Il furore dell’ex – 2, Si comincia

lo spirito resta questo, credoSoundtrack suggested: Daniele Silvestri – a me ricordi il mare

Non ci amavamo più da quanto? un anno almeno lei, quasi tre io.

Non sopportavo più nulla di lei: le sue lamentele (ho freddo, ho caldo, ho fame, ho sete, devo fare pipì, sto scomoda, sono stanca, la vita è una merda, voglio uscire, voglio le scarpe nuove). Un continuo e infinito lamento su qualsiasi fottutissima cosa, persona, bisogno.

Ho imparato a tapparmi le orecchie per non esplodere.

Non sopportavo il suo russare la notte, sono passata dalle dolci carezze di tenerezza ai calci dell’esasperazione. Non sopportavo il suo disordine, la sua mancanza di cura per la casa, che pure era sua, la sua rigidità, il suo corpo, i suoi capelli, il suo alito, il suo modo di fumare, il suo egocentrismo, la rigidità mentale, il dito puntato su tutto e tutti, il pessimismo cosmico, la beghinaggine cattolico/comunista che la pervade, la mania della santità, l’abitudine/attitudine ad assegnare le responsabilità a chiunque tranne che a se stessa, l’incapacità a mettersi in secondo piano quando era necessario, l’incapacità mentale di riflettere ed analizzare fatti, emozioni, persone. La drammaticità teatrale (che pure, all’inizio, mi aveva affascinato oltremodo) che ormai riconoscevo come falsa, troppo caricata, fastidiosa. E ancora il protagonismo, l’egocentrismo, l’esibizionismo, l’eccesso inutile che mi faceva sentire a disagio e mortificata di fronte agli altri.

Quando smetti di amare qualcuno, qualsiasi cosa ti possa essere sembrata tenera e particolare, originale e dolce, diventa un mostro a tre teste che cerca di divorarti dentro fuori e intorno e non sai più come difenderti.

Io mi sono difesa spegnendomi. Pur di non ammettere di non amarla più.

Ho cambiato città con lei sapendo, perfettamente, che non era la persona adatta, non l’amavo più e, soprattutto, che se si fosse comprata una casa sarebbe stata la fine. Perchè per genetica non riesco a stare in una casa che non mi appartenga.

Ho visto i suoi genitori insistere per la casa e ho aspettato. Le ho visto scegliere una casa che non mi piaceva in un quartiere che non mi piaceva ed ho apettato. Ho visto (in un rush psicotico di assoluta spersonalizzazione) il trasloco nella casa nuova, il suo fastidio per la mia roba in giro per casa, più roba mia che sua. Ho visto le scelte di arredamento come se io fossi altrove, altro da me.

Ho cercato di fare mia quella casa e di recuperare i ricordi di un innamoramento troppo lontano per essere ricordato.

Ho lottato per trasformarmi in un perfetto zombie nel nome della promessa fatta, del progetto iniziato, dell’impegno dichiarato e profuso. Ho resistito un altro anno, poi sono implosa.

Morta, spenta, senza anima, senza emozioni.

Una sola cosa non ho mai smesso di apprezzare in lei, senza dubbi malgrado il mare di merda che vedevo distintamente: la sua lealtà, unico baluardo inattaccabile e, di fatto, l’unico filo cui attaccarsi.

La caduta, una volta iniziato il coma,  è stata verticale, vertiginosa, fulminea. Molti di coloro che leggeranno questo blog conoscono la storia a memoria, ma io ho bisogno di mettere tutto per iscritto per rivederlo e capire di cosa mi lamento ora.

Ha iniziato a chiedere, chiedere, chiedere. Usciamo, facciamo diciamo. Ha iniziato a mentire sulle persone che incontrava. Ha iniziato a uscire sola e mentire. A insistere e litigare sulle cose che mi attengono, mi appartengono, mi caratterizzano. Ha usato, in un caldo week end agli inizi di agosto, le nostre amichette del cuore per attaccare ogni mio singolo punto debole e finirmi. Io non ho fatto niente per evitarlo, lo aspettavo, forse.

La domenica (5 agosto), mi dice che vuole andare in giro a passeggiar da sola. Vedo la determinazione, sento la sua ansia, ascolto la sua tachicardia. La lascio a Termini. Dopo 10 minuti 10, mi chiama per sapere dove sto. Tra i brevi spazi dei miei battiti cardiaci, una voce ripete “è una telefonata di controllo, ha paura o pensa che la segui”. Noi lo sappiamo sempre.

Dopo pochi minuti il suo cell diventa irragiungibile. Passano 4 ore senza contatti. La metro chiude, lei non aveva soldi, aveva detto. Vivo qualsiasi cosa: gelosia, rabbia, paura, terrore. se le fosse succeso qualcosa non avrei avuto modo di saperlo, non ne abbiamo il diritto noi. Chiamo anche le mie amichette appena partite che, con un filo di compassione, ascoltano le mie paure.

Alle 20,56 chiama lei. Non le dò il tempo di parlare. L’aggredisco di urla disperate ed esasperate dall’attesa e della preoccupazione. Mi dice che è entrata in una chiesa e a spento il telefono, mi dice che ha incontrato una amica e si è fermata a chiacchierare e non si è accorta che il cell era spento. Le dico di non tornare a casa, che se la vedo le spezzo le cosce. Mi dice va bene, ma che non capisce perché io mi sia incazzata tanto. Non ci posso credere.

La mattina arriva contegnosa e semioffesa. Io non riesco a parlare, la rabbia mi blocca le corde vocali e il pensiero logico. Preferisco stare zitta e mi preparo allo psicodramma e alla partenza per le vacanze del giorno dopo. Lei si stende sul letto con il computer sotto le dita.

Controllo il suo cell e mi accorgo che è partita una telefonata per il cell dell’amica che diceva di avere incontrato, 2 minuti prima della chiamata per me (20,54). Capisco. Taccio.

Mi arriva una voce dalla camera da letto che dice: “Ho parlato con mia sorella, penso che dobbiamo prenderci una pausa di riflessione”. Mi esplode il cervello per il troppo sangue in testa. Non ci posso credere, l’idiozia e la vigliaccheria di questa frase mi spaccano le orecchie. Ho 44 anni, ho smesso di credere alle pause di riflessione intorno ai 17 e mezzo, non posso credere di sentirlo dire a una che ha passato i 30.

Urlo, strepito le mie ragioni trovandomi di fronte una cerebrolesa totale. Cade dalle nuvole qualsiasi cosa io dica, sostiene la possibilità di cose inverosimili e inapplicabili. Nega l’essenza delle cose. Chiamo il mio amico Marco per annullare la partenza, lui mi convince a non farlo, a rimandarla di qualche giorno e partire lo stesso. Mi sembra una buona idea, non vedo perché mi devo autopunire. Rimando il volo anche per lei, lei corre da me e mi abbraccia dicendo “partiamo insieme, ti prego”. Rispondo di no, no, no. La odio e la schifo perchè so, perfettamente, che sta facendo fare a me quello che lei proprio non riesce a fare. Preparo le valige e mi metto in macchina per andare a Napoli da Marco. Le dico che non esistono pause di riflessione e che mi sta lasciando, nè più, né meno. Lei dice di no. Vado via. Lei vuole baciarmi, io non voglio, lei piange e io la consolo, lei mi dice che non mi ha mai tradito e che avrebbe dovuto. La guardo stupita. Mi dice che andrà dai suoi genitori in Calabria. Le credo.

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