Il furore dell’ex – 5, Il ritorno

rignano.jpgSoundtrack consigliata: Pink – Leave me alone and lonely (perchè la sentivo in continuazione).

Arrivata a Roma il 24, cambio idea 75 volte ogni 60 secondi: andare? restare? provare? sparire? parlare?

Mi avevi mandato sms con questo tono: “forse torno lunedì”. Avevamo appuntamento per parlare venerdì o meglio, avevo detto che il venerdì sarei andata via.

E allora ecco che si delinea la questione vera, profonda, mia personale.

Assodato che sei una senzapalle, che senza avere un’altra storia non ti saresti mossa, che il tuo massimo sforzo è stato costruire una bomba a tempo e metterla nelle mie mani. Assodato che non hai avuto il coraggio di finire quello che avevi cominciato e che non eri in grado di sostenere le mie reazioni emotive, diventa chiaro che io ero sorda e decerebrata.

Non ho ascoltato una sola parola, non ho letto un solo sottotesto, non ho capito un beneamato cazzo. E la cosa durerà ancora ben oltre il 24 agosto.

Rispondo incazzata al tuo sms, mi concedi di tornare il 25 ma, premetti, sarai stanca per il lungo viaggio (dalla calabria?) e non avrai la forza di parlare.

Chiamo la mia amica e collega di lavoro, lei mi offre una casetta che ha, vuota, a Rignano Flaminio (Pedofilandia). Faccio i bagagli essenziali, prendo gatta e foto di mia madre e vado via.

F** mi accoglie con il marito con tutto l’affetto possibile e impossibile. Mi nutrirà, mi ascolterà, avrà pazienza, tollererà i miei sconfinamenti e vincerà la paura che io non vada più via.

Tu arrivi a Roma, comunichi ad altri che ti stupisce che io abbia portato via il gatto e la foto di mia madre e taci.

Ti chiamo per vederci. Scendo a Roma la sera e parliamo. Ma di cosa parliamo? di cose diverse in realtà. Tu piangi ininterrottamente, io mi impongo di mantenere un controllo ferreo per ascoltarti, non urlarti contro e non rinfacciarti nulla.

Ti avevo lasciato una lettera abbastanza dura, ma non abbastanza vicina a quello che sentivo io.

Ti disperi e mi ripeti le stesse cose che hai detto dal primo momento:

  • sei confusa;

  • non sai cosa vuoi;

  • io ti ho fatto capire che l’amore non esiste;

  • non ti innamorerai mai più;

  • non ami quello che sono diventata;

  • non vuoi questa vita;

  • io sono morta, depressa e spenta;

  • io non ti capisco.

Cerco di trovare un senso a quello che dici, che pure dovrebbe essermi palese, ti rispondo che non ho una doppia personalità non sono posseduta, sono sempre io, qualunque cosa io “sia diventata” e che non sono affatto depressa. Ti dico che mi sono spenta per non ascoltarti. Recrimini su tutto, persino sui soldi e su ogni mio singolo momento di debolezza. Non reagisco perché non voglio che finisca in un litigio.

Ti chiedo se vuoi tornare con me.

Dici che non lo sai.

Ti chiedo se ti devo aspettare.

Dici che non puoi stare co’ ‘sto pensiero.

Ti chiedo se mi ami ancora.

Dici che non ami quello che sono diventata.

Ti chiedo dove hai dormito nei giorni in cui non eri a casa.

– Aspettavo il momento giusto per fare questa domanda, me lo sono trezzeato, dovevo aspettare che abbassassi le difese, secondo me. Non avevo lontanamente immaginato che tu non aspettassi che un aggancio per cominciare a dire uno scampolo di verità. Non tutta, giusto un po’. –

Mi rispondi da A***.

Dico “quella che ci ha provato con te quest’inverno? quella che tu sfottevi perché etero e troia in modo imbarazzante? quella che ti dava fastidio per la modalità di pensiero eterofemminile da velina?”.

Mi dici che quando mai ci ha provato con te.

Contengo il fumo dalle narici e dalle orecchie e ti ricordo che non solo c’erano C** e I** presenti, quella sera, ma che ci abbiamo riso per mesi. Ridevamo della tipica modalità delle donne etero che, di fronte ad una lesbica, pensano sia giusto usare le stesse identiche tecniche di seduzione che si usano per gli uomini. Ne abbiamo riso davvero tanto.

“E’ una persona migliore”. Dici.

Il cervello mio era già ampiamente andato, il cuore pure, i polmoni lesionati da tutte le passate emozioni. A questa frase non mi restava che vedere disintegrarsi le ginocchia. Perché noi sappiamo sempre. Sappiamo perché siamo donne (almeno noi che sappiamo di esserlo).

Con dolcezza ti prendo in giro cacciando il mio secondo asso nella manica (seee, l’illusione del controllo), ti chiedo perché, allora, hai chiamato la tua amica P**, la sera che sei sparita, prima di chiamare me: “che hai fatto, come i ragazzini? ti sei preparata la palla da raccontarmi e la spalla per sostenerla?” e rido.

Di cosa cazzo rido io non lo so, ma rido e ti guardo con tenerezza. Non era vero che provavo tenerezza per te, la provavo per me, volevo rassicurarti per farti continuare a parlare e andavo a fuoco. Volevo saperlo, dovevo saperlo e faceva un cazzo di male. Aspettavo le parole che sapevo avresti detto per permettermi di far morire l’unica cosa di te in cui credevo: la lealtà.

Nemmeno quella era vera. Non c’è più niente da salvare qui. Ma non ti ho detto nulla, anzi.

Mi hai raccontato che, sapendo che io ero gelosa patologica, mi sarei arrabbiata e allora hai chiamato la tua amica P** per avvisarla che avresti usato il suo nome. “Se poi vi incontravate e usciva l’argomento, sai che figura di merda”

Non ti sei accorta di niente, non ti sei accorta dell’assurdità di quello che dicevi, non hai pensato che io avessi letto l’orario della chiamata e che la tua palla era macroscopica e non reggeva. Non ti sei accorta che ho fatto finta di sorridere e che, con dolcezza ti ho detto che non ce n’era bisogno.

Quando mai. Volevo morire e volevo ucciderti.

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