Ma si può ancora imbarazzarsi così?

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Soundtrack: Ojos de Brujos – Hijo del Sur

Oggi pomeriggio, al lavoro, lo psicologo del centro dove lavoro, e sottolineo PSICOLOGO, ha pensato bene di dire alla Neuropsichiatra responsabile del suddetto centro, che io ho un blog personale.

E, senza essere colto da nessun dubbio, è venuto da me a dirmi: “non riusciamo a entrare nel tuo blog, ci aiuti?”.

Ora, fermo restando che sono stata io a digitare l’url sul computer della NPI e che, di solito, affermo di essere una lesbica radicale senza macchia e senza paura e che, infine, tutte le mie colleghe giocano con la mia lesbitudine come si farebbe con un cucciolotto di labrador, mi sono imbarazzata come una foca.

Ancora? passati i 40? dopo 6 anni di psicoanalisi? dopo 30 anni di gestazione?

Non mi pare possibile, ma è accaduto.

Vulev’ sprufundà.

Sarà perché è il quasi-capo? naaaaa, di quello non me ne fotte proprio. Sarà perché bisogna dirlo subito ma proprio subito o dopo diventa difficile.

E pensare che mi ha ascoltato con pazienza durante i miei deliri post-relazione, con pazienza e cum grano salis. Ma io ho omesso, con raffinata maestria, pronomi, nomi e aggettivi, glissato sul genere e circumnavigato particolari. Consapevolmente. Colpevolmente. Così imparo.

Insomma, mi sono sentita come quando ero una post-adolescente e qualcuno mi diceva “ma state insieme tu e la tua amica?”. Mi diventavano le orecchie viola e la lingua di cartone ondulato. Mi si squagliavano ginocchia e gomiti e la pressione sanguigna raggiungeva livelli pre-ictus. E poi veniva fuori la voce di qualcun’altra installata nella mia gola, che diceva: “No, abbiamo un rapporto molto forte, siamo molto legate.”

Ero certa, in quei momenti, che davvero mi si sarebbe allungato il naso e accorciate le gambe (ulteriormente?), senza contare la possibilità di essere incenerita da un fulmine divino o inghiottita nell’inferno dei mentitori. Ma avrei sopportato tutto, pur di non dire l’orrida verità.

E la parola “lesbica” mi era impossibile pronunciarla. Proprio non ci riuscivo, oltre al fatto che la trovavo orrenda e sgradevole. Se poi dovevo, per forza e senza possibilità di utilizzare sinonimi o bypassare l’argomento, pronunciare la parola “omosessuale”, venivo colta da paralisi cordale, afonia isterica, paresi linguale e caduta delle guance.

I tempi cambiano, grazie a Dio.

Superando quindi l’inusuale imbarazzo provato nei confronti della Neuropsichiatra, alla quale peraltro credo i cazzi miei non interessino minimamente, vorrei spendere due parole a favore del termine “lesbica”.

In fondo non ha altro significato che non sia “donna che ama un’altra donna”, non ha sinonimi e non si può riferire ad altri che a una donna. Per quanto ci si sforzi, non è un insulto (quanto lo è ricchione o frocio o finocchio o puttana). Insomma è una parola che ha una unicità rara nella lingua italiana. Letteralmente significa “donna proveniente da Lesbo”, una bellissima isola greca, nasce da una tradizione poetica, nell’immaginario collettivo maschile è una biondona nordica con le unghie lunghe che fa un sesso fantastico, non ha metafore equivalenti e non indica una pratica sessuale in particolare. Non lo trovate strano?

Se non altro particolare e mi pare meriti un certo rispetto.

L’ho imparato da poco.

Naturalmente, non è detto che giovedì prossimo, quando rivedrò la NPI, io non diventi rossa come il neon di un sexy shop.

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5 thoughts on “Ma si può ancora imbarazzarsi così?”

  1. Sei mitica nelle tue descrizioni, la lingua di cartone ondulato è bellissima!!!! Ora mi verra’ in mente ogni qualvolta che mi verra’ chiesto se sono lesbica e scoppiero’ a ridere come una scimmia! Come mi succede, ormai, quando vedo le donne con le polacchine, compresa me.
    Imbarazzo…mmm… cos’ è?
    Io non sono mai o quasi mai imbarazzata,
    nemmeno quando uscita dalla palestra mi ha hanno portata al pronto soccorso con un ernia inguinale ed ho dovuto camminare in perizoma d’avanti a tutto lo staff medico, paramedico e paraculo per accertarsi che la mia posizione fosse eretta. Era davvero fuori luogo ma non ero imbarazzata. Quando la gente mi ha chiesto se fossi lesbica io ho risposto “si molto”, e quando mi ha chiesto se fossi sposata ho risposto “no, in italia non è ancora ammesso il matrimonio fra due donne!”. Ne hai avuto la prova la notte di Capodanno a l ristorante..ahahah
    Ma non sono un’ esibizionista, evito di baciare la mia ragazza per strada, non mi piace che mi guardi gente curiosa mentre scambio qualcosa di molto intimo con lei, siccome abbiamo tempo a casa per scambiarci effusioni, riesco a resistere a non toccarla per strada! …Ma magari capisco anche che non dipende dal tempo a disposizione ma da altre cose…ma questa è un’ altra storia.

  2. La parola “lesbica” è tanto importante anche perché nella lingua italiana non c’è altro modo per definirci, colloquiale o scientifico che sia (come invece avviene in *tutte* le lingue più parlate al mondo). Ulteriore dimostrazione del pesantissimo maschilismo della cultura italiana, credo. Non ci si è mai preoccupati della nostra esistenza, neanche per insultarci.

  3. Il mondo delle lesbiche… questo sconosciuto.

    Leggo sempre molto avidamente i tuoi post e quelli delle altre ai tuoi commenti e cerco di carpire i segreti di un mondo per me ancora troppo sconosciuto!

    Mi spiego.

    Quando si guarda dall’esterno un mondo sconosciuto, una persona ignota oppure un fenomeno che incuriosisce ma che non si conosce, si commette (ahimè!!!) l’errore di ragionare per pregiudizi. Ma credo che questo appartenga all’esigenza umana di riportare tutto a categorie più note.

    Seguo sempre The LWorld, non solo perchè mi piace, ma perchè credo che questo serial abbatta un pò quelli che sono i più diffusi pregiudizi sulle lesbiche.

    Le lesbiche possono essere delle gran fiche (cfr. Jennifer Beals: molto più bella e affascinante dei tempi di Flashdance). Vestono abiti da top model e amano truccarsi e andare dal parrucchiere. I pregiudizi vogliono le lesbiche mezzi uomini, con capelli rasati, bottiglia di birra nella mano destra e, nella sinistra, una sigaretta.

    Alle lesbiche però, credo, che manchi un pò di autoironia… il fenomeno delle drag queen è per esempio un fenomeno che appartiene alla cultura omosessuale maschile; inoltre il cinema omosessuale maschile è molto più ricco (cfr. il cinema di P. Almodovar, Seconda Pelle, Ritorno a Could Mountain, Victor Victoria, ecc. ecc.); è vero ci sono piccoli gioiellini come Quelle Due (con le sempre grandi e divine S. MacLaine e A. Hepburn) fino al più recente Women, ma appartengono al genere del film d’essai.

    Inoltre la mitologia omosessuale maschile è costellata da icone intramontabili: da Madonna a Raffaella Carrà, per non parlare di Alice, F. Mannoia, la Melato, Mina, H. Parisi, B. Spears, ecc. ecc.

    Forse sono ancora a corto di notizie…. ho la mente un pò confusa e avida di conoscenza. Allarga i miei orizzonti con informazioni ancora più dettagliate.

  4. Sai, mi sono chiesta se il problema sia davvero l’essere e il raccontare di essere lesbica e non, piuttosto, il fatto che i tuoi colleghi possano entrare a loro piacimento nelle pieghe della tua vita.

    Ché oggi racconti della tua vita sentimentale, ma domani potresti aver voglia/bisogno di parlare di un problema lavorativo.
    E non e’ facile, sapendo che ti leggono…

    Besitos, bambola!

    (e con questo vado a leggermi l’arretrato che sono rimasta a eoni fa!)

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