L’incazzosa Penelope

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Soundtrack: Pretenders – Brass in pocket

Così mi ha definito una mia visitatrice, così mi sento, in realtà, da mesi.

Come chiunque poteva immaginare, tranne me che sono lenta come un bradipo in coma e acuta come una talpa sorda, cominciano a nascere problemi per quello che scrivo, per come lo scrivo.

I segnali che mi arrivano non sono tanto piccoli, se li riesco a registrare persino io. La mia amica R** mi ha detto più volte che, fra poco, nessuno mi racconterà più nulla per paura di finire sul blog.

Insomma, c’è chi comincia a controllarsi in mia presenza e chi non si fida più.

Strano meccanismo.

Stamattina ero talmente inferocita che, se avessi avuto modo di scrivere subito un post, avrei appicciato (N.d.T. = dato fuoco) la tastiera. Ma la giornata è stata massacrante e domani sarà anche peggio. Non ho la forza di incazzarmi adesso.

Quando ho dato vita a questo blog, avevo bisogno di scrivere, di tirare fuori e vomitare il possibile e l’impossibile. Era una cosa per me e per chi ha a che fare con me. Mi auguravo di essere letta da molti, ma non ci avrei scommesso un euro.

Penelopebasta resta, comunque e malgrado tutto, il luogo dove posso fare, dire, sentire e esprimere quello che mi pare e piace, come mi pare e piace, quando mi pare e piace.

Il posto dove la mia ferocia prende un senso diverso, persino sano.

In realtà mi sono talmente abituata a lasciare sarcasmo e cattiveria liberi di scorrazzare tra i miei post, che sono diventata un animale anche fuori da qui; più di prima e più consapevolmente di prima. Ma non è questo il punto.

Il punto è che io non sono “La gazzetta delle lesbiche del mezzogiorno”. Qui non si trovano inciuci su persone che conosco, non racconto fattarielli del cazzo su chi si mette con chi e chi fa cosa e dove. Parlo delle persone con le quali condivido qualche cosa e, escludendo la donna che ha condiviso la mia vita per 6 anni (ma l’ho fatto persino con lei), tendo a proteggere chi credo vada protetto.

E, come ho già detto una volta, Penelopebasta è un blog soggetto solo al mio insindacabile giudizio, ai miei parametri, ai miei affetti e moti affettivi, alle mie paturnie.

Non mi interessa e non mi è mai interessato il gossip, a nessun livello e sotto nessun aspetto. So che è un buon argomento sociale, so che aiuta a stringere alleanze, a cementare amicizie, a risolvere serate noiose. Ma me ne strafotto.

Mi interessa, mi ha sempre interessato di più, capire perché le persone fanno certi gesti e non altri; cosa porta qualcuno a fare una scelta che sembra assurda, come mai un essere umano che appariva in un modo si trasforma in un altro, quali sono i parametri standard che vengono applicati nel giudizio del prossimo.

Le categorie, i fatti, le persone delle quali ho parlato qui, sono caricature, forzature e miniracconti inorganici che nascono dal mio divertimento e dalla mia voglia di prendere per il culo me, i miei modi, la mia timidezza, inadeguatezza e i miei comportamenti del cazzo.

Quello che mi stupisce è che, finché si è trattato di sputtanare persone che stanno sul cazzo a tutti o che hanno la meravigliosa capacità di ridersi addosso, niente per nessuno.

Vorrei sapere in quale punto del mio blog (escludendo la parte che riguarda la mia ex fidanzata, ovviamente), sono stata offensiva, dove ho esposto le persone che amo al pubblico ludibrio, quando ho permesso che qualcuno potesse scrivere quella parola in più che trasforma una caricatura in uno sputtanamento di fatti personali e privati.

Porca puttana. Il narcisimo è un animale cannibale e degenerato, mi sono lasciata prendere dal piacere di essere letta e mi sono persa qualche cosa che a me, forse, piaceva di più.

Sono abituata a mettere i cazzi miei in pubblico, l’ho sempre fatto e mi ha sempre fatto stare bene. Mi piace dire quello che penso, mi piace essere diretta, mi piace far sapere a quante più persone è possibile come mi sento e dove sto andando.

Questo prossimo we sono a Naples per il compleanno di una mia amica. Ho molta voglia – e poco tempo – di stare con la mia famiglia, quella che ho scelto, quella che mi regala energie e fiducia per continuare meglio la mia vita qui, a Roma.

Non ci sarà resoconto della festa.

I fatti e le persone riportati in questo blog sono frutto di fantasia e ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

vaffanculo2.jpg‘night.

 

 

I 4 cantoni

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Soundtrack: The Chemical Brothers – Hey boy, hey girl

Colonna sonora tosta, today.

Dunque, le lesbiche sono una categoria che non brilla per ironia, che si distingue per la sua congenita pesantezza, che raramente riesce a prendersi men che serissimamente. Donne al quadrato.

Ma, incredibile dictu, alle lesbiche piace giocare.

E’ da registrare la tendenza lesbica a vivere il gioco più o meno come lo vivono i bimbi entro i 3 anni e, cioè, non come condivisione, come scambio ma, più semplicemente, come: “E’ TUTTO MIO”. No matters chi si ha di fronte, in che stato si trova, che gioco propone e chi è rimasto a guardare. Questo è un dettaglio privo di importanza, per le lesbiche giocherellone.

La massima espressione di questa giocosità neonatale si estrinseca nella attività ludica denominata: il gioco dei quattro cantoni.

Per chi non ne abbia memoria (c’è gente nata direttamente durante la cosiddetta “seconda repubblica”, va ricordato ai più), è un gioco molto vintage, da fare nell’androne del palazzo, della scuola o, in mancanza di luoghi dotati di colonne, in cortile.

La base per il gioco sono 5 persone e 4 colonne o angoli o luoghi definiti “cantoni”. Quattro persone si posizionano negli angoli di un ipotetico quadrato, una quinta è al centro e attende.

A sorpresa le persone appoggiate ai cantoni si scambiano di posto, mentre la quinta cerca di fregarsi il posto di una delle due in movimento. Chi perde il cantone passa al centro in attesa di rubare un posto di nuovo.

Chiaro?

Piccola nota personale: essendo stata io una bimba con ritardo psicomotorio ed in evidente sovrappeso, ho passato 618 anni al centro del quadrato, ma non vorrei tediarvi con la storia della mia rotonda infanzia e della mia sfiga transcosmica.

Allora, basta poco per immaginare, al posto di bambini arruffati e sudaticci, un gruppetto di 5 lesbiche miste. Ma anche no (citando Veltroni). potrebbero essere, più verosimilmente, 4 o 6 o 16 lesbiche omocategoria.

Una di esse, quella colpita dalla ciorta (N.d.T. = sfiga) di non essere accoppiata, aspetta al centro. Le altre coppie di lesbiche, invece, fremono posizionate sul cantone e guardano, languide, la propria compagna appoggiata al successivo.

Improvvisamente qualcuno si muove. Si tratta di una lesbica irrequieta che, con un occhio solo (l’altro è sempre sulla sua compagna), ha notato che ce n’è una assolutamente chiavable. Avendo ricevuto occhiata di assenso dalla omologa irrequieta, ella parte.

Dopo una concitata fase fatta di urla, strepiti, schiamazzi ed eventuali colpi bassi, il panorama cambia. Si potrà infatti notare, una volta evaporato il polverone, che si sono formate nuove coppie e che la lesbica centrale è cambiata.

Questo gioco può andare avanti fintanto che sono possibili nuove combinazioni tra lesbiche, ma non vengono disdegnati ritorni di fiamma e ragguppamenti (in tre su un cantone, for example). Nel caso una delle partecipanti ceda per stanchezza o morte prematura, di certo arriverà velocemente una nuova lesbica giocherellona per rinnovare lo spasso.

Personalmente, il mio gioco dei quattro cantoni avvenne così: gruppo formato da Penelope, B**, D**, St**.

Penelope e B**, quindi  B** e D**, nel mezzo Penelope e D**, ma D** torna con B**, quindi Penelope con B* e D*, contemporaneamente a B* con St** e Pen con D*, poi St** con Pen, infine D** con St**.

Il tutto nel giro di tre anni.

Manco “Beautiful”.

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