Riparliamone

Soundtrack: Telepopmusik ft Angela McCluskey Don’t look back

Appena tornata da Sperlonga. Un calvario arrivarci da Roma, se foste lettori interattivi vi chiederei di indicarmi una strada semplice e BREVE per arrivarci la prossima volta. Ma non siete interattivi.

Giornata bollente, mare splendido, Ultima Spiaggia neanche troppo affollata e bella compagnia. Sono stata con C** e Double I. Contenta di aver potuto parlare (e non chiacchierare) con C**, anche se c’è ancora strada da fare, si sente che abbiamo perso dimestichezza. Ma tornerà, perché per me è importante.

Sono nera come una cozza. Andrò a letto senza neanche docciarmi, sono troppo stanca e, soprattutto, io adoro questi momenti punk-a-bestia nei quali vado a dormire salata e sabbiata. Non ho idea del perché mi piaccia tanto. Alla maggior parte delle persone restare col sale addosso fa schifo. Io adoro.

Dunque dicevamo, “riparliamone”. Ci starebbe bene il video della Cortellesi.

E’ passato un anno, credevo non ci fosse assolutamente più nulla da dire o da chiedersi, nulla cui riferirsi, nulla di cui parlare. Mi si chiede, invece: “Come abbiamo fatto a sputtanare tutto così?”.

Combatto contro i pensieri e le interpretazioni e le supposizioni, combatto contro i ricordi, combatto con le parole spese per pochi centesimi e dimenticate. Da me, da lei.

Poi mi arrendo. Si vede che deve succedere. Inutile che io mi incazzi come al solito. Seguiamo il consiglio del monaco zen a lasciamo scorrere i pensieri, per quanto mi sembrino assurdi, fuori luogo e fuori tempo, evidentemente non lo sono.

Io non so se legge il mio blog. non ne ho idea, qualcosa deve aver letto perché l’ho ritrovata in alcuni suoi messaggi. Quindi, la spiegazione di come abbiamo potuto sputtanare tutto, io la metto qui. Se la legge, bene, se non la legge, qualcuno se ne occuperà, ne sono certa.

Ti ricordo che non ci amavamo più da tempo. Volersi bene e considerare l’altra importante e unica, non basta e non può bastare a mantenere in piedi un rapporto. Qualsiasi cosa sia stata tollerata, accettata, compresa e accolta durante il periodo nel quale ci siamo amate, è diventato il peggiore dei difetti e la più tremenda delle intolleranze quando abbiamo smesso. Entrambe.

Abbiamo provato a mantenerlo, questo rapporto – un po’ come gli etero quando fanno i figli – ma abbiamo finito per morirci dentro, prima, per considerare l’altro un carnefice, poi.

Abbiamo accumulato rabbia, dolore e sofferenza, senso di abbandono, insoddisfazione, incomprensione e rancore. Ma abbiamo continuato a camminarci dentro come muli per almeno due anni. Perché le persone importanti non si cancellano dall’oggi al domani, perché pensavamo che l’amore sarebbe tornato, prima o poi, perché abbiamo voluto credere che stabilizzarci, solidificarci, radicarci e standardizzarci sarebbe bastato.

Non è bastato.

Tu mi hai regalato il sogno di stabilità di cui solo io avevo bisogno (avevi 26 anni quando ti ho conosciuto, io 38 e molti, molti problemi di equilibrio, almeno quanto i tuoi), io ti ho regalato il sogno dell’essere amata con tutta l’essenza dell’altra. Due atti nobili e profondi. Totalizzanti.

Ma la stabilità non era il tuo sogno, amare con tutta me stessa è durato un periodo, non è stato per sempre.

Come se ne esce?

Se ne esce scavando fosse senza fondo, se ne esce tagliando dipendenze con violenza, perché non sia più possibile tornare indietro, se ne esce mettendo una distanza che non può essere più percorsa se non in un tempo lungo, molto lungo. Perché nulla più possa riportare indietro a quella routine, abitudine, dimestichezza che è diventata, in un attimo, un collare chiodato che potrebbe riagganciarsi al collo con facilità, se si smette di ringhiare, mordere e abbaiare.

E qualsiasi cosa può andar bene da usare come vanga per scavare: innamorarsi di un’altra, insultarsi, odiarsi, farsi male, fare male, manipolare fatti e persone.

Si avanza col machete per allontanarsi il più velocemente e lontano possibile e non importa se cadono teste. E dentro sai anche che ne cadranno tante, perché tante sono state le cose fatte insieme, tanta è stata la fatica per tenere tutto in piedi, tanto è stato il sacrificio.

Ma è sopravvivenza.

E siamo sopravvissute, infatti. Non siamo tornate indietro. Siamo riuscite a fare cose necessarie per ritrovare l’equilibrio perduto. Ognuna per sé, ognuna contro l’altra. Uno strano modo di tenersi in piedi continuando ad appoggiarsi alla stessa persona che si sta cercando di vaporizzare. Ma forse questo riguarda solo me.

Quello che resta dopo – e ci penso ora – sono macerie, ectoplasmi di memoria e piccole cose evanescenti. Il tempo migliorerà l’inquadratura, il tempo riporta e riporterà, lentamente, le cose nella loro reale dimensione. Le misure stanno cambiando e continueranno a cambiare.

Non è vero che per me è un problema vederti, non lo è affatto. Perché la questione non è questa.

E’ vero che, oggi, la messa a fuoco non è ancora quella giusta, è vero che l’inquadratura è ancora confusa, distorta, offuscata e scura.

Un giorno non lo sarà più.

Avrei voluto che un anno fosse sufficiente, che 12 mesi fossero il giusto tempo.

Ma evidentemente ci vuole ancora un po’ di sabbia nella clessidra.

Ciao e, ovviamente, fammi sapere quando mi restituisci gli ostaggi…

 

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