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Articoli taggati ‘logopedista’

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16 Gennaio 2009 penelopebasta 9 commenti

Domani, forse, mi si fa rappresentante sindacale.

A tratti non mi pare più una buona idea.

Stasera c’è nebbia a Roma. Come trovarsi nella campagna irlandese.

Il mondo intero ha deciso di mettermi al corrente di notizie e fornirmi informazioni delle quali farei volentieri a meno.

Il mio capo, detto “l’omino di creta”, nei prossimi giorni, sparerà cazzate a raffica mentre la nave affonda inesorabilmente.

Budget tagliato dell’8%. Basato su quello del 2007, quando eravamo la metà. E lui ancora sogna di tenere tutti e vaneggia soluzioni prive di senso e di contatto con la realtà.

Non posso neanche cercarmi un altro posto, la situazione è così in tutto il Lazio. Tranne che per i capi cretini. Quello è una mia esclusiva.

So benissimo che questa faccenda non interessa a nessuno e che sono cazzi miei, ma un indicazione di quanto sia nella merda questo paese viene fuori.

Il Servizio Sanitario della Regione Lazio ha richiesto la dimissione di un buon 40% di pazienti in carico e di un bel gruppo di impiegati amministrativi. Nel solo settore della riabilitazione. Per chi sta a collaborazione inutile parlarne, è sottinteso.

Prendi un ciccio piccolo su tre e mandalo a casa, è di troppo.

Anvedi che filosofia da servizio pubblico.

In teoria dovrebbero essere riassorbiti dalle ASL, in pratica non succede perché il servizio di terapia logopedica, qui, è quasi esclusivamente privato.

Il messaggio è: FOTTETEVI.

La prossima prevista immagino sarà: “fuori i pazienti oncologici dagli ospedali”, tanto “anna murì”, inutile spendere soldi.

Paese di merda.

Il periodo è questo, noiosissimi e desolantissimi post sul mio lavoro e sull’assenza di stipendi e prospettive. Cambiate blog.

Sapete se cercano logopediste in Toscana?

Burn Out

13 Gennaio 2009 penelopebasta 4 commenti

burn-out

Soundtrack: A New Funky Generation – The Messenger

Di cosa sia il burn out, ne abbiamo già scritto.  Sennò leggete qui.

Non so se sono proprio alla quarta fase o sono andata a inventarne una quinta. Può essere.

E’ che comincio a far cazzate. Ed a lavorare ‘na merda.

Appena rientrata dalle vacanze.

Ho perso il controllo.

Non è il lavoro in sé che mi consuma o confonde. Di quello conosco confini e contorni, delusioni e miserabli glorie.

E’ di nuovo il contesto. Come 20 anni fa. Come quando ho lasciato la prima volta.

Famiglia, scuola, centro.

Prima o poi uno o tutti e tre arrivano come l’uragano Kathrina e lasciano morti e feriti.

Non solo il lavoro fatto insieme (ciccio piccolo e terapista) svanisce ed evapora e scompare nel nulla. Non solo.

Potendo ci si aggiunge anche qualche beffa o qualche gesto che mette me in condizioni di dire “ho fatto cazzate”.

Magari alla fine è solo questo. Solo un errore di una terapista con il delirio di onnipotenza e la convinzione di salvare il mondo dai suoi stessi mali.

Sì, è questo.

E non mi va di assumermene tutte le responsabilità. Voglio darle a qualcuno che non sono io.

Sarò mica sola a lavorare con i cicci piccoli?

Con le colleguzze cerchiamo vane e vaghe strategie per stare meglio, per non affondare nella melma.

Ma non basta.

Sarò la rappresentante sindacale di questo posto di merda.

Almeno si varia un po’, ma penso di essermi infilata in una situazione ancora più snervante.

Lavorativamente mi sento una vecchia amareggiata e isterica.

Cazzo, ci mancava questa.

 

 

Che giornata!

26 Novembre 2008 penelopebasta 6 commenti

fatica

Soundtrack: The Kooks - she moves in her own way

Post privo del benché minimo interesse collettivo e del tutto avulso dalla realtà circostante e contestuale.

Mi prima di andare a dormire ho bisogno di affermare con veemeza che il mondo è un manicomio, io sono gravemente lesionata nelle cervella e che la maggior parte della gente lo è anche peggio di me e manco se ne rende conto.

Giornata lunga come un inverno artico.

Si apre su una incazzatura cosmica per la intrinseca maleducazione dell’Amministratore Unico del mio centro che mi costringe a fare tardi ad un GLH.

GLH significa una cosa tipo “Gruppo Lavoro Handicap”, mi pare. Concretamente è un incontro tra operatori della riabilitazione e gruppo docenti di un qualche ciccio piccolo dotato di insegnante di sostegno. Interessante? sì sì, come un calcio sulle gengive.

Per fortuna era un incontro easy, di un bel ciccio grande che va una scheggia. Il quale ciccio grande è dotato di una mamma bella in modo imbarazzante. E grata in modo imbarazzante. E imbarazzante, insomma.

Almeno è un gran bel vedere.

Il resto della giornata passa a cercare un equilibrio di interazione lì dove serve e una marea di cicci piccoli che si susseguono mentre le mie funzioni cerebrali vanno spegnendosi per la stanchezza. Nemmanco mi ricordo cosa gli ho fatto fare. Il presepe credo. Ma siamo senza colla e quindi non focalizzo con cosa cazzo li ho fatti lavorare. Bah.

A fine serata, come non bastasse, in segreteria parte un delirio paranoide maniacale ossessivo persecutorio che coinvolge me.

ME.

No, dico: ME.

Ho dovuto poi, tornata a casa, mettere in piedi un teatrino via msn per chiarire le questioni.

Tutto, ma non mi coinvolgete nel deliri complottistici lavorativi. Nun c’a pozz fà.

Poi mi si è incantato il cellulare facendomi fare le figur di merd. Bah.

Finale assoluto, una conversazione stile “villa arzilla” con Alice. Ne abbiamo avute di peggio, devo dire, ma questa ha avuto un suo perché. Si comincia parlando di seduzione e interazioni femminili e si finisce a parlar di intestino.

Tipiche conversazioni tra donne, direi.

Questo è il report di oggi.

Considerazioni serissime:

  • quando il regazzino con difficoltà è bello e figo, tutti sono meglio disposti, i disturbi si lasciano nell’angolino, non sia mai si dovesse rovinare l’estetica generale;
  • noi logopediste non serviamo ad un cazzo di niente, ma possiamo tranquillamente far finta di sì;
  • mai lasciarsi fuorviare dall’immagine del prossimo. Anche dentro Golia alberga un infante fragile e bisognoso di conferme;
  • mai dire qualcosa, qualsiasi cosa, senza testimoni davanti;
  • costruire cose serve a tutti, grandi e piccini, anche i rigidoni incrollabili e gli insicuri cronici possono scoprire di avere vene creative e manualità decente;
  • mai fissarsi sul linguaggio del corpo, ha una ambiguità intrinseca e sbagli a interpretare 7 volte su dieci;
  • mai illudersi di aver preso una delle 3 giuste;
  • se avete notizia di qualche offerta pacchetto benessere estremamente economica, fatemelo sapere.

Era mia ntenzione sviscerare la questione Luxuria. Ma non sono in grado. E non posso dire mi dispiaccia.

Spero di avere argomenti più interessanti nel prossimo futuro.

Sua Onnipotenza “la Logopedista”

23 Ottobre 2008 penelopebasta 5 commenti

Soundtrack: Charlotte Martin - On your shore (u know what i mean)

Sono almeno 20 anni che non facevo una terapia privata.

L’ultima l’avrò avuta nel 88/89, non di più.

Non mi ricordavo fosse così appagante e gratificante e delirante e onnipotente.

Entri in casa di qualcuno e ti aspettano. Credono tu sia “La Soluzione”, immaginano che tu sia in grado di sollevarli dal peso dei loro problemi e che tu sia capace di rimettere le cose a posto.

Ti trattano come fossi un luminare della scienza e sono attenti e cauti nell’interagire. Come se avessero paura di perderti facendo uno sbaglio.

Sono uscita dalla terapia rimettendo a posto il mio logo da SuperLogopedista sotto la maglia.

E mi sono ricordata perché ho smesso di farle…

Sensazione pericolosissima, questa, che, generalmente, corrisponde ad un periodo futuro (circa 3 mesi dopo) nel quale tu verrai buttata fuori di casa perché stronza e incapace.

Ma me ne fotto.

3 mesi di terapia privata, adesso, sono manna e miele. Fra tre mesi tutto è possibile.

E sono anche arrivata con un’ora di ritardo…

Ero a chiacchierare con Alice in un baretto al Flaminio. Vorrei che molti dei miei amici conoscessero Alice. Ci andrebbero d’accordo. Pensa te.

La piacevolezza della condivisione di eventi e sentimenti che la maggior parte delle persone non conoscono e/o non reggono, è impagabile.

E se la mia vita è scritta dagli sceneggiatori della endemol, la sua è targata (taggata?) Sud America.

Non mi era mai capitato di sentirmi leggermente più in basso nella scala degli “eventi incredibili, improbabili e inauditi accaduti a giovane essere umano”, credevo di essere su uno dei pioli più alti.

Ho la fortuna di riuscire a incontrare persone interessanti, nella mia vita, ed è puro culo.

Ringrazio.

A volte è difficile parlare di sé ad altri. Il che detto da una che ha un blog che racconta solo dei cazzi suoi è ridicolo. Ma ci sono cose che voi umani non potete immaginare. Ci sono sempre, nella vita di tutti.

Con il passare degli anni impari ad avere un po’ paura di mettere sul tavolino verde i tuoi pesi, il tuo basto personale, la tua valigia del dolore, la tua gogna. Impari ad avere paura perché impari che non tutti lo tollerano, non tutti capiscono, non tutti riescono ad ascoltare senza sobbalzi e fitte e intolleranze. Ed è giusto che sia così.

Quindi eviti. O inizi piccoli discorsi monchi, assaggini ed antipasti per vedere la faccia, gli occhi dell’altro, per vedere se ce la fa o è troppo, ché troppo non gli puoi dare, non sarebbe giusto.

Ma anche per vedere cosa se ne farà di quei pezzettini.

C’è anche chi li userà contro di te, prima o poi. Non capita spesso, ma se capita fa male e rende più cauti, felpati, delicati.

Considero ormai una rarità l’incontro che ti permette di svuotare le tasche e non aver paura di essere derubata o equivocata o spaventosa.

La sto facendo un po’ lunga, mi pare.

Intanto non si può vivere costantemente con questa attenzione semiparanoide, bisogna fidarsi di tanto in tanto. Se va male, va male (certo, si prenderanno tremende misure di conseguenza, mica basta abbassare la saracinesca, ci vuole qualcosina in più che metta in pari…); se va bene ne vale la pena.

Quindi, adesso, sono cazzi di Alice.

Non avrai mica un figlio segreto col fratellastro della cugina della madre di tuo cognato?

 

Energia sprecata

12 Settembre 2008 penelopebasta 6 commenti

Soundtrack: Imogene Heap - Speeding Cars

Tanta.

Le riflessioni si affastellano e accumulano. Ogni gesto e parola mi rimanda altrove e altruando.

Dovrei forse spiegare i fatti, prima, tanto per chiarire le ragioni e le origini del filosofeggiare.

Ieri assemblea sindacale. Partecipa il donatore di lavoro. Si presenta affermando cose che, nel giro di 4 minuti, mi fanno rendere conto che la mia vita lavorativa (e di conseguenza la mia vita in generale) è nelle mani di una persona tanto perbene e caruccia ma tanto inaffidabile e incapace.

Un’azienda da due milioni di euro di fatturato l’anno cui io dedico 36 ore alla settimana, è gestita da un ragazzino spaventato, solo e senza risorse che esordisce accusandoci di disinteresse nei confronti dei problemi della sua azienda ed affermando che non ha modo di sapere come mai la ASL RMA non lo paga.

Mi gelo. Mi alzo. Parlo per 5 minuti. Lui tace e abbassa gli occhi.

Lo avrei azzannato alla gola, se non fossi stata troppo stanca e avvilita.

E così sto per diventare rappresentante sindacale.

Io.

Per avere fatto una imparata di creanza (=lezione di educazione N.d.T.) ad un ragazzino terrorizzato.

Roba da ridere.

Mi pare di essere assoluta protagonista di un incubo ricorrente. Anche perché se mi pizzico non sento più niente.

Mi chiedo, da ieri, se la combattività e la determinazione di un adulto non siano altro che il darsi occasione di riscattare torti, ingiustizie e frustrazioni subite all’alba della propria esistenza.

Come a dire che allora si era troppo piccoli per rispondere, discutere, far valere le proprie ragioni, agire e che, ora, con qualche strumento in più, si rimette in scena lo stesso identico copione nella speranza vana e irragionevole di modificare il passato, di cambiare il finali di quella scena, di ridirezionare lo svolgimento delle cose e dei fatti.

Se così fosse, dio quanta energia sprecata.

E perché mai mi faccio questa domanda?

Sono sanguigna ma mi espongo raramente. Abbaio molto e mordo poco. Odio prendermi le responsabilità del pensiero collettivo perché ci credo poco.

Ma sono cresciuta negli anni 70 e 80. Il collettivo prevale sull’individuo, il pubblico sul privato, il generale sul particolare. Questa formazione non si stacca dalla pelle malgrado gli anni.

Ma ieri ero solo avvilita, offesa, stanca, peroccupata per me e per il mio futuro qui. Gli uomini mi hanno quasi sempre deluso ma mai, dico mai, ho esposto loro le mie ragioni.

Ho sempre pensato di meritare trattamenti poco lusinghieri e irrispettosi (viste le mie caratteristiche di irresponsabilità e inadeguatezza cronica) ma ieri no, non volevo tollerarlo, proprio no.

Faccio il mio lavoro al meglio delle mie possibilità, ho la responsabilità totale di bambini piccoli, delle loro famiglie, delle scuole che se ne occupano. Ho il costante senso di necessità di fare cose e offrire occasioni a loro (i cicci piccoli) e al mondo che li circonda e, CAZZO, non lo faccio perché aspiro alla santità. Mi da anche fastidio chi lavora nel sociale con questo inutile spirito madreteresadicalcuttesco, perché mi pare una dimostrazione di idiozia e di piccolezza mentale, oltre che di menzognerità di base. Quando stacco dal lavoro, stacco, me ne fotto di cosa succede, perché a ognuno la sua vita. Sono ventisei anni che lavoro. Ho preparazione, esperienza e scafataggine mentale. So come lavorare e anche come non lavorare. So che sono peggio di alcuni e meglio di altri.

Ma, tutto questo, ha un unico, fottutissimo, scopo: vivere le ore non lavorative senza negarmi nulla.

Non tollero più di essere trattata né come una eroina (mamma mia, ci vuole coraggio a fare il tuo lavoro…) perché ci vuole coraggio a scendere in miniera o a portare avanti un tabaccaio a secondigliano, non a fare la logopedista a Roma; né come una intrattenitrice dell’inutile (vabbè, tanto non serve a niente…) perchè solo le mie colleghe, le madri e le assistenti sociali sappiamo di cosa si parla.

Ora, dove voglio arrivare?

Io non lo so bene, penso che, comunque, io stia sprecando le mie energie per qualcosa che in realtà non può essere cambiato (considerando variabili come la nazione, la regione, la città), che farei meglio ad occuparmi del mio futuro, dei miei desideri, dei miei sogni e utilizzare a questo scopo determinazione e garibaldinismo. Penso che per quanto mi possa piacere essere il referente di qualcosa, sia solo una dissipazione di risorse. Penso che per la prima volta riesco a fare una cosa che ho sempre desiderato fare (espormi, esprimermi e, in qualche modo, sopraffare ed imporre il mio pensiero) ma nel luogo e per l’obiettivo meno indicato.

Io così perdo tempo, ne sono consapevole, e, tutto sommato, rimando quello che ha da essere fatto.

Inseguire i miei sogni e scoprire se li desidero davvero.

 

 

 

 

Il mio lavoro

30 Maggio 2008 penelopebasta 20 commenti

Soundtrack: Annie Lennox - Why

Sono logopedista dentro

Ho cominciato nel 1982. Smesso nel 1990. Ripreso nel 2001. Resisto.

Scelto per caso, per far contento mio padre e fare qualcosa di simil-medico. Avevo la raccomandazione per il corso di logopedista e non quello per fisioterapista (che preferivo).

All’inizio mi sono spaventata a morte. Non c’è limite a quello che può succedere ad un bambino. E nel 1982 non c’erano sfumature, diagnosi leggere, piccole cose. C’erano le devastazioni da paralisi cerebrale infantile, gli esiti di assurde malattie e sindromi terrificanti e senza nome. Poi c’era qualcosa di divertente, tipo un bimbo classificato come “disfasico” (oggi si direbbe “disturbo del linguaggio) che, in realtà, parlava uno strettissimo dialetto di Sant’Anastasia, provincia di Napoli. Quando ce ne rendemmo conto, migliorò anche lui.

Il mio primo lavoro (pagato meravigliosamente bene), era in un orfanatrofio per bambini disabili in provincia di Avellino. Un film di Ken Loach a ripensarci. Un casermone gigante e puzzolente tenuto da suore altrimenti impresentabili (nane, ritardate, barbute, zoppe) pieno di bambini dai 6 ai 17 anni con ogni genere di patologia esistente sulla faccia della terra. C’erano anche due suore gemelle sudamericane. Ma ci ho messo mesi per capirlo, pensavo fosse una con il dono dell’ubiquità, ché a stare là dentro giorno e notte dovevi essere una santa. Sua Eccellenza il Direttore Sanitario si rifiutava di visitare i bambini, gli facevano schifo, e li imbottiva di sonniferi. Ogni tanto qualcuno di loro moriva, nessuno se ne è mai lamentato.

Visto quello, il resto è passeggiata.

Negli anni 80 non si capiva una mazza delle patologie varie e si lavorava a vista. Senza materiale naturalmente, perché si tende a risparmiare su un lavoro inutile e improduttivo come era quello.

Allora ho imparato.

Ho imparato a vedere i bambini per quello che sono: bambini. Anche i peggiori, anche i tronchi, anche i pazzi furiosi sono e restano bambini. Sempre soli, sempre spaventati, sempre attenti a far felici gli adulti senza guardare se si tratta di persone orrende o meravigliose.

Bambini.

E lavoravo così. Lavoravo per loro e su di loro. Li guardavo, li vedevo (non sempre però, non sempre riesce), li lasciavo crescere a modo loro, con i loro tempi, con i loro limiti. Li portavo per mano a guardare cosa sapevano fare, non chiedevo quello che non sapevano fare. Insegnavo loro a giocare, ché questi bimbi non lo sanno fare mai, a cazzeggiare, a farsi furbi per prendere per il culo gli adulti, a tollerare l’intollerabile di se stessi e degli altri senza piangere, senza spaccare tutto, senza inferocirsi, a diventare autonomi nel quotidiano e nella testa.

Sei solo tu, ciccio, nessuno può far niente per te se non fai da solo.

Ha funzionato quasi sempre.

Ora sono stanca - mentalmente almeno - e non credo più che “i miglioramenti” dei cicci piccoli dipendano da me. Mi pare di aver capito che fanno tutto da soli e che, come ha detto qualcuno “se guariscono con la terapia, vuol dire che sarebbero guariti anche da soli”. Alcune terapiste dicono: “spesso guariscono malgrado noi”. Esatto.

Quindi sono più Signorina Rottenmeier che Teresa di Calcutta, negli ultimi anni. Crescono uguale.

Due sole cosa restano costanti: l’esserci e il non mentire. Mai. Da alcuni disturbi non si guarisce, devono saperlo e in fretta, senza illusioni e senza aspettative. E’ così che possono occuparsi di quello che sono e non di quello che non sono. E’ così che stanno meglio.

I genitori sono un’altra storia e, dopo oltre vent’anni, mi fanno paura e tenerezza sempre nello stesso modo. E nessuno si occupa di loro. Quando ci riesco (è difficile che io lo faccia, non è capacità mia e sono feroce nei giudizi interiori), cambia tutto e anche i bambini stanno meglio. Ma è estremamente più faticoso e pericoloso. Gli adulti hanno sovrastrutture e cancrene caratteriali che non è facile fronteggiare.

E’ un mondo di donne, va ricordato. Donne Madri, Donne Terapiste, Donne Amministrative, Donne Medici, Donne Insegnanti, Donne Baby Sitter… gli uomini scompaiono in questo gineceo sofferente e si perdono bambini che non esisteranno fino a che non diverranno ciò che devono diventare.

Normali.

Parola che non si pronuncia più, pare brutto, ma che campeggia nelle teste di tutti noi che viviamo nel mondo dell’inadeguatezza, della Deviazione Standard (definizione tecnica quantitativa delle disabilità specifiche di un bambino), della impossibilità a, della difficoltà di, del NON.

Io non li voglio normali però, li voglio autonomi, li voglio capaci di fare a meno di quello che non possiedono. A volte funziona.

LD*, 12 anni, dislessico: è arrivato depresso, avvilito, spento. Una vita, la sua, passata a sentirsi dire che non si impegnava, che non era capace, che era un idiota. Lo dimettiamo dopo 6 mesi con rammarico, perché ci fa ridere e divertire quando viene in terapia. A scuola dicono che ora va una scheggia in tutte le materie tranne italiano. Aveva bisogno che qualcuno gli dicesse “Hai ragione, non sei stupido o pigro, è che non puoi leggere e non leggerai mai bene, per quanti sforzi tu possa fare”. E’ bastato.

LM*, 10 anni, disturbo dell’apprendimento. Biracial (direbbero gli americani), bello come il sole. Non diceva una parola, testa bassa, occhi obliqui e taglienti. Una rabbia che se lo mangiava dentro. L’ultimo mese non riuscivamo a fermarlo per quanto parlava e per quanto spaccava le palle con i suoi scherzi. A scuola andava una merda uguale a prima. Ma almeno si è ritrovato vivo.

Non li rivedo mai, dopo le dimissioni. Non so mai che fine fanno. Bene così, ma a volte vorrei spiarli e vedere che ne hanno fatto di quegli anni passati, 3 volte alla settimana, con una sconosciuta in un orribile posto pieno di ragazzi strani e stranissimi. Non si può.

Sei solo tu, ciccio, nessuno può far niente per te se non fai da solo.