Mi dispiace, ma anche no.

Soundtrack: Tuck & Patty Time after Time
(già c’è, andatevela a cercare sul box, è che stasera li ho visti in concerto e altri pezzi non ce li ho)

Un po’ mi spiace che da un po’ di tempo a questa parte codesto blog sia diventato crepuscolare ed intimista fino all’eccesso. Penelopebasta è nato anche per sfogarmi, senza ombra di dubbio. Ma anche no. E’ anche il luogo dove inventarmi cose da scrivere, tirare fuori la parte cabarettistica e farmi leggere da quante più persone possibile.

Diciamocelo.

Se rileggo le cose degli ultimi tre mesi, mi rendo conto che la pesantezza regna sovrana e che la tendenza all’introspezione in stile vintage anni ’70 è pregnante.

Se penso a chi potrebbe capitare su queste righe (escludendo gli amici che mi conoscono bene e considerano il blog al pari di un aggiornamento telefonico su fatti, stati d’animo e curiosità), mi pare ‘na cosa illegibile. Anche ammettendo la tendenza italiana collettiva al Grande Fratello e al voyeurismo in genere, mi pare noioso uguale.

Ma anche no.

Da sempre scrivo per me, funzione terapeutica primaria, mi parlo allo specchio e mi dico le cose come stanno per me (non come sono, solo come stanno per me, c’è differenza, ma sono un’essere umano e l’obbiettività non mi appartiene per definizione). Mi s/chiarisco le idee, guardo le cose sotto punti di vista altri, mi lascio andare con poche censure e mi ascolto con attenzione.

Mi serve, insomma. Mi serve come il pane e l’aria.

Quindi questo è il periodo e nessuno è obbligato a leggermi.

Nuoto tra le poseidonie e ne scrivo senza più curarmi tanto del “lettore”. Ma anche no.

Ahhh bè, un argomento di un interesse propriio…

E’ che non mi voglio avviluppare nelle spire dell’intimismo depressivo, né rotolarmi nel fango dell’autocommiserazione narcisistica.

Ma non si può cavar sangue da una rapa.

E io sono rapa, in questo periodo.

Stasera mi sono commossa al concerto di Tuck & Patty a villa Ada. Lei è una nerona dal peso indefinito e dalla circonferenza toracica pari a quella di una colonna di San Pietro. Peraltro assomiglia ad una mia amica (C*P*) ed è in perfetto stile predicatore metodista. Fa delle splendide cose con la voce e ripete all’infinito “open your heart”. Lui è un bianco con i capelli bianchi, la metà esatta di lei. Suona la chitarra tenendola all’altezza della gola, praticamente. Fa delle cose fantastiche con solo 10 dita.

L’effetto su di me è “Blues Brother”, mi inginocchierei a braccia aperte gridando HO… VISTO… LA… LUCE…

Per mia ed altrui fortuna sono molto inibita. Però ho pianto. Pensa come sto. Per fortuna R* e A*non mi hanno visto. Sai che vergogna.

Mi è venuto anche in mente che so bene quello che non voglio. Vorrei invece sapere quello che voglio. Camminare per negativi mi ha un po’ sfracantato le palle. Che poi mi appare, anche questa, una cosa senza senso. Senza neanche significato. Quelle frasi fatte e inutili che ti sembrano pietre miliari della formazione della personalità ma che invece non significano un beneamato cazzo. Cosa voglio quando? in che momento? in che luogo? mentre faccio cosa? Per quanto tempo posso volere una cosa e perché non posso cambiare idea? E poi si può “volere qualcosa dalla vita”? Che frase è? ‘Na cazzata.

Voglio diventare una scrittrice famosa e ricca da fare schifo senza manco faticare troppo. Voglio vivere di rendita. Voglio un gelato (un cookie per favore). Voglio alleggerirmi. Voglio vivere 182 anni.

Cazzate appunto.

Non voglio niente di trascendentale. Nessun obbiettivo finale nobile e sostanziale. Di volta in volta vorrei (e sottolineo vorrei) le cose che mi fanno stare bene e che sono suscettibili di modifica da un momento all’altro.

Quindi accantoniamo sta strunzata.

Passo successivo? Ritrovare le energie, ma in modo diverso. Non so quale modo, ma non quello di prima. E’ stato parecchio antieconomico. Emotivamente. Vorrei “brillare” di energia e non esplodere di energia. Vorrei un equilibrio non esterno, quello è chiaramente una cosa inutile e anche dannosa.

Ma che sia il mio, senza stereotipi, senza sovrastrutture, senza aspettative, senza giudizio.

Perché del resto, sinceramente, me ne fotto.

E pensare che il simbolo dell’equilibrio me lo sono tatuato sul polso a 14 anni. Ago da cucito, cotone e inchiostro della stilografica.

E’ ancora qui nitido, definito e blu. Da 30 anni.

 

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6 thoughts on “Mi dispiace, ma anche no.”

  1. L’ HAI VISTO IL FILM “LUCIA E IL SESSO” ? DI ALMODOVAR.
    …TUTTI GLI “ANCHE NO” ERANO SU DI UN’ ISOLA.
    BACI A PRESTO

  2. Wè… ma me lo sono fatto pure io il tatuaggioda solo, coll’ago il cotone e la china! però mi sono tatuato il $ evidentemente a diciotto anni volevo fare la marchetta!
    che vita equilibrata sarebbe stata, avrei saputo dosare l’amore in rapporto alla mancia! 😀
    Alf**

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