Lesbiche_Banana

Soundtrack: Gabriella Cilmi Sweet about me

Le Lesbiche_Banana sono una categoria trasversale. Se ne possono trovare elementi in ogni specifica classe di lesbiche conosciute. Le manifestazioni tipiche della Lesbica_Banana prescindono da censo, livello culturale ed educazione. Non sono riconoscibili al tatto, a naso o a vista, spesso sono tranquille lesbiche senza particolari orpelli o grilli per la testa.

Ad un più attento esame si potrebbe affermare che, coloro che sono consapevoli del proprio livello di bananaggine, tendono a tenersi ai margini delle situazioni, defilate e mimetizzate. Esse, infatti, sanno di cosa sono capaci e preferiscono tenersi fuori dai guai.

La L_B, pur dimostrando, in vari settori teorici e pratici dell’esistenza, la presenza di un barlume di intelligenza, è in grado di disfarsene in un nano secondo di fronte ad alcune situazioni più o meno tipiche.

La manifestazione più eclatante di Bananite la possiamo osservare quando una L_B è in presenza di altre lesbiche.

Potrete notare che ascolta con attenzione ed interesse, tende a donare credibilità all’interlocutrice, si fida e, in qualche caso particolarmente grave, è in grado di modificare la propria opinione in base alle puttanate insulse espresse da chiunque.

Non che non abbia una propria personalità, la Lesbica_Banana, lei cerca semplicemente di considerare gli altri degni di ascolto e considerazione, ma dimentica patologicamente che le chiacchiere delle lesbiche sono, generalmente, prive di: fondamento, motivazione, sostanza, spesso intelligenza. Insomma la nostra L_B si illude sempre e comunque di avere di fronte persone dotate di neuroni funzionanti e non ciò che, in realtà è noto a chiunque: tra le orecchie della maggior parte delle lesbiche, infatti, c’è il nulla (peloso, ma pur sempre nulla).

Oltre a questa caratteristica che, in verità, rende difficile la vita solo all’oggetto della nostra disamina, ne troviamo un’altra che, volendo, è anche peggiore.

Se la L_B si trova in un contesto pubblico, in compagnia delle sue sorelle di lesbicanza e ben protetta da sponde e spalle, sa comportarsi in modo brillante, sagace, ironico e cinico.

Se puta caso si trova da sola e viene interloquita da un’altro essere di specie femminile che possa superare la soglia della guardabilità anche di un solo punto percentuale, la Lesbica_Banana si produce in una serie di comportamenti da film comico degli anni 50.

Ella balbetta, arrossisce, fornisce risposte senza alcun senso, giustifica verbalmente la sua esistenza e, in qualche caso, si stampa in faccia un sorriso ebetoide che farebbe fuggire anche una ninfomane.

La Lesbica_Banana, se non viene incatastata (=sbattuta, N.d.T.) in faccia a un muro,  non sarebbe in grado di trovarsi una sola fidanzata per tutta la vita.

Perché, la fragile creatura, crede un no sia un no e un sì un sì, dimenticando la natura intrinseca femminile che prevede una interpretazione fantasiosa (il “forse” è il sottotesto in entrambi i casi). Se un’altra donna la ignora, lei crede di non interessarla, non che si tratti di una strategia bellica. Se un’altra donna le dice NO, lei si ritira nell’angoletto (sebbene incazzata come un armadillo) e non baderà più ai segnali che l’altra, ovviamente, le manderà ad ogni piè sospinto. Se un’altra lesbica la guarda con interesse, infine, ella crederà di avere macchie sul vestito, capelli malamente scompigliati o un ictus in itinere che le deforma il viso in una maschera orrorifica.

A questo proposito si possono citare casi emblematici di approccio tentato e di risposta di Lesbica_Banana.

Donna che guarda con insistente interesse tra la folla: alla L_B iniziano sintomi come sudorazione delle mani, secchezza delle fauci, tremore alle estremità, tachicardia e appannamento della vista. Così fuggirà in preda al terrore e, quando il giorno dopo cercherà di nuovo quella donna, non la troverà più perché è partita per l’Australia.

Donna stesa sul letto che finge di dormire al primo appuntamento: la L_B cambierà stanza per non disturbare;

Donna che si avvicina per approccio standard: la L_B risponderà balbettando arrossendo: “Nnno è cheeee, mi dddispiac’ nonnonnnn lllo so, cosa?” (la domanda era “mi fai accendere?”), oppure “No” con acidità e sopracciglia contratte (la domanda era “di dove sei?”);

Donna che l’abbraccia con trasporto: risponderà all’abbraccio irrigidendosi e dispensando virili ed amichevoli pacche sulle spalle.

Mille altri esempi potrebbero essere riportati in questa sede.

La Lesbica_Banana è, in fondo, una romantica sognatrice, timida e fiduciosa, una infanta della lesbicaggine. Ed a nulla valgono gli anni di militanza, i calci in culo e e le numeroserrime sole.

Niente da fare, non capisce.

 

 

Ricominciamo

Soundtrack: Ben Harper Better Way

[- PROOOF! ti cerca il Dott. Chiama -]

Orbene. Ho un computer in prestito. Una delle mie sante protettrici, la colleguzza M. ha avuto il coraggio di mettermi in mano il suo portatile usato una sola volta da lei. UNA SOLA VOLTA!.

Nel frattempo lo sistemo un po’. Sono quindi scarsa a musica e metterò quello che posso, in questi giorni. Pazienza.

Come tutti sapete, mia nipote è partita (con corredo di psicodramma familiare nella nottata) e la stanza da lei abitata in questo anno è vuota. Sto cercando di affittarla, ma non è così semplice come mi aspettavo. Vorrei restare ma non è così scontato.

In questi giorni una mia vecchia conoscenza lesbica mi ha fatto una proposta che pareva risolutiva. Non la migliore possibile, ma l’unica che mi (le) avrebbe permesso di rimettermi(si) in sesto (N.B. stipendio: nada) senza spaccare le palle in giro pietendo aiuto. Un buon modo di avere tempo di decidere davvero cosa fare e predisporre all’uopo. Una decisione non certo trascendentale, ma difficile per un pessimo carattere come il mio.

Quando ti accorgi che una cosa, per quanto banale possa apparire,  in realtà ti può cambiare le prospettive, sai di prenderti una responsabilità e sai che dovrai fare in modo da perseguire quelle prospettive.

La mia visione tridimensionale, di solito, è carente; il mio impegno ad ottenere qualcosa, generalmente scarso e ozioso. Non so coniugare il verbo futuro, non tollero di avere un obiettivo da raggiungere. Mi fa sentire oppressa (magari avrò semplicemente paura). Quindi decidere di fare esattamente questo, mi è stato faticoso. 

Nel giro esatto di 24 ore la proposta non è che sia stata rimangiata, si è semplicemente negato di averla mai formulata. Mi si è dato anche della fantasiosa visionaria. Ma che meraviglia.

Però adesso, almeno, so che potrei (e ribadisco potrei) anche essere capace di rinunciare a qualcosa in nome di un progetto a lungo termine. Potrei, forse, eventualmente, se necessario, magari.

Poi.

Oggi vari appuntamenti (saltati e non) e cena con il dott al ristorante Thai.

Sweet Doc.

Poi basta. Son preoccupata, ma sopravviverò.

Baci e abbracci.

 

Comunicazione di servizio

Mi si è rotto il computer.

Non parte proprio.

Lutto.

Prof partito, nipote partita si è portata via le chiavi di casa, domani viene il dott, decisione sofferta presa inutilmente perché persona venuta meno. Le lesbiche fanno solo chiacchiere e pretendono pure di farti credere che la pazza sei tu.

Forse mi imprestano un computer per questi giorni. Altrimenti vado al SERT.

Baci e abbracci.

Ccià!

Soundtrack: Butterfly Boucher Life is Short

Una ventina di anni fa lavoravo in un brefotrofio per bambini disabili gravi in provincia di Avellino: Prata Principato Ultra.

Con la mia collega Isabella.

Poi decidemmo di partire per gli Stati Uniti e, l’ultimo giorno, ci premurammo di salutare tutti i ragazzetti, preoccupate di doverli abbandonare… di far loro capire il senso della separazione… di lenire il dolore… di essere rassicuranti a sufficienza eccetera eccetera.

Mentre stavamo andando via uno di loro, P.M. (giuro che mi ricordo nome e cognome) ci chiamò dalla tromba delle scale. Era un ciccetto di 9 anni, capelli neri e occhi scuri scuri, sorridente permanente come spesso sono sorridenti permanenti i cicci piccoli gravi, ma gravi davvero.

‘Ssabbè!” (=Isabella! N.d.T.) – gridò dal piano di sopra con la sua esse compressa tra i denti – “Vai all’America?“.

“Sì” – rispondemmo noi.

CCià!“, disse P.M. e tornò a farsi i cazzi suoi.

Fu così che comprendemmo, per la prima volta nella nostra neonata carriera di logopediste, che non siamo necessarie a nessuno e ci facciamo più pippe di quante non sia dato.

Stasera ho salutato il prof, non credevo di vederlo prima della sua partenza. E’ stato un regalo. Cena insieme e saluti. No drama, il prof non lo tollererebbe. Mi mancherà per quattro mesi. Il fatto di sapere che lui non è lì, a 256 chilometri da casa mia, mette una certa dissonanza nell’anima. Ma mi ci abituerò. Ci si abitua a tutto.

Venerdì saluterò mia nipote. Va via anche lei. Non la rivedrò prima di una mese o più e, comunque, al suo ritorno non vivremo più nella stessa casa. Sorrido a vederla volar via, è sempre un bello spettacolo da vedere, questa volta anche di più perché riguarda proprio lei. Ma in qualche modo volano via anche un numero imprecisato di cellule del mio cardiomuscolo. E quindi guardo in apnea.

Il tutto mi appare, come al solito, la chiusura di un ciclo e la fine di un preciso periodo. E non ho intenzione di trovare aggettivazioni qualitative alla parola “periodo”. Non avrebbe senso e, d’altra parte, non sono neanche in grado di stabilirlo, ora come ora.

Nel frattempo ho preso la decisione che dovevo prendere e, come dice Tribus, sono certa si tratti della migliore scelta possibile, vada come vada.

Sono talmente stanca di vivere separazioni e cambiamenti che non riesco neanche a sentirmi abbandonata, arrabbiata, preoccupata, spaventata as usual. Mi si prende sulla rassegnazione, ormai.

E quindi, per ora e finché regge, un po’ mi sento come P.M.:

Uagliò, ve ne jate?” (=ragazzi, state andando via? N.d.T.)

“Sì”

CCià

 

 

Santa Pazienza

Soundtrack: Kosheen All in my head

Devo prendere una decisione importante.

Che prevede sacrificio (ommioddio, al solo scriverla, questa parola, mi viene la tetraparesi), progettualità e sale in zucca. Nel caso io l’avessi, la zucca.

Ci dormo sopra, che mi pare cosa buona.

Poi spiegherò, eventualmente, qui. Altresì chi ha il mio numero di cellulare potrebbe anche chiamare per saperlo. Così, giusto per curiosità.

Stipendio: neanche l’ombra.

Continuo, imperterrita e indomita, a chiedermi come mai i miei post più personali e familiari hanno strepitoso successo. Davvero. Ogni volta raggiungo un nuovo record – sto per arrivare ai 50.000, minchia -. Me lo chiedo e non so dare risposte di sorta. Sarà sempre e comunque la sindrome del grande fratello. Ma anche no. Chissà. Stasera non è la serata delle risposte.

Orbene.

Avevo promesso il post sulle lesbiche banana.

Domani.

Stasera rifletto.

Baci e abbracci.

Hey Ho, Hey Ho, andiam a lavuràr

Soundtrack: Black Box recorder Child Psychology

Domani al lavoro.

Aggratis.

Ma non voglio tediarvi con le strunzate del mio quotidiano.

Vi raccomando la Soundtrack, è adatta. Mi si accusa di metter musica di merda sul blog. Ma codesto non è un blog di musica, darling, è un blog di chiacchiere autocentrate.

E quelle sono sempre di qualità.

Non che mi dispiaccia andare a lavurar, mi rompe un po’ andare all’alba, in questa settimana e, comunque, sempre meglio avercelo un lavoro che non avercelo affatto.

Questi giorni sono andati tra varie cose da fare e traumi di vario tipo. Per ora non si vede ombra di housemate. Andiamo verso il trasferimento rotolando lungo la scarpata. Infatti ho dei graffi sulle spalle. Non ho idea di come li ho fatti.

Prometto che il prossimo post sarà sulle lesbiche banane. E’ che sono in crisi visti i test che ho fatto in questa settimana. Viene fuori che sono assolutamente etero. Sono disperata e mi sento nel settore “millantato credito”. 20 anni di onesta lesbicità, spazzati via in un attimo.

‘Azz’.

Avrei voglia di tirare giù una di quelle mie pagine di delirio. Vediamo.

Oggi, con mia sorella, abbiamo tirato su il coperchio del cascione (=cassapanca – N.d.T.) dei ricordi di famiglia: il pater e “la Signorina”.

“La Signorina”, malgrado quello che potreste pensare, era la governante/balia/colf/educatrice/bancomat e cuoca della famiglia di Penelope. Si è sempre chiamata così, nessuno ricordava il suo nome di battesimo e i miei amici hanno spesso ricevuto telegrammi e regali da parte sua firmati “la Signorina”.

Le ho dato del Lei per 30 anni. Educatamente la mandavo affanculo in terza persona. Mi ha cresciuto, con l’aiuto dell’autorevolezza dei suoi 120 chili e di una cucina indimenticabile.

Capace di preparare un pranzo con 5 pietanze diverse (una a persona, per rispetto dei gusti e delle fobie di ognuno), tenere a mente impegni di tutti, necessità di tutti, manie di tutti. Uno per uno.

Abbiamo provato a massacrarla, mia sorella ed io, al suo arrivo. Ma lei era nata per gestire le altrui famiglie. Non si è fatta abbattere dalle due orfanelle bisbetiche e rabbiose come varani. Aveva pazienza, poche o nessuna alternativa e un filino di cazzimma e, alla fine, vinse lei. Non ne potemmo più fare a meno.

Era l’unica a conoscere i nomi dei miei amici (nella mia famiglia la voce “amici dei figli” non rivestiva del benché minimo interesse collettivo), l’unica a sapere di cosa ero capace. E’ riuscita a maneggiare una famiglia sfilacciata e instabile come la mia senza cedere e senza ammalarsi; ha mediato, si è esposta, ha protetto, ha sgamato, ha nascosto, si è piantata a terra e ha fatto in modo che tutto iniziasse a girare intorno a lei; l’unica tecnica possibile per mantenere ordine e logica in una casa che era un patchwork mal fatto che non produceva calore. Sapeva tutto di tutti in ogni momento ed in ogni condizione.

E’ andata via quando ha visto il pater oltrepassare il segno della decenza e della ragionevolezza. E’ andata a crescersi un pezzo della sua famiglia in Sardegna. Cucinare e crescere i bambini anche lì malgrado i suoi 60 anni. E’ morta qualche anno fa, lo abbiamo saputo dopo parecchio tempo. I miei amici ancora chiedono di lei.

Un pezzo della mia vita. Non saprei dire cosa mi abbia lasciato, oltre a fantastiche ricette e a tutte le mie manie di pulizia estrema. Ma so che c’è, da qualche parte, la Signorina.

Si chiamava Franca, era calabrese.

Sono stupefacentemente malinconica in questo periodo. Ma senza tristezzeria. Solo malinconica.

Strana cosa

Soundtrack: Gnente te dico gnente che il box non funziona

Strane cose, più di una.

Pettini che si incastrano in chiome scintillanti di grovigli.

Un roseto di nodi, a volte gli stessi, a volte nuovi e cromati.

SI ridimensiona ciò che va ridimensionato. Ma qualcosa sfugge e, con ovvietà, rotola lontano e si trasforma.

Gigantesche ombre che distorcono e annichiliscono.

Non è niente, di questo sono certa. Ma paura lo stesso.

E non solo questo.

La regina della negazione, la principessa del sospetto. 

Le ambiguità che mi abitano.

E i tentativi di camminare a petto in fuori diventano patetici.

Ma necessari.

Vibro, ma resto ferma sul posto. Niente accade che possa accompagnarmi oltre quel punto.

Quello che mi ritrovo mi attacca a terra come una cozza.

Quello che è in gioco, qui, è la capacità di fare al di là di essere.

Quello che è in gioco qui, è qualcosa che non dipende da me e mi costringe ad aspettare.

Anaffettiva. Similpater.

No, questo non lo accetto.

Mi tengo la paura e passo.

Un anno ancor…

Soundtrack: Joan As a Policewoman Hard White Wall (non carica questo bastardo di box.net, quindi immaginatela…)

Potrei usare flickr, ma mi rompo, quindi posto le foto di questa estate una alla volta.

Ieri mare. Su consiglio multiplo sono andata al Mediterranea. Stabilimento di Capocotta prima del Settimo Cielo.

Troppa gente, troppi fighetti, troppo sistematino. Continuo a preferire i posti vagamente sfigati. Soprattutto al mare. Ma sono stata bene. Da sola. Capita molto raramente che io mi muova da sola.

Raramente è un eufemismo.

Ma, appunto, un anno è il tempo che mi sono data per decidere cosa fare della mia vita (alla tua età, Penelope?).

In quest’anno deciderò se restare a Roma o andare via e dove andare. Nel frattempo non voglio perdermi niente e mi voglio abituare all’autonomia affettiva e pratica.

Per ora sono preoccupata, non riesco a trovare una coinquilina e mia nipote sta sbaraccando. Ci vorrebbe un colpetto di culo. Vedremo.

Naturalmente, in un momento topico come questo, ci voleva anche lo stipendio in sospensione. E di nuovo non si sa quando ci pagheranno.

Il prof parte e va via per tre mesi. E’ capitato già, più volte, che non ci vedessimo per lunghi periodi, quindi niente di nuovo, ma mi prende un senso di vaga insicurezza, una brezza destabilizzante cui bisogna porre rimedio.

Conosco il prof da 30 anni pieni. Abbiamo cominciato diventando noti disturbatori nei corridoi del liceo (ho scoperto dopo anni e anni che il prof era il miglior studente della scuola, al momento pensavo fosse una testa di cazzo qualunque), per continuare sotto ogni forma il nostro legame. Amici, fidanzati, nemici, fratelli. Condividiamo una storia familiare con punti sostanziali in comune, un modo di pensare che sembra fatto in fotocopia e una costanza degli affetti quasi inconcepibile (o forse, al contrario, ovvia) in persone così tanto scolpite dal vivere senza.

Guardarmi intorno e vedere mia nipote che va via, il prof che va via, l’incertezza economica, questa casa che forse perderò, mi ricorda altri momenti e altri dolori.

Comunque c’è da fare e, stavolta, vorrei evitare di farmi fottere. 

Un anno al massimo per sapere cosa voglio per stare bene.

Comunque.

Al tardo pomeriggio, ieri, sono arrivate Omaha e una sua amica per fare quattro chiacchiere sulla spiaggia.

Urge un post sulle “lesbiche banana”, ne abbiamo convenuto collegialmente.

Ho scoperto, con piacere, comunioni di pensiero che scaldano il cuore. E questa sempre cosa buona è.

Stringi i denti e cammina, Penelope, ancora qualche gradino e sei dall’altra parte. Quale che sia, l’altra parte.

Blind date e doggy dog

Soundtrack: Hercules & Love Affair Blind (Feat. Antony Hegarty)

Sono iscritta al sito di ellexelle (ma anche miss777 e gayaweb) e lì, alcuni dì orsono, è nato l’accordo di un incontro tra over 35 accomunate da età, lesbitudine e amore per le bestie pelose.

Oggi, quindi, appuntamento al Circo Massimo.

Seratella piacevole, eravamo in 4 con due cani (una senza un’occhio e labrador bonsai, l’altra filosofa e motociclista – le cane, non le lesbiche). Caffettuccio e chiacchiere. La R** è venuta meco.

Bene così.

Mi volevo lanciare e mi so’ lanciata (disse la soubrette Patrizia Pellegrino agli albori della sua inutile carriera con una dizione, peraltro, poco precisa).

Si cambia. Va bene che ormai l’autismo ha preso piede e anche gamba, ma ho voglia di vedere gente e fare cose.

Servirà pure a qualcosa avere scoperto che non ho paura di andare in aereo o dietro a Omaha in scooter…

Vi ho messo una foto della drag queen tedesca del/la quale mi sono pazzamente innamorata, intorno alcuni dei nostri cumpagnelli.  

Adesso, con la R*, andiamo a vedere le lesbiche di meetic. Certo corro il pericolo di incontrare mio padre, famosa star di meetic che, spero, non sia anche in contatto con le lesbiche romane. Ma tutto è possibile.

Prof, mi manchi e, oltretutto, non mi stai manco leggendo, brutto stronzone.

 

 

Mykonos vs Capocotta

Soundtrack: A Fine Frenzy Come on, come out
(mi so’ fissata co’ ‘sta tipa, anche se i testi sono un po’ troppo strappafica, mi piace assai)

Oggi bellissima giornata in quel del Settimo Cielo a Capocotta, in compagnia di Omaha. Ho parlato a macchinetta dopo 4 giorni di silenzio claustrale.

Siamo andate con lo scooterone della Omaha. A 120 all’ora sull’Aurelia.

L’informazione potrebbe sembrare di interesse nullo, invece è un fatto fondamentale.

Perché io non vado mai dietro a nessuno e, se in macchina non guido io, di solito piagnucolo come un cagnetto perché non si superino i limiti di velocità (ma 70 è già troppo).

Invece ci sono andata. E non me ne fotteva niente. Ed era rilassante perché non ero io a dovermi preoccupare. E questo fa il paro con il mio sonno in aereo.

Del che ho realizzato che, almeno una volta all’anno, bisognerebbe fare il check up delle proprie paure. Elencarle e provarle tutte per vedere se sono ancora lì per davvero o è solo una litania che ci si ripete per abitudine.

Farsi un bel giro nel proprio panico, insomma. Mi pare di capire che facilmente si potrebbe scoprire che alcune non esistono più, che magari era solo un periodo, un momento, una teoria.

Lo terrò a mente (maffigurati).

Abbiamo a lungo parlato della questione “normalizzazione/omologazione” del mondo gay.

La sensazione è che, lavorando duramente per la famigerata “normalizzazione”, in vista di obbiettivi nobili come accettazione, diritti, fine delle discriminazioni, apertura mentale eccetera eccetera, i gay tutti abbiano finito per sconfinare in un campo atrocemente pericoloso: l’omologazione.

Dopo una settimana, a mykonos, il prof ed io eravamo disgustati da quello che vedevamo. Erano tutti uguali, tutti palestrati nello stesso modo, con lo stesso taglio (?) di capelli, con le stesse canotte, con gli stessi accessori, gli stessi costumi, la stessa aria cool. Impressionante.

A volte l’effetto era anche comico. Vedevi una capuzzella (=testolina, N.d.T.) minuscola dai linementi sottili e delicati appoggiata su un corpaccione pompatissimo, andatura a gambe larghe (per via dei muscoli e, suppongo, per dimostrare che è necessario più spazio per contenere la belva), braccia spostate dal tronco per non far urtare deltoidi e tricipiti. Effetto fotomontaggio. Che risate.

Ma pare che funzioni così.

E se i gay sono così ora, noi lesbiche ci arriveremo tra 5 anni (spero non con la stessa muscolatura).

Personalmente me ne fotto, ne avrò 50 e avrò altri cazzi a cui pensare (tipo la menopausa?), ma sarà una tragedia. E mi addolora. Non ci sarà più spazio per quello che non corrisponde al canone. Non ci sarà più spazio per l’originalità della bruttezza, per il fuori tempo, per il personalizzato.

Ho parlato spesso della mia visione romantica e ideologica dell’omosessualità, so di essere vintage e out, ma per me resta una questione di minoranza e di diversità da difendere con le unghie e con i denti, perché è questo che ha un senso e che consente l’apertura della mentalità e della società (ma va che pippottino anni 80!).

Minoranza e diversità non possono infilarsi nella trappola dell’omologazione. Così finisce tutto. Così si richiude la mente e non resta spazio per nulla.

Cerco di spiegarmi meglio con un argomento neutro: il rap (questa è pazza).

Se ci avete fatto caso e se ricordate anche solo un paio di pezzi, potete seguire il mio delirio.

I neri (minoranza discriminata) l’hanno inventato. Hanno cantato di ghetti, negritudine, orrori metropolitani, discriminazione e politica sociale per molti anni. Era una musica di nicchia, la compravano solo i neri, era considerata una posizione politica anche scomoda assai per l’estabilishment. Poi è diventato fenomeno di massa (musica, moda, cultura..) e si è trasformato radicalmente. Ora si parla solo di fiche e cazzi. Nel vero senso della parola. Nei video compaiono spesso pornostar, i testi sono tutti sul sesso e sul corpo, maschilisti ed aggressivi. Niente più. E se sei nero, devi fare rap, sennò ti mandano pure affanculo (ci è passata persino Erikah Badu). Vendono anche più di prima e vendono anche ai bianchi. Hanno invaso il mercato e otturato ogni crepa da cui sarebbe potuta uscire nuova musica e nuovi suoni. ‘Na palla colossale. Inascoltabile ormai.

Insomma si sono fatti fottere – i neri – e si sono fatti togliere un modo irrefrenabile e incisivo di fare informazione, denuncia e protesta cedendo all’omologazione assoluta e trasformandosi in un fenomeno di costume che è, ormai, una gabbia. Almeno questa è la mia opinione. Espressa una chiavica, lo ammetto.

Ho la sensazione che stia funzionando uguale anche per gli omosessuali. E questa omologazione, di fatto, ci rende innocui e ci richiude nell’armadio. Abbiamo i nostri codici, il nostro linguaggio, la nostra moda, i nostri luoghi. Nostri, ovvero gay – si dice LGBTQ, è più politically correct -. 

Niente più originalità, nessuna rottura, nessuna necessità di confronto. Niente. non più una minoranza, ma un gruppo chiuso e impenetrabile per chi non ne segue i canoni con precisione e adeguatezza. Non più una manifestazione di diversità con tutto quello che ne consegue, ma clan.

Il gruppo, il clan, sono come le mandrie, si muovono tutti insieme ed è per questo che è facile chiuderla (la mandria) da qualche parte, in un qualsiasi spazio ben recintato perché non ne esca e non dia fastidio in giro.

Tutto questo mi fa orrore.

Non c’è differenza tra il silenzio assoluto e il chiasso intollerabile. In tutti e due i casi non si sente niente.

Questa frase non c’entra molto ma mi piace.

Ma si è capito cosa voglio dire? sono stanca e rincoglionita. Avrei fatto meglio a scriverlo domani.

 

 

 

Mykonos 1 – I fatti

(camera nostra e spiaggia di Elia. Le foto sono da cellulare)

Soundtrack: Dean Martin – Mambo Italiano

Dunque dunque, in genere porto con me un quadernino per scrivere tutto quello che mi passa per la cipolla (testa) e per tenere sotto controllo la paura dell’aereo ma, stavolta, ho scritto assai poco, anche in aereo. Quindi la mia riscostruzione di questi giorni di vacanza sarà arbitraria, temporalmente confusa, omissiva e, soprattutto, fantasiosa. Sappiatelo.

Lunedì mattina (lo so, avevo detto che partivo martedì: scaramanzia) mi sveglio alle 5 e mezza preda di dolori spaventosi. Prendere l’aereo mi agita. Alle 7 e mezza sono per strada con la mia minivaligia e un sonno da lavoratore notturno. Sul trenino iperaffollato mi chiedo: “Ma dove cazzo va tutta sta gente che scende a Muratella alle 8 del mattino?”. Domande sostanziali, devo dire.

Ricordo perfettamente Fiumicino. Esattamente un anno fa ero partita per la Grecia senza ben sapere cosa sarebbe successo dopo.

Nel 2008 parto sapendo perfettamente cosa è successo dopo, un anno fa, ma senza avere la più pallida idea di che fine farò quando torno. Più o meno per gli stessi motivi (casa, convivenza, soldi, affetti) con le dovute differenze.

Spacco le palle a questo mondo e quell’altro per la mia paura di volare. Mi si manda affanculo ma mi si offrono anche affettuosi incoraggiamenti. Durante l’attesa trovo la sala fumatori chiusa per pulizie e gruppone di tabagisti attaccati al vetro che maledicono l’omino delle pulizie accusandolo di essere lento e dispettoso. Poro ciccio. Volo Olympic e si mangia una merda. Faccio anche la figa, sono dotata di pulloverino anti aria condizionata e sorrido al decollo. Mi viene così, mi emoziona come se fossi una bimba sulla giostra. Decollo con Alanis nelle ‘recchie “Citizen of the planet”. Alla fine del viaggio mi accorgo che un paio di persone, durante lo sballonzolamento tipico da sorvolo Grecia con melteni incorporato, guardano ME per rassicurarsi. Siamo alla frutta. Arrivo ad Atene e cazzeggio per un paio d’ore in attesa del volo per Mykonos. Quando salgo sul velivolo, mi sento una avventuriera dei primi del 900. L’ATR può fare questo effetto, credo.

Arrivo a Mykonos e trovo il prof in motorino. Meno male che ho la valigia piccoletta. Dopo cena mi porta a vedere i posti fondamentali dove passeremo la nostra vacanza: Pierro’s, Porta e Montparnasse. Il primo è un must dell’isola, si attiva dall’una in poi, ci sono tre drag che fanno spettacolo e PR: Gloria, Imon e la Tedescona. Il Porta è un troiaio indicibile, il Montparnasse è un cafè dall’aria retrò dove una chiattona americana canta qualsiasi cosa tu chieda facendo un gran spettacolo (Il prof chiede sempre Mambo Italiano e la canzone di Saraghina)

Al Pierro’s vedo la donna della mia vita, anzi le donne della mia vita, due. Mi riservo di contattarle il giorno dopo data la stanchezza e il sonno.

Naturalmente non le ho più viste.

Lesbica Banana.

Dormire con il prof è ben strano. Oltre al fatto che si prende tutto il letto, non sono abituata all’odore di un uomo nel letto. Perché è proprio diverso.

Detto questo, abbreviamo.

Ci hanno preso per una coppia, a me e al prof. Poi hanno capito che lui è gay. Ma ci è voluta una settimana perché il popolo del Pierro’s e della spiaggia di Elia si convincesse che sono lesbica. Financo la drag queen tedesca non ci credeva.

La drag queen tedesca che parla italiano è un uomo fantastico. Un metro e 95 di fisicaccio strizzato in vestitini improbabili dei quali il migliore è stato quello da crocerossina, con parrucca argento alta 50 cm. Affettuosissimo con me (forse per pietà, essendo io l’unica lesbica single dell’isola).

Poi siamo diventati compagnucci dell’altra drag, Gloria, siciliana, che fa lo spettacolo al Pierro’s ed emette un richiamo che può essere sentito in ogni punto dell’isola, e di una pletora di ricchioni in vacanza.

Giuseppe, un siciliano che vive nella Svizzera tedesca e che mi ha raccontato tutti i cazzi suoi. Un’anima pura, devo dire, da noi detto Iosefo. Niko e Costas, greci lavoranti in Brusselles. Costas devo averlo incontrato in un’altra vita, perché me ne sono innamorata. E lui di me. Lo so che è contro natura che un gay e una lesbica facciano amicizia di prima, sarà che lui è più donna di me. Lo chiamavamo “Victorian Lady”.

Luca e Giorgio, coppia nordica. Luca con braccio rotto per la seconda volta in due mesi, i nostri compagnelli di spiaggia. Siamo andati da Elia tutti i giorni tranne uno. Elia è una spiaggia molto bella. Alla fine della spiaggia, dopo gli scogli, c’è una spiaggetta più piccola, non attrezzata, noi eravamo lì. Ero l’unica donna. L’UNICA. Per il resto tutti ricchioni nudi. Ho potuto recuperare le mie nozioni perdute di anatomia maschile.

I primi giorni non mi sopportavano molto, ma io sono educata e gentile. Alla fine si sono abituati come i pinguini si abituano ai documentaristi del National Geographic.

Praticamente ho interagito solo con tre donne. Una coppia tedesca che parlava italiano (parlano tutti italiano, cazzo) e una pazza isterica di Colonia che il prof mi aveva portato pensando fosse lesbica e che, invece (come già detto), si voleva scopare lui.

Il prof faceva così, una volta compreso il livello patologico della mia bananite, partiva in avanscoperta alla ricerca di donne. Quando ne trovava una, me la portava. Un cane da riporto, il prof. Con un radar lesbico quasi peggio del mio. Eravamo assurdi. Inverosimili anche. Abbiamo anche litigato un paio di volte tipo Sandra e Raimondo. Lui dice che sono odiosa e spuntuta. Ha ragione. Ma di questo parleremo nel capitolo due.

I giorni sono passati così, mare (tutti uomini), cene (tutti uomini), serate al Pierro’s (tutti uomini). Ad un tratto ho cominciato a stare bene. Bene davvero. E sono riuscita ad interagire anche senza il prof. Certo erano milanesi più antipatici di me. Ma almeno…

Mykonos non è più né un’isola gay, né trasgressiva, né estrema. I gay si sono chiusi in un paio di luoghi ben precisi (Elia, pierro’s porta, elysium), le spiagge sono diventate un puttanaio di ragazzini/e postadolescenti con il mito di Ibiza. Tante famiglie, tanti bambini.

E i gay sono diventati tutti uguali. Fisicamente e come look. Uguali fino alla noia. E non erano manco tanto belli, a dirla tutta. E anche di questo parlerò in un altro post.

Comunque, per concludere, 10 giorni rilassati rilassati. Sono nera come una cozza. E ho le rughette della faccia che si vedono benissimo e mi fanno molta tenerezza. Ho guidato lo scooterino sempre io, appena il prof ha deciso che per lui era più rilassante. Bevuto 400 caffè, mangiato 2000 insalate greche. Fatto il pieno di sigarette a 2,50 al pacchetto.

Al ritorno, sull’ATR da Mykonos ad Atene, mi hanno fatto mettere nella cabina di pilotaggio per un problema di posti. Ho fatto un viaggio fantastico. Considerando anche che mi ero appena letta un libro di Crichton che spiega tutto sugli aereoplani (Airframe) e considerando che il viaggio è stato abbastanza movimentato per via del vento, ci sono andata di lussissimo. Una bimba, sorridevo come un’idiota, il capitano avrà pensato fossi demente.

Nel volo verso Roma ho dormito. Come un sassetto.

Ora c’è da fare. Molto.

Grazie al Dott per questa vacanzetta. Grazie al Prof per i chiarimenti e le lunghe chiacchierate e non solo. Grazie a me per averlo fatto.

 

 

 

Back to Italy

Mi preparo a rientrare.

Che poi il 15 trovo tutto chiuso e sara’ un casino.

Machissenefrega.

Bella vacanza, proprio bella.

Pochi pensieri, coccole a palla. Che le coccole degli uomini sono come quelle dei gatti: non sono di default, si conquistano. E questa e’ una buona cosa.

Certo sarebbe stato picevole incontrare lesbiche internazionali. Ma il mio gaydar e’ stupefacentemente spento.

Quello del prof, invece, e’ gravemente inquinato dal suo lato etero e, in varie occasioni, come un bestione da riporto, mi ha depositato sui piedini prede molto, molto carucce, ma etero e, tendenzialmente, desiderose di scoparsi lui.

Situazioni “Twilight zone”, devo dire.

Il travestito tedesco di Pierro’s pensava fossi etero. Un sacco di gente pensava fossi etero.

Io penso di essere nera com il carbon, ingrassata un pochetto e leggera come un colibri’.

Si va per la ricerca di un housemate o di una casa nei prossimi giorni. Tempo poco e preoccupazione a iosa.

Ho capito, in codesta vacanza, che sono abbastanza antipatica  spuntuta.

I’ve made an agreement with myself: inutile tentare di essere simpatica e socievolona, lassa perde. Tienti la tua aria da “non mi toccate che vi mordo”, un giorno passera’.

Baci e a domani, direttamente da Roma.

Buon proseguimento a tutti.

Intermezzo greco

Quando torno avro’ il tempo di essere piu’ precisa (su questa tastiera non trovo le accentate).

Sole sole sole, mare mare mare, ricchioni ricchioni ricchioni.

In quantita’ industriale.

Mai stata in giro con tanti uomini in vita mia.

Sulla spiaggetta di Elia sono l’unica donna. Al Pierro’s sono l’unica donna.

Il prof conosce gente in quantita’ e da ogni parte del mondo.

Resto sempre l’unica donna.

E non e’ male.

Una vacanza e’ una vacanza…

L’isola e’ veramente bella e il tempo clemente e delightful. Leggo libri in inglese (tutta la bibliografia di Michael Crichton, ad essere precisi) e ormai penso in inglese.

Lunghe chiacchierate con il prof intervallate da furiosi litigi. Sandra e Raimondo.

Tutta l’isola pensa che siamo una coppia di pervertiti.

So so funny.

Sono diventata una gigantesca insalata greca seppur molto abbronzata.

Vado che il prof mi aspetta, in verita’ e’ gia’ in spiaggia, conosce i miei tempi dilatati e si organizza di conseguenza, mi ha affidato lo scooterino e scende in autobus mentre io sono ancora in fase pane burro e miele.

L’eritema avanza inesorabile. Lo ignoro.

Chiusura per ferie

Soundtrack: Gotan Project Diferente

– Bocca chiusa, parola di scout –

Ma mi aspettavo un po’ di saluti e un po’ di persone che mi parlassero delle proprie mete.

Manc’ p’ ‘o cazz’.

Ops, ho detto cazzo.

Esto blog chiude per ferie da martedì, mi anticipo che ho troppe cose da organizzar.

Ammesso che io riesca a trovare un internet point laddove andrò, non so se lo farò, vorrei disintossicarmi per un po’.

Allora: amici e nemici, donne e ommini, adulti e bambini, lettori e dislessici, psicolabili e psicosolidi, fraintesi e contesi, amati e amanti, soli e accompagnati, vi lascio in balia di voi stessi, orbi del faro di Penelope che, da dicembre, illumina il Vostro cammino.

Potrei fondare una setta. Metto la Penelope gatta a fare l’oracolo. Le interpretazioni le do io, intrattengo rapporti sessual-manipolatori con tutte le pischelle vestite con tuniche bianche e mi faccio dare i soldi dai manager depressi in cambio di perle di saggezza di rara fattura (infatti, sono esentasse).

Finalmente una idea sensata e progettuale, direi. Un futuro cellò…

Come potete notare, sono in delirio, non posso spiegare il terrore dell’aereo che ho. E ne prendo due in un giorno all’andata e due in un giorno al ritorno. E da sola. E sperando che nessuno mi secci (=getti il malocchio sulla mia persona N.d.T.), non mi porto il computer e scriverò con la pennuccia e il quadernetto da viaggio ininterrottamente dal decollo all’atterraggio.

Santa pazienza.

Ci vediamo dopo ferragosto, gentagè, in forma e abbronzati, rilassati e felici, carichi di ottimismo incrollabile e pronti ad affrontare ogni in(v)(f)ernale avversità.

Nel frattempo chi resta è pregato di darne testimonianza su codesto blog, mi farebbe troppo male non trovare ningun intervento al mio ritorno. Non fate le bestie che siete.

Io vado in Grecia, l’ho detto? non mi pare. Al ritorno racconterò, se ci sarà da raccontare. Per le foto non se ne parla dato che sono l’ultima italiana rimasta a fare fotografie con una Petri dotata di due obiettivi (grandangolo e tele). Rimedierò con il cell che, però fa foto di merda.

Allora io andrei, mi mancherete, la rota sarà atroce ma, immagino, dopo qualche giorno sarà come se non avessi mai avuto un blog.

Baci e abbracci e sventolio del fazzolettino.