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Articoli taggati ‘donne’

Non ho l’età

7 Ottobre 2009 penelopebasta 8 commenti

La_salsa

Soundtrack: Israel Kamakawiwo’ole – Somewhere Over The Rainbow/What A Wonderful World

Ho dormito due ore e 45 minuti, stanotte.

Ballato la salsa, che mi vergogno a dirlo. Odio la salsa e odio i balli di gruppo. No, ad essere precisi, mi vergogno. Come una foca tetraparetica.

Non ho più la tempra per reggere.

Non mi regge.

Non riesco poi a lavorare e mi trasformo, invariabilmente, in una bambina capricciosa di età variabile tra i 5 anni e i 7 (appena compiuti).

Ne fa le spese Biancaneve.

E non dovrebbe essere così.

Se voi poteste vedere, la fierezza negli occhi che ha e la sua fatica orgogliosa e serena.

Se tutti riuscissero a vedere la libertà che ha dentro e nelle mani, che ha nelle parole e nei fatti, negli affetti e nelle carezze.

Se io non chiudessi gli occhi (e non solo quando mi cala la palpebra) di tanto in tanto, vedrei quell’espressione da impunita che rivolge a me, e la scritta in sovraimpressione che dice “embé, ho scelto te, il resto non conta”.

E smetterei di metter su quei siparietti di drammatizzazione che, evidentemente, mi piacciono tanto.

Se qualcuno vedesse gli sguardi, l’energia, il calore, la potenza.

Sono una nana, una nana dentro e fuori.

Non ce la faccio, a volte (miii, che autoindulgenza), a contenere tutto quello che mi arriva da lei.

Istinti primari, i miei. Sento dolore: mordo.

E non è lei che mi procura dolore. Ma i denti scattano e si chiudono sulla sua mano.

Mi procurano dolore una gran quantità di cose che, di fatto, non le appartengono.

Gli stereotipi, mi fanno male.

La donna che sceglie diventa una zoccola isterica e torturatrice, l’uomo che non sceglie un tenero senzapalle castrato che cerca di far ragionare la virago, porello, ma nulla può contro la potenza della lussuria femminile.

Il matrimonio che da libera scelta d’affetto e ottimismo e fiducia, diventa un contratto pieno di postille, un luogo non virtuale dove rovesciare il peggio di sé e soprattutto, una buona scusa per sparare giudizi inutili e pesanti.

Sempre sulla donna, ovviamente.

In questo paese non c’è il burqa, non è necessario. Siamo oltre. Qualsiasi donna sia in grado di affermare scelte e personalità, quali che siano, è una fottutissima zoccola posseduta dal demonio e cattiva dentro.

Nel 2009.

Oggi ascoltavo lo psicologo del mio centro, quello fattone (che poi non è vero, ma sembra un fattone preciso preciso) e impazzivo di rabbia.

E dolore.

Si parlava di uomini senzapalle.

Strana caratteristica tipicamente maschile, questa delle palle retrattili.

Vengono fuori pure all’ultimo dei coglioni quando si tratta di minacciare, prevaricare ed esercitare potere su chi non può o vuole reagire.

Poi “sciuap”, si nascondono e diventano introvabili di fronte a fatti da risolvere, persone che hanno cose da dire e da rispondere, situazioni complesse, critiche, richieste di cambiamento.

Il mio capo è un senza palle, poverino.

Poverino un cazzo. E’ un coglione strafottente e presuntuoso. I testicoli non c’entrano una mazza.

Il marito della signora con l’amante (e quindi zoccola) e isterica (perché si vuole separare) è un senza palle. Lui ci prova a parlare con la moglie, ma lei è una stronza che non vuole parlare. E lui è ancora lì, a casa con una che lo schifa. Non schioda.

A me non fa tenerezza, fa rabbia. E le palle non sono in discussione. E’ in discussione la capacità di riprendere in mano la propria vita, quella di affrontare un dolore, il rispetto per le scelte di una donna, la considerazione per le emozioni, di una donna, l’onestà intellettuale di accettare la chiusura di un “progetto” senza dover per forza dare la colpa a qualcuno. E, porca puttana, se lei non ha più niente da dirgli, che cazzo deve “parlare”, ancora?

Allora anche io sono stata una senza palle. Lo sono stata quando ho spaccato i coglioni a chiunque sulla colpevolezza e sulla stronzaggine e sulla zoccolaggine della mia “ex” pur di non ammettere che il progetto non aveva funzionato, pur di non dover affrontare il dolore di tornare nella mia vita, una vita che non c’era. Da riscostruire. Con tutta la paura e l’insicurezza che comporta. Non era questione di palle, ma di comodità, vigliaccheria e disonestà.

Di nuovo, mi accorgo che i miei post stanno diventando confusi e inzeppati di cose dette e non dette, mescolate che neanche un minestrone findus.

Ricapitolando, mi hanno rotto il cazzo questi stereotipi che pretendono di governare la vita della gente in generale, e delle donne in particolare. Mi hanno rotto il cazzo i giudizi non richiesti, l’assenza di rispetto per l’altrui sentire, il non ascolto, l’orgoglio a cazzo di cane. Mi hanno rotto il cazzo quelli che, su queste basi, rendono la vita spinosa a Biancaneve. Mi hanno rotto il cazzo ma non posso fare niente. Non sono wonder woman, non ho i superpoteri e non sono la Fenice degli X-men che può controllare altrui pensieri e azioni.

Poi avevo pure dormito troppo poco.

Ma a me Biancaneve non basta mai. Vederla andar via perché deve, mi svampa i neuroni e mi attorciglia l’anima.

Pazienza, ci vuol pazienza.

Con una nana in terza età, isterica e manco zoccola. Come me.

E’ una femmina

4 Marzo 2009 penelopebasta 8 commenti

Soundtrack:

Dovremo lavorare per lei, per farle la dote, per farla sposare.

Dovremo stare attenti, sempre. Chiunque potrà distruggere l’onore della famiglia attraverso di lei. Chiunque.

E lei non capirà, non imparerà, vorrà fare le cose a modo suo e ci metterà nei guai.

Non potrà lavorare come noi, non ci darà il pane, non ci darà la forza.

Non saprà uccidere né procurare cibo. Lei.

E la useranno contro di noi per farci male, per farci soffrire, per toglierci dignità e razza.

Potremmo venderla, ma vale poco. Se sarà bella, forse, potremmo guadagnarci. Se non lo fosse, sarebbe solo un peso.

Meglio una pecora, che una femmina.

Non ci serve.

Potrebbe innamorarsi e fare figli e rovinare i progetto che abbiamo su di lei.

Si sa, fanno di testa loro.

Qualcuno di noi sarò costretto a farle la guardia per sempre. O almeno fino a quando non riusciremo a scambiarla con qualcosa di utile, di valido, di necessario.

E una volta al mese avrà quelle orrende perdite di sangue, quella maledizione divina che tutto sporca e tutto rende impuro ed intoccabile.

Tempo tolto al lavoro. Di nuovo un peso.

Vorrà far l’amore e magari le piacerà e proverà a farlo di nuovo con chi vuole lei e a modo suo.

Ci farà vergognare.

Con quella testa dura che hanno le femmine, potrebbe voler studiare e toglierci risorse e pane. Risorse e pane che vanno a chi può produrre, guadagnare, uccidere, cacciare, comandare, obbedire. Lei queste cose non le sa fare.

Potremmo venderla o farla vendere, ma solo per qualche anno, poi che ne facciamo di una puttana di 15 anni?

No, una femmina no.

Uccidiamola ora, nessuno ne chiederà conto.

Chiudiamole la vagina, perché non possa scegliere da sola.

Stupriamola perché impari chi è che comanda, qui.

Insegnamole ad avere paura, perché non possa muoversi o decidere senza aiuto.

Facciamole capire che ogni suo gesto, ogni sua scelta, ogni sua decisione sono un danno per tutti noi. Per tutti.

Nascondiamola.

Umiliamola perché impari subito che il mondo non le appartiene e non le apparterrà mai.

E’ solo una femmina, a chi importa?

 

So what?

29 Novembre 2008 penelopebasta 9 commenti

mose

Soundtrack: Charlotte Martin – Pills (vi mancava eh?)

Che cazzo sto combinando?

Costruisco inutili passioni di pasta di sale e polistirolo. E me le guardo come fossero vere.

Passo le ore a lisciare le sagome e modificare le forme come fossero coccole e carezze.

Nella testa mi si confondono visi, vasi, cose, case. Non trovo niente. Qualche palla di sottomanto della Penelope testarda e semprealfianco. Graffette e spillette. Polvere che fa grattar le dita.

Ho la testa vuota. 13 ore di sonno stanotte. Prima sveglia alle sei per un biscotto e una sigaretta. Poi liscia fino alle dieci. Oggi dalle 4 alle sei e mezza. Tra poco risistemo il capino sul cuscino e vado.

Sono stanca. Di molte, moltissime cose. Avrei dovuto capirlo giovedì che sarei finita stesa.

Ho fatto quasi 6 ore di straordinario questa settimana. Pare niente, Pare.

Vedo una madre, giovedì. Una donna sottile sottile. Consumata. Anche i capelli sta perdendo. Trasparente e disperata. Da non sfiorare, perché non si disfi come gli alieni nei cartoni animati sotto i colpi dei fucili laser. Guardarla e lasciarla stare. Che niente si può fare.

Suo figlio ha 11 anni. Ha la Sindrome di Kabuki. Ne ho già parlato. Il suo è un peggioramento di quelli inesorabilmente lenti, progressivi, distruttivi. Mese dopo mese, anno dopo anno, scompare nel nulla una funzione. Le ossa della testa si modificano e prendono forme astruse che bloccano il naso, che aprono voragini nel cranio. Non cresce di un centimetro, malgrado le iniezioni quotidiane di ormone della crescita. Reni, udito, vista, sistema immunitario.

Un ricovero al mese. Analisi del sangue ogni 20 giorni, credo.

Lui sorride sempre. Sempre. E’ allegro e solare dolce come un’arnia.

Una cicatrice gli attraversa il cranio, sembra un’aureola.

Lo vedo poco, per via dei ricoveri. Ci lavoro meno che niente. Non so cosa fargli fare.

Al colloquio con la madre ci siamo spaventati in tre: la NPI, lo psicologo ed io, per alcune notizie non confortanti. FINTA DI NIENTE, diceva il mio amico Massimo.

Alla fine sono dovuta uscire perché volevo disperarmi e basta. E non è bene. Sono stanca, evidentemente.

Io vorrei portarlo a fare un giro in motoscafo. in elicottero. Vorrei fargli vedere, che ne so, le falesie irlandesi, cazzo. Vorrei fargli fare quelle cose speciali che valgono la pena. Ma non è il mio mestiere.

Il mio mestiere si fa perché non si tollera l’impotenza. Non ce la si fa e allora si finisce medici, infermieri, psicologi, terapeuti, terapisti. Così riesci a sfangarla. Passi le tue giornate a illuderti che non sei impotente. Che sei attiva e utile. Qui non servo a una mazza.

Ho chiesto alla NPI cosa cazzo devo fare con questo ciccio piccolo devastato e devastante.

Metteremo su un “momento ludoteca” apposta per lui. Farà sentire meglio me, non so lui.

Guardo la collega TNPEE preoccuparsi per le assenze che le portano diminuzione di guadagno e resto ghiacciata. Non capisco tanto bene. Forse non ho capito bene. Forse sono io che funziono male. Di solito me ne fotto, di tanto in tanto, mi prende male.

Preferisco i cicci rabbiosi, quelli che cercano di picchiarti. Preferisco. Non che io sia canonica nella gestione dell’aggressività. Ho il mio discutibile metodo. Perché sono una bimba dispettosa io. Se serve, li sollevo da terra e poi li stendo sul pavimento e gli punto gli occhi negli occhi. Animale uno ad animale due. Io alfa, tu gregario. Nun ce provà più, con la voce di panza più profonda e ferma che ho. Sono scene buffe. Se mi sgama qualcuno con sale in zucca mi manda al confino. Non si dovrebbe fare così, in verità. Ma è più veloce ed efficace.

E questa settimana non è mancato niente. Cicci che mi hanno fregato per mia disattenzione, madri invadenti, insegnanti spaccapalle. Colleghe più disordinate e scoordinate dei cicci. Troppo lavoro.

Solo lavoro.

E stasera che dovrei essere immersa in una seratina for women only, sono a letto con Penelope a rivoltarmi il cuore e la pancia.

E non prendo medicine perché ho la fobia. Quindi si ha da aspettare che passi seguendo i consigli della nonna: riguardati, riposati, non prendere freddo.

Fumare si fuma lo stesso.

Ovviamente niente invito a cena. Non erano giornate. Poi non sono affatto sicura che la pupazzetta di pasta di sale e polistirolo abbia il dono della parola. Anche perché non sono Michelangelo.

 

Ah, le femmene…

27 Marzo 2008 penelopebasta 8 commenti

pablo-picasso-ragazza-di-fronte-allo-specchio.jpg 

Soundtrack: Erykah Badu - Bag Lady

A volte nutro sentimenti di profondo affetto e comprensione per gli uomini. Inteso come genere maschile. Mi capita raramente, ma capita.

E’ che loro hanno a che fare con noi. Genere umano femminile.

Vero che sono pieni di inutili pregiudizi e immani quantità di stereotipi, ma molti li abbiamo confezionati noi. Impacchettati e serviti su vassoietti lucidi.

Perchè non c’è mai una cosa, dico una, che sia quella che appare.

Essendo io appartenente anche al genere umano lesbico, mi capitano cose che rasentano la fantascienza e, per giunta, sono costretta/portata a capire, interpretare, giustificare. Ma a volte, che palle. Altre volte, in quanto in forza al genere femminile, mi scemisco a cercare di capire e interpretare cose che non hanno nulla da significare.

Vorrei faceste mente locale sul rischio di schizofrenia al quale sono soggetta. Perlopiù le due parti di me (femmena e lesbica), pensano contemporaneamente, decidono contemporaneamente e interpretano in simultanea due cose diametralmente opposte.

Perché la terapista “man ‘n cuollo” mi si appoggia addosso? e perché lo fa solo con me? è una giovane etero in procinto di matrimonio e con uno splendido sorriso. Io non sono né androgina né Angelina Jolie. Le risposte sono due:

  1. non è vero, questa cosa non succede e te la immagini, lesbica rincoglionita che non sei altro;
  2. sì ma però non sorride così a tutte le altre, e poi certe cose si sentono.

Capirete che non se n’esce ma, d’altra parte, perché mai le donne devono avere questo vizio di spargere a destra e a manca contatti fisici senza prima sincerarsi dell’orientamento sessuale e della condizione sessuale del loro prossimo?

Altro caso difficile da dirimere (persona altra, ovviamente): dopo avermi detto e mandato a dire che non mi vuole, dopo aver detto e mandato a dire che le aggrada solo una sincera e profonda amicizia, dopo telefonate quotidiane, sms in media di 5 die, chattate terminate all’alba e scambi di battute acute che neanche gli sceneggiatori dei film hollywoodiani anni 50, perché mi si sparisce all’improvviso e non mi si risponde più agli sms? Abbiamo alcune ipotesi da vagliare.

  1. perchè le hai detto che hai incontrato una persona interessante e si è offesa;
  2. non dire cazzate, aveva solo qualche impegno e non ha avuto modo;
  3. ma se ha avuto modo, prima, anche nelle più deliranti delle situazioni, perché ora no?
  4. perché voleva amicizia e tu sarai stata fastidiosa;
  5. ma quale occasione migliore per “coltivare amicizia” di questa che vede me occupata in altro?
  6. te la canti e te la suoni, smettila di vivere in una realtà parallela.

E si potrebbe continuare all’infinito.

Abbiamo una percentuale di interpretabilità pari al 98%. Qualsiasi azione può essere quella, il suo perfetto contrario ma anche una serie di passaggi intermedi che ricordano il paradosso di Zenone.

Qualsiasi risposta o affermazione è relativa a momento, ora del giorno, fase del ciclo, attività in corso, programmazione della giornata e aspettative a lungo termine. Al cambiare di uno solo di questi parametri, qualsiasi risposta o affermazione è suscettibile di modifica, anche sostanziale.

Altra caratteristica fondamentale, è lo smodato uso della frase “non posso” in luogo del più sincero ed appropriato “non voglio”. Noi donne siamo fermamente convinte di non essere soggette ad autonomia di opzione, ma ad una serie infinita di variabili indipendenti dalla nostra volontà che governano le nostre scelte e ci costringono a non fare ciò che vorremmo, se solo fosse possibile, fare con immenso piacere.

Infine, altro tipico e peculiare comportamento femminile: trattenersi dal fare una cosa. Ovvero volerla fare, desiderare di farla, anelare, morire dalla voglia e NON farla, godendo intimamente della nostra capacità di resistere all’istinto.

Perché noi lo sappiamo fare benissimo.

 

 

Wait… file uploading “Ciro”

2 Gennaio 2008 penelopebasta 5 commenti

ciro.jpg

Soundtrack:  Noa – Torna a Surriento

Lo so, aspettate nuove succose news, tips and cheats sul mondo lesbico.

Ma adda arrivà l’ispirazione.

Stasera discutevamo con la R** che, per alcune lesbiche, sarebbe necessario creare categorie ad hoc del tutto uniche e personalizzate. La cosiddetta categoria “Ciro” (da una vecchia barzelletta su un padre alla ricerca del figlio appena nato tra nidi per neonati belli, bellini, brutti, bruttini e infine “Ciro”). Mi rompo di metterla per iscritto, ma si capisce.

Dunque le lesbiche categoria “Ciro” sono quelle che tu hai conosciuto, almeno 10 anni fa, come cucciolotte un po’ sbavose che saltellavano grate e affamate  intorno alle lesbiche alfa.

Perché nei gruppi di lesbiche esistono le alfa, le beta e le omega, come appare ormai assolutamente evidente. Un po’ come per i gatti; sia chiaro, questo è un segno di pura femminilità, d’altronde le lesbiche sono innanzitutto femmine, e poi femmine al quadrato. Non vi inganni il fatto che non si truccano. Il trucco, il tacco, il vestitino con le bretelline a spalle nude con -7 di temperatura esterna,  sono metodi di seduzione destinati agli uomini, non certo necessità femminili. Le vere necessità femminili sono calore, praticità, velocità di preparazione e sbraco. Chiedete alle etero sincere, chiedete alle donne sposate e chiedete a me.

Allora, le “Ciro” le avete lasciate agli albori del loro percorso di omosessualità rivelata, mentre emettevano i primi e fastidiosi vagiti all’interno di discoteche e feste private, le avete evitate mentre vi inseguivano incalzandovi di domande a raffica che non prevedevano l’ascolto di risposte.

Poi le avete viste fidanzate e avete seguito i loro primi passi nel gorgo dei tipici passatempi lesbici (il gioco dei quattro cantoni, la giostra delle ex, gli innamoramenti per etero inespugnabili, le relazioni parallele, i ritorni di fiamma e così via).

Dopo anni, quando ormai pensate di averle viste tutte e avete del tutto dimenticato il passaggio di una “Ciro” nella vostra vita, la incontrate da qualche parte.

Ed è puro teatro.

La “Ciro” non è upper, non è lipstick, non è vintage e non è camion. La “Ciro” è totalmente mitomane.

Vi racconterà con aria annoiata e vissuta di come tutti la vogliono, di quanto è desiderata, di quante storie in parallelo vive (una straniera, una donna sposata e una stupida ma troooppo bella), vi farà domande delle quali conosce la risposta e quindi non ascolterà neanche per un attimo.

Tornerete a casa con la consapevolezza di avere avuto a che fare con un essere proveniente da un mondo parallelo e pregherete, con generosità, perché nessuna vostra amica possa mai pensare, neanche per un attimo: “carina quella bionda”.