Rigurgiti

cappellavecchia.jpg 

(la mia casa era quella sulle scale, dietro il ficus, in questo cortile ho fatto feste open con almeno 70 persone) 

Soundtrack: Cocteau Twins ft R. Smith – Cherry Coloured Funk

Codesti giorni sono pregni. Ma pregni di che?

Non lo so.

Domenica pomeriggio, sulla via delle sette di sera, son giunte nella mia magione R&B con piglio determinato e battagliero.

La B*, che di solito si fa i cazzi suoi e, di solito, pare che scenda dalle nuvole di tastierilandia, aveva una cosa precisa da dirmi.

Precisa come un puntatore laser. E l’ho capita per metà. Perché metà la vedo e metà continuo a non vederla neanche sotto sforzo. Per quanto B* sia stata chiara, limpida, esaustiva e didascalica.

Quello che vedo (e metà di quello che la B* mi ha detto) è che io, quando ho a che fare con qualcuna, cambio. Radicalmente. E mi bastano più o meno 16 ore.

Ed è assurdo, ma succede. Pensavo fosse una parte che assumevo mio malgrado in passato, pensavo fosse una di quelle cose che è collegata all’oggetto della mia interazione (marò quanti giri di parole), invece sono semplicemente io.

Il che è drammatico.

E forse è ancora più drammatico che io sia andata totalmente in tilt. Un flipper cui hanno dato una bottarella di troppo. E non ho più saputo cosa fare, come comportarmi, cosa essere, come mostrarmi, quali limiti darmi, quali non darmi. In un loop di batteria elettronica che manco i Prodigy. Invece di lasciare che le cose andassero, vadano, procedessero, fluiscano (pare una cosa poetica, in realtà ho dubbi sulla consecutio temporum).

Una Lara Croft comandata da un pollice epilettico che continua a finire contro lo stesso identico muro. Accoderò video di conseguenza.

Sul resto devo ancora pensare, mi punge vaghezza abbia a che fare con l’autostima, la percezione di sé, l’accettazione ecc. ecc.

Così, collezionando cazzate dopo cazzate fino a provocare reazioni giustificate nel mio prossimo, mi sono ricordata di vecchie cose che sono ancora lì, cellula terroristica dormiente, ad aspettare un comando qualsiasi per saltare fuori e devastare il devastabile.

Non sono affatto sicura che c’entrino qualcosa con tutto ciò, magari è solo paraculaggine. Ma ho voglia di fare un riassunto.

Il 31 dicembre del 2000 (ehhhh), sono stata licenziata in tronco dal libraio antiquario che fungeva da donatore di lavoro. Licenziata alle 10 del mattino e buttata fuori dalla libreria alle 10 e 02. Per i miei ritardi cronici e per le mie espressioni supponenti che lo facevano andare fuori di testa.

Non avevo già soldi, non riuscivo più a trovare lavoro (troppo vecchia, nessuna specializzazione, troppo conosciuta come testa di cazzo, nessuna affidabilità, troppo sovradimensionata, nessuna umiltà con i capi). Thanx God non stavo con nessuno, ho iniziato a vendere tutto quello che avevo: tv, playstation, corredo, vestiti, oro e persino le stoviglie. Ero, appunto, sola, avevo già spremuto gli amici, aiuto dal pater chettelodicoaffà, non c’era più il negozio di Cd dove riuscivo sempre a lavorare quando mi serviva danaro.

Un pomeriggio mi sono seduta sotto il portico di Feltrinelli, ho realizzato che non potevo più sostenere la vita che mi ero costruita (?), ho fatto i conti col fallimento assoluto, ho pianificato il futuro giurando, in modo molto solenne, che un’altra botta così, culo a terra, non l’avrei presa mai più. MAI.

Avevo una casa di 18 metri quadri, tre gatti, un citofono che suonava a qualunque ora, libertà assoluta di movimento, nessuno cui rendere conto di niente, lavoro a nero. Avevo chi mi dava da mangiare, una vicina argentina che mi portava il caffè la mattina alle 7 e mezza sulla porta di casa. Un macintosh e un collegamento internet che era una rarità. Avevo il MIO territorio, il mio quartiere, il mio palazzo, l’unico popolare in una zona che più chiattilla e radical chic non ce n’è a Napoli. Scendevo a fare la spesa in pigiama, me ne fottevo. Avevo un conto aperto in libreria e uno nel negozio di cd, avevo il pub che mi portava i panini a casa quando mi rompevo di scendere e il contrabbandiere al piano di sopra che mi calava le sigarette nel panaro.

Avevo la vita che volevo, quella che avevo scelto nella ferma convinzione che sarei morta prima dei 40. Avevo il record di uscita di casa – la prima tra tutti i miei amici – e avevo iniziato a lavorare mentre tutti gli altri partivano col calvario universitario. Ho maneggiato soldi in quantità industriale per poi farli scivolar via con godimento e soddisfazione e, quando non li avevo, li trovavo sempre e comunque. Non mi sono negata nulla, che io ricordi.

Un percorso (?) di quasi 15 anni che si è dissolto nel nulla assoluto, lasciandomi l’assoluto nulla tra le mani. Nel frattempo avevo perso amici, parenti, amanti. In senso materiale ma anche figurato.

Ho provato terrore. Cosa mi restava?

37 anni, un diploma di Logopedista (ah, no, adesso è equipollente alla laurea primo livello… dopo 15 anni valeva anche di più), libri in quantità sporporzionata, 320 cd, tre gatti e le suppellettili della nonna.

Il programma futuro prevedeva: ritorno a casa del pater, tirocinio – che dopo 10 anni non mi ricordavo un cazzo di niente – poi ricerca lavoro e sistemazione permanente, definitiva, stabilizzata e sicura.

L’ho fatto e pensavo di morire.

Sì certo, la crescita, sì sì, adulta. E poi il futuro e le certezze e smettila di fare la testa di cazzo e stai zitta, ricostruisci e fai qualcosa di sensato, non ti fottere con le tue mani, stai attenta, impara a fare compromessi, metti i mattoncini al loro posto e non fare colpi di testa. Non litigare, non esagerare, non desiderare, non eccedere, non fare passi più lunghi della gamba. Che un’altra volta nella merda non ci voglio stare.

Oggi io sto vivendo la vita che voglio, come e dove la voglio. Mi fa paura perché ho paura di non saper, di nuovo, controllare me stessa e la mia testadicazzaggine. Vorrei una boa cui aggrapparmi, maancheno. Vorrei sapere cosa fare perché non mi accada di nuovo di restare senza nulla tra le mani.

C’è poi una seconda parte della storia. Magari un’altra volta, questo è il post della metà.

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8 thoughts on “Rigurgiti”

  1. “Vorrei sapere cosa fare perché non mi accada di nuovo di restare senza nulla tra le mani”.
    Se riesci a scoprirlo avvertimi, please!
    Di solito finisco con la sabbia che mi scivola tra le dita….

  2. ahhh cacchio lara croft che risate me l’ero scordata!dio santo quante capate le ho fatto pigliare a quella poverina, penso che pure a me mi chiamava dito a banana!!!

  3. testadicazzaggine… e chi non ce l’ha. Credo che la tua boa sia tu. Ti sei tirata su, hai rimesso ordine e sei ripartita per fare quello che volevi ad un livello di coscienza e volontà, se mi permetti, più alto: non mi pare che ti sia metaforicamente prostituita ad una vita da signora, figlia del papi, assistente di un consulente finanziario guarnita da chiuaua con cappottino. Non vorrei sembrare troppo retorico, ma credo che l’esperienza positiva e negativa di quegli anni non si possano definire sabbia o meno di sabbia. Hai preso una botta, l’hai incassata ed ora ne stai dando di nuove. Alleluia!
    Grazie per aver pubblicato la fotografia: ho bei ricordi di quel posto e quelle due o tre volte che ci siamo venuti mi sono sentito come a casa mia. Ricordi quando sono svenuto? 😀

    P.S.
    non per sollecitare, ma dato che ho avuto qualche problema con la posta elettronica, hai ricevuto il messaggio in privato?

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