La legge 194 del 22 maggio 1978

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Soundtrack: Alan Sorrenti – Figli delle stelle

Nella Hit parade di quel periodo c’era anche Patty Pravo con pensiero stupendo. A guardare indietro dalla cima di questi 30 anni passati, pare di vedere Sodoma e Gomorra.

Alla “guida del paese”, Andreotti e la sua DC. Non esattamente la modernità e la laicità fatta governo. Alla Sanità la mitologica Tina Anselmi, De Mita ministro senza portafoglio (immagino usasse già infilare le mani nei nostri), Cossiga agli interni e poi una sequela di onorevoli finiti sotto inchiesta per scandali di ogni genere e tipo.

Ho dovuto cercare un po’ su internet, non ricordavo granché.

Avevo 15 anni, la verginità persa da poco per scommessa con un ragazzone barbuto e stronzo, mia sorella era in Figgiccì e veniva a recuperarmi in classe ogni santissimo sciopero, l’eskimo, le canne, la birretta dopo scuola al bar.

Mio padre era il ginecologo di riferimento dei gruppi di autocoscienza femministi di Napoli.

Mi era già capitato, almeno un paio di volte, di partecipare a collette scolastiche per raccogliere soldi per fare abortire qualche amica o sconosciuta della scuola.

Ci volevano 500.000 lire, nel ’78, per fare un raschiamento da sveglia, su un lettino d’acciaio, tra gli insulti dell’infermiera e l’indifferenza del ginecologo e, prima di essere buttata fuori dalla stanza, era difficile evitare mani addosso e molestie varie.

Ma te lo tenevi, abortire era illegale e andavi in galera tu, se denunciavi il medico. Andavi in galera a 14, 15, 16 anni, in un paese dove parlare di contraccezione era considerato peccato mortale e dove la rivoluzione sessuale del ’68 e il femminismo avevano prodotto una assoluta idiosincrasia per la verginità.

Qualche volta, oltre all’aborto, rimediavi una sterilità permanente dovuta a qualche infezione o complicazione post-macellazione. Ci voleva molto coraggio, per abortire. E molta fortuna.

I nomi famosi a Napoli erano due. Uno dei due finanziava i mazzieri del Fronte della Gioventù, con i soldi degli aborti, l’altro era uno stupratore seriale.

Mio padre non ha mai fatto aborti privati, perché era illegale. Punto e basta.

Poi la legge passò, in un panorama che sembrava blindato come un caveau: in un paese cattolico, moralmente arretrato, dove persistevano ancora cose come “il delitto d’onore”, passò una legge sull’aborto magistralmente costruita. In pratica una delle migliori al mondo.

La legge permetteva, a medici, infermieri e personale sanitario tutto, di scegliere se farlo o meno. L’obiezione di coscienza.

Mio padre, socialista ed ateo, non si dichiarò obiettore. E fu uno dei periodi più difficili per la mia strana famiglia.

Naturalmente i due ginecologi che, per anni, avevano fatto i miliardi sull’aborto legale in città, si dichiararono obiettori, senza smettere mai, neanche ora, credo, di mantenere aperti gli studi e l’attività illegale. Perché l’informazione sulla legge era scarsa, confusa, spesso inaccessibile e la paura ancora tanta. Quegli studi sono rimasti aperti per le minorenni spaventate e per le donne che non sapevano.

Mio padre iniziò a mettere faticosamente in piedi il reparto di Interruzione Volontaria di Gravidanza in uno degli ospedali più grandi della città. In un sottoscala, perché il primario di ginecologia era obiettore.

Le strade intorno casa nostra si riempirono di scritte con il suo nome accompagnato dalla frase “Boia di Stato”. Alcune sono rimaste, per trent’anni.

Rispondevo a telefonate di uomini dall’accento pulito che minacciavano mio padre e la mia famiglia di morte violenta. Ci piangevo per ore. Non capivo il perché di tanta acrimonia, non ho mai saputo cosa abbia dovuto subire mio padre per fare il suo lavoro.

Il tutto perché, in realtà, la legge ha stroncato una delle maggiori e più sicure fonti di guadagno in Italia, più o meno come stava per succedere con la legge sugli embrioni e sulla fecondazione assistita.

Ma ricordo bene che ci si sentiva fiere di un paese che aveva avuto il coraggio di affrontare ipocrisia e realtà. Sembrava l’inizio di qualcosa, sembrava fossimo importanti e ascoltate/i. L’opinione pubblica ero anche io e quello che pensavo e desideravo aveva a che fare con il miglioramento della mia vita e della vita degli altri. Era una bella sensazione.

E la battaglia successiva fu per far capire e passare il concetto che l’aborto non era un metodo anticoncezionale, ma l’estrema ratio, che bisognava informarsi, sapere, scegliere, per evitare quel raschiamento, quella orrenda sensazione, quella terrificante responsabilità. E ha funzionato. Le percentuali di donne che abortiscono sono diminuite negli anni in modo impressionante, adesso è un problema con le immigrate, ma si lavora per questo.

Avevo 15 anni, appunto, sapevo tutto sugli anticoncezionali da quando ne avevo 12 (rimediai anche un paio di ceffoni da una madre bacchettona, per aver insegnato alla figlia cosa e come usarlo per non restare incinta). Passavo le ore in classe a tener lezioni ripetendo le frasi e i concetti e i nomi che mio padre mi aveva insegnato. Accompagnavo amiche e compagne di classe in Ospedale per la prenotazione, spiegavo e rispiegavo, litigavo e insultavo chi contestava la libertà di scelta.

Questi erano i temi in discussione e niente altro: libertà di scelta, legalizzazione, metodi contraccettivi.

Vorrei le persone ricordassero meglio e vorrei che chi c’era e ha vissuto il dilaniamento di quel periodo parlasse, perché fu forte e importante, perché fu una crescita, perché fu una forma di responsabilizzazione di un paese che stava ancora attaccato alla zizza del Vaticano.

Il movimento per la vita ci provò, a sollevare le obiezioni di sempre, ad effettuare terrorismo psicologico e religioso, a mettere sul tavolo delle discussioni il concetto di vita e morte, a contrabbandare immagini costruite per spaventare e bloccare. Nel 1978 e nel 1981 (referendum). Non ottenne nulla.

Questo è il quadro generale, questo è quello che succedeva in Italia. Poi parleremo di quello che è successo a me.