lo stereotipo è duro a morire. Se qualcosa non riesci a vederla o affrontarla o scansarla o a caricartela sulle spalle, ti senti una bimba fragile e senza strumenti, un esserino colpevole di lesa adultità, una reietta della società dei “GRePPE: Grandi Risolutori e Portatori di Pesi Esistenziali“.

Ed il tempo scorre a prenderti la faccia a schiaffi cercando di arrivare ad una cosa che non c’è, non è così, non va bene e non è neanche lontanamente raggiungibile (un po’ come pretendere di essere una donna senza cellulite). Una fatica improba e del tutto useless.

La questione è altra.

Gli anni passano e impari che a delle cose non ti puoi sottrarre. Impari che perdinci, alcune finché puoi è meglio sfuggirle che non sei proprio in grado, impari che altre cose ancora le fai e le hai fatte senza pensarci, senza festeggiare coi fuochi d’artificio o aspettandoti medaglie al valore e con tempi e modi invidiabili.

Impari anche che ci sono cose che tu, proprio tu, non raggiungerai mai – meglio farsene una ragione – e che, per ogni fase della tua vita ci sarà un modo e un pensiero diverso. Un giorno sai affrontare una montagna, il giorno dopo la rampa di scale ti pare l’Everest, un altro ancora non riesci a ricordarti come è fatta una pianura e a riconoscerla. Poi passa, poi torna.

E così via in un ciclo che dura finché duri tu, che cambia finché tu respiri. Che tu lo veda o no, che tu ne conosca il nome ed il cognome o meno. Che tu sappia di esistere o lo abbia dimenticato.

Codesto momento di alta filosofia è il prodotto delle mie personali pippe di questi giorni di eremitaggio mentale (non reale che sono stata travolta in una rapida di socializzazione). Non serve a giustificare nulla, né né ad apparare alcunché.

E’ una pippa, chell chell’è (= quello, quello è N.d.T.).