Di zavorre e di armature

 

Soundtrack: The Doobie Brothers Long Train Running

23 giugno 2008 (che non so cambiare la data sul post)

Non amo scrivere in treno. In aereo mi calma, ma in treno mi rintrona. Mi rintrena?

Sto ascoltando Alanis, quello nuovo e do inizio alla mia settimana di passione. Vado da mia sorella per riflettere, per disintossicarmi, per venire a capo, ancora una volta, come sempre, come in ogni altri singolo giorno della mia vita, di me.

Sarà per questo che, periodicamente, mi incaponisco ad occuparmi di qualcun’altra che, possibilmente, stia peggio di me.

Pensiero altro per distogliermi da pensiero me.

Può essere altrettanto faticoso, ma sempre e comunque meno doloroso.

In Tassì mi veniva in mente un film di più dieci anni fa: Mission. C’è Robert De Niro che attraversa l’intera jungla amazzonica trascinandosi appresso la sua armatura e tutte le sue armi. Per scontare la colpa. Aveva ucciso per gelosia ed arroganza. Il fratello.

C’è un momento, forse più di uno, nel quale si va in giro trascinando la propria armatura e le armi usate di solito per scontare qualcosa. Qualcosa che non ci si riesce a perdonare. Se non diventasse metaforico, avrebbe un valore reale. La fatica fisica è l’unica cosa che placa la rabbia e l’orrore di sé.

Se si potesse provare fatica fisica, a trascinare i propri sensi di colpa, prima o poi ti sentiresti fiera di te – perché lo fai –, poi più forte – perché il peso resta uguale, ma tu diventi più potente -, poi sapresti che è arrivato il momento di buttare tutto via. Tutto. Che hai fatto sta strunzata sufficientemente a lungo, che un obbiettivo lo hai raggiunto, che ci sei riuscita a venirne a capo.

E la sensazione di leggerezza la sentiresti tutta per intero. Nel corpo, nelle spalle, nella schiena. E potresti volare, volendo.

Ma questa fisicità non c’è nel rapporto con i sensi di colpa e/o rimpianti e/o semplice senso di responsabilità nei confronti delle cose e dei fatti dei quali sei stata protagonista. Quindi puoi andare avanti tutta la vita e, in qualche caso, lasciare anche la tua zavorra ad altri prima di andartene. Succede.

Dunque, mettiamo che mentre stai girando per la jungla amazzonica con la tua armatura di ferro attaccata alla schiena, incontri qualcuno che fa la stessa cosa.

Identica.

Saggezza vorrebbe che tu ti allontanassi, il più velocemente possibile. Che tu cambiassi strada, che fingessi cecità assoluta. Una cosa così.

Ma magari no, ti guardi negli occhi e vedi nello specchio il tuo dolore e la tua paura. La tua stessa intolleranza all’esistenza, la stessa voglia di riscatto con te stessa.

E pensi bene di iniziare un pezzo di sentiero insieme.

E fai male.

Ma anche per lei è uguale. Vede la stessa cosa. Vede un modo per alleggerire il cammino. Come te.

No. E’ solo un incontro sbagliato al momento sbagliato. Un incontro di quelli da non augurarsi. Non in questo modo, non con questo peso.

E magari qualcosa funziona, magari chiacchierando e piantandosi gli occhi negli occhi sembra tutto più leggero, più agevole, più breve.

In qualche momento riesci persino ad offrirti di portare un po’ del suo acciaio. E lei del tuo. Sembra bello.

Non lo è.

E non è colpa di nessuno. E’ solo un buco nero che si sarebbe dovuto evitare. Senza nulla togliere al valore delle persone e del loro dolore, senza nulla togliere alla bellezza, alla gentilezza alla piacevolezza.

Buco nero.

Quando lo hai capito e lo scansi, ricominci ad odiare. Ricominci a sputare merda. Ricominci e basta.

Aggiungi qualcosa alla zavorra. Una ginocchiera, un elmo, un’altra spada. Perché dopo un po’ ti accorgi che stai facendo la stessa cosa per la quale vai in giro ad autopunirti con cura maniacale.

Ed è solo per questo che andava evitato quell’incontro.

Per il resto le persone sono quello che sono. Belle e brutte, orride e meravigliose, gentili e bastarde, intelligenti ed ottuse.

Niente altro, niente di diverso da te.

Questo cd della Alanis lo avevo sottovalutato. Sto a rota di sigaretta e non poco. Peraltro il cesso è impraticabile. Devo trovarne un altro. C’è un altoparlante che ronza ininterrottamente da quando siamo partiti. Angosciante.

Non mi aspettavo un pendolino così affollato. Lo chiamano Eurostar. Dovrebbero mettersi scuorno (=vergognarsi N.d.T.).

Cercherò di fumare alla prossima fermata.

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