Emotivamente ho 15 anni, ma gli altri pure

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Soundtrack: Negrita – Mama Maè

15 anni, non di più. Perchè a 15 anni vengono le palpitazioni tachicardiche e le guance in fiamme quando qualcuno si avvicina troppo. Direi che già a 16 si è più scafati. Figurati ora che arriva la primavera.

Oggi giornata internazionale dell’infantilismo cosmico.

Non solo ho passato una mezzoretta a dire porcate terribili con lo psicologo – e sottolineo psicologo -, come fossimo due studenti liceali; non solo ho avuto un momento “Mammolo” anzi, più di uno, ma quando poi mi arriva un complimento professionale che più non si può (almeno nel mio lavoro), complimento che comprende riconoscimento and valorizzazione delle mie capacità, penso pure che mi si prenda per il culo e non riesco a prenderlo sul serio. Senza contare che dopo un anno che mi faccio un mazzo tanto per portare un ragazzo di 15 (appunto) anni con seri problemi di disabilità a diventare consapevole, autonomo e realista e autodeterminato, ci riesco e ci resto di merda.

Perché era meglio se lo aiutavo a credere di essere un alieno dotato di superpoteri. Adesso invece lui sa che fare il liceo è una follia per lui, che i suoi compagni non vogliono stare con lui, che la sua famiglia gli mente e che una donna, così come un lavoro, non lo troverà mai. Apperò, bell’affare la consapevolezza.

Inoltre ho spulciato tutti gli Ip dei lettori di codesto blog, per capire chi conosco e chi no, a che ora e cosa. Un’impresa titanica e senza alcun senso.

E questo per quanto attiene a me. Passerei al resto del mondo.

La mia ex fidanzata mi manda mail definitiva per farmi recuperare le povere robe rimaste da lei. Le dico va bene, ma cosa devo prendere? lei dice e tu che ti ricordi? e io dico e quando posso prenderle? e lei dice quando vuoi e io dico allora tal giorno e lei no, è il giorno del trasloco allora io dico dimmi tu quando è possibile e lei dice non è possibile.

Non è un estratto tratto da una piece di Ibsen, è un sunto delle conversazioni multimediali tra noi (mail senza firma, voce arruffata, sms con risposte attese 22 anni).

Sono quantomeno riuscita a chiedere di riavere la mia musica, documents, immagini. Mi vuole fare un dvd. UN dvd? erano 20 giga di roba, cazzo.

Vabbè, passiamo al terzo quindicenne.

Non mi connetto mai a messenger per il terrore che mi contatti mio padre. Perché io ho un padre di anni 79, matrimoni tre, vedovanze due, separazioni una e divo di meetic, che non mi chiama da Natale per non dirmi di essere tornato con la terza signora (è una lunga storia, prima o poi la racconterò).

Stasera mi sono incasinata con la connessione, mi è partito msn e zacchete: conversazione paterna.

Giuro che ci provo a essere solida, razionale e distaccata, ma quando tuo padre (nato nel 1929 e vivo nel 2008) conclude una conversazione su msn con un punto esclamativo animato e un orsetto che manda baci e cuoricini, io non ci riesco. Vengo meno. Almeno la terza signora è stata mandata affanculo e lui, dice, si sente “libero”.

Ma io che cosa dovevo rispondere? ho fatto finta di non essere a computer. Ma mi resta la sensazione che qualcosa avrei dovuto dire. Magari domani, se non avrò più 15 anni io e 15 lui, riuscirò a dirgli qualcosa di sensato. O invece gli mando un documento animato di disaffiliazione. Esiste?

Non mi stancherò mai di ripeterlo, il copione delle mia esistenza è stato scritto da uno degli autori della Endemol. 

Una giornata varia, devo dire.

Che volevo dire?

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Soundtrack: Anggun – Undress me

Allora, tutto questo paraustiello (= premessa – N.d.T.) per dire cosa?

Per dire che non ce la posso fare a sentire chiacchiere ed esercizi dialettici su un argomento che tocca personalmente il 75% delle donne del mondo. E quando dico personalmente, intendo dire direttamente, in prima persona, selfish, individuale. E’ una decisione difficile e dolorosa, al momento è sempre necessaria e ineluttabile, al dopo è un peso che ti porti tu e sei fortunata se ti ritrovi un uomo che lo ricorda e condivide con te. Ma è necessario mantenere la libertà di scelta così come è necessario svincolarsi dalla presa del vaticano e dei suoi scienziati d’accatto pagati per provare qualsiasi cosa (a quando la scoperta che Galileo aveva torto?). Punto e basta, mi so’ rotta.

Avrei voglia di raccontare un paio di cosette che mi accadono al lavoro, ma proprio non posso dato che mi leggono tutti. Peccato, vi perdete un paio di pezzi sul concetto “uocchie chin’ e mman’ vacant'” (=occhi pieni e mani vuote – N.d.T.). E già questo sarà sufficiente per essere sfottuta a morte quantomeno dallo Psicologo G** – e sottolineo psicologo -.

Il tracollo economico ha subito un tamponamento, grazie a chi dico io. La mia nipotazza, invece, è a metà stipendio causa cambio sindaco. Che mondo di merda. Dovremmo parlare anche di questo, ma la politica mi ha già annoiato profondamente.

Mi consigliano di mettere la pubblicità sul blog. Pare ci si guadagni. Oggi nuovo record di contatti, a riprova che interessano solo i cazzi personali e che, quanto più personali sono, tanto più si espandono nel web. Che fare con google ads? si accettano suggerimenti.

Ma che ve lo chiedo a fare? non mi date mai consigli voi (and now: victimist moment).

Ultima sigaretta e vado a nanna. Lancio avvertimenti e note personali ad un po’ di gente, dato che non ho un cazzo di niente da scrivere:

  • @ Unodeifavolosi: sono indecisa se partire o no questo we, un po’ vorrei vedervi, un po’ vorrei cazzeggiare in pigiama per 48 ore, ti faccio inoltre notare che, come al solito, non hai cancellato la mia url dal tuo computer e risulti avere un blog che è il mio, va bene che sei la luce dei miei occhi, ma non vorrei che qualcuno pensasse che mi commento da sola(…);
  • @f: son contenta che hai internet sul tuo letto spinoso. Ma vedrai che presto ti alzi in piedi e ci porti a vedere la panza solida e ingombrante come deve essere;
  • @ziasaimon: e scrivimi un po’;
  • @mia cugina e sua figlia: se è vero che mi leggete, voglio la prova e, inoltre, cena insieme in settimana?
  • @R**: ci sei questo we? andiamo a prendere la roba mia superstite a casa della mia ex ora transumante la settimana prossima? le chiedo direttamente di vendermi un disco fisso con dentro la mia musica e i miei documenti? tanto adesso ci parlo, anche se mi pare lei non gradisca;
  • @elide: ciccia mia tesora, è il lavoro che è una faccenda di merda, ci si adatta e alla fine si riesce a faticar decentemente, ma ci vuole un po’ di tempo;
  • @collezionediuomini: nota che ti ho passato tra gli amici, ci conosciamo trooooppo bene ormai;
  • @Alf**: sei morto?
  • @Luca: lo so che mi leggi lo stesso, macciaaaaooooo;
  • @M-omissis: e niente più commenti?
  • @Miss I: e pure tu, che cazzo di fine hai fatto?;
  • @C&I: già annoiate dal blog?
  • @mia sorella: spratichisciti e metti qualche commento, non fare il dinosauro;
  • @tutti i nuovi, fat sentir la vostr presenz.

Ho finito, mi pare. Non so che immagine piazzare. Ah sì, un indizio per la caccia a Penelope che, ricordo, avverrà il 7 marzo al Circolo degli Artisti in la capitale d’Italia in occasione del concerto di Z-Star.

Notare che ho imparato a mettere i link dopo lesson di mia nipote.

– Ma sarà un casino, come farai? l’ho scelto apposta, cara, così se nessuno mi cerca posso sempre dire che “c’era troppo casino” –

 

Adesso sono pronta

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Soundtrack: Queen & David Bowie – Underpressure

Doveva essere il 19 novembre del 1982, quando sono rimasta incinta. Ci sarà qualcuno che mi dirà se sbaglio. Gli psicologi, invece, diranno che si è trattato di un “agito”, perché sapevo esattamente cosa stavo facendo.

Non è stato un errore, non per me che conoscevo ogni tipo di metodo anticoncenzionale da quando avevo 12 anni. Ero anche una attenta e grande sostenitrice del diaframma (un oggetto oggi considerabile preistoria, credo, ma allora privo di effetti collaterali, autodeterminante e assolutamente sicuro, se usato).

Ma io non lo usai, quel pomeriggio. Perché volevo che il ragazzo con cui stavo continuasse a stare con me, non volevo andasse via.

Avevo 19 anni ed ero lesbica, ma non ero pronta. Lui aveva 20 anni ed era gay, ma non era pronto. Ci amavamo molto.

Niente di disperato o struggente o devastante. Era una cosa forte ed incomprensibile, profonda e assoluta. Con calma, con consapevolezza, con incredibile gioia.

Eravamo amici prima, siamo rimasti amici dopo i nostri “quasi” due anni insieme. Siamo amici ora e io provo, a ben pensarci, la stessa potenza e inspiegabilità, la stessa sicurezza e la stessa cosciente allegria di allora, nei suoi confronti.

Non dissi nulla, non lo avvertii per non soffiare via il momento. Sapevo cosa stava per accadere e decisi di non fermarmi, non fermarlo.

Perché siamo noi donne a decidere (in condizioni normali, ovvio), siamo noi che stabiliamo per davvero se, come, quando e perché fare un figlio. Nessuno ce lo può impedire. Noi ce lo sentiamo dentro, questo potere; loro non ne hanno alcun accesso senza il nostro gentile permesso.

Eravamo bambini, in realtà. Io studiavo – controvoglia – e lavoricchiavo. Vivevo a casa e avevo anche una governante che, scoprii poco tempo dopo, teneva il conto dei miei cicli mestruali, per ogni evenienza. Lui studiava come un dannato e passava giornate intere a disegnare zampette di gallina sulla lavagna bianca con il suo pennarello nero. Ogni esame era una tragedia greca che comprendeva anche lo psicodramma della necessaria chiusura della nostra storia. Ogni esame era un 30 e lode nella facoltà più difficile d’Italia e un tornare insieme allegramente.

Famiglia devastata e devastante la sua, famiglia inverosimile e complicata la mia. Ma avevamo gli amici. E per Natale, entrambi, avevamo diritto ad un posto a tavola a casa di Massimo (altro amico storico e infinito) per il cenone. L’alternativa sarebbe stata restare a casa da soli, senza avere la più vaga idea della posizione geografica delle nostre ipotetiche famiglie.

Le analisi del sangue stabilirono con certezza che ero incinta (ma non ne avevo bisogno, lo sapevo ogni volta che mi rimpinzavo di succhi di pomodoro e pop corn come se fossero l’unico cibo disponibile sulla faccia della terra o quando vomitavo la mattina e svenivo la sera).

Le andammo a ritirare insieme, le leggemmo insieme e io non ricordo cosa ci siamo detti.

Ma non c’erano dubbi. Avrei abortito.

Perché? Perchè non c’era altro da fare, pensavo. Eravamo lesionati, indefiniti, abbandonati, omosessuali, incompiuti, indisciplinati, figli, refrattari alle regole ed alle responsabilità, indecisi patologici e terrorizzati cronici. A mio figlio una famiglia così proprio non gliela volevo dare. Era troppo presto, troppo complicato, troppo grande per noi. Fine del ragionamento.

E anche questo lo decidiamo noi donne, da sole. Anche questo potere ci appartiene, dalla notte dei tempi, senza che nessuno abbia mai potuto fermarci, senza che nessuno sia mai potuto entrare nella nostra scelta. Se non con la violenza. E non la assegnamo a nessuno, questa scelta, non la deleghiamo, non la condividiamo. Mai. Nostra la decisione, nostre le conseguenze.

Il caso divenne se non nazionale, quasi regionale. Non ho mai saputo tenermi qualcosa e, quindi, la notizia della mia gravidanza era praticamente affissa sui muri della città e della piazza che frequentavamo. Divenne anche oggetto di pubbliche discussioni: tenerlo o non tenerlo. Ci riunivamo a casa di amici per intavolare la questione. Fu un gioco collettivo per giorni. Perché no? eravamo ragazzini e non sapevamo niente di niente. Io non sapevo niente di niente.

Provammo a far da soli, ma le reception degli ospedali napoletani facevano a gara per dare notizie false, per spaventarci e per confonderci le idee. Ad un tratto la cosa diventò faticosa e dolorosa per noi. Non sapevamo più che cosa fare. Tra l’altro cercavo di stare attenta ad evitare gli ospedali e i consultori che avevano a che fare con mio padre ed il suo lavoro, non era facile.

Poi, la governante pensò bene di allertare la famiglia sulla mia mancanza mensile. Mia sorella mi consegnò prima un cazziatone allucinante, poi mi promise il suo aiuto. Intervenne la moglie di mio padre e in 24 ore ebbi la mia prenotazione all’ospedale (vicino le nostre case, guarda caso). Mio padre finse di ignorare il tutto e ci predisponemmo all’evento. Improvvisamente, inaspettatamente, il gioco finì. Non avevo più niente da dire, avevo solo paura. Avevo da fare i conti con quello che poteva essere e non sarebbe stato, ma non avevo a chi dirlo. Non io, non quella che notoriamente si batteva per la libera scelta di abortire, non quella che considerava l’aborto una scelta responsabile e necessaria, non quella che solitamente dispensava informazioni e consigli su cosa, come e dove.

Lui era spaventato come una maruzza e, come spesso accade in queste situazioni, perse la testa e mi lasciò il giorno prima dell’intervento. Ma per me non aveva importanza. Quello che stavo andando a fare lo avrei fatto da sola, la sua presenza era del tutto ininfluente. E andai. Con mia sorella in ospedale.

Ovviamente era stato tutto ben orchestrato da mio padre; bypassai la fila, fui operata per prima dall’assistente del primario e nostro vicino di casa, ebbi la stanza da sola in uno degli ospedali più affollati di Napoli, venni addormentata per 4 ore e visitata da 600 medici circa. Sognai molto e cose molto strane, le ricordo ancora. Tornai a casa la sera. Era il 14 gennaio del 1982. La mattina dopo non volevo alzarmi, volevo dormire e dormire e non ricordare più.

Con lui tornai il giorno dopo, credo. Non ne abbiamo parlato per un po’. Poi è diventato il nostro modo per stupire la gente e per ridere di noi, almeno in pubblico. In privato, lui si ricorda di chiamarmi ogni anno, da 25 anni, ad agosto. Teniamo il conto dei non-compleanni di nostro figlio (perché sarebbe stato un maschio, lo sappiamo tutti e due) e ci ripetiamo, ogni anno, che non avevamo alternative. Spesso passiamo del tempo a chiederci che vita sarebbe stata, la nostra, se avessimo avuto un figlio. Di certo diversa. A rivedere le cose da lontano, sembra tutto ridicolo e inutile. In quel momento era, senza dubbio, un cataclisma senza vie d’uscita.

Figli non ne abbiamo fatti, né io, né lui.

 

 

Cui iuvat?

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Soundtrack: Crosby, Still, Nash & Young – Our House

Post veloce da improvvisa illuminazione. 

La soundtrack di oggi è puramente emotiva. Ho appena saputo che la casa nella quale, a Roma, ho coabitato per un anno, verrà dismessa.

Essendo io donna romantica ed emotivamente instabile (ho odiato quella casa fintanto che ci ho vissuto), mi è venuto un po’ il magone.

Il titolo, invece, recuperato da una fallace memoria da studentessa di liceo classico, si riferisce, ancora una volta, alla discussione sull’aborto.

Ho sempre pensato che il dibattito sull’aborto, in questo paese, venga sollevato ogni volta che è necessario nascondere magagne politiche, economiche, legali ed altro. E’ un fatto storico, direi, basta guardarsi indietro e notare i momenti e i contesti nei quali, periodicamente, è partito il delirio.

E’ anche l’unico argomento che scatena reazione nella cosiddetta “opinione pubblica”, niente altro riesce a mobilitare pensieri e azioni in Italia.

Anche stavolta mi sono ossessivamente chiesta perché e a che pro questa campagna con prese di posizione così aggressive e aperte. Ieri ho capito.

Serve per togliere dal dibattito politico le questioni sollevate nell’ultima campagna elettorale, le questioni sulle quali si è cercato di giocarsi i voti e che, poi, nessuno è stato in grado di gestire.

Si vede che i nostri politici, tutti i politici, hanno imparato che le battaglie per i diritti civili sono impossibili da affrontare in Italia: coppie di fatto, inseminazione, adozione, omosessualità e tutto quanto fa paese civile in evoluzione storica e sociale, qui non si può metterli sul piatto della politica, troppo pericoloso, troppo difficile stabilire chi vuole cosa e come, troppe differenze trasversali. Io non so come ha funzionato negli altri paesi europei, che qualità di popolo ci fosse, quanto coraggio ci sia voluto e contro chi si siano dovuti scontrare.

Ma so come funziona da noi. E ci hanno fottuto. Ci hanno sbarrato il passo con una questione base, un diritto che sembrava acquisito, un diritto che perlopiù è considerato “inalienabile” trasversalmente.

Ed eccoci qui a seguire in branco le chiacchiere di un idiota, voglio presumere pagato da tutte le forze politiche in Italia, che ha la faccia come il culo, forse uno dei pochi in grado di sostenere, fomentare, mantenere in prima pagina, un tema che dovrebbe restare, invece, a dormire il sonno del giusto.

Ci hanno fottuto, ribadisco. Quest’anno se ne vanno affanculo i diritti umani e della persona perché non c’è più spazio. Siamo stati ributtati indietro per non andare avanti e chiedere di più.

E ditemi se non ho ragione?

P.S. Per la prima volta dopo decenni, non ho visto Sanremo. Che strano.

Remember “Caccia a Penelope” 7 marzo Circolo degli Artisti.

 

Lesbica Predatrice? (Post di transizione)

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Soundtrack: The Niro – Just for a bit

Non sono pronta per il post che volevo scrivere, quindi mi prendo un momento. Godetevi la soundtrack, stasera l’ho visto all’auditorium, codesto ragazzo (The Niro) è veramente bravo e fresco e originale.

Noto che il MIO blog è diventato una Community di Fancazzisti che si inseguono saltellando tra blog, post e comments.

Che bello. Questo mi piace assaje e, ancor di più, mi piace ritrovare i miei amici quissù.

Perché ho amici che conosco da almeno 30, dico 30, anni e, fatto ancora più incredibile, non si sono trasformati in dinosauri: mi scrivono i commenti…

Grazie amico del muretto, mai avrei pensato che potessi intervenire, non so, ma non ti facevo fancazzista…

E poi Caterina, CATERINA! 

Vi avverto che c’è un sacco di roba in archivio, da cercare tra i “Capitoli” qui a destra o tra “Cose Vecchie” in basso a sinistra. Poi la musica è a destra, nel box blu; prima cliccate due volte sul brano che ho indicato e poi leggetevi il post con il sottofondo. Vi sto trattando come cerebrolesi, lo so, ma non mi fido della vostra web-modernità.

Volevo dire a Robainutile – a proposito del post sulla legge 194 – che, in realtà, per l’epoca non era nulla di speciale, nulla di eroico e nulla di particolare. C’era gente impegnata per davvero che di cose ne faceva (diritto allo studio, al lavoro, al recupero eccetera eccetera). Io ero solo persona informata sui fatti, mio padre uno che lavora e mia sorella una che ci credeva, alla politica.

Stasera sono stata all’Auditorium a vedere tre gruppuscoli giovanottoli: The Niro, Second Grace e Nathalie. Un bagno di freschezza, originalità e accordi drammatici. Un vero piacere. A sbafo ci so’ andata dato che, come ormai anche i muri sanno, l’errore sulla busta paga di gennaio ha provocato un tracollo economico di livello argentino.

E le lesbiche? E’ un sacco che non parlo di lesbiche. Ma tanto parlo sempre di me.

Stasera ho un ragionamento nuovo nuovo.

Al concerto, davanti a me, si siede una criptovintage. Peraltro con un viso splendido ma vestita come un operatore ecologico. Si gira anche un paio di volte nella serata e, alla fine del concerto, tergiversa un po’ vicino a me. E io?

Io ho capito che, per quanto me la canti e me la suoni da sola, non sono la predatrice che vorrei essere. Affatto.

Mi sono resa conto che ho l’occhio allenatissimo: riconosco le lesbiche in pectore e le donne in fragilità sessuale al primo sguardo, con infinitesimali percentuali d’errore. Il passo successivo, per una predatrice, prevede l’aggiramento (e lo so fare), l’isolamento dal branco (e lo so fare), la zampata finale (…).

Gnente, ti dico gnente. Mi viene da mettermi seduta di fronte alla preda cercando di convincerla, a chiacchiere, che sarebbe un buon pranzo per me e che sarebbe gentile da parte sua svenire o infliggersi da sola ferite mortali alla giugulare. Un affare.

Una cosa è certa, in questo periodo sono strafica e del tutto priva di contatto con la realtà.

Remember che il 7 al Circolo degli Artisti c’è il concerto di Z Star e la Caccia a Penelope x i 10.000 clicks.

Buonanotte, domattina sveglia all’alba e niente colazione, che ho le analisi del sangue e il tagliando ginecologico (chissà se mi costringono alla rottamazione, visto che è EuroZero, ormai).

 

 

 

La legge 194 del 22 maggio 1978

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Soundtrack: Alan Sorrenti – Figli delle stelle

Nella Hit parade di quel periodo c’era anche Patty Pravo con pensiero stupendo. A guardare indietro dalla cima di questi 30 anni passati, pare di vedere Sodoma e Gomorra.

Alla “guida del paese”, Andreotti e la sua DC. Non esattamente la modernità e la laicità fatta governo. Alla Sanità la mitologica Tina Anselmi, De Mita ministro senza portafoglio (immagino usasse già infilare le mani nei nostri), Cossiga agli interni e poi una sequela di onorevoli finiti sotto inchiesta per scandali di ogni genere e tipo.

Ho dovuto cercare un po’ su internet, non ricordavo granché.

Avevo 15 anni, la verginità persa da poco per scommessa con un ragazzone barbuto e stronzo, mia sorella era in Figgiccì e veniva a recuperarmi in classe ogni santissimo sciopero, l’eskimo, le canne, la birretta dopo scuola al bar.

Mio padre era il ginecologo di riferimento dei gruppi di autocoscienza femministi di Napoli.

Mi era già capitato, almeno un paio di volte, di partecipare a collette scolastiche per raccogliere soldi per fare abortire qualche amica o sconosciuta della scuola.

Ci volevano 500.000 lire, nel ’78, per fare un raschiamento da sveglia, su un lettino d’acciaio, tra gli insulti dell’infermiera e l’indifferenza del ginecologo e, prima di essere buttata fuori dalla stanza, era difficile evitare mani addosso e molestie varie.

Ma te lo tenevi, abortire era illegale e andavi in galera tu, se denunciavi il medico. Andavi in galera a 14, 15, 16 anni, in un paese dove parlare di contraccezione era considerato peccato mortale e dove la rivoluzione sessuale del ’68 e il femminismo avevano prodotto una assoluta idiosincrasia per la verginità.

Qualche volta, oltre all’aborto, rimediavi una sterilità permanente dovuta a qualche infezione o complicazione post-macellazione. Ci voleva molto coraggio, per abortire. E molta fortuna.

I nomi famosi a Napoli erano due. Uno dei due finanziava i mazzieri del Fronte della Gioventù, con i soldi degli aborti, l’altro era uno stupratore seriale.

Mio padre non ha mai fatto aborti privati, perché era illegale. Punto e basta.

Poi la legge passò, in un panorama che sembrava blindato come un caveau: in un paese cattolico, moralmente arretrato, dove persistevano ancora cose come “il delitto d’onore”, passò una legge sull’aborto magistralmente costruita. In pratica una delle migliori al mondo.

La legge permetteva, a medici, infermieri e personale sanitario tutto, di scegliere se farlo o meno. L’obiezione di coscienza.

Mio padre, socialista ed ateo, non si dichiarò obiettore. E fu uno dei periodi più difficili per la mia strana famiglia.

Naturalmente i due ginecologi che, per anni, avevano fatto i miliardi sull’aborto legale in città, si dichiararono obiettori, senza smettere mai, neanche ora, credo, di mantenere aperti gli studi e l’attività illegale. Perché l’informazione sulla legge era scarsa, confusa, spesso inaccessibile e la paura ancora tanta. Quegli studi sono rimasti aperti per le minorenni spaventate e per le donne che non sapevano.

Mio padre iniziò a mettere faticosamente in piedi il reparto di Interruzione Volontaria di Gravidanza in uno degli ospedali più grandi della città. In un sottoscala, perché il primario di ginecologia era obiettore.

Le strade intorno casa nostra si riempirono di scritte con il suo nome accompagnato dalla frase “Boia di Stato”. Alcune sono rimaste, per trent’anni.

Rispondevo a telefonate di uomini dall’accento pulito che minacciavano mio padre e la mia famiglia di morte violenta. Ci piangevo per ore. Non capivo il perché di tanta acrimonia, non ho mai saputo cosa abbia dovuto subire mio padre per fare il suo lavoro.

Il tutto perché, in realtà, la legge ha stroncato una delle maggiori e più sicure fonti di guadagno in Italia, più o meno come stava per succedere con la legge sugli embrioni e sulla fecondazione assistita.

Ma ricordo bene che ci si sentiva fiere di un paese che aveva avuto il coraggio di affrontare ipocrisia e realtà. Sembrava l’inizio di qualcosa, sembrava fossimo importanti e ascoltate/i. L’opinione pubblica ero anche io e quello che pensavo e desideravo aveva a che fare con il miglioramento della mia vita e della vita degli altri. Era una bella sensazione.

E la battaglia successiva fu per far capire e passare il concetto che l’aborto non era un metodo anticoncezionale, ma l’estrema ratio, che bisognava informarsi, sapere, scegliere, per evitare quel raschiamento, quella orrenda sensazione, quella terrificante responsabilità. E ha funzionato. Le percentuali di donne che abortiscono sono diminuite negli anni in modo impressionante, adesso è un problema con le immigrate, ma si lavora per questo.

Avevo 15 anni, appunto, sapevo tutto sugli anticoncezionali da quando ne avevo 12 (rimediai anche un paio di ceffoni da una madre bacchettona, per aver insegnato alla figlia cosa e come usarlo per non restare incinta). Passavo le ore in classe a tener lezioni ripetendo le frasi e i concetti e i nomi che mio padre mi aveva insegnato. Accompagnavo amiche e compagne di classe in Ospedale per la prenotazione, spiegavo e rispiegavo, litigavo e insultavo chi contestava la libertà di scelta.

Questi erano i temi in discussione e niente altro: libertà di scelta, legalizzazione, metodi contraccettivi.

Vorrei le persone ricordassero meglio e vorrei che chi c’era e ha vissuto il dilaniamento di quel periodo parlasse, perché fu forte e importante, perché fu una crescita, perché fu una forma di responsabilizzazione di un paese che stava ancora attaccato alla zizza del Vaticano.

Il movimento per la vita ci provò, a sollevare le obiezioni di sempre, ad effettuare terrorismo psicologico e religioso, a mettere sul tavolo delle discussioni il concetto di vita e morte, a contrabbandare immagini costruite per spaventare e bloccare. Nel 1978 e nel 1981 (referendum). Non ottenne nulla.

Questo è il quadro generale, questo è quello che succedeva in Italia. Poi parleremo di quello che è successo a me.

 

 

Post pre-elettorale

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Soundtrack: Doris Day – Que serà serà

Recuperata musica.

Stamattina mi sento very smart, vediamo quale ceffone mi riporterà a più miti consigli.

E’ un periodo che sono riflessosa e pensolosa. Ci sono cose da cambiare, cose da limare, cose da rivedere, cose da accettare per quello che sono. Mi riconosco poco e questo mi mette a disagio.

Comunque, ho la sensazione che diventi sempre più importante parlare del quotidiano “politico”, visto ciò che mi accade intorno. Immagino che lo farò appena avrò più tempo per scrivere.

Quanto mi piace l’interazione con costoro voi tutti che passate di qui. Vorrei lo si facesse anche di più. Negli altri blog leggo molte più discussioni e interventi.

Questo periodo è costruito una merda, ma ho fretta.

Prossimo post, legge 194. Sono stanca di sentire puttanate in proposito, ho voglia di rigurgiti veterofemministi, desidero che chi non ricorda riprenda a ricordare. D’altra parte sono una omosessuale, l’ultima categoria rimasta a desiderare diritti civili e modifiche sostanziali della società.

Una ultima cosa, su argomento “camion”.

Tra noi, dare della camion a qualcuna è, fondamentalmente, un insulto. Ci ho pensato e ripensato, anche in virtù dei comments ricevuti, non va bene.

Un tempo, quando ero più dolce di sale e meno incazzosa di così, avevo una precisa teoria sulle lesbiche de-femminilizzate. Devo averla dimenticata per opportunismo scrittorio.

Pensavo che la de-femminilizzazione fosse un modo preciso di sottrarsi allo stereotipo. Una donna-donna non è una immagine di Vogue, è una persona con caratteristiche interiori ben precise che non corrispondono affatto alle costruzioni di marketing. Mi vengono in mente, come già detto, credo, le statuette africane della fertilità.

Cmq questo discorso lo affronterò con più tempo, ma ci vuole coraggio, in fondo, a sottrarsi alle aspettative.

Detto questo, aggiungo che la mia vita è una gran bella vita e chiudo qui.

I misteri dei widget

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Non ci posso credere, avevo caricato “tanti auguri a te” del coro dell’Antoniano e poi ho ben pensato di cambiare colore al box della musica.

Mi scomparve e non riesco a farlo ricomparire.

Uff. Oggi vado a lavorar e non ho tempo.

Il tutto per festeggiare ‘sti 10.000 clicks. Eccheppalle.

Stasera mi dedico, ma ho poche speranze, se qualcuno sa dirmi come recuperare il codice originario del box.net mi fa un favor. O ci passerò la notte.

Alf**, sei tornato più iperattivo del solito… ma meno male, sei il mio compagnuccio di cazzeggio preferito.

Peraltro si festeggia il 7 marzo al Circolo degli Artisti e, ripeto, chi mi pesca e mi identifica ci guadagna una birra.

Caccia a Penelope.

Ma come mi è venuta in mente ‘sta strunzata?

Buona giornata a voi e a me, che proprio a lavorar non ci vorrei andar.

10.000 e non sono pronta!

Santa pazienza, non me lo aspettavo mica così presto.

E adesso?

Avevo in mente di fare un fatto di questo tipo: scegliere un locale e una sera x.

Chi è in grado di capire chi è Penelope, tra la folla, vince un boccale di birra aggratis.

Ma non sono pronta.

Un momento e organizzo.

Ma che bello.

Per ora tenetevi il cambio di colore. A 10.100 torno al blu che mi piace di più.

Essere lesbica o “del lesbodramma”

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Soundtrack: Joan Armatrading – Love and Affection

La soundtrack è emersa dalle nebbie del passato. E’ stato il mio pezzo preferito per tutti gli anni dell’adolescenza e non sapevo perché, poi dimenticata per un po’. Poi riutilizzata per automassacrarmi durante il lutto relazionale, poi eliminata, poi nel video di Bette e Tina. Non potevo esimermi.

E non potevo esimermi dal chiarire un paio di cosette a chi legge e partecipa a questo blog, prima di virare verso la politica e la società in genere, in vista delle elezioni prossime venture.

Lesbiche si nasce, sia chiaro. E nel momento preciso nel quale ti accorgi, bimbetta non più che seienne – negli anni 60 e 70, spero dopo sia stato diverso – che le bambine ti sembrano di gran lunga più interessanti dei maschietti, capisci che non puoi, mai e poi mai, dirlo a nessuno. E non sai bene perché, ma sei certa che sia così.

Ne hai la certezza quando, prima o poi, in famiglia o nelle famiglie delle tue amichette del cuore (nel tuo caso per davvero del cuore, mica pizze e fichi) senti, per la prima volta, la parola “morbosa” accoppiata al tuo nome.

Entro gli otto anni hai perfettamente imparato a dissimulare. L’unica cosa alla quale è difficile resistere, è il gioco. Non ce la si fa a condividere bambole e pentoline, proprio no, quindi ti mescoli coi maschi per fare giochi dinamici e pericolosi o, in alternativa, riesci a convincere una intera famiglia a regalarti soldatini, pistole e travestimenti maschili.

– Slice of Life: 5 anni all’incirca io, 5 anni all’incirca amichetto maschio del palazzo. Accordo preso verbalmente prima di vedersi a casa sua: “Allora, tu porti le barbie, mettiamo sul tappeto le tue barbie e i miei soldatini. Ognuno gioca con le cose dell’altro ma, quando entra mamma, facciamo a cambio, in fretta. Va bene?”. –

Piccoli Gay crescono.

Nei giochi di ruolo, la rising lesbian si presta a fare sempre la parte del maschio. Il che va benissimo per il gioco e le compagne di gioco, che devono fare anche loro le prove tecniche di relazione e i maschi tra i 9 e gli 11 anni, di solito, non giocano con le femmine. Ma prima o poi una madre qualsiasi si insospettisce e, 90 su cento, ritiene indispensabile venire da te e chiederti perché ci tieni tanto a fare la parte del Conte Levinsky (un ladro gentiluomo e sciupafemmine che finiva sempre per baciare le principesse). E aggiunge, 95 su cento, che non è tanto normale.

Ma tu non vuoi fare la signorina dell’800 bisognosa di aiuto, nè giocare a mamma e figlia, nè vestire e pettinare le bambole. Quindi smetti di giocare con le femmine.

A 12 sai esattamente cosa sei e sai esattamente cosa fare perché nessuno se ne accorga. Limiti la tua “morbosità”, impari a controllare movimenti, sguardo, pulsioni e a ritagliarti momenti che ti possano emozionare. Ma non sei come le altre. Lo sai tu, lo sanno loro. Allora impari anche a crearti una vita parallela, del tutto pubblica, compresi i poster degli idoli post-puberali. Ma tu vorresti la foto di Fanny Ardant sul comodino.

Tant’è. Comincia la vita sociale, quella che ci si aspetta da te, mentre intorno arrivano informazioni precise sul tuo essere la persona sbagliata al posto sbagliato. La religione dice che sei un abominio, la società dice che sei una malattia, il cinema dice che quelle come te si devono impiccare, i giornali dicono che è una vergogna. Magari in famiglia qualcuno dice che le lesbiche fanno schifo.

Ma sei tu.

E poi ci sono gli anni dell’adolescenza, passati a combattere con quello che sei e quello che dovresti essere e quello che gli altri si aspettano tu sia. Come tutti gli adolescenti, del resto, ma con la certezza di dover essere altro da te. Bere o affogare.

E poi, se va bene, se hai buoni amici, se hai una famiglia che non viene proprio dalle caverne, se sei in una grande città, se hai rinforzato le spalle a sufficienza durante gli anni della formazione, il resto scorre liscio. Impari a fottertene di quello che gli altri dicono, a ignorare gli insulti per strada (succede, allora e ora), a fingere di non sentire frasi che, se non avessi imparato l’arte della dissimulazione fin dalla più tenera età, ti aprono voragini nello stomaco e ti spingono ad intervenire con il miglior Iriminaghè (tecnica aikido) tu abbia mai fatto in vita tua.

E smetti di incazzarti per quello che dice il signor Ratzinger, che pure parla di te, della tua vita, del tuo sentire  e del tuo modo di amare, capisci le ragioni della politica nel non voler considerare le tue necessità che sono solo quelle di una società civile, incassi gli insulti televisivi e cinematografici e impari ad entusiasmarti per cose come the L word. Ci sei tu dentro, finalmente non devi fare operazioni di traslazione personaggi per identificarti.

Pochi giorni fa, qualcuno al lavoro ha detto “vedere due donne che si baciano mi fa schifo”.

A me non fa schifo vedere un uomo e una donna che si baciano. Semplicemente non mi interessa, come non mi interessano due uomini o un essere umano e un elefante (bè, magari lì mi incuriosisco un po’). Ci sono ragazze/donne che vengono cacciate di casa o dal lavoro – ancora oggi -, che vengono picchiate, persino uccise, perché sono lesbiche.

E Shulypoo chiede a che pro impegnarsi tanto a difendersi.

Vedi tu.

 

Lesbiche romantiche

Beccatevi questo:

Così non sarò la sola a non dormirci la notte.Inoltre mi rivolgo ad uno dei favolosi. Guarda e Impara, ciccio! quindi chiedo anche ad altri uomini dotati di un minimo di buonsenso di fare una comparazione tra le scene di sesso tra lesbiche che sono abituati a guardare sui porno e le scene che si vedono in L word che, non saranno hard, ma sono hot.

In generale, mi scuso per il livello da me raggiunto in quanto fan di una serie televisiva.

Ma non si può immaginare quant’è bello vedere una cosa che ti riguarda davvero. E di questo parlerò, prima o poi, anche per spiegare una paio di cosette che mi pare siano soggette a misundarstanding.

Adesso ci ho l’ormone impazzito. Che ne farò?

Lesbiche: vita del branco

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Soundtrack: Nirvana – Come as you are

Le lesbiche si muovono in branco.

Si dividono in due grandi famiglie: le camion e le lipstick.

All’interno di ognuno dei due branchi possiamo trovare elementi di altre razze che, come pesci pilota, nuotano intorno alla loro categoria d’elezione. In entrambi i branchi, come già espresso in altre occasioni, i legami sono forti e cementati attraverso relazioni sentimental/sessuali assolutamente circolari. Non si entra in un branco senza una relazione di uno dei due tipi con una delle appartenenti

Chiunque sia abituato a frequentare una discoteca gay, un bar o una festa open, può riconoscere, dopo una breve ripassata a 360 gradi, le location dei branchi presenti. Tutte rigorosamente separate, tutte rigorosamente in nero (al più, verde militare). 

Nell’angolo che consentirà maggiore controllo del territorio e ampiezza di sguardo, si trovano le camion. Esse, gruppo folto ed aggressivo, sono sistemate secondo una precisa gerarchia che si ripete uguale a se stessa in ogni luogo del mondo.

La formazione è definibile: a punta di diamante. Al centro le più giovani. Coloro che devono essere sì protette da ogni possibile attacco esterno, ma anche utilizzate come esca per scatenare risse furiose e/o mostrare ad altri branchi la propria capacità di affiliazione. Ai lati le camion operaie con funzione di bassa manovalanza, controllo del territorio, raccolta informazioni. Al vertice della formazione le camion-capo. Le camion-capo sono spesso le più anziane, dotate di maggior esperienza e si sono guadagnate il ruolo attraverso battaglie e lotte, affatto metaforiche, senza quartiere.

Nelle immediate vicinanze si posizionano le criptolesbiche, in genere accompagnate da amici etero, in attesa di essere agganciate e rimorchiate in luoghi bui ed appartati (ad esempio i bagni) per consumare brevi e scomposti atti sessuali. Può accadere, in fortunate occasioni, di scorgere qualche lipstick o – addirittura – qualche upper, che sgaiattola tra le strette maglie del branco, dopo un veloce accoppiamento, per tornare silenziosamente al proprio.

I movimenti del branco sono bruschi, veloci e imprevedibili, il rumore prodotto può essere assordante e serve, si suppone, ad annunciare l’arrivo del branco in modo che, chiunque abbia malauguratamente occupato il territorio prescelto, si possa allontanare senza subire danni fisici.

Ricordiamo ai neofiti che si tratta di un branco aggressivo e diffidente. Vanno avvicinate con cautela, se possibile offrendo loro del cibo e senza mai, ripeto: MAI, effettuare movimenti bruschi.

Al centro del territorio in esame, leggermente marginali rispetto al punto focale, ma comunque in posizione visibile dai quattro punti cardinali, si stanzia il branco di lipstick.

Costoro sono in numero minore, rispetto alle camion e, in luoghi semibui, la livrea nera o grigia può trarre in inganno l’occhio dell’inesperto osservatore. Ma pochi secondi di approfondimento metteranno immediatamente in evidenza la differenza con le camion. Qui un roteare di chiome, lì il luccicore di un lipgloss e, spesso, gestualità tipiche da risposta al corteggiamento (capo rovesciato, risata ampia, mani sulle spalle, eccetera).

Il branco di lipstick rispetta una formazione rigida quanto quella delle camion, ma estremamente articolata. Alcuni studi si spingono a rapportare la “formazione tipo” delle lipstick con alcune disposizioni tipiche della strategia bellica dell’antica Roma, ma anche dell’antico Giappone. E’ affascinante, infatti, la perfezione estetica del vissuto spaziale di questo branco. Nulla appare lasciato al caso, la visibilità attiva è perfetta, quella passiva la migliore possibile anche nei luoghi più impervi, ogni cosa è al suo posto e qualunque elemento di disturbo viene delicatamente estromesso. Senza spargimenti di sangue, perlopiù.

La disposizione ricorda una spirale perfetta. Il fuoco della spirale è occupato dalla Lipstick Alfa. Da lei si diparte il tutto. Le distanze sono calibrate. Alla Alfa, quindi, seguono le lipstick senior, le junior e le altre sottospecie in ordine di importanza. La spirale prosegue con le Vintage che, da sempre, sono pesci pilota delle lipstick, quindi ecco le Ciro seguite a ruota da alcune cripto che, loro malgrado, non hanno accesso alle parti centrali della spirale (pur desiderando ardentemente di avvilupparsi indissolubilmente ad una lipstick). La perfetta linea armonica è chiusa da alcune camion che fungono, com’è ovvio, da protezione per il gruppo.

Da notare che lo scambio di branco avviene solo ed esclusivamente in una direzione. Si sa, le leggi della natura sono oscure ma imprescindibili.

Il branco si muove con lentezza misurata, senza scatti, scivolando come una geisha sul pavimento o sull’asfalto, accompagnato da un lieve fruscio. L’arrivo, infatti, non deve mai essere segnalato per evitare emozioni eccessive, reazioni smisurate e, soprattutto, per sorprendere le camion.

Il branco Lipstick è, come già spesso affermato, amichevole e fiducioso. Nel caso si riscontri qualche episodio di ritrosia o timidezza, sarà sufficiente esprimere verbalmente un paio di complimenti standard (per esempio: “stai benissimo!” oppure “questo abitino è una favola”) per sciogliere ogni possibile riserva.

Articolo tradotto dal National Lesbographic. Anno 2008.

Varie ed eventuali

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Soundtrack: Eminem – Cleanin out my closet

Comunicazioni di servizio (in quanto utile per le lesbiche di Candalù e Torri di Quartesolo):

Per seguire la quinta serie di L word, scaricatevi prima un programmino aggratiss detto: ABC. Quindi andate sui siti che permettono di scaricare file Torrent (tipo mininova, ma basta digitare su google la parola Torrent). Cercate “L word s05” e mandate il download. Le puntate nuove sono on line già dopo due ore dalla messa in onda negli Stati Uniti, quindi ogni lunedì. Per chi ha difficoltà di lingua, si ha da aspettare qualche giorno e poi cercare i sottotitoli in italiano su Italian Subs Addicted, un sito di pazzi furiosi che sottotitolano qualsiasi cosa. Ecco, cosa fatta capo ha.

Per CP, che alcuni giorni fa appose comment sul blog e si risentì della mia mancanza di educazione, chiedo scusa e ribadisco il mio apprezzamento per il suo intervento. Mi preme anche avvertirla che ho messo la maglia di lana e che non tocco con le mani la buccia della banana.

– Ma quanto è bello sentire gli amici che si preoccupano della tua salute? –

Ad uno dei favolosi ribadisco che proprio non capisco perché non siamo regolarmente uniti in matrimonio. Parliamone, ma soprattutto parliamo un po’, perché mi manchi ciccio, quando non ci sei.

Assolte le incombenze d’ufficio, vorrei passare ad una faccenda, anzi due, che rimando da tempo ma che, invece, vanno fatte. E la soundtrack riguarda esattamente questo.

Ci sono cose che vanno chiuse definitivamente e, queste cose, si chiudono quando i ricordi cominciano a sorridere e quando si riescono a dare le giuste misure agli eventi, alle sequenze, ai fatti.

Ho condiviso 6 anni della mia vita con una persona che, in ogni caso, mi ha dato il meglio di sè al massimo delle sue capacità. Questa persona ha dato e ricevuto, mi è stata al fianco incondizionatamente e per quanto le fosse possibile. Non mi ha negato nulla, mi ha perdonato molto, ha cercato di non deludermi mai.

E le mie pretese sono sempre state elevate.

Si è adattata a me, mi ha amato, mi ha vissuto interamente. Io l’ho amata profondamente, ho visto ciò che di meglio in lei potevo vedere, le ho negato molto per presunzione. Siamo state bene a lungo, a lungo abbiamo passeggiato senza perderci niente di quello che aveva importanza per noi. Ha avuto la capacità di resistere alle mie provocazioni e ai miei furori, da signora d’altri tempi e, soprattutto, non ha cercato di uccidermi come io avrei fatto al posto suo. Voglio immaginare che lo abbia fatto – tra le altre ragioni – per affetto e perché mi conosceva molto bene. Ricordo le parole spese insieme, le serate infinite, i viaggi sempre emozionanti, le piccole follie. E’ stato bello svegliarsi la mattina accanto a lei in una infinità di luoghi diversi, bello passare le ore in macchina guidando e chiacchierando. Fintanto che lo abbiamo fatto, fintanto che veniva naturale. Vedere il suo sorriso in mezzo alle facce della gente mi ha sempre illuminato il cuore ed è stato doloroso realizzare che, all’improvviso, non accadeva più.

Per me come per lei. Malgrado tutto, senza lei, molte cose non le avrei fatte e sarebbe stata una perdita.

Faccio un passo indietro.

Tolgo il cappello.

Mi inchino.

Come si conviene tra gentillesbiche.

Resta ancora una cosa, in qualche modo persino più difficile per me. Si parla spesso di rapporti madre-figlia, di quanto siano formativi e/o devastanti per i pargoli. Avrei qualche considerazione da fare sui rapporti tra figlie e padri. In particolare quando le figlie hanno solo un padre (?) e niente più. Mi accorgo, scrivendo, che mi vengono in mente all’incirca 270 battute sarcastiche e feroci. Il che significa, evidentemente, che non sono pronta affatto per chiudere questo discorso qui. Quindi come non detto.

Prima o poi.

Un sacco di cose di scarso interesse

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Soundtrack: Sheryl Crow – Shine over Babylon

Le nebbie si diradano, declamava un poeta contemporaneo, e mi vengono un sacco di cose da dire. Ma non una che abbia un senso.

Buon segno.

Presto mi tirerò un pippone infinito e sbrodoloso sulla assurdità dello stereotipo sul rapporto “madre/figlio”. Rivoglio le femministe anni 70. Rivoglio le donne che sfracantavano le palle ad ogni parola, ogni concetto che, inequivocabilmente, portava a massacrare le donne e le loro funzioni/azioni.

Rivoglio le persone che sanno alzarsi ad un seminario e dire: “ma chi cazzo ha inventato la parola DISFUNZIONANTE? ma si può applicare questo orrore pezzottato ad una persona?”.

Rivoglio chi si sa tirare le questioni politiche ignorando cordialmente persone e personaggi che non hanno a che fare con la politica ma con il grande fratello e e l’elezione di Miss Italia. Perché è lo stesso.

Voglio sentire gente che si incazza e non si scazza.

Voglio alzarmi io, alla prossima chiamata in piazza per LesbicheGayBisexTrans (perché sarebbero un milioncino di voti e ogni santissima elezione ci vengono a promettere cazzate) e dire: “Me ne fotto”.

Perché proprio non  mi interessa più la questione del matrimonio, dell’adozione, del riconoscimento. Non mi interesserà più nel momento esatto in cui diventerà un verme appeso ad un amo. Non mi voglio attaccare.

Ci penso e mi angoscia questa faccenda. Cosa cercheranno di offrirmi?

Matrimonio: perché dovrebbe essere parte della mia vita? io sono lesbica, il matrimonio è una istituzione per etero, un loro cerimoniale, una loro necessità. A me basta la sicurezza di poter andare a trovare in ospedale e in galera la persona che amo. E questo non è matrimonio. E’ civiltà. Un po’ di originalità da parte nostra non guasterebbe e potremmo impegnarci ad inventare un qualche rito del tutto inedito e never seen before.

Adozioni: in questo paese un single non ha il diritto ad adottare. In questo paese una donna non ha il diritto di provare a farsi inseminare come e quando le pare. In questo paese per adottare un bambino devi pagare. Step by step, gente. Siamo moralmente ed eticamente ancora nel 600.

Ma sono discorsi inutili. Parteciperò, come al solito, ad ogni manifestazione sponsorizzata dall’Arci Gay e da qualsiasi istituzione sia in grado di mormorare la parola “Omosessuale” ma, di fatto, ho la sensazione che la strada sia talmente lunga, che sarò fidanzata quando saranno riconosciuti i diritti civili basic in Italia.

Che sonno e che rincoglionimento.

Volevo scrivere per forza stasera, si vede?

Forse è il caso che io entri in depressione.

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Soundtrack: Otis Redding – Sittin’ on the dock of the bay

Perché forse tutto questo incazzarsi, prendersi questioni e stare a peleare su qualunque cosa è solo un modo per cercare di sfuggire alla voglia di fermarmi.

Neanche il mio corpo ce la fa più. Non credo di essere mai stata (iper)attiva come in questo periodo in nessuna delle mie vite.

Deve pur venire un momento nel quale si smette di ringhiare, abbaiare, mordere e rompere le palle a tutti. E forse ci vuole un momento nel quale si possa dire “sono stanca, mi voglio fermare un po’”.

Sarà che ho paura che se mi fermo non riparto più, che mi perdo qualcosa, che poi non trovo più niente.

Ma comincio, in un qualche punto del mio cervello ancora funzionante, ad intravedere quello che voglio, quello che sono, quello che posso fare.

Ma ancora non mi è chiaro abbastanza. E c’è da far un po’ di selezione. Ma se poi ne faccio troppa? io non sono un animale solitario, sono un animale da compagnia, anche per le mie dimensioni, direi.

E se quello che voglio non lo posso avere? e se non è neanche la cosa giusta?

Pippe. Pippe in quantità. Ma sarà bene che io le lasci rotolare nella mia capoccetta, perché tentare di fermarle comincia a farmi un gran male. Di capoccia.

Immagino che siano fasi standard; non me le ricordavo, evidentemente.

E’ che ho una gran voglia di tornare ad ascoltare quello che gli altri hanno da dire, ho voglia di guardare le cose e le persone con la tenerezza che solitamente mi appartiene e che, adesso, è finita nell’ultimo cassetto del ripostiglio nella polverosa cantina della mia anima.

Perché la gente mi piace e mi piace voler bene.

Bleah, così è troppo.

Devo fare i conti con la vita che ho e che posso permettermi e, forse, ho qualche difficoltà.

Dopo anni di eurostar e di Tav A/R, ho iniziato a utilizzare quella creaturella dell’Intercity. Quanto può cambiare il panorama umano. Quanto cambiano gli umori, gli abiti, i cellulari, la lingua, la comunicazione interpersonale. Niente Pc, nell’intercity, niente libri (o pochi), niente signore ipercritiche e iperreattive (peraltro anche niente ritardi, in verità). Gente che dorme, facce incazzate e stanche, ragazze che piangono dopo aver salutato i fidanzati. Quest’è. Il tutto in gran silenzio, stranamente.

Ho voglia di imparare, ho voglia di far crescere questa ragazzetta capricciosa che mi abita dentro, ho voglia di restituire quello che ho avuto a chi se lo merita ma anche no. Perché, prima, a questo non ci pensavo mai. A giudicare con tanta ferocia, intendo. non lo facevo e basta.

E anche del delirio di onnipotenza sono stanca, è una cosa falsa, fuorviante, inutile e senza costrutto. Sarà bene che rimanga dove deve stare, ovvero nella mia stanzetta lavorativa. Lì un senso ce l’ha, una funzione ce l’ha, una utilità ce l’ha. Ma fuori dal lavoro che faccio, non serve a gnente, ti dico gnente (notare che mi son limitata nell’uso delle parolacce, Marco mi ha detto che sono troppo sboccata e quello che dice Marco io faccio).

Insomma, nei prossimi giorni cercherò di fare pace con me e con il mondo che, tra l’altro non mi ha fatto proprio niente e non si merita tali trattamenti verbali e tanta immotivata acrimonia. Sittin’ on the dock of the bay…

Detto questo, ai 10.000 contatti faccio party qui in Rome. Devo decidere se al Tumbler o a un qualche caffè lesbico più tranquillo.

Drinks per tutti.

 

 

 

L’incazzosa Penelope

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Soundtrack: Pretenders – Brass in pocket

Così mi ha definito una mia visitatrice, così mi sento, in realtà, da mesi.

Come chiunque poteva immaginare, tranne me che sono lenta come un bradipo in coma e acuta come una talpa sorda, cominciano a nascere problemi per quello che scrivo, per come lo scrivo.

I segnali che mi arrivano non sono tanto piccoli, se li riesco a registrare persino io. La mia amica R** mi ha detto più volte che, fra poco, nessuno mi racconterà più nulla per paura di finire sul blog.

Insomma, c’è chi comincia a controllarsi in mia presenza e chi non si fida più.

Strano meccanismo.

Stamattina ero talmente inferocita che, se avessi avuto modo di scrivere subito un post, avrei appicciato (N.d.T. = dato fuoco) la tastiera. Ma la giornata è stata massacrante e domani sarà anche peggio. Non ho la forza di incazzarmi adesso.

Quando ho dato vita a questo blog, avevo bisogno di scrivere, di tirare fuori e vomitare il possibile e l’impossibile. Era una cosa per me e per chi ha a che fare con me. Mi auguravo di essere letta da molti, ma non ci avrei scommesso un euro.

Penelopebasta resta, comunque e malgrado tutto, il luogo dove posso fare, dire, sentire e esprimere quello che mi pare e piace, come mi pare e piace, quando mi pare e piace.

Il posto dove la mia ferocia prende un senso diverso, persino sano.

In realtà mi sono talmente abituata a lasciare sarcasmo e cattiveria liberi di scorrazzare tra i miei post, che sono diventata un animale anche fuori da qui; più di prima e più consapevolmente di prima. Ma non è questo il punto.

Il punto è che io non sono “La gazzetta delle lesbiche del mezzogiorno”. Qui non si trovano inciuci su persone che conosco, non racconto fattarielli del cazzo su chi si mette con chi e chi fa cosa e dove. Parlo delle persone con le quali condivido qualche cosa e, escludendo la donna che ha condiviso la mia vita per 6 anni (ma l’ho fatto persino con lei), tendo a proteggere chi credo vada protetto.

E, come ho già detto una volta, Penelopebasta è un blog soggetto solo al mio insindacabile giudizio, ai miei parametri, ai miei affetti e moti affettivi, alle mie paturnie.

Non mi interessa e non mi è mai interessato il gossip, a nessun livello e sotto nessun aspetto. So che è un buon argomento sociale, so che aiuta a stringere alleanze, a cementare amicizie, a risolvere serate noiose. Ma me ne strafotto.

Mi interessa, mi ha sempre interessato di più, capire perché le persone fanno certi gesti e non altri; cosa porta qualcuno a fare una scelta che sembra assurda, come mai un essere umano che appariva in un modo si trasforma in un altro, quali sono i parametri standard che vengono applicati nel giudizio del prossimo.

Le categorie, i fatti, le persone delle quali ho parlato qui, sono caricature, forzature e miniracconti inorganici che nascono dal mio divertimento e dalla mia voglia di prendere per il culo me, i miei modi, la mia timidezza, inadeguatezza e i miei comportamenti del cazzo.

Quello che mi stupisce è che, finché si è trattato di sputtanare persone che stanno sul cazzo a tutti o che hanno la meravigliosa capacità di ridersi addosso, niente per nessuno.

Vorrei sapere in quale punto del mio blog (escludendo la parte che riguarda la mia ex fidanzata, ovviamente), sono stata offensiva, dove ho esposto le persone che amo al pubblico ludibrio, quando ho permesso che qualcuno potesse scrivere quella parola in più che trasforma una caricatura in uno sputtanamento di fatti personali e privati.

Porca puttana. Il narcisimo è un animale cannibale e degenerato, mi sono lasciata prendere dal piacere di essere letta e mi sono persa qualche cosa che a me, forse, piaceva di più.

Sono abituata a mettere i cazzi miei in pubblico, l’ho sempre fatto e mi ha sempre fatto stare bene. Mi piace dire quello che penso, mi piace essere diretta, mi piace far sapere a quante più persone è possibile come mi sento e dove sto andando.

Questo prossimo we sono a Naples per il compleanno di una mia amica. Ho molta voglia – e poco tempo – di stare con la mia famiglia, quella che ho scelto, quella che mi regala energie e fiducia per continuare meglio la mia vita qui, a Roma.

Non ci sarà resoconto della festa.

I fatti e le persone riportati in questo blog sono frutto di fantasia e ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

vaffanculo2.jpg‘night.

 

 

I 4 cantoni

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Soundtrack: The Chemical Brothers – Hey boy, hey girl

Colonna sonora tosta, today.

Dunque, le lesbiche sono una categoria che non brilla per ironia, che si distingue per la sua congenita pesantezza, che raramente riesce a prendersi men che serissimamente. Donne al quadrato.

Ma, incredibile dictu, alle lesbiche piace giocare.

E’ da registrare la tendenza lesbica a vivere il gioco più o meno come lo vivono i bimbi entro i 3 anni e, cioè, non come condivisione, come scambio ma, più semplicemente, come: “E’ TUTTO MIO”. No matters chi si ha di fronte, in che stato si trova, che gioco propone e chi è rimasto a guardare. Questo è un dettaglio privo di importanza, per le lesbiche giocherellone.

La massima espressione di questa giocosità neonatale si estrinseca nella attività ludica denominata: il gioco dei quattro cantoni.

Per chi non ne abbia memoria (c’è gente nata direttamente durante la cosiddetta “seconda repubblica”, va ricordato ai più), è un gioco molto vintage, da fare nell’androne del palazzo, della scuola o, in mancanza di luoghi dotati di colonne, in cortile.

La base per il gioco sono 5 persone e 4 colonne o angoli o luoghi definiti “cantoni”. Quattro persone si posizionano negli angoli di un ipotetico quadrato, una quinta è al centro e attende.

A sorpresa le persone appoggiate ai cantoni si scambiano di posto, mentre la quinta cerca di fregarsi il posto di una delle due in movimento. Chi perde il cantone passa al centro in attesa di rubare un posto di nuovo.

Chiaro?

Piccola nota personale: essendo stata io una bimba con ritardo psicomotorio ed in evidente sovrappeso, ho passato 618 anni al centro del quadrato, ma non vorrei tediarvi con la storia della mia rotonda infanzia e della mia sfiga transcosmica.

Allora, basta poco per immaginare, al posto di bambini arruffati e sudaticci, un gruppetto di 5 lesbiche miste. Ma anche no (citando Veltroni). potrebbero essere, più verosimilmente, 4 o 6 o 16 lesbiche omocategoria.

Una di esse, quella colpita dalla ciorta (N.d.T. = sfiga) di non essere accoppiata, aspetta al centro. Le altre coppie di lesbiche, invece, fremono posizionate sul cantone e guardano, languide, la propria compagna appoggiata al successivo.

Improvvisamente qualcuno si muove. Si tratta di una lesbica irrequieta che, con un occhio solo (l’altro è sempre sulla sua compagna), ha notato che ce n’è una assolutamente chiavable. Avendo ricevuto occhiata di assenso dalla omologa irrequieta, ella parte.

Dopo una concitata fase fatta di urla, strepiti, schiamazzi ed eventuali colpi bassi, il panorama cambia. Si potrà infatti notare, una volta evaporato il polverone, che si sono formate nuove coppie e che la lesbica centrale è cambiata.

Questo gioco può andare avanti fintanto che sono possibili nuove combinazioni tra lesbiche, ma non vengono disdegnati ritorni di fiamma e ragguppamenti (in tre su un cantone, for example). Nel caso una delle partecipanti ceda per stanchezza o morte prematura, di certo arriverà velocemente una nuova lesbica giocherellona per rinnovare lo spasso.

Personalmente, il mio gioco dei quattro cantoni avvenne così: gruppo formato da Penelope, B**, D**, St**.

Penelope e B**, quindi  B** e D**, nel mezzo Penelope e D**, ma D** torna con B**, quindi Penelope con B* e D*, contemporaneamente a B* con St** e Pen con D*, poi St** con Pen, infine D** con St**.

Il tutto nel giro di tre anni.

Manco “Beautiful”.

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Ashpè…

Vado di fretta e ieri sera ho fatto tardi, non riesco a scrivere manco oggi.

Ma entro stasera (se mi va di lusso al lavoro, anche oggi pomeriggio), si parlerà di

“il gioco dei 4 cantoni” – regole ed eccezzzzioni, usi e costumi delle lesbiche antiche e moderne.

Ormai mi sono montata la testa, siete avvertiti. Sono nella top 100 dei blog di wordpress, mi si è alzato il rank, sono su google. com, ho 200 visitors al giorno, anche da Canada, Slovenia, Francia e Inghilterra.

Il delirio di onnipotenza non ha più paletti di sorta, uagliò. E’ la fine.

A più tardi.

L’assalto delle Lesbichette

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Soundtrack: Re:Jazz – People hold on

Sto per raccontare eventi ai quali i più non crederanno, eventi che per molti risulteranno:

————–“AI CONFINI DELLA REALTA'”—————–

Location: Naples, localetto con serata gaia, che ha, per nome, Mutiny.

Cast: 2 Lipstick, 2 Mugnan Lipstick, 1 Lipstick butch (femminile fuori, mascula dentro, l’ho imparato ora su internèt) 1 vintage, 1 etero e 1 ricchione.

Scenografia: Musica orrenda di sottofondo, serata in maschera (uomini vestiti da donna e donne vestite da donna), non molta gente, ma noi siamo arrivate uso DIVAS verso le 11 in una domenica sera di febbraio. Un momento che potremmo definire fase B del bipolare: grandeur, ipervalutazione delle proprie forze, rimozione della questione “lavoro del lunedì mattina”.

Scena 1: il gruppetto di lesbiche, non certo di primo pelo, si posiziona su divanetto sala principale. Esse conversano amabilmente (la musica ha un volume da casse cinesi). Si dilettano scambiandosi opinioni e affrontando anche il problema che, ogni volta che la R** cerca di raccontare cosa ha fatto a Roma, lo sanno già tutti per averlo letto sul blog. Amenità varie, sorrisini, battutine, bicchierozzi di birra in quantità industriale. Insomma, il solito, tutto sembra tranquillo e scorrevole e nulla, ripeto nulla, lasciava presagire ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto.

Scena 2: all’improvviso, con sottofondo musicale di un remix di Pupo, il guppo di lesbiche miste, caratterizzate dal fatto di non essere esattamente delle teen-ager, viene circondato – RIPETO: CIRCONDATO – da un gruppetto di lesbichette categoria J-LO. Una decina di piccerelle affatto sparute, tra i 21 e i 23, attaccano bottone con L**, cercano di ottenere cappelli in regalo (il mio), effettuano numeri di chiromanzia, imparano a memoria i nostri nomi e si rivelano ubriache come cosacchi sul Don. Il motivo che sottendeva tale comportamento era che una delle lesbichette voleva fare acchiappo con L**. Hanno cercato di individuare le coppie – non azzeccandone una che fosse una -, e creduto alla nostra spiegazione che prevedeva rapporti in link con riunioni collettive monosettimanali (megachantell). L** ha mentito sulla sua età, abbassandosela di un paio d’anni. Considerato che era la più piccola di tutte, ho paura…

Vista la situazione, si evince che le possibilità sono:

  1. erano loro troppo ubriache per avere una seppur vaga idea dei personaggi con i quali cercavano di interagire;
  2. eravamo noi troppo ubriache, ormonizzate, rimbambite e lusingate per capire che ci stavano pariando in cuollo.

Non lo sapremo mai.

P.S. La soundtrack non è legata alla serata in generale, ma alla mia serata personale. Ho voglia di dire anche un’altra cosa, una faccenda seria che molto mi ha colpito. Mi fa star male vedere gente infelice, soprattutto se la gente in questione la conosco da anni e mi sta simpatica. Nulla saccio, ma l’infelicità si vede e si vede ogni volta un po’ di più.

L’angolo della capera

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Soundtrack: Frankie Hi Nrg – Chiedi Chiedi

Post da week end, post prima della pausetta domenicale, mio caro Alfetto Pernacchietto.

Ci ho da far domenica e lunedì, prenditela con chi ha esclamato: “T’hanna carè ‘e rient!”, pensando ai miei denti.

Bene, iersera al Tumbler a vedere E. e A. (non metto più i nomi per esteso che poi se le cercano su google risultano frequentatrici di blog lesbici…).

Il mondo cospirava per non farmi arrivare a San Lorenzo, ma queste sono note a margine di scarsa rilevanza. Arrivo e mi accoglie la R** dicendo: “C’è Emanuele Filiberto”. Chi cazzo è Emanuele Filiberto?

E’ uno psicotico convinto di essere ereditario di un regno che non esiste. Non riesco ad immaginare come mai non sia in una struttura psichiatrica in compagnia di quelli che si credono Napoleone. A me pare la stessa cosa.

Dunque serata stranissssssima. Tumbler pienissimo, gente iperattiva, tutti che urlazzavano e lo psicopatico e la sua fidanzata (moglie? boh), due ragazzini strafattissssssimi. A fine serata lei, che era vestita da giovane italia, è stata abbattuta dal capatone definitivo.

Nella sala un unico pensiero: “facciamo la colletta, iniziamo a dargli i soldi che ha chiesto”. Ma egualmente grande eccitazione, un costante lavorio per farsi notare e gente insospettabile che cercava di conoscerlo.

A** la cantante si è ipertesa e incazzata come una biscia per il casino nel locale, io mi sentivo come se fossi seduta sulla poltrona del parrucchiere a leggere i giornali di gossips.

Tutti si lamentavano che E** F** si era pippato tutto il materiale polveroso esistente in Roma, senza lasciare niente per nessuno.

Ma alla fine nessun incidente.

Sono stata tutta la sera a pensare in che tipo di categoria lesbica far rientrare E** F**.

Mi sa che è una “Ciro”.

Esegesi del brano: L word – Opening Theme

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Ovviamente Soundtrack: Betty – L word opening theme (ebbè) 

Come dicevamo, il brano più brutto del mondo.

Ma analizziamolo con cura. Ivi possono essere riscontrati riferimenti al mondo lesbico mondiale e ci sarà possibile effettuare paralleli con il nostro microcosmo e apprezzare l’internazionalismo della nostra condizione. 

Mi preme precisare che stamani sono alla mia sede di lavoro e, poiché non ho un cazzo da fare, mi applico per Voi.

  • Girls in tight dresses: ovvio che faccia riferimento alle Upper Lipstick, le uniche in grado di portare con dignità vestitini strizzanti, d’altra parte eravamo già a conoscenza di questo gemellaggio di categoria, proprio attraverso il telefilm omonimo del brano.
  • Who drag with mustaches: qui abbiamo modo di renderci conto che, persino negli Stati Uniti, sono costretti a convivere con elementi della categoria “Ciro”. Solo le “Ciro”, infatti, possono pretendere di rimorchiare senza essersi depilate prima.
  • Chicks drivin’ fast: Una lesbica al volante è una garanzia in tutto il mondo.
  • Ingenues with long lashes: ecco affacciarsi le Cripto, qui classificate come “ingenue” per delicatezza d’animo e per via della tipica tendenza americana a non approfondire. In realtà è un eufemismo per “cretine”.
  • Women who long, love, lust: donne che desiderano, amano, bramano. Direi che qui si tratta di concetti trans-categoria, escludendo le lipstick e le Upper, cui rivolgersi con il participio.
  • Women who give: frase di oscuro significato, soggetta a variabili di ogni genere e non sempre vera. Infatti, non tutte la danno.
    This is the way, It’s the way that we live: un tentativo di spiegare, con poche semplici parole, lo stile di vita che appartiene alle donne lesbiche del mondo conosciuto.
  • Talking, laughing, loving, breathing,fighting, fucking, crying, drinking,
    riding, winning, losing, cheating, kissing, thinking, dreaming:
    di seguito elencherò il recondito significato dei verbi selezionati dalla brillante musicista. TALKING: Parlare, fare chiacchiere, non concludere. LAUGHING: ridere delle disgrazie altrui, possibilmente della vita segreta delle criptolesbiche. LOVING: attività inutile  e senza costrutto alcuno. BREATHING: tormentare la partner con la propria fiatella. FIGHTING: organizzare risse tra camion in discoteca per l’ipotetico possesso di una Lipstick. FUCKING: raramente. CRYING: spesso e accompagnato alla forma verbale “e fotte” (for neapolitans only). DRINKING: attività particolarmente cara a varie categorie. RIDING: riferito ad eventuali attività fisiche delle quali però, in Italia, non abbiamo notizie. WINNING: lotterie, gratta e vinci ecc. LOSING: sempre  e comunque. CHEATING: l’unica forma di comunicazione conosciuta tra lesbiche, attività nota anche come “il gioco dei quattro cantoni”. KISSING: attività inutile che non porta assolutamente a nessuna certa o probabile conclusione. THINKING: no, qui nessuno lo fa. DREAMING: un continuo lavorio, in questo senso.
  • This is the way, It’s the way that we live, It’s the way that we live. And love: ci fidiamo dell’analisi dell’artista, ma ci riserviamo taluni dubbi in proposito.