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Nel frattempo

21 Giugno 2009 penelopebasta 11 commenti

Soundtrack: ce vo’.

In macchina mi ritrovo a pensare che è arrivato il momento di lasciar andare delle cose. Di abbandonare. E che abbandonare non è sempre sinonimo di uccidere. Non so se ce la farò, è una impresa enorme. Devo pensarci ancora un po’. Mi chiedo molte cose, trovo molte risposte qua e là.

Entro a Napoli da via Marina. Buffi tentativi di abbellire con le palme una strada che sarebbe, senza nulla aggiungere, bellissima. Basterebbe lasciare libero il mare.

Mangio pesce. Vedo il Fab. Indurito e scintillante come la lama di una katana. Mi festeggia e demolisce con le medesime parole. Mi dice: “non sbagliare”. Mi dice: “sii felice”.  

Dormo come ‘na bimba dopo i miei rituali di buonanotte con gli amori sparsi.

C’è il sole, poi la pioggia. Sembrava umidità solida. Napoli ha un odore preciso quando piove. Un misto di polvere e sabbia e sterco e sale e catrame.

Ziasaimon mi regala un pantalone. Ferma in un punto preciso incontro almeno 5 persone che conosco. Via i capelli.

Cammino raccontando ogni passo via sms.

Mi allungo sulla città e mi commuovo a guardare le palme morte e moribonde e i pini con la corteccia rosso sangue. L’energia di questa città, in questo periodo, è malattia e morte. Come il resto del paese, ma, come al solto, qui si vede di più.

Vedo il pater, c’è da convincerlo a spostarsi. E’ tempo. Lui resiste, vedremo. Gli racconto di me. Non so se è più stupito, imbarazzato o disinteressato.

Passeggio, incontro, guardo le vetrine, mi maledico per l’indigenza cronica e chiacchiero con Biancaneve in testa e via cell. La nostra vita immaginaria.

Di nuovo il fab. Lo ascolto e vedo la nebbia che ha saputo tirar su intorno alle sue motivazioni. E’ bello il fab. Stronzo e bello. Lui è così, inutile stare ad aspettare altro da questo.

Cena con i soliti. Mi addormento di colpo. Sonnambulo sul divano. Non li saluto neanche.

Mi risveglio per sistemarmi alle 2. Alle 4 inizia l’inferno di tuoni e fulmini e vento e pioggia. Non riesco a dormire. Dalla finestra non si vede neanche il palazzo di fronte. Assordante. Accecante. Mi addormento alle 5.

Chiacchiere, cibo, ancora sonno, è saltato l’impianto. Il docfab è stanco morto.

Trovo la mia macchina con la fiancata devastata e lo specchietto penzolante. Non riesco neanche ad incazzarmi. Mi avvilisco.

Ascolto il concerto delle cantanti italiane per l’Abruzzo. bello. Ascolto Biancaneve cambiare voce e stringere la gola. Come sempre quando non è dove vuole essere. Non è bello.

Abbandonare. Lasciar andare. Separarsi. Imparare a farlo.

Improvvisamente mi sembra importante. Prioritario. Basilare.

Son cazzi.

 

Novembre.

31 Ottobre 2008 penelopebasta 8 commenti

Soundtrack: Charlotte Martin - Every Time It Rains

A volte Penelope vorrebbe raccontare dei sogni che ha.

Quelli da poco, quelli che ti si disegnano in mezzo alla fronte quando meno te lo aspetti, quando il resto del corpo è impegnato a stare seduto e a mantenere un minimo di contegno posturale. Quei sogni con nei quali i colori non hanno importanza e senza sfondo. Non è l’ambiente il sogno, è il sogno l’ambiente. Fumetti di china, con le ombre rigate e i vestiti sempre in bianco e nero. Di solito mi portano lontano. Di solito li sento fino alle ginocchia. Di solito capitano quando non dovrebbero. Penelope si vergogna un po’, si sente adolescente e non ce la fà. Qualche volta ne rido. Vecchia pazza visionaria che legge l’illegibile nelle pieghe delle pagine di un libro che non c’è. Capita anche che il sogno arrivi da fuori. Lo sento, lo so. Credo, mi pare, forse, non è detto. Lo vedi che sei una bimba tesoro mio? Ti piace ancora immaginare, ché questi sogni non sono e lo dovresti sapere.

Ma stasera sei strana, Penelope. Malinconica e infreddolita. E non è di questo che vuoi scrivere.

Spiegare cosa davvero mi manca è ancora difficile. Sarà difficile domani e anche il giorno dopo. Poi sarà passata e si riparte.

Come fai a mescolare così le cose?

Perché torna sempre tutto alla stessa radice, allo stesso seme, alla stessa goccia di luce spenta.

Se Penelope sapesse dire, stasera, perché si nasconde dietro sogni senza senso, le farebbe così tanto male da farle cadere gli occhi.

Ma la voragine che ho da qualche parte, in questi giorni, fa male da morire.

Come si fosse appena formata, come fosse fresca di sangue e dolore. Invece è qui da così tanto tempo che neanche dovrei ricordarlo.

E infatti non lo ricordo, lo immagino. Non so più com’era la faccia, la voce, l’odore. Non lo so da così tanto tempo che me lo sono inventato.

Quest’anno non va meglio. Non migliora mai. Non passa mai. E’ sempre qui.

E’ quello che mi fà pensare che non c’è scampo, non c’è un “persempre” in nessun caso, mai.

E’ quello che mi fà scappare prima o poi, è quello che mi porta a fare finta che non mi tocca niente, perché niente è abbastanza. Che mi basto a me stessa, che non mi serve nessuno. Perché nessuno può esserci.

Ritorno bambina a girare per le stanze di una casa ghiacciata. Ritorno a rivoltarmi nel letto aspettando mani che sistemano le lenzuola sapendo, sapendo e sapendo che le mani non arriveranno. Né ora e né mai.

E non serve che io mi dica che basta, non è più tempo, non ha più senso, non è più perdonabile aspettare ancora. non serve a niente. Non mi ascolto e ci riprovo.

Come un cane che cerca il portone di casa. Come una bambina che non ha imparato niente. Come un dolore che cerca di nutrirsi per non scomparire.

Perché se scompare il dolore non mi resta proprio più niente. Almeno è qualcosa, lo posso riproporre, lo posso riportare in vita ogni volta uguale a se stesso, senza usura, senza rughe, senza modifiche.

Il dolore lo ricordo così bene, mi ha accompagnato così a lungo, mi ha costruito così tanto da essere l’unica cosa che ho. L’unica cosa rimasta. L’unico segno limpido, reale, profondo di un pezzo minuscolo di vita, così piccolo da perdersi nel mare dell’assenza.

Lo suoniamo insieme, questo dolore. Io lo so, non importa come. Lo viviamo insieme. Ci abbracciamo forte e ci disperiamo di quello che non c’è. Io e lei e nessun altro.

Lo lascio fluire, ma non si scioglierà nel mare. E’ una fontana, non è un fiume. E’ un tubo avvolto su se stesso. E l’acqua è ancora limpida. Mioddio è ancora limpida, com’è possibile?

Se non lo rovesciassi fuori, una volta all’anno, ne resterei uccisa, credo.

Allora aspetto. Aspetto che arrivi il mio inferno di fine ottobre. Per non dimenticare. Anno dopo anno. Da 39 anni. E’ questo il mio “persempre”.

 

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Di Madri, nonne e matrigne

25 Giugno 2008 penelopebasta 8 commenti

NON HO TEMPO PER TROVARE L’IMMAGINE

Soundtrack: Forest for the trees Dreams

Ho un mal di schiena che la metà basta.

Troppo tempo stesa. Sono presa in un gorgo di pigrizia senza precedenti.

Oggi prendo la bicicletta, almeno mi muovo un po’.

Ieri ho cercato di mettere il post sul blog, ma c’è una fottuta incompatibilità tra la mia pennetta e il computer dell’internet point.

Oggi ci riprovo e vedremo se ci riesco.

Sempre ieri si ragionava, con mia sorella, su quello che proprio uno non ha in sé. Su quello che noi, branco familiare, non siamo in grado di dare.

Non si può cavar sangue da una rapa.

Quando si cresce con un imprinting tanto particolare, come quello di non avere una madre, si alza la soglia del dolore. Impari a sopravvivere e, se puoi sopravvivere a questo, puoi sopravvivere a tutto (e questo non l’ho detto io).

E quello che si posiziona, sulla scala del dolore e dei problemi, al di sotto di quella linea rossa, non conta un cazzo e basta. Cosa da niente è.

La maggior parte delle donne che ho avuto a fianco, ma non solo, sempre questo mi hanno obiettato: “per te valgono solo i tuoi, di problemi, il resto lo sminuisci e sottovaluti”.

E’ vero, è sempre stato vero. Dico spesso che in fondo le nostre sono piccole vite e che, inesorabilmente, ognuno ha la propria personalissima linea rossa a delimitare la soglia del dolore. E che per ognuno è spaventosamente alta.

Ma negli anni, una parte di me ha smesso di rispettare le altrui linee. Una parte di me ha semplicemente cominciato a pensare che chi non ha idea di cosa sia il vero dolore, vale poco o, quantomeno, ancora non ha avuto il benché minimo contatto con la realtà e con la vita. Bimbi col ciucciotto in bocca.

Non è bello. Non è giusto. Non mi ricordo quando ho cominciato a diventare così.

Appartengo ad un branco familiare matriarcale, donne soprattutto pratiche, dall’aria inesorabilmente anaffettiva perché, tutto sommato, non c’è tempo da perdere con le smancerie, i poverina e gli abbracci perditempo. Bisogna fare. Fare subito, entrare in un loop di iperattività da emergenza che sia pragmatico, razionale, potente e che non lasci spazio alle emozioni inutili (piangersi addosso, abbattersi, fermarsi, proteggersi). Camminare anzi, correre e non importa chi o cosa si travolge nella corsa.

Siamo fatte così da tre generazioni

Mia nonna, mater ebrea cellula per cellula, che ci ha cresciuto con costanza e ostinazione, non ha mai concepito pause e/o attese. Fare, muoversi, organizzare,  predisporre, correre, agire. Ma lei è stata anche capace di abbracci caldi e partecipativi, sapeva consolare e farti sentire unica al mondo nella sua attenzione, sapeva leggerti negli occhi il dolore o la sofferenza e sapeva come curarla. Aveva nelle mani il potere di sciogliere ogni nodo dell’anima individuandolo con precisione. Io questo non ce l’ho, e me ne dispiace. Mia nonna un giorno ha detto: “avrei preferito morisse tuo padre, mio figlio, invece di tua madre”. Una dichiarazione d’amore e comprensione, il coraggio di capire e di vedere gli strappi dell’anima uno per uno, la consapevolezza che portare un dolore da adulti è, comunque, più sopportabile.

Fantastica mia nonna.

Poi c’era la moglie di mio padre. Madre coraggio per suo il suo figlio bello e dannato, donna fattiva nel caricarsi addosso una famiglia che non la voleva e che l’ha osteggiata apertamente per oltre 30 anni. Senza tregua. Lei non era donna da perdere tempo. Ci ha educate, ci ha dato il suo. E il suo era: sii autonoma, aggredisci il dolore, sappi chiedere aiuto, non dipendere da nulla, non ti aspettare niente mai e tieniti strette le tue emozioni, che condividerle non è di questo mondo. Mai una carezza, mai un abbraccio, mai una parola di comprensione. Ma presenza costante e adeguata in ogni momento difficile con i suoi modi e i suoi mezzi (storico il suo presentarsi con una pillola di tavor e un bicchiere d’acqua mentre al telefono, a 19 anni, mi comunicavano della morte dell’amico Claudio). Fu lei a mediare per l’organizzazione del mio aborto, lei a parlare con me quando morirono Massimo e Gabriella, lei a sostenere la mia andata via di casa. Con una durezza adamantina certo, ma gliene sono grata, ora.

Mia nipote, che è ormai lontana dalla sua bisnonna “panzer” e dalla sua nonna acquisita “don’t panic”, paga l’assenza di rassicurazioni, lo sguardo severo sui suoi momenti di cedimento passivo, la mancanza di parole di compassione (nel senso letterale del termine), l’assenza di abbracci e di carezze da incoraggiamento. Cerca di barcamenarsi e sopravvivere ad una modalità di essere che non prevede sconti, pause, cadute senza risalite, perdite di tempo.

Sarà anche per questo che, almeno io, ho la tendenza a drammatizzare sempre tutto. Se le cose appaiono peggio di quel che sono, forse si riesce a rimediare un abbraccio caldo o uno sguardo di approvazione. Non c’è più nessuno che debba o possa fare questo per me, non è tempo e non è il caso, ma è una sensazione che non muore, una incoercibile tendenza bambina.

Anvedi questa immobilità fisica dove mi sta portando.

Se dovessi riuscire a pubblicare sul blog ‘sti pezzi, saranno cazzi di chi legge. Noia mortale.

Non dovrei ma so che lo farò.

P.S. Ieri, a Napoli, hanno arrestato un ginecologo che faceva aborti clandestini. E’ lo stesso del quale parlavo nel mio post sull’aborto. Lo hanno preso dopo 30 anni. Il suo collega si è beccato anche una accusa di molestie. Non è cambiato niente.

Bon Voyage – i problemi di Penelope

29 Aprile 2008 penelopebasta 5 commenti

Soundtrack: Depeche Mode - Walking in my shoes

Sono un’idiota