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Archivio per la categoria ‘vitalesbica’

Noooo, io non ce la faccio.

2 Dicembre 2008 penelopebasta 15 commenti

ermellino

(cercando foto sul web, ho potuto notare, che tutte quelle un po’ ironiche sul modo di vestire del papa, sono inaccessibili, che si sappia)

Soundtrack: Frankie HI-Nrg Mc - Quelli Che Ben Pensano

Non volevo entrare in questa discussione. Non volevo entrare perché so che mi incazzo e non posso fare una beneamata mazza (beneamata?).

Per ora i link. Qui e qui.

Faccio i piatti e torno (ho la sensazione di confondere feisbùk e blog, strano…).

Eccoci qua.

Ascoltare cazzate sulle quali non ho alcun potere di intervento mi deprime. Per questo preferisco starne fuori.

Qualche sera fa guardavo un serial abbastanza seguito: “Cold Case” (la detective protagonista gliè ‘na favola a guaddasse, oltretutto). Tra i detectives nasce una ipotesi e lui dice a lei: << vabbè, ma non è che “prete” significhi necessariamente “pedofilo” >> e lei risponde: << questo è da dimostrare>>.

Lo scandalo della pedofilia tra i preti cattolici, in USA, ha avuto una risonanza ed un impatto enorme. Al punto da finire nei serial TV. 

 Abbiamo un papa (e la minuscola è intenzionale) tedesco della gioventù hitleriana, teologo (una evidente contraddizione in termini, mi pare che per loro ammissione la parola “scienza” e la parola “divinità” non vadano in accordo), sostenitore – da cardinale – di un ritorno ad una morale religiosa che ricorda da vicino la vendita delle indulgenze e che ora, da papa, tira fuori dagli armadi le toghe di Prada e le pelliccette di ermellino, un tipo che, da quando è salito al soglio, ha mandato in rovina decine di locali zona Prati, dove scorrazzava con il suo gruppetto di pretini goliardoni capeggiati da padre George.

Ora.

Io non voglio scendere su questo piano, quello del gossip o dell’insulto facile, non mi va e poi per personale condizione solidarizzo con i gay di tutto il mondo.

Mi chiedo cosa pretendiamo da questo tipo di persone.

Considerando che lavorano alacremente, da un paio d’anni, per ottenere lo stesso peso politico nella geografia occidentale che hanno quelle altre teste di cazzo dei capetti islamici sulle nazioni orientali.

Mi spiace, ma ho il fegato verde e mi accorgo di esprimermi orrendamente. Ricapitoliamo.

Nel mondo occidentale la religione più seguita è quella cristiana. In particolare il cattolicesimo. Il cattolicesimo è strutturato come un’azienda e ha un preciso organigramma. L’amministratore unico del mondo cattolico viene eletto da un gruppo di dirigenti (caratterizzati da una uniforme rossa) e resta in carica fino alla morte.

L’amministratore unico non è soggetto a interpretazione, discussione, non interloquisce con i sindacati, non segue le regole sociali comuni, ha diritto ad una villa piuttosto ampia a Prati, ha un imprecisato numero di dipendenti, diversifica nelle produzioni e non paga i lavoratori sul campo.

Una multinazionale. Ed ha il tipico potere di una multinazionale.

Ma cosa produce?

Adepti.

Produce adepti e il suo è un diritto riconosciuto worldwide.

La legge cui si attiene, che risale ad alcune storie datate un paio di migliaia di anni fa, furono pronunciate da un tipo piuttosto strano. Probabilmente un comunista, un hippie o, comunque, uno che credeva di essere un ammistratore delegato e che risulta avere rinunciato a parecchi dei suoi privilegi. Parecchi. Niente veicoli privati, niente segretari, nessuna divisa aziendale, struttura cooperativa.

Ma pare che la questione non abbia più alcun peso.

Ha peso la globalizzazione, la concorrenza sul mercato della multinazionale Islam, di quella Yddish (da sempre pericolisissima, si sa) ed un altro paio che, comunque, restano abbastanza controllabili.

Le altre fanno colore.

A occhio, mi pare che Cattolica import-export e Islam Inc. abbiano fatto cartello.

- Ma sto delirando forte, io -

Quindi, da questo sistema allucinante che ha, come unico scopo, la conquista del mondo, cosa mai ci si può aspettare?

Una morale?

Pedofilia, pratiche omosessuali, usura, collusione con sistemi di delinquenza organizzata, stragi, pulizie etniche, evasione fiscale, riciclaggio, incitamento al suicidio, tortura, stupri, plagio. Le hanno fatte tutte ma, nel loro caso, le parole si trasformano in (nell’ordine): oratorio, seminario, sostegno alle famiglie bisognose ed alle opere pie, difesa del diritto alla vita, difesa della parola divina, estirpazione del demonio, leggi divine, opere di beneficenza, insegnamenti morali, persecuzione del male, purificazione dei deboli, testi sacri.

Io non ho alcuna intenzione di assegnare a questa gente il diritto di giudicare il mio comportamemto e di definirne i confini di valore.

Il potere che viene dato a costoro (non firmare un documento contro la discriminazione di una parte dell’umanità, perché altrimenti un’altra parte ne verrebbe discriminata o non firmare un documento che garantisce i diritti ad una parte dell’umanità perché consente un diritto ad un’altra parte dell’umanità), io non capisco in nome di cosa venga dato.

Qui non si parla di religione. Si parla di politica globale. E mi fa schifo.

Personalmente non mi sento soggetta alla valutazione di un ecclesiastico, di una chiesa, di una religione.

Tantomeno di quella cattolica.

E gli omosessuali e i disabili (che accoppiata eh!) che si sentono parte di questo sistema che va sotto il nome di religione, farebbero bene a mettere in discussione il concetto di infallibilità e a considerare l’ipotesi che i tempi sono cambiati parecchio e che, com’è evidente, il mondo non ha più bisogno di una religione che stabilisca i confini tra bene e male. Siamo cresciuti (anche attraverso pricipi religiosi validi) e lo sappiamo da soli.

Abbiamo bisogno di altro che non è nulla di nuovo, ma mi pare fosse già stato scritto da qualche parte almeno duemila anni fa: giustizia sociale, diritti civili, riconoscimento del valore della persona (qualsiasi persona VIVENTE), collaborazione, comprensione.

Meglio rileggere, mi sa che ho esagerato.

 

 

Adult Toys & Peoples

6 Ottobre 2008 penelopebasta 16 commenti

Soundtrack: Emma Lanford – Pornorama

Come sapete mi vergogno sempre un po’ di parlare widely di faccende sesso-inerenti.

Quindi sarò cauta, piena di eufemismi e secondo me pure imprecisa, non potrò certo tenere il passo con Collezionediuomini o il Sarcotrafficante, epilati linguali frequentatori di penelopebasta.

Gli Adult Toys o Sex Toys sono attrezzi sessuali per adulti (e ci mancherebbe…) di ogni genere, forma e funzione, adattabili ad ogni necessità più o meno immaginabile.

Ma non è questo che mi interessa.

Sono questione di discussione da sempre.

C’è sempre qualcuno che dice: “Io? nooooo, mai!”

Mai è una parola inutile. E se poi qualcuno/a te lo fa provare e ti piace? e se poi te lo regalano a natale in carta dorata e fiocco rosso?

Ma neanche questo mi interessa. La gente dice “MAI” su cose ben più sostanziali di questa. 

Miii, coma la sto prendendo larga. Quindi mi atterrò al cosiddetto “schema descrittivo” che insegno ai cicci piccoli per facilitargli la vita.

1 – CHE COS’E'?

Non è uno, ne sono moltissimi. Sono oggetti. Sono sconosciuti ai più, creativi come nulla altro, maneggevoli, di supporto per coppie più o meno amalgamate e grandi amici di buona parte del mondo lesbico (chi lo nega è vergine). Spesso dotati di vita propria, in altre occasioni adattabili al corpo umano. Si possono utilizzare con una o due mani, con il telecomando, con un laccio (Strap-on) applicabile in vita, alle cosce, alle braccia, al mento (eh eh, questo secondo me non lo avete mai visto, andatevelo a cercare) uso protesi, possono essere mangiati, possono essere applicati sul corpo altrui al fine di tener finalmente fermo il/lo/la/i/gli/le partners e farlo/a/i/e stare cionco/a/hi/he e zitto/a/i/e (che a volte è meglio). Alcuni di essi sarebbe meglio usarli al buio, che a vedere il partner in tal guisa può far scattare crisi di risate incontenibili, altri sono esteticamente s-p-l-e-n-d-i-d-i, da poggiare in bella vista sul buffet del soggiorno. Le lesbiche finiscono sempre per comprarne uno. Le scene al sex-shop sono standard (guardo-non guardo, rido-non rido, indico-non indico, avrei domande da fare ma mi metto scuorno, parla tu-no parla tu). Poi si sostiene che è per divertimento, un paio di volte e poi basta, massai se volevo un pene mi fidanzavo con un uomo… Il problema è quando si lasciano, diventa necessario un avvocato per stabilire l’affidamento dello strap-on. Alcune arrivano ad accordarsi per due week end al mese e una vacanza per una. 

2 – COM’E'?

Oggetti sessuali riproducenti organi sessuali maschili e femminili nelle loro forme più semplici (roba standard da uso quotidiano), ma anche a guisa di oggetti che mai mente umana poco avvezza alla ricreazione sessuale. riuscirebbe a concepire se non con un po’ d’aiuto da parte di amiche scafate. Le dimensioni variano in modo impressionante. Ce ne sono di minuscoli da applicare sotto gli indumenti e utilizzare con il telecomando wireless (“Presto, autista, la signora si sente male!” “non si preoccupi, è un orgasmo, mi è partito il tasto on della butterfly nella calca”) e ce ne sono per gay irrefrenabili (mutanda con fallo anale incorporato all’interno). Palline, paperelle, coniglietti, monaci zen, penne, orsetti, pinguini, girasoli, delfini. Uno di tutto. Studiati per punti G e punti R, in grado di raggiungere punti degli organi interni che manco sapete che esistono (gli organi interni). Trasparente o color pelle (etnicamente parlando), matto o lucido, dal giallo al nero coloratissimi. In Asia riprodurre gli organi genitali è/era reato, così sono stati loro a inventare tutte le forme alternative a quella anatomica in commercio. Anche in questo caso, il proibizionismo supporta lo sviluppo tecnologico.

3 – Di COSA E’ FATTO?

Plastica, latex, plexiglass, vetro (quello pyrex, giuro), gel, cuoio, acciao, silicone, fintapelle (spero). Le lesbiche non vogliono sapere di cosa è fatto. Chissenefrega, abbasta che funziona. 

4 – A COSA SERVE?

Secondo il Fabolous, serve a provare che il mondo ruota intorno al pene (quello è assai cazzocentrico, il fab) e, che, fondamentalmente le lesbiche lo usano perché, sennò: “Che cazzo fanno?”. Non per niente si chiamano giochi. Credo serva a divertirsi, a giocare e fare cose nuove. Sono oggetti necessari per allontanare lo spettro della LBD (lesbian Bed Death) e per creare piacevoli diversivi a letto (“sì ma alla prossima lo uso io”, “No tu no”, “Sì dai”, “Aspetta, un altro giro e te lo do” Io! Io!”, “don’t bogart that strap-on my friend”).

5 – CHI LO USA?

Chi mente e sostiene di non usarlo, di solito.

6 – DOVE SI TROVA?/DOVE SI COMPRA?

Il problema vero, non è comprarlo, che qualcuno che non si vergogna ed entra nel sex-shop lo si trova sempre, ma ritrovarlo dopo averlo nascosto. Non so per gli etero, ma nelle case delle lesbiche c’è sempre una madre che rovista i cassetti, un’amica ospite per un mese e mezzo, un nipotino di 4 anni e così via. Dopo i primi tempi di uso reiterato e ossessivo, come sempre nelle grandi passioni, bisogna pur nasconderlo da qualche parte. Dove? Nel marsupio all’interno della valigia dentro la cesta sul soppalco, nella scatola delle scarpe dentro alla sacca da tennis chiusa nel box ikea sull’armadio, nella scatola degli attrezzi (ogni lesbica ne ha una capiente) avvolto nella carta di giornale dentro all’armadietto dei medicinali sotto al lavello.

“Tesò ‘ndo cazzo sta?”.

“Dove lo hai lasciato l’ultima volta”

 

 

Lesbiche_Banana

30 Agosto 2008 penelopebasta 10 commenti

Soundtrack: Gabriella Cilmi - Sweet about me

Le Lesbiche_Banana sono una categoria trasversale. Se ne possono trovare elementi in ogni specifica classe di lesbiche conosciute. Le manifestazioni tipiche della Lesbica_Banana prescindono da censo, livello culturale ed educazione. Non sono riconoscibili al tatto, a naso o a vista, spesso sono tranquille lesbiche senza particolari orpelli o grilli per la testa.

Ad un più attento esame si potrebbe affermare che, coloro che sono consapevoli del proprio livello di bananaggine, tendono a tenersi ai margini delle situazioni, defilate e mimetizzate. Esse, infatti, sanno di cosa sono capaci e preferiscono tenersi fuori dai guai.

La L_B, pur dimostrando, in vari settori teorici e pratici dell’esistenza, la presenza di un barlume di intelligenza, è in grado di disfarsene in un nano secondo di fronte ad alcune situazioni più o meno tipiche.

La manifestazione più eclatante di Bananite la possiamo osservare quando una L_B è in presenza di altre lesbiche.

Potrete notare che ascolta con attenzione ed interesse, tende a donare credibilità all’interlocutrice, si fida e, in qualche caso particolarmente grave, è in grado di modificare la propria opinione in base alle puttanate insulse espresse da chiunque.

Non che non abbia una propria personalità, la Lesbica_Banana, lei cerca semplicemente di considerare gli altri degni di ascolto e considerazione, ma dimentica patologicamente che le chiacchiere delle lesbiche sono, generalmente, prive di: fondamento, motivazione, sostanza, spesso intelligenza. Insomma la nostra L_B si illude sempre e comunque di avere di fronte persone dotate di neuroni funzionanti e non ciò che, in realtà è noto a chiunque: tra le orecchie della maggior parte delle lesbiche, infatti, c’è il nulla (peloso, ma pur sempre nulla).

Oltre a questa caratteristica che, in verità, rende difficile la vita solo all’oggetto della nostra disamina, ne troviamo un’altra che, volendo, è anche peggiore.

Se la L_B si trova in un contesto pubblico, in compagnia delle sue sorelle di lesbicanza e ben protetta da sponde e spalle, sa comportarsi in modo brillante, sagace, ironico e cinico.

Se puta caso si trova da sola e viene interloquita da un’altro essere di specie femminile che possa superare la soglia della guardabilità anche di un solo punto percentuale, la Lesbica_Banana si produce in una serie di comportamenti da film comico degli anni 50.

Ella balbetta, arrossisce, fornisce risposte senza alcun senso, giustifica verbalmente la sua esistenza e, in qualche caso, si stampa in faccia un sorriso ebetoide che farebbe fuggire anche una ninfomane.

La Lesbica_Banana, se non viene incatastata (=sbattuta, N.d.T.) in faccia a un muro,  non sarebbe in grado di trovarsi una sola fidanzata per tutta la vita.

Perché, la fragile creatura, crede un no sia un no e un sì un sì, dimenticando la natura intrinseca femminile che prevede una interpretazione fantasiosa (il “forse” è il sottotesto in entrambi i casi). Se un’altra donna la ignora, lei crede di non interessarla, non che si tratti di una strategia bellica. Se un’altra donna le dice NO, lei si ritira nell’angoletto (sebbene incazzata come un armadillo) e non baderà più ai segnali che l’altra, ovviamente, le manderà ad ogni piè sospinto. Se un’altra lesbica la guarda con interesse, infine, ella crederà di avere macchie sul vestito, capelli malamente scompigliati o un ictus in itinere che le deforma il viso in una maschera orrorifica.

A questo proposito si possono citare casi emblematici di approccio tentato e di risposta di Lesbica_Banana.

Donna che guarda con insistente interesse tra la folla: alla L_B iniziano sintomi come sudorazione delle mani, secchezza delle fauci, tremore alle estremità, tachicardia e appannamento della vista. Così fuggirà in preda al terrore e, quando il giorno dopo cercherà di nuovo quella donna, non la troverà più perché è partita per l’Australia.

Donna stesa sul letto che finge di dormire al primo appuntamento: la L_B cambierà stanza per non disturbare;

Donna che si avvicina per approccio standard: la L_B risponderà balbettando arrossendo: “Nnno è cheeee, mi dddispiac’ nonnonnnn lllo so, cosa?” (la domanda era “mi fai accendere?”), oppure “No” con acidità e sopracciglia contratte (la domanda era “di dove sei?”);

Donna che l’abbraccia con trasporto: risponderà all’abbraccio irrigidendosi e dispensando virili ed amichevoli pacche sulle spalle.

Mille altri esempi potrebbero essere riportati in questa sede.

La Lesbica_Banana è, in fondo, una romantica sognatrice, timida e fiduciosa, una infanta della lesbicaggine. Ed a nulla valgono gli anni di militanza, i calci in culo e e le numeroserrime sole.

Niente da fare, non capisce.

 

 

Mykonos vs Capocotta

19 Agosto 2008 penelopebasta 21 commenti

Soundtrack: A Fine Frenzy - Come on, come out
(mi so’ fissata co’ ’sta tipa, anche se i testi sono un po’ troppo strappafica, mi piace assai)

Oggi bellissima giornata in quel del Settimo Cielo a Capocotta, in compagnia di Omaha. Ho parlato a macchinetta dopo 4 giorni di silenzio claustrale.

Siamo andate con lo scooterone della Omaha. A 120 all’ora sull’Aurelia.

L’informazione potrebbe sembrare di interesse nullo, invece è un fatto fondamentale.

Perché io non vado mai dietro a nessuno e, se in macchina non guido io, di solito piagnucolo come un cagnetto perché non si superino i limiti di velocità (ma 70 è già troppo).

Invece ci sono andata. E non me ne fotteva niente. Ed era rilassante perché non ero io a dovermi preoccupare. E questo fa il paro con il mio sonno in aereo.

Del che ho realizzato che, almeno una volta all’anno, bisognerebbe fare il check up delle proprie paure. Elencarle e provarle tutte per vedere se sono ancora lì per davvero o è solo una litania che ci si ripete per abitudine.

Farsi un bel giro nel proprio panico, insomma. Mi pare di capire che facilmente si potrebbe scoprire che alcune non esistono più, che magari era solo un periodo, un momento, una teoria.

Lo terrò a mente (maffigurati).

Abbiamo a lungo parlato della questione “normalizzazione/omologazione” del mondo gay.

La sensazione è che, lavorando duramente per la famigerata “normalizzazione”, in vista di obbiettivi nobili come accettazione, diritti, fine delle discriminazioni, apertura mentale eccetera eccetera, i gay tutti abbiano finito per sconfinare in un campo atrocemente pericoloso: l’omologazione.

Dopo una settimana, a mykonos, il prof ed io eravamo disgustati da quello che vedevamo. Erano tutti uguali, tutti palestrati nello stesso modo, con lo stesso taglio (?) di capelli, con le stesse canotte, con gli stessi accessori, gli stessi costumi, la stessa aria cool. Impressionante.

A volte l’effetto era anche comico. Vedevi una capuzzella (=testolina, N.d.T.) minuscola dai linementi sottili e delicati appoggiata su un corpaccione pompatissimo, andatura a gambe larghe (per via dei muscoli e, suppongo, per dimostrare che è necessario più spazio per contenere la belva), braccia spostate dal tronco per non far urtare deltoidi e tricipiti. Effetto fotomontaggio. Che risate.

Ma pare che funzioni così.

E se i gay sono così ora, noi lesbiche ci arriveremo tra 5 anni (spero non con la stessa muscolatura).

Personalmente me ne fotto, ne avrò 50 e avrò altri cazzi a cui pensare (tipo la menopausa?), ma sarà una tragedia. E mi addolora. Non ci sarà più spazio per quello che non corrisponde al canone. Non ci sarà più spazio per l’originalità della bruttezza, per il fuori tempo, per il personalizzato.

Ho parlato spesso della mia visione romantica e ideologica dell’omosessualità, so di essere vintage e out, ma per me resta una questione di minoranza e di diversità da difendere con le unghie e con i denti, perché è questo che ha un senso e che consente l’apertura della mentalità e della società (ma va che pippottino anni 80!).

Minoranza e diversità non possono infilarsi nella trappola dell’omologazione. Così finisce tutto. Così si richiude la mente e non resta spazio per nulla.

Cerco di spiegarmi meglio con un argomento neutro: il rap (questa è pazza).

Se ci avete fatto caso e se ricordate anche solo un paio di pezzi, potete seguire il mio delirio.

I neri (minoranza discriminata) l’hanno inventato. Hanno cantato di ghetti, negritudine, orrori metropolitani, discriminazione e politica sociale per molti anni. Era una musica di nicchia, la compravano solo i neri, era considerata una posizione politica anche scomoda assai per l’estabilishment. Poi è diventato fenomeno di massa (musica, moda, cultura..) e si è trasformato radicalmente. Ora si parla solo di fiche e cazzi. Nel vero senso della parola. Nei video compaiono spesso pornostar, i testi sono tutti sul sesso e sul corpo, maschilisti ed aggressivi. Niente più. E se sei nero, devi fare rap, sennò ti mandano pure affanculo (ci è passata persino Erikah Badu). Vendono anche più di prima e vendono anche ai bianchi. Hanno invaso il mercato e otturato ogni crepa da cui sarebbe potuta uscire nuova musica e nuovi suoni. ‘Na palla colossale. Inascoltabile ormai.

Insomma si sono fatti fottere - i neri - e si sono fatti togliere un modo irrefrenabile e incisivo di fare informazione, denuncia e protesta cedendo all’omologazione assoluta e trasformandosi in un fenomeno di costume che è, ormai, una gabbia. Almeno questa è la mia opinione. Espressa una chiavica, lo ammetto.

Ho la sensazione che stia funzionando uguale anche per gli omosessuali. E questa omologazione, di fatto, ci rende innocui e ci richiude nell’armadio. Abbiamo i nostri codici, il nostro linguaggio, la nostra moda, i nostri luoghi. Nostri, ovvero gay – si dice LGBTQ, è più politically correct -. 

Niente più originalità, nessuna rottura, nessuna necessità di confronto. Niente. non più una minoranza, ma un gruppo chiuso e impenetrabile per chi non ne segue i canoni con precisione e adeguatezza. Non più una manifestazione di diversità con tutto quello che ne consegue, ma clan.

Il gruppo, il clan, sono come le mandrie, si muovono tutti insieme ed è per questo che è facile chiuderla (la mandria) da qualche parte, in un qualsiasi spazio ben recintato perché non ne esca e non dia fastidio in giro.

Tutto questo mi fa orrore.

Non c’è differenza tra il silenzio assoluto e il chiasso intollerabile. In tutti e due i casi non si sente niente.

Questa frase non c’entra molto ma mi piace.

Ma si è capito cosa voglio dire? sono stanca e rincoglionita. Avrei fatto meglio a scriverlo domani.

 

 

 

Siamo fottute

28 Luglio 2008 penelopebasta 14 commenti

Soundtrack: Vedi video

Dunque ieri autostrada sotto al diluvio universale senza l’unico equipaggiamento necessario: il sonar. Mangiatoria clamorosa in quel di Caianello (agriturismo di un amico) con I**.

Stamane Garbage City, recupero Miss I e C** all’aeroporto, vado a trovare il pater, poi dal dentista, poi a fare il pieno di calore ed affetto al Centro dove lavoravo.

Ho attraversato la città da est a ovest, da ovest a sud, da sud a nord.

Maledico il berlusca ininterrottamente. Il bastardo non ha fatto altro che il gioco delle tre carte. La munnezza è dappertutto. DAPPERTUTTO. Tranne che nei quartieri perbenini. Ma comunque il livello di sporcizia della città è da terzo mondo. Cerco anche di far capire a chi ci vive che non è una città normale, che niente ha un senso, una direzione, una traccia di amorevolezza. Niente. Non riesco nemmeno a farmi capire.

E mi si propone di tornarci.

“Tornare” non è la stessa cosa di “andare”. Basta questo.

Il pater è moscio, il dentista mi ha finalmente limato il dente gigante e le collegucce del Centro sono delle delizie al cioccolato che ti lasciano addosso tracce di zucchero e crema chantilly.

La mattina l’aereo delle roditrici dotate di appendici ossee frontali (zoccole cornute) era in ritardo e mi ritrovo, alle 9 e mezza di mattina, a guardare la TV. Metto MTV. Di seguito becco il video di Feist e feisteggio come una groupie col parkinson, poi quello di Fabri Fibra con la Nannini e penso che il pezzo è proprio interessante e notevole. Ma lui nun se po’ verè. La Nannini è in gran spolvero lesbico con giacchetta di pelle, collare al collo e capello sparato. Evito di soffermarmi a discutere con me stessa sulla questione del mancato coming out (che è diverso da outing, spiegheremo) dell’unica musicista lesbica famosa in questo paese bacchettone e vomitevole. E’ troppo poco che sono sveglia per tirarmi una questione con la mia parte aspirante-militante.

Subito dopo un video che mi porta, inesorabilmente, a far staccare la mascella dalla faccia. A bocca aperta e without words. Non lo so come si chiama questa cessa (scopro che si chiama Katy Perry), il pezzo si chiama “I Kissed a girl”.

Vedetevelo un attimo. Io cerco anche le parole. Casomai qualcosa.

This was never the way I planned/ Not my intention/I got so brave, drink in hand/Lost my discretion/ It’s not what, I’m used to/Just wanna try you on/I’m curious for you/Caught my attention

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

No, I don’t even know your name/It doesn’t matter/You’re my experimental game/ Just human nature/
It’s not what, good girls do/ Not how they should behave/ My head gets so confused/ Hard to obey

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Us girls we are so magical/ Soft skin, red lips, so kissable/ Hard to resist so touchable/ Too good to deny it/ Ain’t no big deal, it’s innocent

I kissed a girl and I liked it/ The taste of her cherry chap stick/ I kissed a girl just to try it/ I hope my boyfriend don’t mind it/ It felt so wrong/ It felt so right/ Don’t mean I’m in love tonight/ I kissed a girl and I liked it/ I liked it

Rendiamoci conto che siamo fottute. Fottutissime. Circola una canzoncina adolescenziale da tormentone estivo che si esprime in questo, specifico modo: ho baciato una ragazza e mi è piaciuto il sapore del suo chap stick, ho baciato una ragazza giusto per provare, spero che il mio ragazzo non si arrabbi…

Saranno almeno 50 anni che si combatte qui in lesbolandia per non finire nel buco nero delle fantasie erotiche maschili. 50 ANNI.

Potreste pensare che il mio sia un discorso isterica da lesbica/militante/veterofemminista/vintage ed avreste ragione, ma anche no.

In fondo è una canzoncina del cazzo, che vuoi che sia? ma anche no.

In realtà significa che la questione è definitiva.

Non siamo un genere, non siamo una categoria caratterizzata da una tendenza sessuale specifica, non siamo donne che non necessitano di interagire con il genere maschile per sessualità e riproduzione.

No, siamo una moda adolescenziale.

Si porta fare la lesbica.

A beneficio maschile.

Fottute. Non esistiamo più.

P.S. To whom it may concern:

Maybe I need to stay alive, first. Maybe I won’t forgive the unforgiveness. Maybe it is hard. Maybe u’re not the kind of person I can walk with, in any way. Maybe I’m not ready enough to jump over. Just wait.

Male-minded Lesbians

18 Giugno 2008 penelopebasta 8 commenti

Soundtrack: Peaches - Boy wanna be her

Esiste una categoria lesbica del tutto trasversale, che potremmo definire le Male-Minded Lesbians, ovvero le lesbiche che ragionano come gli uomini.

E, devo dire, ci sono prove a supporto della mia teoria, le trovate qui.

Codesta tipologia è quella che ritiene che le “donne” siano una sottospecie animale caratterizzata da due soli elementi: scopabilità e stupidità.

Non è contemplata la possibilità che le donne siano portatrici di elementi specificatamente umani quali: sensibilità, emotività, sentimento, dignità, orgoglio e altre cosette del genere.

La frase che si sente più spesso pronunciare dalle MML è: “Marò, ’sti femmene ragggionano tutte taleequale, quando te la vogliono dare te la fanno sudare e poi rompono pure ‘o cazz.”.

Perché loro sono, naturalmente, esenti dalla bassezza della mentalità femminile, loro sono libere, tranquille, sessualmente evolute e illuminate.

Sono talmente esenti, da non considerare mai la donna che hanno di fronte portatrice di una qualche forma di intelligenza e capace di avvertire cose, fatti e malandrinate sottilmente costruite ai suoi danni (che, naturalmente, la MML non considera affatto ordite ai danni di lei, dato che non ne riconosce individualità e personalità).

Perché la MML ha la tipica necessità maschile di provare a se stessa di potere qualsiasi cosa, di essere superiore, di essere troooppo figa, di avere in mano la chiave dell’esistenza e di essere l’unica capace di interagire con le donne nel giusto modo.

Un uomo, insomma, e del tipo peggiore. Di quelli che qualsiasi donna sulla faccia della terra considera poco al di sopra di un animale e totale horror vacui.

Le MML desiderano essere come Shane di L-word (che non è poi tanto diverso da un uomo che cerca di essere come Rocco Siffredi) e provocare drama ogni volta che entrano in un locale (pensa che meraviglia: due esseri inutili che si battono per lei, la unica e sola MML, una figata pazzesca), hanno, da qualche parte, un oggetto su cui incidere le tacche per ogni scopata, non tornano a letto con una donna una seconda volta e, se ci tornano, lo considerano un bonus preziosissimo di cui la “fortunata” deve sentirsi beneficiata e grata e, naturalmente, questo poi sarà il leit motiv per giustificare e far passare qualunque genere di comportamento successivo da bestia maschile.

Quindi, le Male-Minded Lesbians sono una categoria che sarebbe meglio evitare, tantopiù se siete lesbiche dotate di sale in zucca o di una qualche forma di personalità.

Oppure scopatevele a casa loro e poi andatevene dopo un paio d’ore dicendo: “credevo ce l’avessi più grande” (non importa a cosa vi riferite, è l’effetto che fa).

Buona giornata a tutti e auguri alla mia sora che è il suo compleanno.

 

 

 

 

Quando si incontrano due lesbiche

15 Giugno 2008 penelopebasta 15 commenti

Soundtrack: Propaganda – Duel

Succede che entro al bar, magari per un caffè prima di andare a lavorare e vedo una lesbica.

Ci si riconosce sempre, non si sa il perché, non si può definire quale particolare ti fa suonare il gaydar (radar gay, per i neofiti).

Il gaydar, di tanto in tanto, esplode in un allarme assordante, luci rosse e blu intermittenti e altri segnali poco discreti che festeggiano ingenuamente l’incontro tra simili, in questo caso lesbiche dichiarate e/o radicali. Altre volte sibila e, allora, sai che si tratta di una criptolesbica. Altre ancora vibra a intermittenza con una certa timidezza, nel qual caso si tratta di “piccole lesbiche crescono” ovvero lesbiche in pectore ancora in fase di definizione.

A far scattare l’allarme potrebbe essere un accessorio, il modo di essere vestita, il taglio di capelli, la gestualità. O tutti insieme. So per certo che le mie amiche etero, ormai da me ampiamente edotte su caratteristiche e categorie lesbiche, sono ora in grado di riconoscere i segnali con il proprio friendly radar. Quindi tutto ciò non  è mitologia omosessuale, è realtà.

Comunque tu sai lei chi è e lei sa chi sei tu. In un nanosecondo.

E poi?

Ci si guarda per un tempo infinitesimale e si lancia il messaggio non verbale in lingua lesbica: “ti ho riconosciuta” che si manifesta con un irrigidimento posturale, fessurazione delle palpebre, chiusura ermetica delle labbra in posizione “rido sotto i baffi”, spalle alzate che non si sa mai, magari è aggressiva o, al contrario; sorrisone, sguardo ammiccante, battutina a mezza bocca, postura conciliante che, non si sa mai, magari me la da. Seguono reazioni che possono variare:

  1. Non ti azzardare neanche a pensarlo perché ti taglio la gola con l’apribottiglie;
  2. Non ti permettere di pensare che siamo uguali, io non sono come te, lesbica di merda;
  3. Questo è il mio territorio, non mi costringere a farti pipì in testa, non c’è niente per te qui, sparisci:
  4. Apperò, sei passabile, ci guardiamo di nuovo?
  5. Ci diamo il cambio per lasciare inalterata la percentuale di presenza lesbica nel bar?
  6. Sei un cesso, la solita lesbica camion del cazzo e levati dalle palle;
  7. Non mi guardare che mi vergogno;
  8. Vieni a casa mia adesso.

Generalmente, comunque, la camion tende alla protezione del territorio, la lipstick ad ignorare con nonchalance, la cripto a fingere di non capire e l’impegnata ARCI a fare amicizia.

Personalmente, o mi spavento a morte o mi viene da ridere. non so dire perché.

 

 

Gay pride 2008

8 Giugno 2008 penelopebasta 12 commenti

Soundtrack: Bikini Kill & Joan Jett - Rebel girl

(Ho provato a rileggerlo e, devo dire, è lungo e annoia facilmente, questo post, ma ci tengo, ha molto senso per me, quindi impegnatevi un po’ e siate carucci)

Allora.

Ho molto da dire su tutto. Immagino che ai più interessi poco e penso che, ormai, del Gay Pride si pensa solo il peggio e nessuno ricorda i perché, i percome, i perquando e chi e cosa. Vi tocca quindi

  1. un post chilometrico, mi congratulerò vivamente con chi riuscirà ad arrivare in fondo;
  2. un ripasso;
  3. cenni storici arraffazzonati;
  4. clamorose e imperdonabili anomie;
  5. critiche mie;
  6. reportage dalla sera di venerdì a tutto sabato;
  7. link a varie cosette;
  8. riassunto degli interventi finali.

Quasi una cosa seria, direi.

Ripassiamo qui (anche se è uno schifo di spiegazione), ricordiamo che quello del 2000 vide la partecipazione di circa 300.000 persone (giubileo… prima feroce condanna della chiesa… strumentalizzazione vatican/politica… do u remember?). Voglio ricordare quello del 2000 perché vorrei che tutti noi recuperassimo dalla memoria collettiva che, 8 anni fa, questo era un paese laico, pensante, aperto e pronto all’evoluzione sociale.

8 anni fa. 96 mesi fa. 416 settimane fa. 2.920 giorni fa.

Il Gay Pride di ieri era una pena. Diciamocelo. Non dico le 10.000 persone indicate dalla questura, ma circa trentamila ad essere buoni assai. Ma per la cronaca aspè, devo dire prima un’altra cosa.

La Sonica, la R* ed io decidiamo, venerdì sera, di partecipare ad una riunione di FacciamoBreccia (quelli di NO VAT) che si tiene a Forte Prenestino.

Arriviamo tardi, siamo lesbiche con fuso orario alter (soprattutto lavoriamo, nun se po’ organizzà ‘na riunione che comincia alle sette durante la settimana). Giusto in tempo per vedere la conclusione del discorso della tipa di NO VAT che si autocelebra per la resistenza pacifica fatta a Verona (non ne so un cazzo, a dire il vero e non riesco a trovare un articolo che riguardi questa cosa, mi farò aiutare poi), insulta e tuona contro i fascisti ed il fascismo, contro il governo di destra e contro il pericolo dello squadrismo emergente. Applausi di circostanza dalle 50 persone presenti. Molti pischelli. Il resto vetero-vintage.

Prende parola Helena Velena, persona della quale nulla sapevo. Mi dicono le informate (Sonica e R*), che è un personaggio contestato e discusso ma di brillante e dimostrata intelligenza. Inizia con una affermazione molto interessante, ovvero che magari esistessero dei nemici identificabili e delimitati.

Il succo del suo discorso è: “il problema non sono i fascisti, ma la strisciante mentalità sessista, omofoba, razzista e cattolica che appartiene, ormai, a tutti gli italiani. Il problema è il menefreghismo italiota, l’individualismo esasperato. L’ideologia non esiste più. Nei licei fa figo essere di destra ed essere di sinistra fa sfigato e tossico. Gli zingari (scopro che bisogna dire Sinti, da un paio di giorni a questa parte) e gli extracomunitari non li vuole nessuno. E’ la destra che rappresenta le classi sociali più deboli, mentre la sinistra se ne strafotte e ha perso ogni contatto con le realtà sociali in generale.”.

E’ un riassunto uso Bignami, mi rendo conto, ma credo si capisca bene il senso della cosa. qui si fanno pippe e ci si concentra su una minaccia che, di per sé, non vale nulla (fascisti). Il vero problema è che TUTTI, ormai, si sono rinchiusi in realtà individuali e considerano benvenuto chi, in qualunque modo, difende quei privilegi e quelle posizioni (anche minime, anche sulla soglia della sopravvivenza, anche di merda). Vedi Pigneto, vedi circumvesuviana di Napoli, vedi sgombero campi rom eccetera eccetera, il tutto nel silenzio generale.

La tipa di Facciamo Breccia, a metà dell’intervento della Velena, si alza e la prende per il culo rivolgendosi alla platea, quindi la interrompe. I 50 la applaudono applaudono però, e con molta partecipazione. L’intervento cui doveva lasciare spazio era quello di una pischella che sciorinava, con un linguaggio che NUN SE PO’ SENTI’ (mi pareva di stare ad un Collettivo Studentesco del mio liceo, addì 1978), le aggressioni fasciste di questi giorni, concludendo con “se non facciamo qualcosa questi ci ammazzano”.

Noi tre decidiamo di andare via. No. Non si può vedere ancora una cosa del genere. Non si può restare in un posto dove la libertà di espressione è pari a quella del resto dell’Italia ovvero nulla. Non si può partecipare quando finalmente senti qualcuna che dice quello che pensi tu e gli altri la mandano affanculo.

Tra parentesi ragioniamo (le tre grazie) sul fatto che ormai ci sentiamo rappresentate da uomini. La Velena come la Lussuria. Trans, ma sempre a base maschio. Che impressione.

Dunque ce ne andiamo avvilitelle anzicchennò.

Sabato 7 giugno.

Orario di raggruppamento a piazza della Repubblica alle ore 16.00. orario tipicamente gay, direi. Avevamo appuntamento con varie persone, ma ci siamo perse o non trovate mai. Formazione base: Sonica, Penelope, C** (che è amico della Sonica e uno dei tre ricchioni non misogini che conosco) e la sorella di Sonica.

Ovviamente nelle immagini del Pride la sorella della Sonica appare ovunque. Noi mai…

Recuperiamo R&B e A* dietro al carro dei No Vat e partiamo.

Pochi carri. Miseri. Il migliore è quello degli Orsi, sia per la musica che per lo spirito. Mi sono pure rotta il cazzo della mentalità omosessuale maschia perfezionista e impietosa verso le umane storture estetiche. Almeno loro se ne fottono.

Percorso breve ma allegro. Si approda a Piazza Navona. Dal carro dell’Arcigay partono gli interveti (le pippe?) dei soliti di sempre. La Sonica urla, polemizza e insulta fino a perdere la voce e si incazza perché nessuno la supporta. Poi un paio di persone le si avvicinano e le dicono che sono d’accordo con lei. Il momento clou è quando un tipo del Coro Gay (?) intona l’Inno dei Mameli con la mano sul cuore.

OH MY GOD. L’Inno di Mameli al Gay Pride. Telefono a mia sorella nelle Marche perchè qualcuno lo deve sentire e mi deve dire che è vero, io non ci credo.

Poi i soliti Grillini (che parla di Berlusconi, ancora?), De Simone (che parla del governo come di una entità aliena, lei dov’era l’anno scorso? non si sa), un tipo che esordisce dicendo: “Sono un ex-senatore”, come se fosse un fatto che ci fa piacere (quindi prendi una pensione da migliaia di euro per non aver fatto un cazzo, bastardo che non sei altro), il Presidente dell’Agedo e tutta quell’umanità dirigenziale che, da anni, appara sempre le stesse quattro cazzate ad ogni Pride e che, negli scorsi 8 anni, avrebbe dovuto lavorare per il riconoscimento dei Diritti Civili e non ha combinato un cazzo di niente.

Ascoltiamo Vladimir Luxuria prima di andare via. Dice cose ragionevoli e ben espresse, come al solito, ma non è consolante.

Non una proposta, non un richiamo al fancazzismo del governo precedente, non una dichiarazione di intenti, non una promessa, non un rimando alla necessità di organizzarsi e premere per diritti e riconoscimenti.

Quest’è.

Sorry per il chilometraggio, ma mi sono sentita in dovere di riportare le cose per quello che sono.

Io mi sono divertita, devo dire. Ma a piazza Navona mi è venuto da vomitare e non per le quantità di birra spropositate da me ingerite prima e durante il corteo.

Dibattito please. interventi, commenti e insulti, se credete. E’ l’unica cosa che mi farebbe sentire meglio.

 

 

Gay pride: Bologna o Roma (e Madrid)?

23 Maggio 2008 penelopebasta 15 commenti

Soundtrack: Village People – YMCA (ma la metto dopo che ora sono al lavoro.

Và, che titolo serio.

Ma ci dobbiamo organizzare e io sono combattuta (ma si può essere combattuti per un gay pride?).

I fatti sono i seguenti.

La manifestazione nazionale si tiene a Bologna. gran bordello, occasione di andarsene fuori il we, Bologna capitale gay, città friendly e presenzialismo di livello.

Madrid, Pride Europeo, il delirio, il viaggio, il nuovo, il possibile, la riconoscenza.

Ma a Roma è un’altra storia.

Quest’anno sindaco di destra con espressioni politically correct border line. Fascisti che assaltano il Mario Mieli. Deputati Veline alle Pari Opportunità che pensano bene di esprimere i propri pregiudizi sul’omosessualità e togliere il patrocinio al Pride, Vaticano che incombe mentre al suo interno si consumano gruppage quotidiani.

Manifestazioni diverse. Diverso senso della partecipazione.

Bologna=andiamo a festeggiare/scopare/fare burdell’/divertirci/il cassero/tortellini/nazionale.

Madrid=festeggiamo il sogno/ringraziamo Zapatero/partecipiamo con il mondo/europeo.

Roma=facciamo presente che esistiamo/testimoniamo/protestiamo/infastidiamo/rischiamo/locale.

Un post serisssssimo direi, tendenzialmente noioso ma, rendetevi conto, non è facile decidere.

Si accettano suggerimenti.

P.S. Entro stasera dovrei fare i 30.000. Mi pare ridicolo festeggiare un’altra volta. Però, che meraviglia… e, soprattutto, grazie, come dicono i divi di hollywood alle premiazioni Oscar. Minchia, 30.000 in 6 mesi, mica bruscolini.

 

Double Q

27 Aprile 2008 penelopebasta 9 commenti

Soundtrack: Bananarama – Venus

Ovvero delle coppie lesbiche. Che hanno caratteristiche peculiari, riconoscibili, standardizzabili. Sempre.

Immagino che a qualcuno di voi possa maggiormente interessare come è andato il mio week end a Capri con i Fabolous. Vi basti sapere che, malgrado il freddo islandese, sono state splendide giornate sotto ogni punto di vista. Le seccie, non hanno avuto effetto. Ma niente bagno, sarà per il prossimo ponteperontepponteppì. Aggiungo anche un paio di cose alla mia wish list del compleanno: un GPS e un tatuaggio.

Manuale di lesbicologia.

Assumendo che, per lo più, chi si somiglia si piglia, è ovvio che le coppie lesbiche siano composte da due donne appartenenti, quasi sempre, alla stessa categoria. Quasi sempre.

A volte, invece, la coppia è sorprendentemente incompatibile. Ma resiste. Sulle modalità della resistenza, sorvolerei.

Ci sono le coppie che dopo qualche mese si mescolano in un tutt’uno senza soluzione di continuità: stessi vestiti, stesso taglio di capelli, stessa palestra di full contact, stesso lavoro, stesso linguaggio. Le gemelle omozigote del sentimento.

Esse tendono, nel tempo, a cancellare i nomi propri sostituendoli con nomignoli neutri e, generalmente, abbastanza standardizzati: Amò, Tesò, Cicci, Bibi. In questo modo, inesorabilmente, viene eliminata anche l’ultima parvenza di personalità, laddove ne fosse sopravvissuta  una.

Ma anche quelle che appaiono diverse tra loro tanto diverse non lo sono mai. Magari una sembra più labrador dell’altra, la prima rivolge parola al suo prossimo, la seconda si trova il suo angolino nello spazio e si limita ad una apparentemente distratta osservazione della realtà circostante.

In realtà si tratta di una diabolica operazione congiunta e, perlopiù, quella che appare più socievole e giocherellona, è quella depressa. L’altra controlla, vede, provvede, teorizza, classifica, programma e sta una meraviglia.

Ci sono quelle che sembrano talmente incompatibili da rimettere in discussione la teoria della relatività. Non è detto che sia solo una questione estetica, affatto, anche se quella un certo peso lo ha. No no, è questione sostanziale.

Una adora la folla della discoteca, l’altra preferisce luoghi di eremitaggio in Afghanistan. Una compra scarpe compulsivamente, l’altra concepisce solo polacchine e infradito al cambiar stagione. Una beve, l’altra fuma (e mai nella stessa serata che stiano fatte tutte e due), una vuole viaggiare solo in moto, l’altra non ha la patente ma preferisce il tassì.

E poi ancora la coppia storica, la coppia vintage, quella che ha dato il via alla mitologia delle unioni lesbiche: la butch e la femme. Quasi sempre quella che mette lo strap-on, a letto, è la femme. Significherà qualcosa? Non mi voglio addentrare, per carità.

Il sesso è l’unico luogo della mente e del corpo dove ognuno è libero di fare, essere e mostrare quello che gli pare.

E di questo argomento, parleremo ancora.

Prima o poi i “comportamenti sessuali delle lesbiche” divisi per categorie, vi toccano.

Lez Granny @ the disco

1 Marzo 2008 penelopebasta 17 commenti

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Soundtrack: Gwen Stefani ft Eve – Rich girl

Da non credere, stanotte in discoteca fino alle 3 e mezza.

Serata solo donne all’Eto’ a Testaccio. Locale carino, devo dire. Due piste e centinaia di pischellette. Sono andata con una amica di passaggio in Rome. Ci siamo perse, obviously – perché solo io, dopo quasi tre anni, riesco ad arrivare a Ponte Milvio invece che al Testaccio -, ma ce l’abbiamo fatta.

La visione di insieme mi ha fatto pensare ad un sacco di cose. Le cose sono cambiate di molto, l’effetto estetico è gradevole, colorato, divertente. C’è un tripudio di Shane-Style (vedi L word), che è di certo più bello da vedere del Barile-Style.

Le ragazze erano giovanissime, curatissime, truccatissime, svestitissime. Ma abbiamo capito che le lesbiche hanno un problema genetico e proprio non son capaci di andare a tempo.

Le vedi entrare a frotte e l’effetto è “carta conosciuta”: le trionfanti, le androgine, le zoccole, le dimesse, le padrone del territorio, le portatrici di vagina d’oro, le spaventate, le chiatte, le anoressiche, la Ciro, le nonne (che sarei io).

Le piste sono due. Sopra – ma la musica non ci piaceva proprio – e sotto quel bel pop commerciale a tratti vintage.

Ho ballato per un’ora e mezza come una pazza, non lo facevo da almeno due anni, se non tre. E mi sono divertita oltremisura. Peraltro il mio cappello ha la stessa funzione di cani e bambini, acchiappa sempre (sorvolo sulla qualità dell’acchiappo, lasciatemi narcisisticizzare il momento senza badare ai dettagli).

Insomma, compagnia piacevole, serata piacevole, grande iniezione di energia e mi sento sempre più strafica, anche se nonna.

Ma una nonna strafica.

P.S. Grazie sempre all’amica di passaggio, affettuosa e tranquilla abbastanza da avermi impedito di fuggire al secondo minuto di permanenza e sostenuto nello scatenamento in pista…

Essere lesbica o “del lesbodramma”

18 Febbraio 2008 penelopebasta 16 commenti

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Soundtrack: Joan Armatrading – Love and Affection

La soundtrack è emersa dalle nebbie del passato. E’ stato il mio pezzo preferito per tutti gli anni dell’adolescenza e non sapevo perché, poi dimenticata per un po’. Poi riutilizzata per automassacrarmi durante il lutto relazionale, poi eliminata, poi nel video di Bette e Tina. Non potevo esimermi.

E non potevo esimermi dal chiarire un paio di cosette a chi legge e partecipa a questo blog, prima di virare verso la politica e la società in genere, in vista delle elezioni prossime venture.

Lesbiche si nasce, sia chiaro. E nel momento preciso nel quale ti accorgi, bimbetta non più che seienne – negli anni 60 e 70, spero dopo sia stato diverso - che le bambine ti sembrano di gran lunga più interessanti dei maschietti, capisci che non puoi, mai e poi mai, dirlo a nessuno. E non sai bene perché, ma sei certa che sia così.

Ne hai la certezza quando, prima o poi, in famiglia o nelle famiglie delle tue amichette del cuore (nel tuo caso per davvero del cuore, mica pizze e fichi) senti, per la prima volta, la parola “morbosa” accoppiata al tuo nome.

Entro gli otto anni hai perfettamente imparato a dissimulare. L’unica cosa alla quale è difficile resistere, è il gioco. Non ce la si fa a condividere bambole e pentoline, proprio no, quindi ti mescoli coi maschi per fare giochi dinamici e pericolosi o, in alternativa, riesci a convincere una intera famiglia a regalarti soldatini, pistole e travestimenti maschili.

- Slice of Life: 5 anni all’incirca io, 5 anni all’incirca amichetto maschio del palazzo. Accordo preso verbalmente prima di vedersi a casa sua: “Allora, tu porti le barbie, mettiamo sul tappeto le tue barbie e i miei soldatini. Ognuno gioca con le cose dell’altro ma, quando entra mamma, facciamo a cambio, in fretta. Va bene?”. -

Piccoli Gay crescono.

Nei giochi di ruolo, la rising lesbian si presta a fare sempre la parte del maschio. Il che va benissimo per il gioco e le compagne di gioco, che devono fare anche loro le prove tecniche di relazione e i maschi tra i 9 e gli 11 anni, di solito, non giocano con le femmine. Ma prima o poi una madre qualsiasi si insospettisce e, 90 su cento, ritiene indispensabile venire da te e chiederti perché ci tieni tanto a fare la parte del Conte Levinsky (un ladro gentiluomo e sciupafemmine che finiva sempre per baciare le principesse). E aggiunge, 95 su cento, che non è tanto normale.

Ma tu non vuoi fare la signorina dell’800 bisognosa di aiuto, nè giocare a mamma e figlia, nè vestire e pettinare le bambole. Quindi smetti di giocare con le femmine.

A 12 sai esattamente cosa sei e sai esattamente cosa fare perché nessuno se ne accorga. Limiti la tua “morbosità”, impari a controllare movimenti, sguardo, pulsioni e a ritagliarti momenti che ti possano emozionare. Ma non sei come le altre. Lo sai tu, lo sanno loro. Allora impari anche a crearti una vita parallela, del tutto pubblica, compresi i poster degli idoli post-puberali. Ma tu vorresti la foto di Fanny Ardant sul comodino.

Tant’è. Comincia la vita sociale, quella che ci si aspetta da te, mentre intorno arrivano informazioni precise sul tuo essere la persona sbagliata al posto sbagliato. La religione dice che sei un abominio, la società dice che sei una malattia, il cinema dice che quelle come te si devono impiccare, i giornali dicono che è una vergogna. Magari in famiglia qualcuno dice che le lesbiche fanno schifo.

Ma sei tu.

E poi ci sono gli anni dell’adolescenza, passati a combattere con quello che sei e quello che dovresti essere e quello che gli altri si aspettano tu sia. Come tutti gli adolescenti, del resto, ma con la certezza di dover essere altro da te. Bere o affogare.

E poi, se va bene, se hai buoni amici, se hai una famiglia che non viene proprio dalle caverne, se sei in una grande città, se hai rinforzato le spalle a sufficienza durante gli anni della formazione, il resto scorre liscio. Impari a fottertene di quello che gli altri dicono, a ignorare gli insulti per strada (succede, allora e ora), a fingere di non sentire frasi che, se non avessi imparato l’arte della dissimulazione fin dalla più tenera età, ti aprono voragini nello stomaco e ti spingono ad intervenire con il miglior Iriminaghè (tecnica aikido) tu abbia mai fatto in vita tua.

E smetti di incazzarti per quello che dice il signor Ratzinger, che pure parla di te, della tua vita, del tuo sentire  e del tuo modo di amare, capisci le ragioni della politica nel non voler considerare le tue necessità che sono solo quelle di una società civile, incassi gli insulti televisivi e cinematografici e impari ad entusiasmarti per cose come the L word. Ci sei tu dentro, finalmente non devi fare operazioni di traslazione personaggi per identificarti.

Pochi giorni fa, qualcuno al lavoro ha detto “vedere due donne che si baciano mi fa schifo”.

A me non fa schifo vedere un uomo e una donna che si baciano. Semplicemente non mi interessa, come non mi interessano due uomini o un essere umano e un elefante (bè, magari lì mi incuriosisco un po’). Ci sono ragazze/donne che vengono cacciate di casa o dal lavoro – ancora oggi -, che vengono picchiate, persino uccise, perché sono lesbiche.

E Shulypoo chiede a che pro impegnarsi tanto a difendersi.

Vedi tu.

 

Lesbiche: vita del branco

14 Febbraio 2008 penelopebasta 14 commenti

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Soundtrack: Nirvana – Come as you are

Le lesbiche si muovono in branco.

Si dividono in due grandi famiglie: le camion e le lipstick.

All’interno di ognuno dei due branchi possiamo trovare elementi di altre razze che, come pesci pilota, nuotano intorno alla loro categoria d’elezione. In entrambi i branchi, come già espresso in altre occasioni, i legami sono forti e cementati attraverso relazioni sentimental/sessuali assolutamente circolari. Non si entra in un branco senza una relazione di uno dei due tipi con una delle appartenenti

Chiunque sia abituato a frequentare una discoteca gay, un bar o una festa open, può riconoscere, dopo una breve ripassata a 360 gradi, le location dei branchi presenti. Tutte rigorosamente separate, tutte rigorosamente in nero (al più, verde militare). 

Nell’angolo che consentirà maggiore controllo del territorio e ampiezza di sguardo, si trovano le camion. Esse, gruppo folto ed aggressivo, sono sistemate secondo una precisa gerarchia che si ripete uguale a se stessa in ogni luogo del mondo.

La formazione è definibile: a punta di diamante. Al centro le più giovani. Coloro che devono essere sì protette da ogni possibile attacco esterno, ma anche utilizzate come esca per scatenare risse furiose e/o mostrare ad altri branchi la propria capacità di affiliazione. Ai lati le camion operaie con funzione di bassa manovalanza, controllo del territorio, raccolta informazioni. Al vertice della formazione le camion-capo. Le camion-capo sono spesso le più anziane, dotate di maggior esperienza e si sono guadagnate il ruolo attraverso battaglie e lotte, affatto metaforiche, senza quartiere.

Nelle immediate vicinanze si posizionano le criptolesbiche, in genere accompagnate da amici etero, in attesa di essere agganciate e rimorchiate in luoghi bui ed appartati (ad esempio i bagni) per consumare brevi e scomposti atti sessuali. Può accadere, in fortunate occasioni, di scorgere qualche lipstick o – addirittura - qualche upper, che sgaiattola tra le strette maglie del branco, dopo un veloce accoppiamento, per tornare silenziosamente al proprio.

I movimenti del branco sono bruschi, veloci e imprevedibili, il rumore prodotto può essere assordante e serve, si suppone, ad annunciare l’arrivo del branco in modo che, chiunque abbia malauguratamente occupato il territorio prescelto, si possa allontanare senza subire danni fisici.

Ricordiamo ai neofiti che si tratta di un branco aggressivo e diffidente. Vanno avvicinate con cautela, se possibile offrendo loro del cibo e senza mai, ripeto: MAI, effettuare movimenti bruschi.

Al centro del territorio in esame, leggermente marginali rispetto al punto focale, ma comunque in posizione visibile dai quattro punti cardinali, si stanzia il branco di lipstick.

Costoro sono in numero minore, rispetto alle camion e, in luoghi semibui, la livrea nera o grigia può trarre in inganno l’occhio dell’inesperto osservatore. Ma pochi secondi di approfondimento metteranno immediatamente in evidenza la differenza con le camion. Qui un roteare di chiome, lì il luccicore di un lipgloss e, spesso, gestualità tipiche da risposta al corteggiamento (capo rovesciato, risata ampia, mani sulle spalle, eccetera).

Il branco di lipstick rispetta una formazione rigida quanto quella delle camion, ma estremamente articolata. Alcuni studi si spingono a rapportare la “formazione tipo” delle lipstick con alcune disposizioni tipiche della strategia bellica dell’antica Roma, ma anche dell’antico Giappone. E’ affascinante, infatti, la perfezione estetica del vissuto spaziale di questo branco. Nulla appare lasciato al caso, la visibilità attiva è perfetta, quella passiva la migliore possibile anche nei luoghi più impervi, ogni cosa è al suo posto e qualunque elemento di disturbo viene delicatamente estromesso. Senza spargimenti di sangue, perlopiù.

La disposizione ricorda una spirale perfetta. Il fuoco della spirale è occupato dalla Lipstick Alfa. Da lei si diparte il tutto. Le distanze sono calibrate. Alla Alfa, quindi, seguono le lipstick senior, le junior e le altre sottospecie in ordine di importanza. La spirale prosegue con le Vintage che, da sempre, sono pesci pilota delle lipstick, quindi ecco le Ciro seguite a ruota da alcune cripto che, loro malgrado, non hanno accesso alle parti centrali della spirale (pur desiderando ardentemente di avvilupparsi indissolubilmente ad una lipstick). La perfetta linea armonica è chiusa da alcune camion che fungono, com’è ovvio, da protezione per il gruppo.

Da notare che lo scambio di branco avviene solo ed esclusivamente in una direzione. Si sa, le leggi della natura sono oscure ma imprescindibili.

Il branco si muove con lentezza misurata, senza scatti, scivolando come una geisha sul pavimento o sull’asfalto, accompagnato da un lieve fruscio. L’arrivo, infatti, non deve mai essere segnalato per evitare emozioni eccessive, reazioni smisurate e, soprattutto, per sorprendere le camion.

Il branco Lipstick è, come già spesso affermato, amichevole e fiducioso. Nel caso si riscontri qualche episodio di ritrosia o timidezza, sarà sufficiente esprimere verbalmente un paio di complimenti standard (per esempio: “stai benissimo!” oppure “questo abitino è una favola”) per sciogliere ogni possibile riserva.

Articolo tradotto dal National Lesbographic. Anno 2008.

I 4 cantoni

7 Febbraio 2008 penelopebasta 5 commenti

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Soundtrack: The Chemical Brothers – Hey boy, hey girl

Colonna sonora tosta, today.

Dunque, le lesbiche sono una categoria che non brilla per ironia, che si distingue per la sua congenita pesantezza, che raramente riesce a prendersi men che serissimamente. Donne al quadrato.

Ma, incredibile dictu, alle lesbiche piace giocare.

E’ da registrare la tendenza lesbica a vivere il gioco più o meno come lo vivono i bimbi entro i 3 anni e, cioè, non come condivisione, come scambio ma, più semplicemente, come: “E’ TUTTO MIO”. No matters chi si ha di fronte, in che stato si trova, che gioco propone e chi è rimasto a guardare. Questo è un dettaglio privo di importanza, per le lesbiche giocherellone.

La massima espressione di questa giocosità neonatale si estrinseca nella attività ludica denominata: il gioco dei quattro cantoni.

Per chi non ne abbia memoria (c’è gente nata direttamente durante la cosiddetta “seconda repubblica”, va ricordato ai più), è un gioco molto vintage, da fare nell’androne del palazzo, della scuola o, in mancanza di luoghi dotati di colonne, in cortile.

La base per il gioco sono 5 persone e 4 colonne o angoli o luoghi definiti “cantoni”. Quattro persone si posizionano negli angoli di un ipotetico quadrato, una quinta è al centro e attende.

A sorpresa le persone appoggiate ai cantoni si scambiano di posto, mentre la quinta cerca di fregarsi il posto di una delle due in movimento. Chi perde il cantone passa al centro in attesa di rubare un posto di nuovo.

Chiaro?

Piccola nota personale: essendo stata io una bimba con ritardo psicomotorio ed in evidente sovrappeso, ho passato 618 anni al centro del quadrato, ma non vorrei tediarvi con la storia della mia rotonda infanzia e della mia sfiga transcosmica.

Allora, basta poco per immaginare, al posto di bambini arruffati e sudaticci, un gruppetto di 5 lesbiche miste. Ma anche no (citando Veltroni). potrebbero essere, più verosimilmente, 4 o 6 o 16 lesbiche omocategoria.

Una di esse, quella colpita dalla ciorta (N.d.T. = sfiga) di non essere accoppiata, aspetta al centro. Le altre coppie di lesbiche, invece, fremono posizionate sul cantone e guardano, languide, la propria compagna appoggiata al successivo.

Improvvisamente qualcuno si muove. Si tratta di una lesbica irrequieta che, con un occhio solo (l’altro è sempre sulla sua compagna), ha notato che ce n’è una assolutamente chiavable. Avendo ricevuto occhiata di assenso dalla omologa irrequieta, ella parte.

Dopo una concitata fase fatta di urla, strepiti, schiamazzi ed eventuali colpi bassi, il panorama cambia. Si potrà infatti notare, una volta evaporato il polverone, che si sono formate nuove coppie e che la lesbica centrale è cambiata.

Questo gioco può andare avanti fintanto che sono possibili nuove combinazioni tra lesbiche, ma non vengono disdegnati ritorni di fiamma e ragguppamenti (in tre su un cantone, for example). Nel caso una delle partecipanti ceda per stanchezza o morte prematura, di certo arriverà velocemente una nuova lesbica giocherellona per rinnovare lo spasso.

Personalmente, il mio gioco dei quattro cantoni avvenne così: gruppo formato da Penelope, B**, D**, St**.

Penelope e B**, quindi  B** e D**, nel mezzo Penelope e D**, ma D** torna con B**, quindi Penelope con B* e D*, contemporaneamente a B* con St** e Pen con D*, poi St** con Pen, infine D** con St**.

Il tutto nel giro di tre anni.

Manco “Beautiful”.

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Ashpè…

6 Febbraio 2008 penelopebasta 4 commenti

Vado di fretta e ieri sera ho fatto tardi, non riesco a scrivere manco oggi.

Ma entro stasera (se mi va di lusso al lavoro, anche oggi pomeriggio), si parlerà di

“il gioco dei 4 cantoni” – regole ed eccezzzzioni, usi e costumi delle lesbiche antiche e moderne.

Ormai mi sono montata la testa, siete avvertiti. Sono nella top 100 dei blog di wordpress, mi si è alzato il rank, sono su google. com, ho 200 visitors al giorno, anche da Canada, Slovenia, Francia e Inghilterra.

Il delirio di onnipotenza non ha più paletti di sorta, uagliò. E’ la fine.

A più tardi.

L’assalto delle Lesbichette

4 Febbraio 2008 penelopebasta 5 commenti

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Soundtrack: Re:Jazz – People hold on

Sto per raccontare eventi ai quali i più non crederanno, eventi che per molti risulteranno:

————–”AI CONFINI DELLA REALTA’”—————–

Location: Naples, localetto con serata gaia, che ha, per nome, Mutiny.

Cast: 2 Lipstick, 2 Mugnan Lipstick, 1 Lipstick butch (femminile fuori, mascula dentro, l’ho imparato ora su internèt) 1 vintage, 1 etero e 1 ricchione.

Scenografia: Musica orrenda di sottofondo, serata in maschera (uomini vestiti da donna e donne vestite da donna), non molta gente, ma noi siamo arrivate uso DIVAS verso le 11 in una domenica sera di febbraio. Un momento che potremmo definire fase B del bipolare: grandeur, ipervalutazione delle proprie forze, rimozione della questione “lavoro del lunedì mattina”.

Scena 1: il gruppetto di lesbiche, non certo di primo pelo, si posiziona su divanetto sala principale. Esse conversano amabilmente (la musica ha un volume da casse cinesi). Si dilettano scambiandosi opinioni e affrontando anche il problema che, ogni volta che la R** cerca di raccontare cosa ha fatto a Roma, lo sanno già tutti per averlo letto sul blog. Amenità varie, sorrisini, battutine, bicchierozzi di birra in quantità industriale. Insomma, il solito, tutto sembra tranquillo e scorrevole e nulla, ripeto nulla, lasciava presagire ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto.

Scena 2: all’improvviso, con sottofondo musicale di un remix di Pupo, il guppo di lesbiche miste, caratterizzate dal fatto di non essere esattamente delle teen-ager, viene circondato – RIPETO: CIRCONDATO – da un gruppetto di lesbichette categoria J-LO. Una decina di piccerelle affatto sparute, tra i 21 e i 23, attaccano bottone con L**, cercano di ottenere cappelli in regalo (il mio), effettuano numeri di chiromanzia, imparano a memoria i nostri nomi e si rivelano ubriache come cosacchi sul Don. Il motivo che sottendeva tale comportamento era che una delle lesbichette voleva fare acchiappo con L**. Hanno cercato di individuare le coppie – non azzeccandone una che fosse una -, e creduto alla nostra spiegazione che prevedeva rapporti in link con riunioni collettive monosettimanali (megachantell). L** ha mentito sulla sua età, abbassandosela di un paio d’anni. Considerato che era la più piccola di tutte, ho paura…

Vista la situazione, si evince che le possibilità sono:

  1. erano loro troppo ubriache per avere una seppur vaga idea dei personaggi con i quali cercavano di interagire;
  2. eravamo noi troppo ubriache, ormonizzate, rimbambite e lusingate per capire che ci stavano pariando in cuollo.

Non lo sapremo mai.

P.S. La soundtrack non è legata alla serata in generale, ma alla mia serata personale. Ho voglia di dire anche un’altra cosa, una faccenda seria che molto mi ha colpito. Mi fa star male vedere gente infelice, soprattutto se la gente in questione la conosco da anni e mi sta simpatica. Nulla saccio, ma l’infelicità si vede e si vede ogni volta un po’ di più.

L’angolo della capera

2 Febbraio 2008 penelopebasta 5 commenti

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Soundtrack: Frankie Hi Nrg – Chiedi Chiedi

Post da week end, post prima della pausetta domenicale, mio caro Alfetto Pernacchietto.

Ci ho da far domenica e lunedì, prenditela con chi ha esclamato: “T’hanna carè ‘e rient!”, pensando ai miei denti.

Bene, iersera al Tumbler a vedere E. e A. (non metto più i nomi per esteso che poi se le cercano su google risultano frequentatrici di blog lesbici…).

Il mondo cospirava per non farmi arrivare a San Lorenzo, ma queste sono note a margine di scarsa rilevanza. Arrivo e mi accoglie la R** dicendo: “C’è Emanuele Filiberto”. Chi cazzo è Emanuele Filiberto?

E’ uno psicotico convinto di essere ereditario di un regno che non esiste. Non riesco ad immaginare come mai non sia in una struttura psichiatrica in compagnia di quelli che si credono Napoleone. A me pare la stessa cosa.

Dunque serata stranissssssima. Tumbler pienissimo, gente iperattiva, tutti che urlazzavano e lo psicopatico e la sua fidanzata (moglie? boh), due ragazzini strafattissssssimi. A fine serata lei, che era vestita da giovane italia, è stata abbattuta dal capatone definitivo.

Nella sala un unico pensiero: “facciamo la colletta, iniziamo a dargli i soldi che ha chiesto”. Ma egualmente grande eccitazione, un costante lavorio per farsi notare e gente insospettabile che cercava di conoscerlo.

A** la cantante si è ipertesa e incazzata come una biscia per il casino nel locale, io mi sentivo come se fossi seduta sulla poltrona del parrucchiere a leggere i giornali di gossips.

Tutti si lamentavano che E** F** si era pippato tutto il materiale polveroso esistente in Roma, senza lasciare niente per nessuno.

Ma alla fine nessun incidente.

Sono stata tutta la sera a pensare in che tipo di categoria lesbica far rientrare E** F**.

Mi sa che è una “Ciro”.

Esegesi del brano: L word – Opening Theme

1 Febbraio 2008 penelopebasta 15 commenti

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Ovviamente Soundtrack: Betty – L word opening theme (ebbè) 

Come dicevamo, il brano più brutto del mondo.

Ma analizziamolo con cura. Ivi possono essere riscontrati riferimenti al mondo lesbico mondiale e ci sarà possibile effettuare paralleli con il nostro microcosmo e apprezzare l’internazionalismo della nostra condizione. 

Mi preme precisare che stamani sono alla mia sede di lavoro e, poiché non ho un cazzo da fare, mi applico per Voi.

  • Girls in tight dresses: ovvio che faccia riferimento alle Upper Lipstick, le uniche in grado di portare con dignità vestitini strizzanti, d’altra parte eravamo già a conoscenza di questo gemellaggio di categoria, proprio attraverso il telefilm omonimo del brano.
  • Who drag with mustaches: qui abbiamo modo di renderci conto che, persino negli Stati Uniti, sono costretti a convivere con elementi della categoria “Ciro”. Solo le “Ciro”, infatti, possono pretendere di rimorchiare senza essersi depilate prima.
  • Chicks drivin’ fast: Una lesbica al volante è una garanzia in tutto il mondo.
  • Ingenues with long lashes: ecco affacciarsi le Cripto, qui classificate come “ingenue” per delicatezza d’animo e per via della tipica tendenza americana a non approfondire. In realtà è un eufemismo per “cretine”.
  • Women who long, love, lust: donne che desiderano, amano, bramano. Direi che qui si tratta di concetti trans-categoria, escludendo le lipstick e le Upper, cui rivolgersi con il participio.
  • Women who give: frase di oscuro significato, soggetta a variabili di ogni genere e non sempre vera. Infatti, non tutte la danno.
    This is the way, It’s the way that we live: un tentativo di spiegare, con poche semplici parole, lo stile di vita che appartiene alle donne lesbiche del mondo conosciuto.
  • Talking, laughing, loving, breathing,fighting, fucking, crying, drinking,
    riding, winning, losing, cheating, kissing, thinking, dreaming:
    di seguito elencherò il recondito significato dei verbi selezionati dalla brillante musicista. TALKING: Parlare, fare chiacchiere, non concludere. LAUGHING: ridere delle disgrazie altrui, possibilmente della vita segreta delle criptolesbiche. LOVING: attività inutile  e senza costrutto alcuno. BREATHING: tormentare la partner con la propria fiatella. FIGHTING: organizzare risse tra camion in discoteca per l’ipotetico possesso di una Lipstick. FUCKING: raramente. CRYING: spesso e accompagnato alla forma verbale “e fotte” (for neapolitans only). DRINKING: attività particolarmente cara a varie categorie. RIDING: riferito ad eventuali attività fisiche delle quali però, in Italia, non abbiamo notizie. WINNING: lotterie, gratta e vinci ecc. LOSING: sempre  e comunque. CHEATING: l’unica forma di comunicazione conosciuta tra lesbiche, attività nota anche come “il gioco dei quattro cantoni”. KISSING: attività inutile che non porta assolutamente a nessuna certa o probabile conclusione. THINKING: no, qui nessuno lo fa. DREAMING: un continuo lavorio, in questo senso.
  • This is the way, It’s the way that we live, It’s the way that we live. And love: ci fidiamo dell’analisi dell’artista, ma ci riserviamo taluni dubbi in proposito.

L word serie 5

30 Gennaio 2008 penelopebasta 5 commenti

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Soundtrack: Betty – The L word opening theme

AVVERTIMENTO 1: In questo post si parla della quarta puntata della quinta serie di L word, chi non vuole sapere come va a finire, non può leggere, e chi non l’ha mai vista ci capirà poco.

AVVERTIMENTO 2: Il brano musicale della soundtrack è di una bruttezza che la metà basta.

Dunque, iersera, gruppo d’ascolto sì formato: 4 lesbiche delle quali 3 vintage e 1 lipstick. Quest’ultima si è messa il rossetto anche a fine serata, prima di salire in macchina per tornare a casa; ho i testimoni.

Location: divano con accessori (copertella, posacenere, cena pantagruelica, vino e liquore alla liquirizia).

Puntata n° 4: FAVOLOSA.

Siamo lesbiche romanticone, non c’è che dire, femmine che si squagliano di fronte agli amori immarcescibili, donne che lacrimano durante le scene d’amore. Ma anche un po’ rattuse (N.d.T. parola di difficile traduzione che indica un comportamento sessualmente viscido e iperreattivo).

La serie di cui parlo, per i neofiti, è l’unica al mondo che tratta solo ed esclusivamente di lesbiche (c’è anche un trans). L’unica al mondo con lesbiche stupende – una delle protagoniste è Jennifer Beals e so con certezza che qualcuna emetterà sospiri sospetti alla lettura del suo nome – tutte upper lipstick californiane, anche se si gira a Vancouver, coltissime, ricchissime, artistissime. La lesbica alfa è Bette-Jennifer Beals, ovviamente. Chi non l’ha mai vista se la vada a vedere, le serie precedenti sono su Jimmy e su la 7, la nuova si scarica da internet, esiste infatti un gruppo di sante donne che la schiaffa on line appena finito di vederla su Shotime in Usa.

Insomma è una soap lesbica ma noi, che abbiamo così poca cinematografia e letteratura a disposizione, riteniamo che sia la bibbia della lesbicità. Ovviamente, come detto più volte, donne così non esitono, sono prodotto di fantasia.

Dunque le 4 lesbiche si piazzano davanti al pc per vedere “la puntata”. Personalmente non posso fare a meno di cantare la orrida sigla, ogni volta da almeno 4 anni, se non quattro. Ovviamente non ho ancora imparato le parole, invento e si incazzano tutte. La vediamo in lingua originale e quindi, generalmente, si passano i primi 10 minuti a sussurrare “non ho capito un cazzo” e a rivolgersi alla R** per chiedere cosa hanno detto. La R** di norma risponde riportando la frase in inglese. A volte non è utile. Ma a lei piace così. Ma l’importante sono le immagini.

A scadenza fissa (20 - 25 secondi circa), si possono sentire sospiri e mugolii da parte delle spettatrici. Gli insulti peggiori sono dedicati ad un personaggio che si chiama Jenny. Le maledizioni si esplicano in alcuni specifici casi: una finisce in galera e, ovviamente, capita in cella con una tipa tostissimissima, mentre il resto delle inmates sono orridi mostri inguardabili, un’altra si fidanza con una militare che risulta una delle 3 donne più belle del mondo, le falegnamesse sono delle principesse africane e financo le segretarie psicotiche sono fiche in modo imbarazzante.

Dicevamo che sono belle, sane, viaggiano, sono felici, affermate, dichiarate, scopano come conigli e hanni le pancine teseche teseche come avessero 22 anni.

Alla fine della puntata, dopo 3 anni di attesa e litigi fra spettatrici sulle future aspettative, Bette e Tina si baciano.

Abbiamo urlato, ci siamo alzate in piedi a braccia tese, fischiato e ci siamo abbracciate saltellando. Ci siamo riviste la scena almeno 3 volte, abbiamo trattenuto lacrime di commozione e abbiamo cercato su internet la soundtrack e i commenti delle lesbiche del mondo. Abbiamo commentato come bimbette, anche: “ma il feeling tra Bette e Tina è unico, nessun altro così” oppure “guarda come stanno bene insieme” e così via.

Eppure di solito siamo 4 donne di sostanza, avevamo appena finito di parlare della situazione politica in Italia, avevamo parlato di sessualità e procreazione, del papa e dei massimi sistemi.

Cinque minuti dopo eravamo adolescenti romantiche ed amotivamente instabili e, soprattutto, smodatamente rattuse.

Quindi, per quanto fossimo donne che “hanno visto cose che voi umani…”, tra i 30 e i 45, con forte senso pratico e abitudine alla disillusione, abbiamo dimostrato nei fatti di essere femminucce ottocentesche russe che credono ancora nell’amore vero e indistruttibile, principesse azzurrine che aspettano la propria lipstick in sella ad un cavallo bianco, pornostar del mugolio sessual-amoroso.

A fine serata abbiamo recuperato massacrando la nostra vittima preferita che manco lo sa di essere al centro dei nostri pensieri cattivi e, a questo proposito, scriverò una frase oscura ai più ma che, certamente, qualcuno afferrerà al volo e apprezzerà nella sua musicalità:

la chantell della criptolell. 

Lesbiche vintage: Lipstick

23 Gennaio 2008 penelopebasta 19 commenti

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Soundtrack: Tegan & Sara – Where does the good go 

Ahhh, le lipstick.

Il sogno di ogni lesbica, il frutto del ramo più alto, le uniche che si possono presentare a mammà.

Mi necesse annunciare una new entry tra le lipstick del mondo. Si tratta della mia amica C** che, dopo anni passati a prendere la gente a capate, ad essere una vera-dura-e-vera-uoma, ad infrangere cuori come il peggiore dei bastardi, ha suggellato ieri il suo ingresso in società fungendo da modella in un servizio fotografico per una rivista di moda. La sua progressiva evoluzione da signora del camion a junior lipstick, l’aveva già vista indossare camicie di seta rosa con maniche a sbuffo e reggicalze.

Non c’è più religione.

Detto questo, possiamo passare alle lipstick nella loro essenza. Come detto la definizione “lipstick lesbian” – di chiara, deliziosa, origine statunitense – indica le lesbiche portatrici sane di ROSSETTO. Esse, infatti, non vanno da nessuna parte senza essersi preventivamente foderate le labbrucce con lo stick rouge. Non importa in quali condizioni sia il resto, il rossetto è irrinunciabile.

Portano anche i vestiti, preferibilmente, e le gonne. Si adornano con cappelli ma non variano moltissimo sui colori (il preferito resta il nero). Alternano stivali da vera signorinella ad anfibi del Military shop. Ma sempre con il rossetto.

Capelli lunghi o lunghissimi, selvaggi ma non troppo, stile sobrio, piccoli accessori lesbici, ma di classe: l’orologio di foggia maschile sarà un rolex, la fascia di cuoio al polso sostituita da un gioiello d’oro bianco (sempre una fascia è), il laccio al collo si evolve in una creazione orafa molto trend (tipo breill o similari). A volte orecchini, a volte no. Non sfacciata mostra delle proprie grazie, ma scollature castigate presenti.

Improvvise comparse di volant o strass possono stupire gli astanti.

Le lipstick sono le padrone del mondo lesbico e ne sono consapevoli. Godono dell’adorazione interessata delle “Ciro”, fanno innamorare pazzamente le Cripto, sono idolatrate e odiate dalle camion e amiche delle vintage.

Camminano in gruppo, orgogliosamente ex una dell’altra (per una sera o per 10 anni è uguale) e sono dotate di bodyguard.

Le bodyguard sono perlopiù lesbiche di altre categorie che, pur di essere al fianco delle lipstick, sono disposte anche solo a fare da guardaspalle e da spartineve per fendere la folla che si accalca loro intorno.

Quando un gruppo di lipstick entra in un locale, un brivido percorre la folla di anonimolesbiche ivi riunite.

“Eccole”, si sente mormorare.

Le lipstick non hanno mai un accendino, non ne hanno bisogno; hanno almeno tre spasimanti a testa e non lo ritengono disdicevole. Le lipstick non scopano, hanno delle “storie”. In periodi di magra pescano ovunque, anche tra le camion e, come già detto, negano fino alla morte. Ma ognuna di loro ha una camion nell’armadio.

Si interessano delle cose del mondo, parlano di politica e problemi etici, leggono di nascosto Legs Weaver, frequentano luoghi trendissimi e sono invitate a feste favolose.

Sono presentabili, piacevoli, fanno fare bella figura e non sono quasi mai ostili.

Sono comunque di base vintage, le nuove generazioni hanno infatti oltrepassato la fase rossetto per arrivare direttamente alla fase “zoccola stradale”, facendo così risultare le lipstick obsolete e incomplete.

Sono amiche di tutte, non negano una parola di conforto e di interesse a nessuno, ma in cuor loro sanno di essere al di sopra di tutte le altre. Si inchinano solo ed esclusivamente davanti alle Upper.

Essere adottate da una di loro, è un passaporto per l’immortalità.

 

 

Le lesbiche vintage

14 Gennaio 2008 penelopebasta 1 commento

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Soundtrack:  Anouk – Nobody’s wife

Je suis vintage.

Quindi è una categoria che mi sta a cuore.

Ieri G* mi ha chiesto se queste sono vere categorie. No, non lo sono. Le categorie ufficiali sono femme e butch. Niente più.

Ma non ho intenzione di ridurre il mio mondo ad una visione in bianco e nero. Non se ne parla. Quindi ne ho trovate altre da inserire in questi due, principali, range.

Le femme vanno suddivise in Upper Lipstick, Lipstick, Cripto e pseudo-etero; ma non è escluso che me ne vengano in mente altre.

Le butch vanno dalle camion, alle Ciro, alle Obesottere. Salvo Errori & Omissioni.

Nel mezzo ci sono le Vintage.

Noi Vintage non abbiamo più l’età per vestirci come Jennifer Lopez, abbiamo troppo faticato a trovare pace per continuare a vestirci come un caporal maggiore in missione suicida e ci siamo bene abituate ai vestiti comodi amarcord anni 80. Ci trucchiamo solo per i matrimoni delle amiche, per le nostre feste di compleanno o delle nostre donne e in poche altre occasioni pubbliche (cosa che crea momenti di stupore e tripudi di affermazioni tipo “come stai bene non ti avevo riconosciuto”). Non portiamo tacchi alti, ma ci sappiamo camminare, alle gonne preferiamo i vestiti – ma con parsimonia estrema -, siamo amanti di cappelli da uomo. I capelli possono essere corti o lunghi ma mai rasati, spesso tinti o colpodisolati.

In fondo ci piacerebbe vestirci come George Sand: un bel completo maschile taglio italiano, con cravatta e tette da fuori. Perché noi vintage, le tette, le facciamo vedere.

Saranno residui di vita etero? non per tutte, ma per molte.

Le Vintage preferiscono le Lipstick, ma hanno pochi pregiudizi. Ma preferiamo le lipsick. Ma non si sa mai. Comunque le Vintage si accoppiano tra loro, essenzialmente. Anche per questioni di età.

Abbiamo emozioni lente come lumache in letargo e siamo intraprendenti come un bradipo in coma.

Le Vintage non si fidano delle etero, non si fidano degli uomini, non si fidano di chi dice “per me va bene lo stesso”. Perché per noi non va MAI bene lo stesso. Quando siamo di buon umore ci mettiamo un indumento colorato, altrimenti il nero e il grigio sono un must. Portiamo scarpe improbabili e ci affezioniamo a cose orrende che portiamo per anni e anni.

Le vintage sono riuscite a dire la parola “Lesbica” senza balbettare, intorno ai 30 anni; la parola “omosessuale” pure intorno ai 30, almeno in modo intellegibile ai più. Non hanno mai fatto outing e, incredibile dictu, alcune ancora pensano che la mamma non abbia capito.

In quanto categoria intermedia, esse hanno poche caratteristiche peculiari, non sono neanche la maggioranza, ma solo un gruppetto sparuto e autoestinguente.

Non oso immaginare cosa verrà dopo.

 

 

Eccoci Qua (Prima Parte)

13 Gennaio 2008 penelopebasta 12 commenti

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Soundtrack: Pink – Fingers

Giunse il momento di parlare di sesso tra donne.

Trattasi di argomento che mi imbarazza (cosa NON mi imbarazza?). Ma s’adda fare.

Mi sa che  dovrò dividerlo in più capitoli, ci sono troppe cose da dire.

Niente a che vedere con quello che si vede nei film porno, quello è fantasy, nel senso di genere cinematografico: unghie di 22 chilometri, bracciali pesantissimi, anelli su tutte le dita, distanze incomprensibili e gesti inutili. Tanto vale andarsi a guardare Il Signore degli Anelli.

Il sesso tra donne è FATICOSISSIMO. Per questo può essere espletato solo nei periodi di passione irrefrenabile o di  richiamo ormonale incoercibile. Al di fuori di questi due momenti topici, semplicemente non si fa, è notorio.

Infatti gli americani, che hanno deliziose definizioni per tutto, ne hanno trovata una per noi nel lontano 1983: LBD Syndrome, ovvero Lesbian Bed Death Syndrome, ovvero sindrome della Morte del Letto Lesbico.

Ed è per la fatica immane che, di solito, le lesbiche non hanno una vita sessuale promiscua come quella dei ricchioni. Per loro è veramente semplice, devono fare poco o niente e basta calarsi i pantaloni anche poco e utilizzare posizioni canoniche che non portano grande sforzo fisico.

Per noi no. First of all, noi donne siamo spaventosamente speculari, usiamo le mani e ci è complicato farlo in piedi (a meno di essere personal trainer di Madonna o una camion di lungo corso), siamo piene di paranoie romantico/sessuali, spesso lente a concludere, socialmente selettive e dotate di organo sessuale posizionato in un punto generalmente inaccessibile.

Quindi, primo problema: le mani.

Anelli e bracciali non vanno bene, le unghie lunghe manco a parlarne, lo smalto è meglio di no, se si è gentili d’animo e non si voglioni provocare irritazioni a chicchessia (in fact, una lesbica si riconosce anche dalle mani e, secondo me, la fascia di cuoio al polso è un “rinforzo sessuale”, poi spiegherò il perché a chi è tonto e non capisce). Dita corte? ‘na trascedia.

Secondo problema: siamo donne.

Immaginiamo un incontro del genere “sauna” o “cesso discoteca”. Assumiamo che si sia tipe scafate e non ci sia bisogno di tutta quella pippa sul corteggiamento, fiducia, presentazione, scambio di informazioni base (anche questo è un film Fantasy, ovviamente, se va così vuol dire che avete incontrato una elfa o una gnoma dei boschi). D’altra parte, consideriamo che qualcuna deve mettere le “mani in cuollo” a un’altra. Si sarà lavata le mani? ha le unghie pulite? dov’è stata prima? cosa ha toccato? Non sono problemi da poco. Sarà poi necessario eliminare anelli e bracciali – che altrimenti si impicciano ovunque - molto, molto velocemente, perché noi donne riusciamo a cambiare idea in un nanosecondo e per le motivazioni più inverosimili (un neo nel posto sbagliato, un sapore sgradito, un capello fuori posto) e non bisogna tergiversare MAI.

Terzo problema: gli indumenti.

Liberate le mani, passiamo alla questione pantaloni. Perché le lesbiche, si sa, non portano gonne. Ringraziando il cielo non portano spesso i collant, almeno questo. Ma i pantaloni sono quasi sempre stretti, bisogna creare un minimo di spazio per l’infilaggio della mano e, purtroppo, questo indumento è dotato di uno strumento di tortura per lesbiche che si chiama: chiusura lampo. Essa è fornita di piccoli e bastardissimi dentini di ferro. Costoro si introietteranno (come una lama nel burro), nella pelle del polso della scafata fino a provocare piaghe inguaribili, soprattutto se l’altra è un po’ lenta di chiamata e ci mette parecchio.

Ma, quarto problema: l’altezza.

Se è più bassa di te, non ci arrivi, se è più alta, sei ridicola nell’immagine di arrampicaggio che offri al pubblico.

Infine, il polso. Se hai il tunnel carpale, puoi considerarti impotente.

E non ci sono pompette in vendita su internet. Il polso, poverino, sarà costretto a sopportare il dolore del morso assassino della chiusura lampo, adattarsi ad uno spazio sufficiente sì e no ad ospitare un foglio di carta (nel senso di spessore) e mantenere attiva la circolazione della mano bloccata dalla molla della mutanda, uso laccio emostatico.

Il tutto cercando di controllare un movimento, perché quel polso e quella mano si devono muovere.

Ho visto donne lacrimare e sostenere che fosse per la commozione.

Invece era il dolore.

Tutto questo, nell’eventualità di un incontro fugace e semi-pubblico. E mi sono trattenuta per scuorno (vedi imbarazzo), di solito quando lo racconto verbalmente sono molto più volgare di così.

Non vi venga in mente che a letto sia più semplice. Lì partono legamenti e lussazioni. Ma questa è un’altra storia.

* Il laccio di cuoio, secondo me, serve per proteggersi dalle chiusure lampo e ha la funzione del cinto erniario dei sollevatori di pesi: comprime e blocca il polso. Non so se mi sono spiegata.

Effusioni in pubblico?

7 Gennaio 2008 penelopebasta 6 commenti

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Soundtrack: Les Nubians – Temperature Rising 

Oggi giornata fessa, da giorni poca ispirazione. Ho scritto qualcosa sulla mia gatta, non credo interessi ad alcuno.

Poi mi viene l’ansia che ci si aspetta un post al giorno.

Invece ho da lamentare, per l’ennesima volta, il fatto che mi manca la mia musica (una ventina di giga, mi ci vorrà un anno per rifarla), i miei raccontini, le mie rubriche e-mail e tutto quello che è rimasto sul computer di S**. Ci sarà una soluzione? Eventuali consigli sono benvenuti.

Se tutto va bene tra poco vado alla mostra della Pop Art con le mie amichette lipsick per eccellenza: R** & B**.

Vorrei spiegare quanto può essere difficile per me (che sono vintage e imbarazzosa, come si evince dal precedente post), uscire e circolare per il mondo con loro due.

L’ultima volta eravamo in treno: loro due al di là del TAVolino, io e un ragazzotto perfetto sconosciuto da questo lato.

Considerato che R&B si baciano in continuazione (lo giuro, neanche due adolescenti che adolescono), io ho cercato di scomparire come mio solito (a breve ne spiegherò le ragioni). Dopo un quarto d’ora il ragazzotto che le aveva di fronte si è arreso, ha reclinato il capo sul tavolino e ha finto di dormire fino a Roma. Io lo capisco, povero ragazzo, immagino anche l’emozione di trovarsi davanti all’incarnazione delle proprie fantasie e non poter fare nulla per gioire e partecipare. Senza contare che, secondo me, si vede benissimo che le ragazze non aspettano l’intervento di un hombre, ma se la cavano benissimo da sole.

Perché questa non è una questione da poco, se ne parla su tutti i forum lesbici d’Italia. In realtà noi non siamo riconosciute come entità sessuali, cosa che invece ormai succede ai ricchioni, siamo un accessorio sessuale e basta. Guardate che la questione è importante. E’ anche uno dei motivi che porta la maggior parte della gente a non occuparsi proprio di noi lesbiche. Alla fine il problema è che il mondo è cazzocentrico e, senza dubbio, quasi tutti pensano che due donne giochino, ma il sesso vero non lo fanno.

Un giorno parlerò anche del sesso tra donne e spiegherò bene l’immane fatica e dedizione che prevede.

Poi si aggiungono le nuove generazioni: le piccerelle etero, nelle discoteche, fanno finta di baciarsi per attirare maschietti brufolerrimi. Un gioco appunto. E le lesbopiccerelle, che assomigliano ad un incrocio tra Jennifer Lopez (negli indumenti), Britney Spears (negli atteggiamenti) e Simona Ventura (nella cafonaggine e nell’arroganza), confondono le idee.  

Sono una vintage, come detto e ripetuto, ho una formazione d’antan: ci si neutralizza, ci si nasconde, si finge altro, si fa finta di niente, ci si protegge da pericoli veri o presunti. Quindi mi vergogno molto. So benissimo che non è giusto, ma così funziona. Sono anche fiera del fatto che altre riescano a farlo, mi sembra bellissimo ed emozionante, mi sembra il momento, mi sembra un diritto e mi sembra meglio di 20 anni fa, ma a me non riesce, mi aspetto sempre che qualcuno mi arresti (ma non esistono leggi del genere in Italia!) o mi meni.

Né mi ricordo più com’ero quando ero etero: mi baciavo o no per strada? e sul treno? secondo me sul treno no perché mi pare una situazione troppo promiscua. Ma davvero non lo so.

Insomma R&B sono una continua fonte di aneddoti e situazioni al limite. Se si baciano pure alle scuderie del Quirinale io mi consegno alla Polizia.

 

P.S. Il post scriptum lo sto inviando dalla camera di sicurezza del Quirinale…

Tra l’altro ieri sera prima puntata L WORD quinta serie. Solito fantasioso delirio, ma delizioso.

Wait… file uploading “Ciro”

2 Gennaio 2008 penelopebasta 5 commenti

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Soundtrack:  Noa – Torna a Surriento

Lo so, aspettate nuove succose news, tips and cheats sul mondo lesbico.

Ma adda arrivà l’ispirazione.

Stasera discutevamo con la R** che, per alcune lesbiche, sarebbe necessario creare categorie ad hoc del tutto uniche e personalizzate. La cosiddetta categoria “Ciro” (da una vecchia barzelletta su un padre alla ricerca del figlio appena nato tra nidi per neonati belli, bellini, brutti, bruttini e infine “Ciro”). Mi rompo di metterla per iscritto, ma si capisce.

Dunque le lesbiche categoria “Ciro” sono quelle che tu hai conosciuto, almeno 10 anni fa, come cucciolotte un po’ sbavose che saltellavano grate e affamate  intorno alle lesbiche alfa.

Perché nei gruppi di lesbiche esistono le alfa, le beta e le omega, come appare ormai assolutamente evidente. Un po’ come per i gatti; sia chiaro, questo è un segno di pura femminilità, d’altronde le lesbiche sono innanzitutto femmine, e poi femmine al quadrato. Non vi inganni il fatto che non si truccano. Il trucco, il tacco, il vestitino con le bretelline a spalle nude con -7 di temperatura esterna,  sono metodi di seduzione destinati agli uomini, non certo necessità femminili. Le vere necessità femminili sono calore, praticità, velocità di preparazione e sbraco. Chiedete alle etero sincere, chiedete alle donne sposate e chiedete a me.

Allora, le “Ciro” le avete lasciate agli albori del loro percorso di omosessualità rivelata, mentre emettevano i primi e fastidiosi vagiti all’interno di discoteche e feste private, le avete evitate mentre vi inseguivano incalzandovi di domande a raffica che non prevedevano l’ascolto di risposte.

Poi le avete viste fidanzate e avete seguito i loro primi passi nel gorgo dei tipici passatempi lesbici (il gioco dei quattro cantoni, la giostra delle ex, gli innamoramenti per etero inespugnabili, le relazioni parallele, i ritorni di fiamma e così via).

Dopo anni, quando ormai pensate di averle viste tutte e avete del tutto dimenticato il passaggio di una “Ciro” nella vostra vita, la incontrate da qualche parte.

Ed è puro teatro.

La “Ciro” non è upper, non è lipstick, non è vintage e non è camion. La “Ciro” è totalmente mitomane.

Vi racconterà con aria annoiata e vissuta di come tutti la vogliono, di quanto è desiderata, di quante storie in parallelo vive (una straniera, una donna sposata e una stupida ma troooppo bella), vi farà domande delle quali conosce la risposta e quindi non ascolterà neanche per un attimo.

Tornerete a casa con la consapevolezza di avere avuto a che fare con un essere proveniente da un mondo parallelo e pregherete, con generosità, perché nessuna vostra amica possa mai pensare, neanche per un attimo: “carina quella bionda”.

Musica e Lesbiche

30 Dicembre 2007 penelopebasta 2 commenti

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Soundtrack: Dame Shirley Bassey – Get the party started 

First of all grazie per i feedback (mia nipote mi spiega che i feed sono un’altra faccenda e io LA VOGLIO). E’ già una cosa.

Secondo, notare che sono riuscita a mettere la musica. Non era difficile, c’era un widget apposito da utilizzare automaticamente. Tanto rumore per nulla.

Terzo, il capodanno me lo sparo qui, malgrado le proteste della R**, che dice che sono una uallera. Il fatto è che alla città natale (in questo caso capodanno, non so se è chiaro il giochetto di parole, nel caso sono disposta a spiegarlo) non c’è nulla da fare e, honestly, perché scendere alla cecata? In più, ci sono personcine ammodo che vengono proprio da me e per me qui, nella capitale.

Quarto, corre voce che sia necessario trovarmi una fidanzata al più presto. Ciò per distrarmi dall’uso indiscriminato del blog e impedirmi di sputtanare tutte le amiche mie. Eh eh.

Quinto, di chi è la lesbomano nella foto? chi indovina vince l’immunità.

Terminata codesta serie di cazzate, passiamo all’argomento principale, le lesbiche vintage e la musica.

Tutte le lesbiche vintage hanno, all’interno del proprio gruppo, almeno una musicista. A volte anche di più.

Questo comporta alcuni benefit fondamentali.

Periodicamente ci saranno serate in locali di ogni genere e tipo che prevedono partecipazione di massa e lesboriunioni imperdibili. 

Sarà in alcuni casi possibile entrare aggratis caricandosi qualche strumento ed oltrepassando l’ingresso con nonchalance come si fosse technical support.

In altri casi sarà necessario testimoniare il proprio affetto sobbarcandosi il costo di biglietti di ingresso e/o consumazioni.

Senza contare la bella figura che si fa cantando il repertorio della band e facendosi vedere in intimità con i componenti. Sono ammessi commenti sulla qualità del suono, della performance, delle attrezzature come si fosse esperti fonici e critici di grido. 5 minuti di notorietà. Poco conta se ci conosciamo tutte e siamo lì perché, tutte, in rapporti con uno o più elementi del group ed è la centoquarantasettesima volta che si va ad un loro concerto.

Personalmente ho conosciuto ben due fidanzate ai lesboconcerti. Una chitarrista e una bassista. E suonavano insieme. E si sono anche accoppiate insieme. Ed è successo mentre una delle due stava con me (del lesbogioco dei 4 cantoni parleremo in seguito). Quindi non consiglio di intrattenere relazioni con le musiciste. Ovviamente esento la R** dal ragionamento, lei sta con una musicista vintage lipstick, la logica è differente.

In compenso, malgrado la frequentazione musicale, la maggior parte delle vintage ha una conoscenza della musica scarsa e, a volte, veramente imperdonabile.

Esistono poi pletore di lesbiche perdutamente innamorate di una qualche musicista e disposte a seguirla anche a Timbuctu. Le lesbomaniache sono una gran comodità per l’artista. Si caricano pesi spaventosi, guidano per 16 ore consecutive, si preoccupano di acqua e cibo per la divina, fanno servizi fotografici dettagliatissimi, ricordano, spesso, a memoria la playlist. Il tutto gratis e per amore deae.

Comunque, senza amiche musiciste, sarebbe una noia mortale.

 

Lesbiche vintage: Upper Lipstick

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Soundtrack: E. Serio – Fil Rouge

Bella serata, proprio bella. E** e A** al Tumbler e anche i loro pezzi. Rilassamento, divertimento. Una gioia per una groupie come me. Non le ascoltavo da tempo ed è sempre una bella emozione.

E questo è il cappelletto personale.

Passiamo ora alle cronache da Cartoonia.

Al centro della sala, un tavolo abitato da un gruppo definibile come “Upper Lipstick Lesbian”.

Upper perché non si trattava di semplici vintage lipstick, ma di una rivisitazione romana di L-word.

Lipstick (rossetto) perché, per i pochi che non ne sono al corrente, parliamo di lesbiche femminili, generalmente truccate, spesso con la gonna, capelli perlopiù lunghi e curati, pochi, piccoli indizi di lesbicità (stivali proto-anfibi, espressioni cazzute, lacci di cuoio che emergono da maniche con volant).

Lesbian perché, comunque, so’ lesbiche.

Un tripudio di nomignoli (Lilli, Fiffi, Sissi, Vivvi), una distesa di piumini d’oca renana mohair, trucchi da visagista newyorkese e fuochi d’artificio di scambi di cortesie e cadenze quasi-milanesi.

Questa speciale categoria si differenzia da tutte le altre perché, in effetti, ce l’hanno solo loro. Non sia mai detto che si possano ricordare una faccia che non appartenga al loro “giro”, non sia mai detto che possano mostrarsi affabili con chicchessia che non rappresenti un lustro per il loro “giro”, non sia mai detto che rivolgano la parola alle appartenenti le classi inferiori.

Le upper Lipstick, nella mia città, vengono definite, senza giri di parole: perete.

Concetto di difficile traduzione. Potremmo dire quello standard femminile che vive in “ing”: shopping, travelling, spinning, training, managing, dining, partying…

Le upper lipstick sono molto desiderate e molto odiate. In fondo per le “voglio ma non posso” sono una spina nel fianco. Sono senza dubbio la prova che esistono quelle che possono.

Le camion, le vintage e altre categorie inferiori, ovviamente, non hanno accesso alle upper lipstick (fermo restando il fatto che le upper pescano, una volta terminato il loro “giro”, da qualunque sottogruppo, ma senza mai rendere pubblica la loro debolezza).

Le upper lipstick sono comunque rare, ne esiste uno specifico e ristretto gruppo per ogni città.

Il ricambio è scarso, difficilissimo infatti superare lo sbarramento socio-cultural-economic-politic-professional che le contorna.

Le criptolesbiche

pulcinella.gifSoundtrack: My love has forbidden colors – D. Sylvian, R. Sakamoto 

Le criptolesbiche sono una specie che non si estingue mai.

Come l’erba cattiva, non sia mai detto che riesci a eliminarle dalla faccia della terra.

Come i parassiti dei pomodori, si attaccano alla polpa polposa delle lesbiche non criptiche e succhiano sangue che tendono, invariabilmente, a sputare poi sulle loro facce (quelle delle lesbiche non criptiche).

Le criptolesbiche scopano con le lesbiche ma sono etero. Dichiarano di volere matrimonio e figli, ma non vanno alle manifestazioni per i DICO, loro non ne hanno bisogno. Le criptolesbiche, se si trovano in un consesso pubblico misto, si uniscono al gruppo etero e condividono battutine e sorrisi di ironia di scarso livello sulle lesbiche presenti.

Si sa che le lesbiche (di tutte le categorie, tranne le lipstick), in un consesso misto, si riconoscono facilmente: sono tutte donne (lo giuro!), sono vestite di nero, indossano scarpe e stivali improbabili, parlano solo tra di loro e sequestrano un divano che poi non molleranno per tutto l’arco della serata.

Le criptolesbiche si avvicinano alle lesbiche mostrando la certezza assoluta che la loro fica è la più desiderabile di questo mondo e pure di quell’altro. Nel loro cuoricino palpitante però, hanno già puntato una lesbica fatta e finita del gruppo lipstick (quindi quelle che più donna di così solo i ricchioni) e vorrebbero disperatamente essere da lei incatastate sul muro della cucina e scopate fino allo sfinimento.

Le cripto si offendono facile. Le cripto pensano di essere meglio. Le cripto sono un coacervo di luoghi comuni. Le cripto pensano che nessuno abbia capito.

Se ne deduce che le criptolesbiche non brillano di intelligenza.

lesbiche vintage: camionistae

 simboli.gifSoundtrack: Tori Amos – Corn Flakes girl

Le lesbiche vintage sono una razza in via di estinzione.

Esse si posizionano tra i 35 e i 50 anni d’età.

Vivono in piccoli branchi, caratterizzati da una composizione non gerarchica dove i legami vengono cementati con reciproci fidanzamenti.

Ogni elemento del branco, infatti, è stata fidanzata con gli altri elementi, in alcuni casi, contemporaneamente.

Le lesbiche vintage comunicano con un preciso codice e si suddividono in alcune categorie facilmente riconoscibili. 

Coloro che sono caratterizzate da una tipica livrea informe, con toni di colore beige o verde militare, pochi o assenti orpelli, pelo raso e spiccata attitudine per i lavori manuali, vengono definite “camioniste”. Si presume che questo nome nasca sulla base delle attitudini motorie di questo gruppo: spalle in avanti, braccia larghe, collo infossato, camminata a gambe parallele. come i camionisti, appunto.

Questa sottospecie, per quanto ufficialmente osteggiata ed emarginata dalle altre sottospecie, risulta essere quella sessualmente più attiva. Alcuni studiosi azzardano l’ipotesi che gli altri gruppi si accoppino con queste in segreto, in luoghi inaccessibili e che non ne diano comunicazioni al resto della comunità. Anzi pare che a volte neghino fino alla morte.

Le camioniste sono in grado di portare pesi fino a due volte il proprio e diposte a percorrere impensabili distanze per risolvere i problemi di ogni membro della comunità.

Costoro, in quanto lesbiche vintage, si sono decisamente ridotte di numero, incalzate da nuove evoluzioni della razza che si distanziano in modo imbarazzante da questa specie. La le lesbiche camioniste vintage hanno tratti coriacei e notevoli risorse. Per quanto ridotte restano, di fatto,  lo zoccolo duro dell’intera specie e, senza di loro, il resto del branco sarebbe disperso nel mondo e senza difese dai predatori naturali: gli omophobus lesbicophili, le eterae trasgressivae lesbicophilae e le automobili in panne.

Lesbiche con le polacchine

10 Dicembre 2007 penelopebasta 6 commenti

seeee, vi piacerebbe eh?Soundtrack consigliata:  madreblu – orlando

Le lesbiche portano le polacchine.

E i lacci di cuoio al collo e ai polsi, i pantaloni hip hop, le canotte militari, gli anfibi, i capelli corti o lunghi e incolti, le unghie corte, le camicie da uomo, le borse grandi a tracolla, le giacche mimetiche, gli orologi da uomo, lo zippo, il coltellino svizzero, il pigiama “tuta scoordinata”, i calzettoni morbidi di lana, i colori scuri. La moto, la macchina lercia e ammaccata.

Se conoscete una donna che utilizza almeno tre di questi elementi (contemporaneamente) è lesbica.

Anche se lei spera che nessuno lo abbia capito.

Perchè le lesbiche vintage, prima dei 35 anni, si illudono sempre che nessuno lo abbia capito.

Ma le polacchine parlano da sole. Le polacchine beige, un po’ consunte ma sempre comode, allacciate con doppio nodo, hanno visto cose che voi umani non potete immaginare…

Discoteche gay sovraffollate nelle quali riesci a incontrare l’unica che proprio non volevi vedere…

Donne travestite da bidoni di petrolio che tentano approcci polipeschi…

Uomini verminosi che cercano di convincerti che “quello giusto non l’hai mai incontrato, vieni da me e porta un’amica che ti faccio vedere io”…

Checche sbattute che fingono di interagire con te – subumano invisibile, portatrice sana di organi sessuali cui avrebbe diritto lui e non tu, che manco ne fai il giusto uso – per conoscere l’amico tuo.

Le polacchine sanno. Sanno che la lesbica vintage cammina con la sofferenza cosmica sulle spalle (per questo strascina i piedi e non può portare i tacchi); sanno che bisogna essere pronte a effettuare lavori di una certa consistenza (traslochi, montaggi e smontaggi, impianti idraulici, interventi sulla moto, salvataggi notturni di principesse in panne sull’autostrada del brennero) e, infine, le polacchine sanno che saranno le prime a volare lontano – lontano lontano, stanno attaccate a quei piedi già da due anni ininterrotti – appena una la darà alla proprietaria dei piedi.

Quanto all’illusione che nessuno lo abbia capito, ho qui un questionario:

  1. I vostri familiari hanno smesso di fare la domanda “ma quando ti sposi?”

  2. Vostra madre ha smesso di regalarvi camicie da notte con i volant e magliettine con le paillettes?

  3. I vostri amici, quando vi chiedono del vostro partner, dicono “quella persona” e non utilizzano definizioni di genere in nessun momento della conversazione?

  4. Le ragazzine vi seguono per strada (mentre siete in moto, in macchina o a piedi di sera) e poi si scusano dicendo “ops ti avevo preso per un ragazzo”?

  5. Le colleghe vi guardano con tenerezza quando dite che vivete con un’amica cui siete molto legate?

  6. Quando, dopo 6 mesi, ammettete con le colleghe che sì, siete fidanzate con una persona, nessuno vi fà domande specifiche?

Se avete risposto sì anche ad una sola di queste domande: lo sanno tutti, probabilmente anche l’edicolante sotto casa vostra che, quando vi mette da parte i fumetti della marvel o della bonelli, dice alla moglie: “questo è per la lesbica con le polacchine”.