Napoli Pride 2010

Standard

Di corsa che sono al lavoro.

Una festa oltre che meravigliosa.

“Giuvinò, che rè stu burdell'” – “Niente signò, è ‘o sciopero re ricchiun'”

Bibbitaro al seguito del pride: “Lesbicaaaaaa, ‘a vuo’ ll’acqua?”

Tassista: “Agg’ accupagnat’ un arcigay all’albergo Vesuvio, marò, signurì, v’immaggginate ‘o burdell che possono fare stanotte tutti questi arcigay?”

A me, ovviamente, ne capita una diversa, al cesso del Mc Donald, una signora mi si rivolge: “Marò, at’ visto ‘o gay Pride?”, io: “Sì, signora, l’ho visto” lei: “Che schif”, io: “signora io vengo dal corteo”, lei: “ma chill stann tutti co’ cul a for…”.

Santa quella pazienza.

Un sabato veramente divertente e colorato.

Niente locale la sera; mi parte una lesione della cornea: occhio blu e rosso, dolore da non poter dormire, sosta al pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini domenica mattina. Non è un ospedale quello, è un cesso del Bangla Desh, con tutto il rispetto per il Bangla Desh che, magari, ha ospedali migliori dei nostri.

Cazzo, ci tenevo ad andare a ballare.

Le amiche. Molte non sono riuscita neanche a vederle tale il casino del corteo. Ma le importanti c’erano.

Trans pochi, con mio grande piacere,  non è politically correct, lo so, ma è l’unico modo per evitare che sui giornali o in tv vadano immagini solo di piume e tacchi a spillo. Almeno si poteva vedere che la gente, al corteo, è gente qualunque. Una questione non da poco e difficile da risolvere.

Napoli è una città assurda, l’ignoranza è tale che non arrivano manco gli stereotipi, si disperdono pure quelli nella incapacità di analisi dell’informazione. A volte è una fortuna.

Anziani e anzianissimi che ballano alle finestre. Belli da guardare.

Noi napoletani siamo un popolo, non siamo abitanti generici di una città. Un popolo. Nel bene e nel male.

Giornata bonaria, sole e venticello che non ti uccide.

Percorso lunghissimo e massacrante.

Bella l’idea dei cartelli di Amnesty International. Bravi.

Perché alla fine al questione è quella: diritti civili negati.

Gira che ti rigira e lì si torna.

E non si riparte.

 

Andatevi a cercare foto e filmati, ne vale la pena.

 

 

Etero e Lesbiche III (donne vs donne)

Standard

Soundtrack:

Eccoci qua.

Non ho neanche comprato il decoder, tanto sono attaccata ai giochini fb tutte le sere, sarebbe una spesa inutile e poi così posso dire che faccio bene a non pagare il canone.

Dunque.

Questa faccenda mi frulla in testa da un mesetto. Vediamo che cosa ne esce, ma non aspettatevi granché, ho ancora punti da esplorare.

Le lesbiche dicono delle etero:

  • che sono fondamentalmente zoccole;
  • che non riescono a fare a meno di troieggiare;
  • che pensano che nessuno possa resister loro:
  • che non sanno interagire sereneamente con le lesbiche, dato che pensano sempre e comunque che le lesbiche ci vogliano provare con loro;
  • che restano etero anche quando scopano con una donna.

 

Le etero dicono delle lesbiche:

  • che sono donne aggressive;
  • che hanno personalità prepotenti;
  • che sono manipolatrici;
  • che non sono femminili;
  • che sono drammatiche.

A me viene il dubbio, e non è manco tanto dubbio, che ognuna accusi l’altra della caratteristica che più le appartiene e, tutte insieme, si tirano addosso il peggio degli stereotipi sulla femminilità. In fondo, delle donne, si dice che sono zoccole e manipolatrici, drammatiche e gatte morte. Se ne cade la letteratura, dalla bibbia in poi, di questo.

Siete mai stati in un locale a prevalenza lesbica?

Dovreste.

E’ una lezione di vita.

Di solito, il locale lesbico, è un trioiaio senza precedenti. Si puttaneggia a destra e a manca, ci si prova con le fidanzate altrui, ci si ammocca (=pomicia, N.d.T.) in ogni angolo e si tromba sul lavabo. Bariste, buttafuori e dj comprese. E manco si fa tanta selezione.

Per quanto riguarda le etero, mi è venuto in mente un pezzo del film che ho postato (dal minuto 5). Del resto, ora che ci penso, conosco parecchie donne che iniziano una relazione con un uomo pensando: “io lo cambierò”.

Noi lesbiche siamo libere di manifestare, festeggiare, reiterare e regalare la nostra femminile quota di “seduttiva leggerezza” altresì denominata: trioiaggine, senza dovere temere o contenere. Una gran fortuna (non ben utilizzata, ma pur sempre una gran fortuna) e, in qualche modo, lo dobbiamo ritenere il nostro peggior difetto. Tanto da finire per assegnarlo alla categoria avversa, le etero.

Le etero sono abituate ad esercitare la sottile arte della manipolazione nei confronti degli uomini che vivono e frequentano (fondamentalmente ritenuti “fessi”), antica arte nata, credo, per ovviare alla differenza di prestanza fisica e alla conseguente impossibilità di imporre scelte con l’uso della forza bruta, Anche loro, evidentemente, se lo sentiranno come una cosa di quelle che “pare brutto”. E così diventa l’insulto per la parte oscura, le lesbiche.

Questa è, ovviamente, la fiera del pregiudizio. L’apoteosi dello sterotipo.

Mi rendo conto di aver ampiamente contribuito. Bisogna trovarvicivicisi nelle situazioni per vederne i limiti e le storture. Almeno io, mi ci devo trovare.

E la questione donne vs donne è vecchia come il cippo a Forcella, si ripete in ogni era ed epoca, come se nulla cambiasse mai.

Eppure molte di noi lesbiche dimostrano concetti validi e belli (anche se in questo momento non me ne viene in mente neanche uno). Quantomeno che una donna può essere indipendente e affettivamente autonoma o “diversamente femminile” senza che caschi il mondo.

E le etero stanno lì a dimostrare che è sulle donne che si regge il mondo.

Ah, ecco, è questo.

Qualche giorno fa Alice mi ha detto: “fra te e Biancaneve la più forte è sicuramente lei”.

Già. E’ così.

E cosa c’entra questo?

Per il prossimo capitolo: Coppie Lesbiche e standard imprescindibili.

La definizione di una lesbica.

Standard

strakerfoster

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack: Terra Naomi - Up here

Prima dei 12 anni ricordo poco e male. Succedevano cose, mi attaccavo a persone ma non avevo idea di cosa fosse se non, a tratti e da un certo punto in poi, la sensazione di avere un disperato bisogno di interagire con le donne. Pensavo fosse una questione di orfanitudine.

A 12 anni ho dovuto scegliere. Fuori dal cortile della mia scuola media, guardavo delle figurine. Allarme rosso attacco alla terra. Tutte le mia compagne avevano una passione per uno dei due protagonisti: Straker (il biondo) o Foster (il moretto).

Non me ne poteva fregà de meno. Ma decisi che dovevo farmene piacere uno, non era normale che non mi interessassero.

Non ricordo chi ho scelto, ma ho attaccato la sua figurina sul diario. Ecco qua, così va tutto bene.

Lo avevo dentro, il senso di anormalità e diversità, lo avevo dentro così forte e così netto che ci ho fatto la guerra per vent’anni.

Uomini tanti, che non si dicesse che non ero interessata all’articolo. Tutti quelli che volevano me. Ché io non volevo nessuno.

I primi brividi ghiacciati veri a 17 anni. Insieme alle droghe, al sesso e all’alcool, anche le donne. Tante. Adulte e ragazze. Belle. Guardare e non toccare e cerca di non farti sgamare. Magari solo un po’.

Avevo un fratellastro che si presentava a casa periodicamente fidanzato con dei pezzi di figliuola da svenimento. Soffrivo e sbavavo. Poi uscivo. E scopavo, Con uomini. Perché non sia mai detto che…

Ma il mio fidanzato di allora (un biondino adorabile col mio stesso nome, amato da amici e parenti) se ne accorse. E si incazzò. E io non sapevo cosa dirgli. Volevo morire se possibile. In alternativa sprofondare. Eventualmente svaporare.

Ma io ancora non volevo dirmelo. A nessun costo. Non quella parola. Non una cosa tanto strana e anormale. Non una malattia come quella. Poco importa se sospetto che la maggior parte dei miei amici sia come me. Poco importa perché non si fa. Non si deve. Non si può.

Eppure non vengo da una famiglia cattolica, nè una famiglia moralista (no, moralista proprio no), non ho avuto un’educazione improntata alla morale comune, non ce lo potevamo permettere.

Ma mio padre ci teneva alla figlia femminuccia, la voleva la biondina magrolina educatina e ben vestita. Anche se mi lasciava guidare la barca, la macchina, se mi chiedeva di risolvere i problemi pratici e meccanici. E la moglie aveva un intercalare fisso “due categorie di femmine mi fanno schifo: le ragazzine incinta e le lesbiche”.

Inutile dire che sono stata entrambe.

Arrivata a vent’anni la guerra era del tutto consapevole. L’avevo in fronte e tra le mani. Non ne uscivo. Dagli amori folli e forsennati. Dalle figure di merda. Dalla morbosità irrefrenabile, dal bisogno costante di frequentare, vivere e sentire le donne e la loro voce.

Bastava pochissimo per farmi innamorare perdutamente e farmi passare notti su notti sudando e piangendo.

Sudando d’amore  e piangendo di paura.

Terrore.

A chi lo dico? si guarisce? è normale? mi schiferanno tutti. Nessuno vorrà avere a che fare con me. Mi cacceranno di casa. Non lo posso dire. Non lo posso fare.

Picchi di delirio intervallati da sospiri e sogni di possesso.

Talmente tanto e talmente forte che in analisi ci sono dovuta andare per forza. Ma questo è successo dopo.

Nemmeno con il fab riuscivo a condividere “questa cosa”. Nemmeno con lui, che pure ha regalato due anni di pace ad un cranio frullato e shakerato.

Ma dopo di lui le dighe si sono aperte. Non c’era modo per fermare pensieri e necessità. Non c’era modo di fare finta, non c’era modo di coprire le tracce, non c’era modo più di restare nel mondo dei normali.

Dio la paura che avevo. Non so neanche più di cosa. E’ talmente difficile ricordarlo ora, che mi sembra non sia mai accaduto.

Invece ci vivevo immersa dentro e senza riuscire a respirare. Fino a sviluppare ogni possibile sintomo visibile o invisibile. Fino alle allucinazioni (che l’abuso di droghe e alcool sostenevano ‘na favola).

I primi due anni, al corso di logopedia, credevo sarei impazzita.

Solo donne. Mi sono innamorata di tutte loro. Una dopo l’altra. Perdutamente. Inutilmente.

Ho “confessato” il mio amore assoluto praticamente ad ognuna di loro. Sono ben felice di avere dimenticato quasi del tutto le conseguenze delle mie dichiarazioni. Quasi, non del tutto. Ero pressante, maniacale, testarda e ottusa. Vedevo segni dove non ce n’erano (questo mi ricorda qualcosa di fin troppo recente) e mi incaponivo fino a farmi sanguinare cuore e cervello.

Poi una  di loro si è innamorata di me.

Uh? ma davvero? quindi non è una cosa che si svolge solo su me e intorno a me e per me. Succede a qualcuna che non sia io. Succede e adesso che si fa?

Ci si mette in piedi una relazione folle durata 6 anni credo, in un delirio di simbiosi, tradimenti con uomini e donne, maniacalità patologiche. Non importa se mi piace o non mi piace o quanto mi piace o quanto ci voglio stare. Diventerà acqua e pane, ossigeno e cemento, benzina e riposo. Diventerà tutta la mia vita.

E l’analisi. Per guarire da me. Per guarire da lei.

Freudiana. Trisettimanale. 6 anni interrotti all’inizio da una disperata fuga a Washington.

Ma non bastava l’oceano. Ero con me lì. a Bethesda. Niente era diverso e il dolore era devastante.

20 chili di burro di arachidi e maionese all’aroma di cipolla in 6 mesi. Su tutto il corpo, anche sulle orecchie credo.

La parola “Lesbica” non mi esce di bocca neanche sotto tortura. “Omosessuale” è un suono indistinto pronunciato a labbra strette. Non sono io. Non si parla di me. Per me è diverso cazzo.

E’ che ho bisogno di riferimenti femminili, io. Poi passa, appena cresco. Non sarà così per sempre.

Non mi accorgo che nessuno dei miei amici o dei miei parenti si sogna neanche lontanamente di schifarmi. Non conta. Mi schifo io.

SI torna in analisi. Si cresce. Si impara. Ma ancora non basta.

Intorno ai 30 anni il fab mi porta a conoscere il mondo gay partenopeo.

Esiste? esistono luoghi dove si riuniscono persone come me? come te? come noi che non sappiamo neanche dire cosa siamo?

Fino ad allora le mie storie le avevo avute, tutte intorno allo stesso filo. La base dei quattro cantoni, appunto.

Comincia la mia gaia vita e finisce l’analisi. Spariscono persone che, incolpevoli, mi avevano aiutato a massacrarmi l’esistenza. Diminuiscono le domande imbarazzanti (quando ti sposi? ma con chi stai?) e io imparo a mentire fin troppo. L’inutile schermo. La fatica della bugia non richiesta. Il bisogno di sentirmi dire “sarà che non ho ancora trovato quello giusto”. Continuare a trovare scuse e montare cosmiche puttanate a mio padre che diceva “porta anche lei”.

Omygod quanta energia sprecata. Quanto dolore inutile e improduttivo, quanta sofferenza autoprocurata nel nome di niente.

Ma non se ne può fare a meno, pare.

La bocca mi si comincia a sciogliere dopo i 30 anni. Amici gay, vita gay e famiglia lontana lentamente decimata.

Più nessuno da turlupinare.

E un amore grande, sereno, profondo, reale e pieno di sole. La sua famiglia compresa.

Se ne può cominciare a parlare.

Lentamente i ghiacci si sciolgono, gli anni passano e le cose scorrono, sempre più libere e serene.

A prescindere.

La mia famiglia se ne fotte allegramente, avrei potuto essere un tapiro, mi tollererebbero lo stesso.

Mia sorella Albus Silente sempre e comunque al fianco.

Mia nipote che si gioca la carta della zia lesbica con le amiche e fa la figa.

Mio padre che parlando con la mia ex e la prendeva in giro perché usava la pillola.

Mia zia che, al suo settantesimo compleanno, mi presenta a parenti centenari mai visti prima dicendo: “Questa è Penelope e questa è la sua compagnA!” (naturalmente mi sono nascosta in bagno per 20 minuti, poi mi sono resa conto che poco prima era entrato mio padre con la terza moglie, mia coetanea, e ho deciso che non era il caso di formalizzarsi).

Gli amici ricchioni e quelli no, che è lo stesso le amiche lesbiche e quelle etero, che non c’è gran differenza.

Le/i colleghe/i con le/i quali condividere e giocare.

Le battute, la solidarietà, l’affetto, il sostegno, le lezioni di sesso e lesbicitudine, le confidenze, l’ascolto, il cambiamento delle persone. Il mio cambiamento.

Il mio blog.

La mia vita.

La vita di una lesbica qualsiasi. Di una persona qualsiasi.

Quanto cazzo c’è voluto per arrivare a questo e quanto cazzo non ce ne era bisogno.

I tests

Standard
Disorder Rating
Paranoid Personality Disorder: Low
Schizoid Personality Disorder: Low
Schizotypal Personality Disorder: Moderate
Antisocial Personality Disorder: Low
Borderline Personality Disorder: Low
Histrionic Personality Disorder: High
Narcissistic Personality Disorder: High
Avoidant Personality Disorder: Low
Dependent Personality Disorder: Moderate
Obsessive-Compulsive Disorder: Low

Take the Personality Disorder Test
Personality Disorder Info
What mental disorder do you have?

Your Result: ADD (Attention Deficit Disorder)
 

You have a very hard time focusing, and you find it difficult to stay on task without your mind wandering. You probably zone in and out of conversations and tend to miss out on directions because you cannot focus

Manic Depressive
 
GAD (Generalized Anxiety Disorder)
 
Paranoia
 
OCD (Obsessive Compulsive Disorder)
 
What mental disorder do you have?
Quiz Created on GoToQuiz
“You are 36% Narcissistic”
 

You have some symptoms of narcissism. You tend to take advantage of others and exaggerate achievements in order to get the praise and attention you rightly deserve.

Are you Narcissistic?
Take More Quizzes

 

Per colpa di Shuly, sono entrata nel gorgo dei test psicologici on-line. Sarà anche stata la cena thai.

Volevo dire che questo, per me, è un periodo delirante, bipolare, stravagante e ambiguante.

E infatti non scrivo per voi, o lettori di Penelopebasta, ma per me. E si vede.

Certo il mio disturbo narcisistico ne risente, c’è da dire.

Ma mi necessita, quindi fottetevi. Prima o poi passerà.

Stasera, durante l’attesa al thai per portarmi le mie belle mono-porzioncine a casa, ho incontrato una lesbica.

Per la terza volta e, per la terza volta, ci siamo scambiate uno sguardo feroce. Più lei che io. In fondo sono banana e non reggo più di 16 nanosecondi lo sguardo altrui.

Perché?

Perché c’è sempre un che di sfidoso e ferocioso?

Uh, che domanda del cazzo.

In realtà volevo scrivere tutt’altro post. Ma poi il coraggio mi è mancato.

Buonanotte, silenti.

Adult Toys & Peoples

Standard

Soundtrack: Emma Lanford – Pornorama

Come sapete mi vergogno sempre un po’ di parlare widely di faccende sesso-inerenti.

Quindi sarò cauta, piena di eufemismi e secondo me pure imprecisa, non potrò certo tenere il passo con Collezionediuomini o il Sarcotrafficante, epilati linguali frequentatori di penelopebasta.

Gli Adult Toys o Sex Toys sono attrezzi sessuali per adulti (e ci mancherebbe…) di ogni genere, forma e funzione, adattabili ad ogni necessità più o meno immaginabile.

Ma non è questo che mi interessa.

Sono questione di discussione da sempre.

C’è sempre qualcuno che dice: “Io? nooooo, mai!”

Mai è una parola inutile. E se poi qualcuno/a te lo fa provare e ti piace? e se poi te lo regalano a natale in carta dorata e fiocco rosso?

Ma neanche questo mi interessa. La gente dice “MAI” su cose ben più sostanziali di questa. 

Miii, coma la sto prendendo larga. Quindi mi atterrò al cosiddetto “schema descrittivo” che insegno ai cicci piccoli per facilitargli la vita.

1 – CHE COS’E’?

Non è uno, ne sono moltissimi. Sono oggetti. Sono sconosciuti ai più, creativi come nulla altro, maneggevoli, di supporto per coppie più o meno amalgamate e grandi amici di buona parte del mondo lesbico (chi lo nega è vergine). Spesso dotati di vita propria, in altre occasioni adattabili al corpo umano. Si possono utilizzare con una o due mani, con il telecomando, con un laccio (Strap-on) applicabile in vita, alle cosce, alle braccia, al mento (eh eh, questo secondo me non lo avete mai visto, andatevelo a cercare) uso protesi, possono essere mangiati, possono essere applicati sul corpo altrui al fine di tener finalmente fermo il/lo/la/i/gli/le partners e farlo/a/i/e stare cionco/a/hi/he e zitto/a/i/e (che a volte è meglio). Alcuni di essi sarebbe meglio usarli al buio, che a vedere il partner in tal guisa può far scattare crisi di risate incontenibili, altri sono esteticamente s-p-l-e-n-d-i-d-i, da poggiare in bella vista sul buffet del soggiorno. Le lesbiche finiscono sempre per comprarne uno. Le scene al sex-shop sono standard (guardo-non guardo, rido-non rido, indico-non indico, avrei domande da fare ma mi metto scuorno, parla tu-no parla tu). Poi si sostiene che è per divertimento, un paio di volte e poi basta, massai se volevo un pene mi fidanzavo con un uomo… Il problema è quando si lasciano, diventa necessario un avvocato per stabilire l’affidamento dello strap-on. Alcune arrivano ad accordarsi per due week end al mese e una vacanza per una. 

2 – COM’E’?

Oggetti sessuali riproducenti organi sessuali maschili e femminili nelle loro forme più semplici (roba standard da uso quotidiano), ma anche a guisa di oggetti che mai mente umana poco avvezza alla ricreazione sessuale. riuscirebbe a concepire se non con un po’ d’aiuto da parte di amiche scafate. Le dimensioni variano in modo impressionante. Ce ne sono di minuscoli da applicare sotto gli indumenti e utilizzare con il telecomando wireless (“Presto, autista, la signora si sente male!” “non si preoccupi, è un orgasmo, mi è partito il tasto on della butterfly nella calca”) e ce ne sono per gay irrefrenabili (mutanda con fallo anale incorporato all’interno). Palline, paperelle, coniglietti, monaci zen, penne, orsetti, pinguini, girasoli, delfini. Uno di tutto. Studiati per punti G e punti R, in grado di raggiungere punti degli organi interni che manco sapete che esistono (gli organi interni). Trasparente o color pelle (etnicamente parlando), matto o lucido, dal giallo al nero coloratissimi. In Asia riprodurre gli organi genitali è/era reato, così sono stati loro a inventare tutte le forme alternative a quella anatomica in commercio. Anche in questo caso, il proibizionismo supporta lo sviluppo tecnologico.

3 – Di COSA E’ FATTO?

Plastica, latex, plexiglass, vetro (quello pyrex, giuro), gel, cuoio, acciao, silicone, fintapelle (spero). Le lesbiche non vogliono sapere di cosa è fatto. Chissenefrega, abbasta che funziona. 

4 – A COSA SERVE?

Secondo il Fabolous, serve a provare che il mondo ruota intorno al pene (quello è assai cazzocentrico, il fab) e, che, fondamentalmente le lesbiche lo usano perché, sennò: “Che cazzo fanno?”. Non per niente si chiamano giochi. Credo serva a divertirsi, a giocare e fare cose nuove. Sono oggetti necessari per allontanare lo spettro della LBD (lesbian Bed Death) e per creare piacevoli diversivi a letto (“sì ma alla prossima lo uso io”, “No tu no”, “Sì dai”, “Aspetta, un altro giro e te lo do” Io! Io!”, “don’t bogart that strap-on my friend”).

5 – CHI LO USA?

Chi mente e sostiene di non usarlo, di solito.

6 – DOVE SI TROVA?/DOVE SI COMPRA?

Il problema vero, non è comprarlo, che qualcuno che non si vergogna ed entra nel sex-shop lo si trova sempre, ma ritrovarlo dopo averlo nascosto. Non so per gli etero, ma nelle case delle lesbiche c’è sempre una madre che rovista i cassetti, un’amica ospite per un mese e mezzo, un nipotino di 4 anni e così via. Dopo i primi tempi di uso reiterato e ossessivo, come sempre nelle grandi passioni, bisogna pur nasconderlo da qualche parte. Dove? Nel marsupio all’interno della valigia dentro la cesta sul soppalco, nella scatola delle scarpe dentro alla sacca da tennis chiusa nel box ikea sull’armadio, nella scatola degli attrezzi (ogni lesbica ne ha una capiente) avvolto nella carta di giornale dentro all’armadietto dei medicinali sotto al lavello.

“Tesò ‘ndo cazzo sta?”.

“Dove lo hai lasciato l’ultima volta”

 

 

Lesbiche_Banana

Standard

Soundtrack: Gabriella Cilmi - Sweet about me

Le Lesbiche_Banana sono una categoria trasversale. Se ne possono trovare elementi in ogni specifica classe di lesbiche conosciute. Le manifestazioni tipiche della Lesbica_Banana prescindono da censo, livello culturale ed educazione. Non sono riconoscibili al tatto, a naso o a vista, spesso sono tranquille lesbiche senza particolari orpelli o grilli per la testa.

Ad un più attento esame si potrebbe affermare che, coloro che sono consapevoli del proprio livello di bananaggine, tendono a tenersi ai margini delle situazioni, defilate e mimetizzate. Esse, infatti, sanno di cosa sono capaci e preferiscono tenersi fuori dai guai.

La L_B, pur dimostrando, in vari settori teorici e pratici dell’esistenza, la presenza di un barlume di intelligenza, è in grado di disfarsene in un nano secondo di fronte ad alcune situazioni più o meno tipiche.

La manifestazione più eclatante di Bananite la possiamo osservare quando una L_B è in presenza di altre lesbiche.

Potrete notare che ascolta con attenzione ed interesse, tende a donare credibilità all’interlocutrice, si fida e, in qualche caso particolarmente grave, è in grado di modificare la propria opinione in base alle puttanate insulse espresse da chiunque.

Non che non abbia una propria personalità, la Lesbica_Banana, lei cerca semplicemente di considerare gli altri degni di ascolto e considerazione, ma dimentica patologicamente che le chiacchiere delle lesbiche sono, generalmente, prive di: fondamento, motivazione, sostanza, spesso intelligenza. Insomma la nostra L_B si illude sempre e comunque di avere di fronte persone dotate di neuroni funzionanti e non ciò che, in realtà è noto a chiunque: tra le orecchie della maggior parte delle lesbiche, infatti, c’è il nulla (peloso, ma pur sempre nulla).

Oltre a questa caratteristica che, in verità, rende difficile la vita solo all’oggetto della nostra disamina, ne troviamo un’altra che, volendo, è anche peggiore.

Se la L_B si trova in un contesto pubblico, in compagnia delle sue sorelle di lesbicanza e ben protetta da sponde e spalle, sa comportarsi in modo brillante, sagace, ironico e cinico.

Se puta caso si trova da sola e viene interloquita da un’altro essere di specie femminile che possa superare la soglia della guardabilità anche di un solo punto percentuale, la Lesbica_Banana si produce in una serie di comportamenti da film comico degli anni 50.

Ella balbetta, arrossisce, fornisce risposte senza alcun senso, giustifica verbalmente la sua esistenza e, in qualche caso, si stampa in faccia un sorriso ebetoide che farebbe fuggire anche una ninfomane.

La Lesbica_Banana, se non viene incatastata (=sbattuta, N.d.T.) in faccia a un muro,  non sarebbe in grado di trovarsi una sola fidanzata per tutta la vita.

Perché, la fragile creatura, crede un no sia un no e un sì un sì, dimenticando la natura intrinseca femminile che prevede una interpretazione fantasiosa (il “forse” è il sottotesto in entrambi i casi). Se un’altra donna la ignora, lei crede di non interessarla, non che si tratti di una strategia bellica. Se un’altra donna le dice NO, lei si ritira nell’angoletto (sebbene incazzata come un armadillo) e non baderà più ai segnali che l’altra, ovviamente, le manderà ad ogni piè sospinto. Se un’altra lesbica la guarda con interesse, infine, ella crederà di avere macchie sul vestito, capelli malamente scompigliati o un ictus in itinere che le deforma il viso in una maschera orrorifica.

A questo proposito si possono citare casi emblematici di approccio tentato e di risposta di Lesbica_Banana.

Donna che guarda con insistente interesse tra la folla: alla L_B iniziano sintomi come sudorazione delle mani, secchezza delle fauci, tremore alle estremità, tachicardia e appannamento della vista. Così fuggirà in preda al terrore e, quando il giorno dopo cercherà di nuovo quella donna, non la troverà più perché è partita per l’Australia.

Donna stesa sul letto che finge di dormire al primo appuntamento: la L_B cambierà stanza per non disturbare;

Donna che si avvicina per approccio standard: la L_B risponderà balbettando arrossendo: “Nnno è cheeee, mi dddispiac’ nonnonnnn lllo so, cosa?” (la domanda era “mi fai accendere?”), oppure “No” con acidità e sopracciglia contratte (la domanda era “di dove sei?”);

Donna che l’abbraccia con trasporto: risponderà all’abbraccio irrigidendosi e dispensando virili ed amichevoli pacche sulle spalle.

Mille altri esempi potrebbero essere riportati in questa sede.

La Lesbica_Banana è, in fondo, una romantica sognatrice, timida e fiduciosa, una infanta della lesbicaggine. Ed a nulla valgono gli anni di militanza, i calci in culo e e le numeroserrime sole.

Niente da fare, non capisce.

 

 

Siamo fottute

Standard

Soundtrack: Vedi video

Dunque ieri autostrada sotto al diluvio universale senza l’unico equipaggiamento necessario: il sonar. Mangiatoria clamorosa in quel di Caianello (agriturismo di un amico) con I**.

Stamane Garbage City, recupero Miss I e C** all’aeroporto, vado a trovare il pater, poi dal dentista, poi a fare il pieno di calore ed affetto al Centro dove lavoravo.

Ho attraversato la città da est a ovest, da ovest a sud, da sud a nord.

Maledico il berlusca ininterrottamente. Il bastardo non ha fatto altro che il gioco delle tre carte. La munnezza è dappertutto. DAPPERTUTTO. Tranne che nei quartieri perbenini. Ma comunque il livello di sporcizia della città è da terzo mondo. Cerco anche di far capire a chi ci vive che non è una città normale, che niente ha un senso, una direzione, una traccia di amorevolezza. Niente. Non riesco nemmeno a farmi capire.

E mi si propone di tornarci.

“Tornare” non è la stessa cosa di “andare”. Basta questo.

Il pater è moscio, il dentista mi ha finalmente limato il dente gigante e le collegucce del Centro sono delle delizie al cioccolato che ti lasciano addosso tracce di zucchero e crema chantilly.

La mattina l’aereo delle roditrici dotate di appendici ossee frontali (zoccole cornute) era in ritardo e mi ritrovo, alle 9 e mezza di mattina, a guardare la TV. Metto MTV. Di seguito becco il video di Feist e feisteggio come una groupie col parkinson, poi quello di Fabri Fibra con la Nannini e penso che il pezzo è proprio interessante e notevole. Ma lui nun se po’ verè. La Nannini è in gran spolvero lesbico con giacchetta di pelle, collare al collo e capello sparato. Evito di soffermarmi a discutere con me stessa sulla questione del mancato coming out (che è diverso da outing, spiegheremo) dell’unica musicista lesbica famosa in questo paese bacchettone e vomitevole. E’ troppo poco che sono sveglia per tirarmi una questione con la mia parte aspirante-militante.

Subito dopo un video che mi porta, inesorabilmente, a far staccare la mascella dalla faccia. A bocca aperta e without words. Non lo so come si chiama questa cessa (scopro che si chiama Katy Perry), il pezzo si chiama “I Kissed a girl”.

Vedetevelo un attimo. Io cerco anche le parole. Casomai qualcosa.

This was never the way I planned/ Not my intention/I got so brave, drink in hand/Lost my discretion/ It’s not what, I’m used to/Just wanna try you on/I’m curious for you/Caught my attention

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

No, I don’t even know your name/It doesn’t matter/You’re my experimental game/ Just human nature/
It’s not what, good girls do/ Not how they should behave/ My head gets so confused/ Hard to obey

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Us girls we are so magical/ Soft skin, red lips, so kissable/ Hard to resist so touchable/ Too good to deny it/ Ain’t no big deal, it’s innocent

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Rendiamoci conto che siamo fottute. Fottutissime. Circola una canzoncina adolescenziale da tormentone estivo che si esprime in questo, specifico modo: ho baciato una ragazza e mi è piaciuto il sapore del suo chap stick, ho baciato una ragazza giusto per provare, spero che il mio ragazzo non si arrabbi…

Saranno almeno 50 anni che si combatte qui in lesbolandia per non finire nel buco nero delle fantasie erotiche maschili. 50 ANNI.

Potreste pensare che il mio sia un discorso isterica da lesbica/militante/veterofemminista/vintage ed avreste ragione, ma anche no.

In fondo è una canzoncina del cazzo, che vuoi che sia? ma anche no.

In realtà significa che la questione è definitiva.

Non siamo un genere, non siamo una categoria caratterizzata da una tendenza sessuale specifica, non siamo donne che non necessitano di interagire con il genere maschile per sessualità e riproduzione.

No, siamo una moda adolescenziale.

Si porta fare la lesbica.

A beneficio maschile.

Fottute. Non esistiamo più.

P.S. To whom it may concern:

Maybe I need to stay alive, first. Maybe I won’t forgive the unforgiveness. Maybe it is hard. Maybe u’re not the kind of person I can walk with, in any way. Maybe I’m not ready enough to jump over. Just wait.