Lesbiche avvilite

Soundtrack: Organized Noize ft  Queen Latifah – Set It Off

Le lesbiche avvilite guardano i panni puliti e si chiedono come fare a stirare con questo caldo.

Le lesbiche avvilite non sono riuscite a comprare il ventilatore perché il cinese ha chiuso.

Le lesbiche avvilite si guardano indietro e si chiedono a cosa cazzo serve sapere come ci si comporta in una relazione duratura, progettuale e stabile.

Le lesbiche avvilite si chiedono se ce ne sarà mai un’altra.

Le lesbiche avvilite guardano indietro oltre ogni tempo massimo, quando non è più giustificato né giustificabile.

Le lesbiche avvilite sono stanche di un sacco di cose.

Le lesbiche avvilite non riescono neanche tanto a realizzare le fortune che hanno.

Le lesbiche avvilite non capiscono cosa hanno da chiedersi, non ci credono proprio più, non hanno nutrimento per orgoglio e “forza interiore”, si stringono le mani da sole per farsi calore in una giornata che squaglia i cammelli.

E non vorrebbero stare così, si sentono un po’ stupide, un po’ ingrate, un po’ vittimiste e un po’ insopportabili.

Vorrebbero dirsi, le lesbiche avvilite, che passa, che è normale, che c’è un tempo per ogni cosa e che alcune di loro tendono a prendersi questo tempo quando le cose sono lontane lontane e fanno meno paura. Vorrebbero anche dirsi che va bene, va bene così, è necessario, poi un senso si troverà. Prima o poi.

Si domandano, sempre loro, perché investire, perché progettare, perché stabilizzare, perché provarci, perché insistere, perché.

Non se lo ricordano più.

Si ricordano poche, piccole cose. Quelle cose piccole che scalzano via quelle grandi dal buffer di memoria. Quelle piccole cose che però, non sono sufficienti a motivare i gesti e gli sforzi e il dolore e la caparbietà e l’ostinazione. Non che abbia più molta importanza, ma se non ha più importanza, cosa è importante? cosa serve a cosa? a chi?

“Che c’è dietro l’angolo?” – disse Marzullo – “non c’è niente”, rispose la lesbica avvilita, ben sapendo che questa frase, questo pensiero, questo mood, questo inutile buco nero della mente, la porterà fuori dalla porta del mondo civile.

Perché le lesbiche avvilite nun se ponn’ suppurtà.

Io sono una lesbica avvilita che stirerà i panni senza ventilatore e andrà a letto sudata come una foca per svegliarsi domani e andare a lavorare perché così le giornate passano prima. E un ragazzino, mentre costruisce con me un collage fatto con microbici pezzettini di cartoncino colorato e pongo mi chiederà: “A che serve quello che stiamo facendo?” e io risponderò: “A farmi stare meglio, ciccio”.

Mmmmhh (repetita juvant?)

Soundtrack: Freshlyground Doo be doo

Non sto bene.

Non sto niente bene.

La spinta propulsiva della rivoluzione del settembre 2007 è finita. E non mi ritrovo più la voglia.

Ho corso e sudato, mi fermo e l’unica cosa che mi viene in mente è di stendermi sul divano fino al 2020.

Mi ripeto.

Son preoccupata.

Senza rabbia mi spengo.

Che palle. Vuoto e inutilia. Mediocrità e piattezza. Elettroencefalogramma? Non pervenuto.

Guardo la tv dopo quasi un anno fino a sfinirmi.

Pure il blog mi ha rotto un po’.

Victim time? Depression valley? reset? delete? quit? Utente bloccato.

Non ci credo più.

Ancora un mese e poi vacanza.

 

 

Back Rome

Soundtrack: GNENTE

Nientedimeno in questo treno la presa funziona davvero. Mai successo prima.

Sono le undici e mezza ed è un gran casino qui. Ho il seggiolino singolo. Anche questo mai successo ed è sempre stato un mio desiderio.

Cuffiette nelle orecchie, schermo davanti. In  una botte di ferro, proprio.

Sono senza energie. Priva totale. Come se avessi dato fondo ad ogni riserva, credito o ipotesi di energia. Magari è solo il caldo o l’immobilità che chiama immobilità.

Una settimana di uallera (letteralmente = ernia inguinale, metaforicamente = pigrizia/accidia N.d.T.) totale. Ho dormito più di quanto umanamente sia possibile dormire. Preso sole il poco che basta a risvegliare il mio ceppo mediterraneo, fatto bagni come in una vasca – ferma e seduta sulla sabbia con l’acqua fino al collo – e poltrito fino a farmi dolere le gambe.

La bicicletta l’ho presa solo una volta. Troppa fatica.

Come diceva la mia ex: “cumm’è bell’ a nun fa nu cazz’!”

Strana cosa scrivere in treno. Mi preoccupo di essere guardata o letta mentre scrivo. Faccenda palesemente assurda. Ovviamente scrivo per far passare il tempo. Ho tre ore davanti e un’ansia che mi mangia il cuore.

Non so perché. Da stamattina. Forse non volevo tornare. Ma neanche restare.

Questa campagna è splendida. Mi sa che sto testo non sarà un post. O magari sì, tanto quello che non vi volete leggere non lo leggete. Però le mie cose migliori le leggete anche più di una volta, mi pare di capire.

Spesso, i miei cicci piccoli, dopo anni di lavoro, fanno dei clamorosi passi indietro che possono gettare nella più cupa disperazione la più esperta delle colleghe. Col tempo impari che queste involuzioni, queste “regressioni”, sono necessarie ai cicci piccoli per prepararsi al salto successivo. Come un elastico che per scattare deve essere tirato all’indietro, come un velocista che per partire deve appallottolarsi ai blocchi di partenza. Dopo un po’ li vedi schizzare lontano, crescere – a volte persino in altezza -.

E così ho imparato che i peggiori momenti di regressione hanno un senso necessario e positivo e non solo un sapore di sconfitta.

Sono diventata refrattaria alle critiche. Mi rivolto come un varano.

E’ che so’ stanca.

A volte mi sembra che mi si dicano cose senza cognizione di causa. Cose generali e generaliste che non tengono conto della realtà dei fatti. Ma è difficile dire se sia davvero così. Sono brava a dirmi strunzate e a scantonare dalla realtà delle cose. Solo che in questo periodo non vedo quali critiche mi si possono portare.

Una sì, la accetto, e riguarda la mancata protezione di mia nipote. Il resto mi pare normale amministrazione.

Alfolo dice che ripeto la mia età come una maledizione. Non è esattamente così. Vero che me la ripetono gli altri di continuo, anche quando io me ne dimentico. Vero è che è uno strano passaggio dell’esistenza del quale è difficile venire a capo. Non è il solito bilancio quinquennale, né il periodo di formazione tra i 35 e i 40, denso di dubbi, domande, desideri, buchi da colmare e bisogno di definizione. E’ diverso. E’ nuovo. E’ altro.

Fa caldo qui, c’è un gran casino di stranieri e vacanzieri nostrani.

Mi so’ rotta di scrivere.

leggo un po’.

Di Madri, nonne e matrigne

NON HO TEMPO PER TROVARE L’IMMAGINE

Soundtrack: Forest for the trees Dreams

Ho un mal di schiena che la metà basta.

Troppo tempo stesa. Sono presa in un gorgo di pigrizia senza precedenti.

Oggi prendo la bicicletta, almeno mi muovo un po’.

Ieri ho cercato di mettere il post sul blog, ma c’è una fottuta incompatibilità tra la mia pennetta e il computer dell’internet point.

Oggi ci riprovo e vedremo se ci riesco.

Sempre ieri si ragionava, con mia sorella, su quello che proprio uno non ha in sé. Su quello che noi, branco familiare, non siamo in grado di dare.

Non si può cavar sangue da una rapa.

Quando si cresce con un imprinting tanto particolare, come quello di non avere una madre, si alza la soglia del dolore. Impari a sopravvivere e, se puoi sopravvivere a questo, puoi sopravvivere a tutto (e questo non l’ho detto io).

E quello che si posiziona, sulla scala del dolore e dei problemi, al di sotto di quella linea rossa, non conta un cazzo e basta. Cosa da niente è.

La maggior parte delle donne che ho avuto a fianco, ma non solo, sempre questo mi hanno obiettato: “per te valgono solo i tuoi, di problemi, il resto lo sminuisci e sottovaluti”.

E’ vero, è sempre stato vero. Dico spesso che in fondo le nostre sono piccole vite e che, inesorabilmente, ognuno ha la propria personalissima linea rossa a delimitare la soglia del dolore. E che per ognuno è spaventosamente alta.

Ma negli anni, una parte di me ha smesso di rispettare le altrui linee. Una parte di me ha semplicemente cominciato a pensare che chi non ha idea di cosa sia il vero dolore, vale poco o, quantomeno, ancora non ha avuto il benché minimo contatto con la realtà e con la vita. Bimbi col ciucciotto in bocca.

Non è bello. Non è giusto. Non mi ricordo quando ho cominciato a diventare così.

Appartengo ad un branco familiare matriarcale, donne soprattutto pratiche, dall’aria inesorabilmente anaffettiva perché, tutto sommato, non c’è tempo da perdere con le smancerie, i poverina e gli abbracci perditempo. Bisogna fare. Fare subito, entrare in un loop di iperattività da emergenza che sia pragmatico, razionale, potente e che non lasci spazio alle emozioni inutili (piangersi addosso, abbattersi, fermarsi, proteggersi). Camminare anzi, correre e non importa chi o cosa si travolge nella corsa.

Siamo fatte così da tre generazioni

Mia nonna, mater ebrea cellula per cellula, che ci ha cresciuto con costanza e ostinazione, non ha mai concepito pause e/o attese. Fare, muoversi, organizzare,  predisporre, correre, agire. Ma lei è stata anche capace di abbracci caldi e partecipativi, sapeva consolare e farti sentire unica al mondo nella sua attenzione, sapeva leggerti negli occhi il dolore o la sofferenza e sapeva come curarla. Aveva nelle mani il potere di sciogliere ogni nodo dell’anima individuandolo con precisione. Io questo non ce l’ho, e me ne dispiace. Mia nonna un giorno ha detto: “avrei preferito morisse tuo padre, mio figlio, invece di tua madre”. Una dichiarazione d’amore e comprensione, il coraggio di capire e di vedere gli strappi dell’anima uno per uno, la consapevolezza che portare un dolore da adulti è, comunque, più sopportabile.

Fantastica mia nonna.

Poi c’era la moglie di mio padre. Madre coraggio per suo il suo figlio bello e dannato, donna fattiva nel caricarsi addosso una famiglia che non la voleva e che l’ha osteggiata apertamente per oltre 30 anni. Senza tregua. Lei non era donna da perdere tempo. Ci ha educate, ci ha dato il suo. E il suo era: sii autonoma, aggredisci il dolore, sappi chiedere aiuto, non dipendere da nulla, non ti aspettare niente mai e tieniti strette le tue emozioni, che condividerle non è di questo mondo. Mai una carezza, mai un abbraccio, mai una parola di comprensione. Ma presenza costante e adeguata in ogni momento difficile con i suoi modi e i suoi mezzi (storico il suo presentarsi con una pillola di tavor e un bicchiere d’acqua mentre al telefono, a 19 anni, mi comunicavano della morte dell’amico Claudio). Fu lei a mediare per l’organizzazione del mio aborto, lei a parlare con me quando morirono Massimo e Gabriella, lei a sostenere la mia andata via di casa. Con una durezza adamantina certo, ma gliene sono grata, ora.

Mia nipote, che è ormai lontana dalla sua bisnonna “panzer” e dalla sua nonna acquisita “don’t panic”, paga l’assenza di rassicurazioni, lo sguardo severo sui suoi momenti di cedimento passivo, la mancanza di parole di compassione (nel senso letterale del termine), l’assenza di abbracci e di carezze da incoraggiamento. Cerca di barcamenarsi e sopravvivere ad una modalità di essere che non prevede sconti, pause, cadute senza risalite, perdite di tempo.

Sarà anche per questo che, almeno io, ho la tendenza a drammatizzare sempre tutto. Se le cose appaiono peggio di quel che sono, forse si riesce a rimediare un abbraccio caldo o uno sguardo di approvazione. Non c’è più nessuno che debba o possa fare questo per me, non è tempo e non è il caso, ma è una sensazione che non muore, una incoercibile tendenza bambina.

Anvedi questa immobilità fisica dove mi sta portando.

Se dovessi riuscire a pubblicare sul blog ‘sti pezzi, saranno cazzi di chi legge. Noia mortale.

Non dovrei ma so che lo farò.

P.S. Ieri, a Napoli, hanno arrestato un ginecologo che faceva aborti clandestini. E’ lo stesso del quale parlavo nel mio post sull’aborto. Lo hanno preso dopo 30 anni. Il suo collega si è beccato anche una accusa di molestie. Non è cambiato niente.

Di zavorre e di armature

 

Soundtrack: The Doobie Brothers Long Train Running

23 giugno 2008 (che non so cambiare la data sul post)

Non amo scrivere in treno. In aereo mi calma, ma in treno mi rintrona. Mi rintrena?

Sto ascoltando Alanis, quello nuovo e do inizio alla mia settimana di passione. Vado da mia sorella per riflettere, per disintossicarmi, per venire a capo, ancora una volta, come sempre, come in ogni altri singolo giorno della mia vita, di me.

Sarà per questo che, periodicamente, mi incaponisco ad occuparmi di qualcun’altra che, possibilmente, stia peggio di me.

Pensiero altro per distogliermi da pensiero me.

Può essere altrettanto faticoso, ma sempre e comunque meno doloroso.

In Tassì mi veniva in mente un film di più dieci anni fa: Mission. C’è Robert De Niro che attraversa l’intera jungla amazzonica trascinandosi appresso la sua armatura e tutte le sue armi. Per scontare la colpa. Aveva ucciso per gelosia ed arroganza. Il fratello.

C’è un momento, forse più di uno, nel quale si va in giro trascinando la propria armatura e le armi usate di solito per scontare qualcosa. Qualcosa che non ci si riesce a perdonare. Se non diventasse metaforico, avrebbe un valore reale. La fatica fisica è l’unica cosa che placa la rabbia e l’orrore di sé.

Se si potesse provare fatica fisica, a trascinare i propri sensi di colpa, prima o poi ti sentiresti fiera di te – perché lo fai –, poi più forte – perché il peso resta uguale, ma tu diventi più potente -, poi sapresti che è arrivato il momento di buttare tutto via. Tutto. Che hai fatto sta strunzata sufficientemente a lungo, che un obbiettivo lo hai raggiunto, che ci sei riuscita a venirne a capo.

E la sensazione di leggerezza la sentiresti tutta per intero. Nel corpo, nelle spalle, nella schiena. E potresti volare, volendo.

Ma questa fisicità non c’è nel rapporto con i sensi di colpa e/o rimpianti e/o semplice senso di responsabilità nei confronti delle cose e dei fatti dei quali sei stata protagonista. Quindi puoi andare avanti tutta la vita e, in qualche caso, lasciare anche la tua zavorra ad altri prima di andartene. Succede.

Dunque, mettiamo che mentre stai girando per la jungla amazzonica con la tua armatura di ferro attaccata alla schiena, incontri qualcuno che fa la stessa cosa.

Identica.

Saggezza vorrebbe che tu ti allontanassi, il più velocemente possibile. Che tu cambiassi strada, che fingessi cecità assoluta. Una cosa così.

Ma magari no, ti guardi negli occhi e vedi nello specchio il tuo dolore e la tua paura. La tua stessa intolleranza all’esistenza, la stessa voglia di riscatto con te stessa.

E pensi bene di iniziare un pezzo di sentiero insieme.

E fai male.

Ma anche per lei è uguale. Vede la stessa cosa. Vede un modo per alleggerire il cammino. Come te.

No. E’ solo un incontro sbagliato al momento sbagliato. Un incontro di quelli da non augurarsi. Non in questo modo, non con questo peso.

E magari qualcosa funziona, magari chiacchierando e piantandosi gli occhi negli occhi sembra tutto più leggero, più agevole, più breve.

In qualche momento riesci persino ad offrirti di portare un po’ del suo acciaio. E lei del tuo. Sembra bello.

Non lo è.

E non è colpa di nessuno. E’ solo un buco nero che si sarebbe dovuto evitare. Senza nulla togliere al valore delle persone e del loro dolore, senza nulla togliere alla bellezza, alla gentilezza alla piacevolezza.

Buco nero.

Quando lo hai capito e lo scansi, ricominci ad odiare. Ricominci a sputare merda. Ricominci e basta.

Aggiungi qualcosa alla zavorra. Una ginocchiera, un elmo, un’altra spada. Perché dopo un po’ ti accorgi che stai facendo la stessa cosa per la quale vai in giro ad autopunirti con cura maniacale.

Ed è solo per questo che andava evitato quell’incontro.

Per il resto le persone sono quello che sono. Belle e brutte, orride e meravigliose, gentili e bastarde, intelligenti ed ottuse.

Niente altro, niente di diverso da te.

Questo cd della Alanis lo avevo sottovalutato. Sto a rota di sigaretta e non poco. Peraltro il cesso è impraticabile. Devo trovarne un altro. C’è un altoparlante che ronza ininterrottamente da quando siamo partiti. Angosciante.

Non mi aspettavo un pendolino così affollato. Lo chiamano Eurostar. Dovrebbero mettersi scuorno (=vergognarsi N.d.T.).

Cercherò di fumare alla prossima fermata.

Sfiga

Avevo preparato un post fantastico, avevo studiato immagine e musica e poi il lettore mp3 del cazzo si è convertito il file in una cosa che niente al mondo può riconoscere.

Fanculo.

30 minuti all’internet point e gnente.

Riproverò

Baci a tutti.

Mosci che siete.

Napoli, il Pater, la Bertè e molto altro

Soundtrack: Freak Power Turn On, Tune In, Cop Out

Week end intenso a Garbage City.

Partenza venerdì con la R*. Se partiamo ognuno per i cazzi propri, in genere, il tempo di viaggio è standard, anzi, sul filo del Tutor. Se partiamo insieme, i tempi di percorrenza si assommano. Quindi start alle 15 di venerdì, arrivo alle 19 e passa.

Però lungo la strada abbiamo raccolto il Fab sul pizzo della sua montagna.

Cena sul terrazzo della Colombaia e post precedente.

Sabato mi spiumo la capoccia quasi del tutto. Mi sembro un pulcino con la faccia da gallina. Per fortuna crescono. I capelli. E poi fa caldo, adoro infilarmi sotto la doccia con tutta la capuzzella e uscire con le piumette bagnate quando fa caldo.

Poi vado dal pater.

Vive in una strana casa, il pater, sembra un posto di vacanza.

Mi fa l’elenco delle doglianze. Ascolta un po’ le mie. Mi da persino una mano a risolvere un problema.

E’ ingrassato, è cambiato di viso in un modo che non riesco a capire. Non mi ricordo com’era prima. A pasqua. E’ rallentato. Forse fa la parte con me, forse è proprio così. Mi racconta anche dei suoi cazzeggi on-line con relativi fidanzamenti (in contemporanea?). Non vuole andare in vacanza. Non so cosa raccontargli, non so che dire. Non sa cosa raccontarmi, non sa che dire. Dopo un’ora vado via. Distanze siderali che si cerca di colmare in nome di un legame supposto e codificato. Ma non sentito. Tristezza profonda. Gli affetti che dovrebbero contare per definizione, non contano uno stracazzo. Mi sembra di sentire il vuoto rimbombare nella mia cassa toracica.

Le assenze marchiano. E non ti abbandonano mai. ‘Na sicurezza, il resto può sparire nel nulla, trasformarsi, ridimensionarsi, modificarsi. Le assenze sono sempre lì, per tutta la vita. Buchi che non hai modo di riempire. Nessun materiale li riempie. Nessuna emozione li copre. E se ci provi diventano trappole nelle quali cadere con aria stupita e sorpresa: “ma come, l’avevo coperto, com’è che me lo ritrovo sotto i piedi proprio ora?”. Misteri.

Fingo di fare shopping. Penso che avrei comprato un pantalone, due cd e tre libri. Mi basta.

Chiacchiere con il fab. Lo convinco a venire con me alla serata gaia all’arenile. C’è il concerto della Bertè.

E si lascia convincere…

Andiamo a mangiare alla Pietra. Un pezzo di lungomare meraviglioso malgrado il trionfo di scheletri dell’ex Italsider. Da sempre mi sono chiesta a chi è potuto venire in mente di scegliere uno degli scorci di panorama marino più belli del mondo come sede per una acciaieria. Menti malate, non c’è altra risposta.

Ogni tanto un cumulo di rifiuti si fa apprezzare per l’aroma. La situazione non è tragica, ma sgradevole.

Poi andiamo all’Arenile. Ma sbagliamo ingresso e ci troviamo con infanti-etero-tamarrissimi.

Seguiamo una checca-wave e troviamo l’ingresso del posto a noi dedicato.

Ho appuntamento anche con Alf**.

Con il fab ridiamo molto. Lui spacca le palle dicendo che non conosce più nessuno, che sono anni che non va alle serate gay napoletane etc. etc.

Naturalmente ha incontrato almeno 25 persone conosciutissime.

Decido di mandare un messaggio di auguri ad una persona che non voglio più frequentare. Mi sembrava un pensiero carino e naturale. Me ne sono pentita. Mai dare un possibile gancio a chi non sa restare nei limiti.

La Bertè arriva alle 2 dico “le due”. Noi abbiamo il provilegio di entrare al di là delle transenne dato che stamo con la R° che conosce bene l’organizzatrice della serata e la sua compagna.

La Bertè è brutta, sfatta, fatta e devastata. La Bertè canta con le basi e ha due energumeni orribili fissi sul palco che la controllano.

Le checche impazzite gridano “sei bellissima” e altre palesi assurdità di questo tipo. Mi viene l’ansia e sguscio via con il fab.

Una tipa mi guarda e mi dice: “sei una  pazza ad andartene da lì”. Io nutro dubbi sulla qualità della natura umana in generale e omosessuale in particolare.

Chiacchiere con Alf** e altre personcine ammodino che incontro. Buonaserata per me, in totale. Per un sacco di buoni motivi.

Ho fatto fare le 4 e mezza al fab… me lo ha ripetuto 100 volte.

Domenica ci svegliamo tardi entrambi. Io sono alquanto instabile. Lo ero prima, lo sono ancora.

Garbage City, alle 3 di pomeriggio e a 30 gradi è deserta e splendida.

Back to Rome.

Partita dell’Italia.

Paese di merda.

Infine, nutro invidia incontenibile per le persone che riescono a passare attraverso le proprie giornate senza farsi domande, senza dubbi, senza sentirsi responsabili di nulla. I wish i was.

Arrivederci, gente, questa settimana davvero sarà complicato per me scrivere.

Fatemi qualche sorpresa.

P.S. Collezionediuomini, stai attenta, Alf** ed io abbiamo deciso di scovarti. A qualsiasi costo.

 

 

 

@Colombaia

Soundtrack: Rita Hayworth – Put The Blame On Mame (dalla Library del Fab)

Sono a Garbage City, alla colombaia dei Fab.

E mi sento a casa.

Una sensazione così non l’ho mai avuta nella/e dimora/e parentale. Mai

Non sono a casa mia, ma sono nel mio posto. Chissà che dirà il proffab di questo… il docfab lo so già, mi sorriderà con la bocca e con gli occhi neri neri.

Funziona così e mi mancava questo stato di quiete e accoglienza. Accoglienza. Adoro l’accoglienza. E’ anche una delle poche dimensioni che mi permette di riflettere senza inquinamenti e senza difese. Perché non ho da dovermi difendere, qui nessuno votta a ffà male (=cerca di nuocermi, N.d.T.).

E quindi capisco molte cose, molti errori, molte debolezze di quest’ultimo periodo e tutto sembra prendere una dimensione più reale, comprensibile, limpida.

Acqua e aria fresca, quissù.

Mi sono procurata dalla nipotazza un pigiamino decente (?) per evitare di sentirmi dire dal proffab la frase che pronuncia ogni santa mattina che mi sveglio qui: “Penè, sei inchiavabile”.

Tento di preservare la mia autostima con un pantaloncino grigio con bordino rosso. Ma sopra ho una canotta da operaio rumeno. L’inconscio lesbico prevale sempre.

Vedremo al risveglio.

Domani pater, dopo oltre tre mesi. Chissà come sta il divo di meetic che gironzola per lo stivale inseguendo le Signore conosciute in chat. Ne fa 79 quest’anno. Ha cambiato un buon numero di abitudini che parevano consolidate come le colonne di San Pietro.

Quindi tutto è possibile. Come sempre dimostra irrefutabilmente il pater.

Buonanotte che stasera sono pregna di affettuosità e gentilezza.

“Sei quello che mangi”, si dice, mi verrebbe da correggere la cosa con “sei quello di cui sei capace di nutrirti”, ovvero se riconosci le cose buone che ti vengono date non puoi fare a meno di restituirle.

Ma che poetessa.

Sono una anaffettiva affettuosa, non c’è che dire.

 

 

 

Avviso ai naviganti

Soundtrack: Radiohead Karmapolice

Siamo passate alle foto fatte da me col Nokia. Pensa te.

Volevo dire alla platea tutta (e sì proclamando ella allargò le braccia in un immaginario collettivo abbraccio, socchiudendo gli occhi e beandosi della propria cretinaggine), che vado via per un po’, nel senso che ho vacanzetta di una intera settimana.

Pur essendo a -60 giorni di ferie, ho chiesto la settimana e me l’hanno data. I misteri del mio posto di lavoro.

Quindi ho tutta una programmazione cazzeggiante a partire da domani fino alla fine del mese e, presumibilmente, i miei accessi ad internet saranno limitati (che mia sorella è ferma all’età della pietra).

L’idea primaria era quella di fare un fatto last minute in qualche ameno villaggio vacanze in total solitudine, ma fatti contingenti (‘e renar’), mi hanno riportato sul piano di realtà.

Meglio, comunque, ho poco da dire in questo periodo ed ho anche, in generale, bisogno di disintossicarmi.

Prendetevi cura della nipotazza e, soprattutto, non vi perdete nei meandri del web.

Scriverò quando potrò (disse ella convinta di avere interlocutori interessati alla cosa).

Avevo in animo di fare una cosetta gentile che non farò, data l’alta probabilità di fraintendimento (disse, sempre ella, convinta di essere criptica).

Baci a tutti. 

Varie ed eventuali/Inutilia

Soundtrack: Aretha Franklin Respect

Poche cose da dire.

Sto in fase moscezza e scarsa reattività.

Mi mancano gli amici e vorrei fossero qui.

Cazzo non ho neanche un accendino oggi. Persi tutti. Cosa quasi peggiore che non avere sigarette.

Ho poco spazio in testa. Un po’ come un telefonino con memoria piena. Una voce continua a chiedere cosa deve cancellare per fare spazio e io ancora non ho deciso. Mi pare tutto da cancellare o niente da cancellare.

Evabbè, ma che palle. Non se ne può di ‘sti post intimisti…

Ieri sera mi sono preparata pappardelle funghi e speck. Piatto estivo. My first time. In genere odio prepararmi da mangiare. Mi annoia mortalmente.

Qualcuno mi sa dire di posti gay-friendly nelle Marche zona Ancona e dintorni?

L’altro ieri ho visto F**, la mia amica/colleguccia preferita. Ha una panza grande e rotondetta, un aria luminosa malgrado tutte le sfighe passate e il solito sorriso solare di sempre. Mi mancano i pomeriggi a chiacchierare di tutto con lei e a sperimentare ogni genere di terapia possibile sui cicci piccoli. Porini. Ma funzionava quasi tutto. Bello.

Non c’è altro, se non che una bimba mi ha detto che ho i capelli bianchi.

E’ tempo di colpi di sole…

 

Male-minded Lesbians

Soundtrack: Peaches Boy wanna be her

Esiste una categoria lesbica del tutto trasversale, che potremmo definire le Male-Minded Lesbians, ovvero le lesbiche che ragionano come gli uomini.

E, devo dire, ci sono prove a supporto della mia teoria, le trovate qui.

Codesta tipologia è quella che ritiene che le “donne” siano una sottospecie animale caratterizzata da due soli elementi: scopabilità e stupidità.

Non è contemplata la possibilità che le donne siano portatrici di elementi specificatamente umani quali: sensibilità, emotività, sentimento, dignità, orgoglio e altre cosette del genere.

La frase che si sente più spesso pronunciare dalle MML è: “Marò, ‘sti femmene ragggionano tutte taleequale, quando te la vogliono dare te la fanno sudare e poi rompono pure ‘o cazz.”.

Perché loro sono, naturalmente, esenti dalla bassezza della mentalità femminile, loro sono libere, tranquille, sessualmente evolute e illuminate.

Sono talmente esenti, da non considerare mai la donna che hanno di fronte portatrice di una qualche forma di intelligenza e capace di avvertire cose, fatti e malandrinate sottilmente costruite ai suoi danni (che, naturalmente, la MML non considera affatto ordite ai danni di lei, dato che non ne riconosce individualità e personalità).

Perché la MML ha la tipica necessità maschile di provare a se stessa di potere qualsiasi cosa, di essere superiore, di essere troooppo figa, di avere in mano la chiave dell’esistenza e di essere l’unica capace di interagire con le donne nel giusto modo.

Un uomo, insomma, e del tipo peggiore. Di quelli che qualsiasi donna sulla faccia della terra considera poco al di sopra di un animale e totale horror vacui.

Le MML desiderano essere come Shane di L-word (che non è poi tanto diverso da un uomo che cerca di essere come Rocco Siffredi) e provocare drama ogni volta che entrano in un locale (pensa che meraviglia: due esseri inutili che si battono per lei, la unica e sola MML, una figata pazzesca), hanno, da qualche parte, un oggetto su cui incidere le tacche per ogni scopata, non tornano a letto con una donna una seconda volta e, se ci tornano, lo considerano un bonus preziosissimo di cui la “fortunata” deve sentirsi beneficiata e grata e, naturalmente, questo poi sarà il leit motiv per giustificare e far passare qualunque genere di comportamento successivo da bestia maschile.

Quindi, le Male-Minded Lesbians sono una categoria che sarebbe meglio evitare, tantopiù se siete lesbiche dotate di sale in zucca o di una qualche forma di personalità.

Oppure scopatevele a casa loro e poi andatevene dopo un paio d’ore dicendo: “credevo ce l’avessi più grande” (non importa a cosa vi riferite, è l’effetto che fa).

Buona giornata a tutti e auguri alla mia sora che è il suo compleanno.

 

 

 

 

Ora

Soundtrack: Feist – Past in Present

Mi sento come quei castorini che tirano fuori la testa dal buco mentre la gente li prende a martellate sul cranio per farli ritornare giù. Ma anche come una che ad ogni angolo coprono con un cappotto e riempiono di mazzate. Come se stessi in una stanza buia e mi arrivassero randellate sulla nuca da tutte le parti.

Credo il concetto sia chiaro e ben spiegato.

Mi si dice che sto involvendo, mi si dice che mi allontano dalle persone che amo, mi si dice che ho bisogno di uno psicoterapeuta (e questo me lo dice uno psicologo e sottolineo psicologo), mi si dice che fuggo, mi si dice che sono compulsiva, mi si dice che mi comporto come se avessi 20 anni e che fa schifo a vedersi, mi si dice che non ho uno straccio di lucidità, mi si dice che sono distruttiva e autolesionista, mi si dice che ho perso la misura.

Mi viene solo da nascondermi in un buco. Nero profondo e pieno di cose che non vedo. Un buco già abitato che proprio rifugio non può essere.

Io non so più distinguere tra quello che penso io e quello che gli altri, gli amici, le amanti, la famiglia, mi dicono. Ho perso il confine.

Ho la sensazione di fare cazzate. Ho la sensazione di fare cose che non piacciono a chi mi sta intorno, ho la sensazione di essere sotto tutela e sotto esame. Ho la sensazione di essere sbagliata.

Mi fa orrore. Mi fa confusione. Mi fa fuggire. Mi fa venir voglia di infilarmi nell’unico buco disponibile che conosco. Sapendo quanto costa e cosa rischio. Non volendo fare la stessa fine di sempre. Non riuscendo ad alzare la testa e guardare avanti per la paura di sentirmi dire, ancora una volta, che non va bene.

E davvero non va bene. Davvero non va bene?

E’ questo il punto. Valgono entrambe le cose. Nello stesso momento.

Sticazzi.

Ho 45 anni, quante volte lo dico e quante volte lo sento dire. Poche responsabilità, miserabili certezze, vivo in una città che continuo a non mappare, non so cosa può succedere domani. Esco dalla devastazione classica di una lunga storia sentimentale finita una mezza chiavica. Ne sono uscita per rabbia e per orgoglio. Non ho nemmeno idea se sono in piedi o striscio sui gomiti, ora che è tutto definitivamente chiuso. So che non voglio morire dentro un’altra volta, non voglio quella cosa vischiosa che ho scambiato per serenità lungo tre anni della mia vita e della vita della donna che avevo accanto.

Ho gli amici – perlopiù lontani -, il mio branco familiare – parte lontano e parte avviluppato ai propri reali e indiscutibili problemi personali -, un lavoro – che da mesi non mi da certezza di stipendio -, una casa – la terza a Roma, la settima in generale, e si prospetta l’ottava a settembre – e la consapevolezza che è così che funziona da 27 anni a questa parte, inutile stare a pensarci.

Acting like a teen ager. Why not? perché nun se pò guardà. Ma l’alternativa che vedo io è restare a casa a leggere saggi storici con gli occhiali da presbite e le pantofole a forma di coniglio, andare per mostre e teatri, fare ginnastica dolce che sai, ad una certa età mica puoi esagerare e mangiare senza sale e con pochi grassi che sennò colesterolo e trigliceridi salgono alle stelle. Rischi l’infarto tesoro. E l’ictus. E il cancro ai polmoni se fumi così. E trovati una compagna saggia e tranquilla, capace di condividere e non spaccare le palle, trovati un rapporto sereno, pacifico, costruttivo, condivisibile, che è arrivato il momento. Find a girl, settle down… Ma io NON voglio questo, mi si spieghi cosa altro c’è, please.

Santa pazienza, mi pare una pezzo da 17enne, questo.

Comunque, mi sembra chiaro che non ho le idee chiare, mi sembra ovvio che sono in fase reattiva/emotiva a cose che sono arrivate solo ora – e vagamente – alla mia coscienza, suppongo che sia un periodo, capisco l’ansia affettuosa di chi mi sta intorno, capisco chi mi dice che scivolo troppo velocemente. Capisco la mia mancanza di coraggio nel dirmi le cose come stanno, persino il mio imbarazzo.

Di certo non serve a un cazzo, per ora.

Mi sa che vado dallo psicoterapeuta, và.

 

 

Quando si incontrano due lesbiche

Soundtrack: Propaganda – Duel

Succede che entro al bar, magari per un caffè prima di andare a lavorare e vedo una lesbica.

Ci si riconosce sempre, non si sa il perché, non si può definire quale particolare ti fa suonare il gaydar (radar gay, per i neofiti).

Il gaydar, di tanto in tanto, esplode in un allarme assordante, luci rosse e blu intermittenti e altri segnali poco discreti che festeggiano ingenuamente l’incontro tra simili, in questo caso lesbiche dichiarate e/o radicali. Altre volte sibila e, allora, sai che si tratta di una criptolesbica. Altre ancora vibra a intermittenza con una certa timidezza, nel qual caso si tratta di “piccole lesbiche crescono” ovvero lesbiche in pectore ancora in fase di definizione.

A far scattare l’allarme potrebbe essere un accessorio, il modo di essere vestita, il taglio di capelli, la gestualità. O tutti insieme. So per certo che le mie amiche etero, ormai da me ampiamente edotte su caratteristiche e categorie lesbiche, sono ora in grado di riconoscere i segnali con il proprio friendly radar. Quindi tutto ciò non  è mitologia omosessuale, è realtà.

Comunque tu sai lei chi è e lei sa chi sei tu. In un nanosecondo.

E poi?

Ci si guarda per un tempo infinitesimale e si lancia il messaggio non verbale in lingua lesbica: “ti ho riconosciuta” che si manifesta con un irrigidimento posturale, fessurazione delle palpebre, chiusura ermetica delle labbra in posizione “rido sotto i baffi”, spalle alzate che non si sa mai, magari è aggressiva o, al contrario; sorrisone, sguardo ammiccante, battutina a mezza bocca, postura conciliante che, non si sa mai, magari me la da. Seguono reazioni che possono variare:

  1. Non ti azzardare neanche a pensarlo perché ti taglio la gola con l’apribottiglie;
  2. Non ti permettere di pensare che siamo uguali, io non sono come te, lesbica di merda;
  3. Questo è il mio territorio, non mi costringere a farti pipì in testa, non c’è niente per te qui, sparisci:
  4. Apperò, sei passabile, ci guardiamo di nuovo?
  5. Ci diamo il cambio per lasciare inalterata la percentuale di presenza lesbica nel bar?
  6. Sei un cesso, la solita lesbica camion del cazzo e levati dalle palle;
  7. Non mi guardare che mi vergogno;
  8. Vieni a casa mia adesso.

Generalmente, comunque, la camion tende alla protezione del territorio, la lipstick ad ignorare con nonchalance, la cripto a fingere di non capire e l’impegnata ARCI a fare amicizia.

Personalmente, o mi spavento a morte o mi viene da ridere. non so dire perché.

 

 

Back to Garbage City – ma invece no.

Soundtrack: Scugnizzi – Zoccole

Vado a Garbage City a vedere amici, tagliarmi il cespo di lattuga che ho in testa, ricomporre nella mia memoria visiva la faccia di mio padre e far uscire dal cranio il fumo e la nebbia che si sono accumulate.

Che poi i fab vanno via e io credo ripartirò sabato sera, magari mi dice bene.

Ho provato a cambiare template ma, alla fine, pure a me piace questo qui più di tutti. Uffa, volevo fare una variation, un po’ come andare a tagliare i capelli o fare shopping. Per sentirmi nuova di pacca.

Ora però dormo.

I’m sorry.

Non capisco più chi ha ragione e chi torto e, in realtà, vorrei uscire da questo tipo di labirinto. Ma non sono brava coi labirinti. Almeno potessi spostare qualche muro. Gnente, te dico gnente.

In macchina senza musica che palle.

Una noterella piccina piccina. Mi sono resa conto che io, alla mia ex-fidanzata, voglio bene.

6 anni non sono bruscolini e non vanno via con la pioggia.

Alla prossima.

******************************************

Non è vero, sono le 6 e ho deciso di restare.

Ero pronta con lo zaino sulla porta (sulla porta, sulla porta, cantava tale Federico?), ma poi ho pensato che non ce la faccio. Voglio restare. Voglio stare qua. Costi quel costi.

Perché? perché sono ossessiva compulsiva, perché sono emotivamente in disordine e tendo a dare testate nel muro quando non capisco cosa mi succede. Autodistruttiva e autolesionista. Ancora. A 45 anni.

E non so neanche se uscirò stasera.

Sorry.

Oggi è la giornata internazionale delle scuse.

?

Soundtrack: Non lo so, anzi ci vorrebbe la Regina Spektor  con Better, ma poi mi pare troppo.

Non so manco che titolo dare a questo post. Non so cosa scrivere. Ma voglio scrivere.

Lo scopriremo solo scrivendo.

Sono avvilita. Ci sono cose che quando ti accadono ti fanno rigurgitare tutto quello che credevi di avere ampiamente digerito. Come il sorso di birra il giorno dopo la sbronza.

Si prospettano tempi difficili.

Le mie gauloises rosse sono a sinistra. A destra il posacenere, davanti il pc poggiato sul portalaptop Ikea.

Mi sono piazzata in sottofondo una soundtrack da taglio vene.

La gatta strepita e protesta perché la pappa che le ho comprato le fa cordialmente schifo. Ho cucinato listarelle di vitello scaloppinate con i funghetti champignon. Buona, ma troppi funghi.

Giornata lunga ma almeno ci pagano anche questo mese. Non è poco. Ho detto ad uno dei miei cicci preferiti che se voleva litigare ero prontissima, non aspettavo altro. Mi sa che si è spaventato un po’.

La settimana prossima mi partono le mie due collegucce preferite. Palle a quadrigliè.

Sono avvilita. L’ho già detto? penso di sì.

Quello che facevo mi piaceva, ma semplicemente non posso più farlo. Non è bello. Sono senza energie. Mi chiedo il perché delle mie scelte. Costantemente in contrasto con l’istinto. Le conclusioni sono sempre le stesse. E ancora me ne stupisco.

Che faccio adesso?

Non mi importa, in fondo. Qualcosa farò, l’istinto di sopravvivenza prevale sempre at the end. Mia sorella mi dice che è più preoccupata per me e la mia vita che per la figlia.

Consolante. Perennemente in emergenza emotiva (e pure pratica, in genere). Come avere un cane, un animale domestico che sai non potrai lasciare mai solo perchè non ce la può fare. Non è in grado. Inabile al quotidiano e all’esistenza.

So che faccio la logopedista perché capisco, esattamente e perfettamente, cosa sia il disadattamento. Che è “la cifra stilistica” della mia vita.

Ma cos’è, l’ora del vittimismo?

Pare di sì, meglio cambiare registro. Ma la mia estensione vocale lascia un po’ a desiderare, in verità.

Non sono nemmeno stanca, solo avvilita e niente più. E a piangere non son capace. Cheppalle. Anzi di più.

Ci vuole un po’ di shopping selvaggio.

Adesso la gatta è stesa sulla mia pancia. Mi fa le fusa e affonda le lungherrime unghie nelle mie carni. E’ affetto, lo so, ma a volte fa male.

Ho mandato una mail alla mia ex perché voglio chiudere ‘sti cazzo di sospesi rappresentati da scampoli di cose, quisquilie e pinzillacchere che mi intristisce vedere appese all’ingresso, in attesa di uno scambio di ostaggi che non ha più ragione di esistere. Non credo di essermi spiegata un granché, ma immagino chiunque abbia avuto a che fare, dopo una separazione, con le decine di oggettucoli altrui ritrovati tra le pieghe dei propri. Ho la sensazione che in fondo restino fili appesi. Sottili lenze di nylon lunghe chilometri, in attesa di sentir tirare. Non che sia voluto, sensato o preventivato. Mi sa che avviene e basta. Senza coimplicazioni di sorta.

Penelope gatta appoggia il capoccetto sul palmo della mia mano e chiude gli occhi. Allunga la zampa nera sulla mia tetta. Riapre gli occhi e mi guarda con un misto di affetto e perplessità. Mi tocca il polso col naso umido. Spinge. Adesso mi accendo una sigaretta e lei andrà via. E’ una accanita sostenitrice dei danni da fumo passivo.

Penso che andrò a letto e mi chiederò, prima di dormire, perché non so mai fare “la cosa giusta”.

Le Frasi Inutili

Soundtrack: Gabin – Doo Uap, doo uap, doo uap

Prima di ogni altra chiacchiera ho da dire che, con il post sul Gay Pride cui, come detto, tenevo molto e che mi è costato pure sudore delle ditine e fatica organizzativo/sintetica, ci sono state, su questo blog, 163 visite. Il post vintage/personal successivo – che parla, fondamentalmente di cazzi miei e manco si capisce cosa voglio dire – ha avuto 264 visite. Ma come si deve fare con voi? Siete la mia disperazione e il mio nutrimento narcisistico all together. Magari sarà un caso, ma capita fin troppo spesso. Pane e Grande Fratello, questo mangiate.

Detto questo, passiamo alle strunzate odierne.

Le frasi inutili sono quelle che mi sono state dette quando non ero neanche lontanamente pronte per capirle. Le frasi inutili sono quelle che cercano di darti una diversa visione della TUA realtà quando, perlappunto (ma anche questa, attaccata o divisa in tre?) la realtà è la tua e hai il diritto di vederla come cazzo ti pare.  

Le frasi inutili hanno il sottotesto che recita “lo capirai da grande”. Hanno il senso di riempire la bocca di chi le formula e non servono ad un beneamato cazzo (?) a chi le ascolta.

Le frasi inutili sono quelle che cercano di spiegare a te quello che stai vivendo, come lo stai facendo e perché, quando tu non hai nemmeno idea di quale sia il tuo nome di battesimo.

Io sono la regina delle frasi inutili. Useless Sentences Queen…

Ne dico e ne ho detto una quantità non misurabile con i tradizionali mezzi a disposizione. Ci vorrebbero le misure astronomiche.

E l’ho capito all’improvviso. Oggi.

E’ che, secondo me, le frasi inutili servono a nascondere l’impotenza che si prova di fronte alla altrui determinazione a fare e dire cose auto ed eterolesioniste.

Quando si vuole bene a qualcuno non si riesce a guardarlo mettere le mani sulla fiamma viva senza fare nulla. Non lo si regge e si parte con pippotti, cappelletti, paraustielli e libere interpretazioni, a volte giustificazioniste (io propendo per questo settore), a volte aggressicritiche (ogni tanto mi partono pure queste però).

Non serve a un cazzo. O si prende la persona a cazzotti fino a farla svenire, per evitare che si ustioni o dia fuoco a una casa, o si lancia l’asciugamano bianco e si resta a guardare lo sfacelo. Tanto ognuno ha i propri tempi, i propri campi di battaglia da attraversare, i propri dolori da affrontare e il proprio diritto a raccontarsi cazzate a tempo indeterminato.

Che se ne tenga conto in futuro.

Non me lo ricordo

Soundtrack: Tuck & Patty Time after Time ( 1988 )

Com’ero 20 anni fa?

Non me lo ricordo.

E 10?

Buio totale (nel caso vi toccavano Puff Daddy o Madonna come soundtrack).

Ricordo, ma non so quando, di essere stata una persona distruttiva, violenta, disgregata e senza nessuna idea su chi fossi per davvero.

Per lo più (ma si scrive attaccato o staccato?) una stronza.

La frase che mi ha accompagnato per un decennio buono era: “ti voglio bene ma non ti stimo”. Una cosa atroce da sentire quando capisci che cosa significa. Ma ci vuole tempo e fatica per capirlo. E manco sono sicura di averlo capito ora.

Vagavo nei vuoti della mia personalità (?) cercando di diventare un essere pensante, autonomo, ragionevole e affidabile. Facevo anche un po’ finta, intorno ai 35, di essere diventata una persona fatta e finita.

Se cerco di dare un senso al mio “percorso” (maddai come sto anni 80 stasera) devo prendere in mano un volume della “Enciclopedia della Patologia Mentale da Adamo ed Eva ai giorni nostri”. E non è detto che lì trovi qualcosa che mi possa aiutare a riordinare il tutto.

Dentro e fuori le cose di continuo. Cento cose iniziate e non finite. Fughe forsennate. Margini. Autoesclusioni. Proteste silenti che mi facevano esplodere la giugulare.

Amicizie tirate e massacrate fine al limite più estremo. Prove di forza. Polemiche sterili per restare lì, al centro del mondo degli altri. Affetti giocati sul tavolo verde (o la va o la spacca). Movimento perenne da necessità di non pensare, non pensare, non pensare mai.

Denaro che scivolava dalle mani come fosse olio d’oliva. Relazioni affettive da incubo. Terrore di misurarmi con le cose, le persone, la realtà, la società, i ruoli, le responsabilità (detto così, però, mi pare che io stia parlando di stamattina).

Ma io questo non lo sapevo. Credevo di essere definita e solida, credevo di essere sfaccimma (=figa, N.d.T.), tosta e assolutamente alternativa alla noia terrorizzante della mediocrità. Credevo di essere meglio, credevo di saperci fare, di essere l’unica a sapere come si vive davvero, di essere più viva di chiunque altro.

E gli altri erano nemici. Nemici che non capiscono, che non sanno campare, che non sono sinceri abbastanza, onesti abbastanza, liberi abbastanza da avere a che fare con me.

Che tenerezza.

Quando vedo una persona ancora incastrata in quel fottuto labirinto di specchi deformanti, mi sanguina il cuore. Allungherei la mano per tirarla via di là, per riportarla al sole, alla luce impietosa che mostra solo il terrificante vuoto che ci si porta dentro. Non riesco a farne a meno. Sono capace anche di mettermi lì, all’uscita, e aspettare che qualcuno si aggrappi alla mia mano. A volte ho preso gli specchi a testate. Ma le mani non si aggrappano e la testa mi ha fatto male.

CRIPTOPOST carico di reconditi significati che “me capisc’ sul’ io”.

 

 

 

 

Gay pride 2008

Soundtrack: Bikini Kill & Joan Jett Rebel girl

(Ho provato a rileggerlo e, devo dire, è lungo e annoia facilmente, questo post, ma ci tengo, ha molto senso per me, quindi impegnatevi un po’ e siate carucci)

Allora.

Ho molto da dire su tutto. Immagino che ai più interessi poco e penso che, ormai, del Gay Pride si pensa solo il peggio e nessuno ricorda i perché, i percome, i perquando e chi e cosa. Vi tocca quindi

  1. un post chilometrico, mi congratulerò vivamente con chi riuscirà ad arrivare in fondo;
  2. un ripasso;
  3. cenni storici arraffazzonati;
  4. clamorose e imperdonabili anomie;
  5. critiche mie;
  6. reportage dalla sera di venerdì a tutto sabato;
  7. link a varie cosette;
  8. riassunto degli interventi finali.

Quasi una cosa seria, direi.

Ripassiamo qui (anche se è uno schifo di spiegazione), ricordiamo che quello del 2000 vide la partecipazione di circa 300.000 persone (giubileo… prima feroce condanna della chiesa… strumentalizzazione vatican/politica… do u remember?). Voglio ricordare quello del 2000 perché vorrei che tutti noi recuperassimo dalla memoria collettiva che, 8 anni fa, questo era un paese laico, pensante, aperto e pronto all’evoluzione sociale.

8 anni fa. 96 mesi fa. 416 settimane fa. 2.920 giorni fa.

Il Gay Pride di ieri era una pena. Diciamocelo. Non dico le 10.000 persone indicate dalla questura, ma circa trentamila ad essere buoni assai. Ma per la cronaca aspè, devo dire prima un’altra cosa.

La Sonica, la R* ed io decidiamo, venerdì sera, di partecipare ad una riunione di FacciamoBreccia (quelli di NO VAT) che si tiene a Forte Prenestino.

Arriviamo tardi, siamo lesbiche con fuso orario alter (soprattutto lavoriamo, nun se po’ organizzà ‘na riunione che comincia alle sette durante la settimana). Giusto in tempo per vedere la conclusione del discorso della tipa di NO VAT che si autocelebra per la resistenza pacifica fatta a Verona (non ne so un cazzo, a dire il vero e non riesco a trovare un articolo che riguardi questa cosa, mi farò aiutare poi), insulta e tuona contro i fascisti ed il fascismo, contro il governo di destra e contro il pericolo dello squadrismo emergente. Applausi di circostanza dalle 50 persone presenti. Molti pischelli. Il resto vetero-vintage.

Prende parola Helena Velena, persona della quale nulla sapevo. Mi dicono le informate (Sonica e R*), che è un personaggio contestato e discusso ma di brillante e dimostrata intelligenza. Inizia con una affermazione molto interessante, ovvero che magari esistessero dei nemici identificabili e delimitati.

Il succo del suo discorso è: “il problema non sono i fascisti, ma la strisciante mentalità sessista, omofoba, razzista e cattolica che appartiene, ormai, a tutti gli italiani. Il problema è il menefreghismo italiota, l’individualismo esasperato. L’ideologia non esiste più. Nei licei fa figo essere di destra ed essere di sinistra fa sfigato e tossico. Gli zingari (scopro che bisogna dire Sinti, da un paio di giorni a questa parte) e gli extracomunitari non li vuole nessuno. E’ la destra che rappresenta le classi sociali più deboli, mentre la sinistra se ne strafotte e ha perso ogni contatto con le realtà sociali in generale.”.

E’ un riassunto uso Bignami, mi rendo conto, ma credo si capisca bene il senso della cosa. qui si fanno pippe e ci si concentra su una minaccia che, di per sé, non vale nulla (fascisti). Il vero problema è che TUTTI, ormai, si sono rinchiusi in realtà individuali e considerano benvenuto chi, in qualunque modo, difende quei privilegi e quelle posizioni (anche minime, anche sulla soglia della sopravvivenza, anche di merda). Vedi Pigneto, vedi circumvesuviana di Napoli, vedi sgombero campi rom eccetera eccetera, il tutto nel silenzio generale.

La tipa di Facciamo Breccia, a metà dell’intervento della Velena, si alza e la prende per il culo rivolgendosi alla platea, quindi la interrompe. I 50 la applaudono applaudono però, e con molta partecipazione. L’intervento cui doveva lasciare spazio era quello di una pischella che sciorinava, con un linguaggio che NUN SE PO’ SENTI’ (mi pareva di stare ad un Collettivo Studentesco del mio liceo, addì 1978), le aggressioni fasciste di questi giorni, concludendo con “se non facciamo qualcosa questi ci ammazzano”.

Noi tre decidiamo di andare via. No. Non si può vedere ancora una cosa del genere. Non si può restare in un posto dove la libertà di espressione è pari a quella del resto dell’Italia ovvero nulla. Non si può partecipare quando finalmente senti qualcuna che dice quello che pensi tu e gli altri la mandano affanculo.

Tra parentesi ragioniamo (le tre grazie) sul fatto che ormai ci sentiamo rappresentate da uomini. La Velena come la Lussuria. Trans, ma sempre a base maschio. Che impressione.

Dunque ce ne andiamo avvilitelle anzicchennò.

Sabato 7 giugno.

Orario di raggruppamento a piazza della Repubblica alle ore 16.00. orario tipicamente gay, direi. Avevamo appuntamento con varie persone, ma ci siamo perse o non trovate mai. Formazione base: Sonica, Penelope, C** (che è amico della Sonica e uno dei tre ricchioni non misogini che conosco) e la sorella di Sonica.

Ovviamente nelle immagini del Pride la sorella della Sonica appare ovunque. Noi mai…

Recuperiamo R&B e A* dietro al carro dei No Vat e partiamo.

Pochi carri. Miseri. Il migliore è quello degli Orsi, sia per la musica che per lo spirito. Mi sono pure rotta il cazzo della mentalità omosessuale maschia perfezionista e impietosa verso le umane storture estetiche. Almeno loro se ne fottono.

Percorso breve ma allegro. Si approda a Piazza Navona. Dal carro dell’Arcigay partono gli interveti (le pippe?) dei soliti di sempre. La Sonica urla, polemizza e insulta fino a perdere la voce e si incazza perché nessuno la supporta. Poi un paio di persone le si avvicinano e le dicono che sono d’accordo con lei. Il momento clou è quando un tipo del Coro Gay (?) intona l’Inno dei Mameli con la mano sul cuore.

OH MY GOD. L’Inno di Mameli al Gay Pride. Telefono a mia sorella nelle Marche perchè qualcuno lo deve sentire e mi deve dire che è vero, io non ci credo.

Poi i soliti Grillini (che parla di Berlusconi, ancora?), De Simone (che parla del governo come di una entità aliena, lei dov’era l’anno scorso? non si sa), un tipo che esordisce dicendo: “Sono un ex-senatore”, come se fosse un fatto che ci fa piacere (quindi prendi una pensione da migliaia di euro per non aver fatto un cazzo, bastardo che non sei altro), il Presidente dell’Agedo e tutta quell’umanità dirigenziale che, da anni, appara sempre le stesse quattro cazzate ad ogni Pride e che, negli scorsi 8 anni, avrebbe dovuto lavorare per il riconoscimento dei Diritti Civili e non ha combinato un cazzo di niente.

Ascoltiamo Vladimir Luxuria prima di andare via. Dice cose ragionevoli e ben espresse, come al solito, ma non è consolante.

Non una proposta, non un richiamo al fancazzismo del governo precedente, non una dichiarazione di intenti, non una promessa, non un rimando alla necessità di organizzarsi e premere per diritti e riconoscimenti.

Quest’è.

Sorry per il chilometraggio, ma mi sono sentita in dovere di riportare le cose per quello che sono.

Io mi sono divertita, devo dire. Ma a piazza Navona mi è venuto da vomitare e non per le quantità di birra spropositate da me ingerite prima e durante il corteo.

Dibattito please. interventi, commenti e insulti, se credete. E’ l’unica cosa che mi farebbe sentire meglio.

 

 

La mia moto

E’ quasi uguale a questa

Soundtrack: the Clash Rock the Casbah
(che è dello stesso anno della mia moto)

Io ho una motocicletta.

E una Honda CM400T.

Ha 26 anni.

Pesa 290 kg.

La mia moto si chiama “la pantofola” ed è dal meccanico dal novembre del 2006.

Da non credere. Non ho mai gli euro per ritirarla. Soprattutto devo fare i documenti per farla diventare moto storica. Mi spacco le palle che la metà basta (e le foto e il bollettini, e le fotocopie e le richieste e gli uffici della FMR e l’iscrizione ad un motoclub…).

In questi giorni sono senza la mia auto (tagliando) e mi sono fatta prestare una Honda CB500 dalla R*.

Potrei far partire il pippotto che gran parte delle lesbiche metropolitane hanno una moto e anche grossa. Ma mi rompo un po’, domani sveglia alle 6.00 e non mi va di fare ironia.

Avevo dimenticato la meraviglia e la fantasticità di codesto mezzo meccanico.

Ogni volta mi sento un cavaliere medievale. Infilo i miei guantini – che d’estate sono a mezzodito – la mia bandana intorno al collo, la giacca con le protezioni tutta nera – regalo dei 40 dagli amici che tengono alla mia salute – e il casco con la mentoniera che si alza, tutto nero anche lui.

Ci salgo e parto. Anche se so’ nana. Anche se ogni volta ho paura. Anche se non corro mai troppo. Anche se mi bruciano gli occhi.

E non mi piace correre perché il bello della moto è che puoi sentire gli odori, vedere i fili d’erba che crescono sotto ai marciapiedi, sentire il vento, spaventarti per gli spostamenti d’aria dei mostri che ti passano accanto.

La moto della R* è sportiva e non sono abituata alla postura. La mia è una custom vecchia maniera, inguidabile ma comoda come la poltrona della TV. Non piega manco se la tiri giù. Ha il timone, lei, va manovrata, mica strapazzata.

Quando cade a terra, ci vogliono tre persone per rialzarla. Di solito cade perché parto con il bloccaruota inserito. Rincoglionita. Per andare in retromarcia devo scendere e trascinarla di forza. Un bove con l’aratro, mi sembro. Mai avuto il coraggio di farci un viaggio. Mi sembra troppo anziana per uno sforzo così.

E’ tutta meccanica, funziona sempre.

Mi manca però.

Mi rendo conto che l’argomento non suscita il benché minimo interesse ad altri che a me, ma stasera sulla tangenziale est mi veniva da piangere per la contentezza.

Pensa te come sto.

 

Ikea e Vecchi CD

Soundtrack: Frou FrouBreath In

Guarda guarda cosa è uscito dal cappello, Frou Frou. Incredibile.

Stasera ho meticolosamente sistemato i miei circa 300 Cd nel nuovo portacd dell’Ikea.

Rosso.

Le lesbiche all’Ikea si riconoscono sempre.

Sono quelle che si portano a spalla l’armadio Pax.

Tutto, compresi gli accessori.

E riescono a sistemarlo in una city car, non dico in una Smart, ma in una Twingo sicuro. Giuro.

E le lesbiche sanno montare qualsiasi mobile Ikea in 57 secondi netti senza invertire i pezzi. Hanno gli strumenti, il know-how, la pazienza e una infaticabilità che gli uomini se le sognano.

In comune con gli uomini, durante la ricostruzione del mobile Ikea, le lesbiche hanno le bestemmie, le maledizioni e la tendenza compulsiva a litigare con la propria compagna.

E adesso eccolo qui il mio totem rosso. Montato mentre in forno cuocevano i bastoncini di pesce.

Pieno pieno e diviso in: Italiani in ordine alfabetico per cognome; stranieri (sempre alfabetico per cognome, con qualche dubbio su dove sistemare la J e la K: prima o dopo la I?), compilation per titolo (l’articolo non conta) e – a parte perché non c’entrano più – la classica.

E’ uscito di tutto.

Non ho gusti musicali specifici, mi pare. Più che altro una inverosimile accozzaglia di roba dagli anni ’70 al 2000 e qualche punta anche anni 50. Dove cazzo li avrò presi?

E’ che ho anche lavorato in un negozio di CD. Avevo il conto aperto e potevo prendere qualsiasi cosa. Un intero album per un pezzo solo e, ora, non ricordo più quale pezzo mi interessava. E questi cd sono la metà di quelli che avevo, una parte consistente li ho lasciati alla mia ex fidanzata storica nel 1995 circa.

Il lavoro al negozio era allucinante e divertentissimo. C’era chi arrivava e canticchiava una canzone in una delirante tonalità pensando tu la potessi riconoscere, chi chiedeva “quel pezzo che dice: i love you”, chi voleva ascoltare qualcosa ma non sapeva dirti di che tipo, chi non sapeva pronunciare i nomi stranieri e chi lo faceva troppo bene. A natale mettevamo le casse fuori e ballavamo per strada. Il volume interno era da intervento ASL. C’era un settore denominato “new age” che raggruppava qualsiasi cosa non si sapesse definire, nei periodi di uscita di album sgamati, camminavamo tra pile di centinaia di Cd poggiati a terra (Mina-Napoli, per esempio, fu un delirio). Una tipa assurda telefonava e ordinava una cinquantina di Cd a nostra scelta per la barca o per la festa di capodanno o per il compleanno. Quando eravamo esaurite (tutte donne anche lì…) mettevamo i Prodigy a palla e chi entrava doveva urlare, non si abbassava mai il volume, MAI. Alla cassa ho combinato dei casini che la metà bastava e so impacchettare un cd in 2 secondi. Con il nastrino a rotolini.

Una vacanza ogni volta, devo dire.

Il negozio è fallito e io non ho pagato. Sarà fallito per questo? Naaaaa.