WoodyWoodpeckerStory

Soundtrack: Erik Satie – Gymnopedie No 1

Le cose finiscono.

Finiscono le cose.

Disse Woody Woodpecker dopo aver abbattuto la foresta amazzonica a colpi di becco.

Poi si sedette su un sasso un po’ scomodo e iniziò a costruire, mattoncino dopo mattoncino, un pozzo senz’acqua, ma con lui dentro.

“Non ho più pensieri da pensare” – si disse – “Vorrei trovarne uno, vorrei trovare una cosa da dirmi che abbia un senso o, quantomeno, una gradevolezza estetica”.

Ma per quanto si sforzasse, non ne trovava. Non aveva voglia di guardarsi intorno, per questo stava costruendo il pozzo. Non aveva voglia di guardarsi in faccia, per questo nel pozzo non c’era acqua.

Non sia mai detto un riflesso, un momento di acqua cheta che potesse rimandargli quella faccia, quel becco, quell’assurdo colore azzurrino e quel ciuffo rosso. Giammai.

Non era nemmeno la prima volta, era forse la terza, ma stavolta c’era un sapore definitivo alquanto terrorizzante.

Vai a sapere se è una cosa che capita a tutti i Woody Woodpecker ad un certo punto del loro ciclo vitale. Che ne possono sapere loro e, soprattutto, chi mai potrebbe dirglielo?

Avrebbe dovuto conoscere almeno un altro cartone animato azzurro e rompicoglioni come lui per chiederlo. Che già ci fosse passato, se ha a che vedere con la genetica dell’evoluzione. Difficile trovarlo. E’ sempre stato difficile trovarlo. Non ricorda di averlo mai trovato. Ma potrebbe sbagliarsi, la memoria è bastarda e, magari ne ha incontrato uno e non se ne è accorto.

Costruiva un cerchio di mattoni e, improvvisamente, gli partiva il becco e ne faceva a pezzi almeno due o tre.

Poi ricominciava a costruire.

A che serve? “A niente” – si disse – “ma cosa serve a cosa? e, soprattutto, non so fare altro credo”.

Aveva la sensazione di rispondere alle domande di qualcuno. Ma non c’era proprio nessuno. Non c’era niente. Solo lui, i suoi mattoncini, il suo becco iperattivo e un colore di cielo che non era facilmente definibile.

Almeno lui non lo sapeva definire. Gli pareva grigio, ma chi può dire quale fosse il colore reale? Ognuno vede le cose a modo suo. Non c’è verso di spiegare un colore a chi non lo riesce a vedere. Eppure era il suo stesso colore.

Avvertiva il beep continuato del suo elettroencefalogramma piatto. Impossibile, si potrebbe pensare.

Scherzi della mente. Oltretutto il beep copriva egregiamente ogni possibile pensiero in formazione facendone inutile poltiglia, piccoli informi aborti di pensiero. Orrendi a vedersi, peraltro, mentre si contorcevano sul fondo del pozzo che cresceva molto, molto lentamente.

Woody non sentiva più niente. Te dico gnente. Perché per sentire hai bisogno di esserci. Per esserci hai bisogno di saperlo e, se non c’è nessuno, che ne sai se tu ci sei o no? chi te lo dice che non sei un sogno degli aborigeni australiani?

Aveva la faccia bagnata. Non sapeva perché.

Scrisse la parola “speranza”, con il becco, sul muro. Ma non ricordava cosa volesse dire. La parola. Ma anche cosa avesse voluto dire lui. Aveva una sensazione di umidità nel cranio. Niente altro.

Ah sì, un leggero formicolio alle gambe, ferme da troppo tempo. Ma decise di ignorarlo. Non serviva a nulla sapere di avere un formicolio. Non c’era neanche modo di farlo passare se non cambiando posizione. E perché mai avrebbe dovuto? non credeva sarebbe cambiato niente. Dopo un po’ il formicolio sarebbe ripartito. Anche in un’altra posizione, anche in un’altro momento. Quindi, inutile spreco di energie.

Per cosa volesse conservare le energie, non era molto chiaro. Nel pozzo era sufficientemente protetto, specie minacciose in giro non se ne trovavano, eventi naturali cataclismatici non erano previsti a breve termine.

Ma non si può mai sapere. Quello è un istinto, mica un pensiero logico.

Aveva fame, Era abituato ad essere nutrito. Seccante procurarsi il cibo da solo. Seccante? no, questo è un tentativo di nobilitare una intrinseca incapacità alla cura di sé. Non ne era capace, punto e basta.

Volendo ci sarebbero state un paio di cose interessanti a cui pensare e da cercare nel deserto intorno.

Ma poi perché? per ricominciare a mettere in piedi cose che il becco avrebbe velocemente e radicalmente disintegrato? Non che riuscisse a produrre un pensiero così articolato e profondo, per carità, era un istinto anche questo.

Appoggiò la testa alla parete. Era rossiccia e polverosa. Umida come l’interno del suo cranio e la sua faccia.

Era stanco. Era stanco dentro. Si convinse di essere il sogno di un aborigeno australiano disabile (ipovedente, affetto da insufficienza mentale di grado medio e border line). Le cose prendevano un senso e lo alleggerivano un po’.

Trovò da mangiare ma non aveva più fame.

Trovò da bere ma non aveva più sete.

Improvvisamente si rese conto che non aveva più niente da fare. Che non c’era più niente da fare. Chiuso lì dentro, però, non riusciva nemmeno a trovare un mezzo utile a andarsene. In ogni possibile senso: niente scale per salire, niente balconi per buttarsi (ma aveva mai imparato a volare? non si ricordava), niente corde per issarsi o legarci il collo, niente armi per far rumore e farsi sentire o mettere a riposo il cervello, niente psicofarmaci o alcolici utili a far dimenticare la scomoda posizione sul sassetto dentro al pozzo. Ma, in fondo, chissenefrega?

Stese le zampette e decise che, stavolta, avrebbe sognato lui. Voleva rubare le immagini dell’aborigeno border line, nasconderle per benino e produrre lui stesso qualcosa di nuovo, diverso, più arioso e leggero. A glittering dream.

Ma soffriva d’insonnia e non si addormentò.

A ognuno il suo.

 

 

 

 

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