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Archivio per la categoria ‘lesbica quotidiana’

Imparare

26 Novembre 2009 penelopebasta 3 commenti

Soundtrack: gnente, non mi va di cercarla.

Sei all’altro capo dell’auricolare.

“Ho spento la luce”, hai detto.

Hai detto “mi basta il tuo silenzio”.

Ho detto “non lo so se è una cosa buona”.

Hai detto “neanche io lo so”.

Cercare di spiegare, cercare di spiegarsi, cercare di ascoltare, cercare di ascoltarsi.

Sì, è vero, c’è una cosa che non dico.

Mi manca il coraggio, probabilmente me ne vergogno anche un po’.

Quel tanto che basta per tapparmi la bocca.

Lo sai che potrei venire a vivere con te domani mattina?

Con tutto quello che significa.

Ma non è ragionevole.

Lo sai che sto talmente bene con te che ho il terrore che tu non stia altrettanto bene con me?

E non è neanche così semplice da spiegare.

Dici che sono furastica.

Sono furastica.

Di questo mi vergogno.

E non è la sola cosa.

Mi fidassi di più di me, non avrei paura dei colpi di vento.

Mi fidassi di più di me, non interpreterei ogni cosa come un segno delle nostre distanze.

Il grande lago di casini e quotidiani impegni e priorità reali nel quale navighi, mi sembra sempre più grande e interessante e tuo di quanto lo possa essere lo spicchio di mare che posso offrirti.

Mi sono abituata a starti dietro, a osservarti la schiena, a coprirti le spalle e aspettare.

Non sapevo neanche di essere capace di aspettare e lasciare che fossi tu a guidare.

Oggi mi hai detto molte cose al telefono, una di queste me l’hai riportata detta da qualcun altro.

Come spiegarti quanto conta per me?

Come far capire fino a dove mi penetra?

Rinuncio.

Poi scatto come una tagliola invece di condividere.

Avevi detto che non avevi sonno.

Dormi già.

Il ritmo del tuo respiro, per quanto distante, mi riscalda.

Avercelo vicino.

Tenerlo tra le mani.

Per la prima volta in decenni mi ritrovo da sola a pensare e riflettere, senza poter scambiare e parlare con le persone alle quali tengo.

Il Fab è in Francia, il docfab non mi risponde, la R* è arrabbiata e perduta, Alice è lontana, M* è morbida come la gomma pane ed io non sono abituata.

Incredibile, la prima relazione non collettiva in una trentina d’anni.

Anche Penelope dorme, con la testa sul mio piede. Almeno lei è qui.

Sapessi quanto mi manchi, Biancaneve, anche ora che sei attaccata al mio orecchio.

Anche ora che ti ho mandato affanculo da una mezzoretta.

Anche ora che non capisco bene quello che vuoi dirmi perché ho i condotti uditivi inquinati. Ci si è arenata una petroliera dentro. E non da oggi.

Ti risvegli e non vuoi dirmi cosa ti succede.

Il mio stomaco protesta, niente cena, stasera.

Urge sigaretta.

Hanno tentato di farmi una truffa in questi giorni. Uno strano meccanismo basato sull’altrui ignoranza e sull’altrui presunzione di meritare qualcosa. Hanno trovato me, che non credo di meritare qualcosa. E poi capisco l’inglese, ’sto truffatore era un coglione che scriveva malissimo.

Forse sono riuscita a vendere la moto. Quattro soldi e molto dolore. Per quanto strano sia, a quella moto tengo molto. Significa molto. Mi ha accompagnato molto. Mi rappresenta molto. Ma non sarebbe ragionevole tenerla.

Non trovo coinquilina nuova. Mi angoscia sottilmente lo stringere dei tempi.

A fare caso sugli annunci, gli uomini sono sempre disposti a spendere di più, per il fitto, delle donne. perché?

Al lavoro stanno saltando gli equilibri e non capisco perché. Forse la stanchezza. Ma il presepe è molto bello. Il più bello, credo.

Stai dormendo, ormai. Non ho il coraggio di chiudere la “conversazione”. Non ho il coraggio di chiudere il canale. Voglio sapere cosa hai dentro perchè penso che riguardi me.

Certe volte ho paura che tu sia troppo etero, Biancaneve.

E fa male.

 

Etero e Lesbiche III (donne vs donne)

22 Novembre 2009 penelopebasta 4 commenti

Soundtrack:

Eccoci qua.

Non ho neanche comprato il decoder, tanto sono attaccata ai giochini fb tutte le sere, sarebbe una spesa inutile e poi così posso dire che faccio bene a non pagare il canone.

Dunque.

Questa faccenda mi frulla in testa da un mesetto. Vediamo che cosa ne esce, ma non aspettatevi granché, ho ancora punti da esplorare.

Le lesbiche dicono delle etero:

  • che sono fondamentalmente zoccole;
  • che non riescono a fare a meno di troieggiare;
  • che pensano che nessuno possa resister loro:
  • che non sanno interagire sereneamente con le lesbiche, dato che pensano sempre e comunque che le lesbiche ci vogliano provare con loro;
  • che restano etero anche quando scopano con una donna.

 

Le etero dicono delle lesbiche:

  • che sono donne aggressive;
  • che hanno personalità prepotenti;
  • che sono manipolatrici;
  • che non sono femminili;
  • che sono drammatiche.

A me viene il dubbio, e non è manco tanto dubbio, che ognuna accusi l’altra della caratteristica che più le appartiene e, tutte insieme, si tirano addosso il peggio degli stereotipi sulla femminilità. In fondo, delle donne, si dice che sono zoccole e manipolatrici, drammatiche e gatte morte. Se ne cade la letteratura, dalla bibbia in poi, di questo.

Siete mai stati in un locale a prevalenza lesbica?

Dovreste.

E’ una lezione di vita.

Di solito, il locale lesbico, è un trioiaio senza precedenti. Si puttaneggia a destra e a manca, ci si prova con le fidanzate altrui, ci si ammocca (=pomicia, N.d.T.) in ogni angolo e si tromba sul lavabo. Bariste, buttafuori e dj comprese. E manco si fa tanta selezione.

Per quanto riguarda le etero, mi è venuto in mente un pezzo del film che ho postato (dal minuto 5). Del resto, ora che ci penso, conosco parecchie donne che iniziano una relazione con un uomo pensando: “io lo cambierò”.

Noi lesbiche siamo libere di manifestare, festeggiare, reiterare e regalare la nostra femminile quota di “seduttiva leggerezza” altresì denominata: trioiaggine, senza dovere temere o contenere. Una gran fortuna (non ben utilizzata, ma pur sempre una gran fortuna) e, in qualche modo, lo dobbiamo ritenere il nostro peggior difetto. Tanto da finire per assegnarlo alla categoria avversa, le etero.

Le etero sono abituate ad esercitare la sottile arte della manipolazione nei confronti degli uomini che vivono e frequentano (fondamentalmente ritenuti “fessi”), antica arte nata, credo, per ovviare alla differenza di prestanza fisica e alla conseguente impossibilità di imporre scelte con l’uso della forza bruta, Anche loro, evidentemente, se lo sentiranno come una cosa di quelle che “pare brutto”. E così diventa l’insulto per la parte oscura, le lesbiche.

Questa è, ovviamente, la fiera del pregiudizio. L’apoteosi dello sterotipo.

Mi rendo conto di aver ampiamente contribuito. Bisogna trovarvicivicisi nelle situazioni per vederne i limiti e le storture. Almeno io, mi ci devo trovare.

E la questione donne vs donne è vecchia come il cippo a Forcella, si ripete in ogni era ed epoca, come se nulla cambiasse mai.

Eppure molte di noi lesbiche dimostrano concetti validi e belli (anche se in questo momento non me ne viene in mente neanche uno). Quantomeno che una donna può essere indipendente e affettivamente autonoma o “diversamente femminile” senza che caschi il mondo.

E le etero stanno lì a dimostrare che è sulle donne che si regge il mondo.

Ah, ecco, è questo.

Qualche giorno fa Alice mi ha detto: “fra te e Biancaneve la più forte è sicuramente lei”.

Già. E’ così.

E cosa c’entra questo?

Per il prossimo capitolo: Coppie Lesbiche e standard imprescindibili.

scusate

18 Novembre 2009 penelopebasta 8 commenti

stasera non ce la faccio, ma ho pronto nella capoccia il “Lesbiche e Etero III, ovvero donne vs donne”.

Ce la posso fare a scriverlo, appena mi stacco da facebook farmville cafè world roller coaster kingdom bejeweled bliz e via dicendo.

Ce la posso fare.

Presto, ma non stasera.

Grazie alle nuove entrate e a chi legge ancora.

 

incompleto

30 Ottobre 2009 penelopebasta 2 commenti

Soundtrack:

Tanto ho imparato ad abbracciarti per intero.

Volevo scrivere un post erotico e mi accorgo, credo per la prima volta da quando ho aperto il blog, che la ritengo questione troppo personale per renderla pubblica.

Avevo anche preparato la foto.

Cosa nuova e strana per me.

Quest’anno sono serena, e chi vuol capir capisca. Anche questa una strana cosa.

Tra le altre cose, sono giorni che ragiono sulle “caratteristiche” che le varie categorie di donne addossano ad altre categorie di donne.

Ne parlerò.

Ovviamente la serenità comporta poca voglia di scrivere, ma avevo cominciato e tant’è.

Buon week end.

Categories: lesbica quotidiana

Arti e mestieri

26 Ottobre 2009 penelopebasta 10 commenti

Soundtrack: Simply Red - The right thing

Questa città è una vecchia bagascia.

E come tutte le vecchie bagasce sa esattamente come stimolarmi, come caricarmi e ri-caricarmi e come farmi sentire forte e potente.

Certo lo fa a pagamento, come da mestiere, ma ormai è per me un prezzo leggero, abbordabile, tutto sommato equo.

Perché poi non ci resto.

Ché da bagascia diventa cravattara. E gli interessi non finiscono mai. E da cravattara a spacciatrice. E pensi di non poterne più fare a meno, di non poter vivere senza.

Son ben contenta di utilizzarne i peculiari servigi senza lasciarmi intrappolare.

La colombaia è rinnovata e calda.

Il docfab è delicato e gentile.

Gli amici tanti. un tour di tre giorni che neanche Evita Peron.

Si mangia divinamente (oggi anche impepata di cozze fatta in casa a pranzo e giapponese a cena).

Mi torna voglia di fare cose, ritrovo un minimo di sicurezza e dell’autostima perduta, m sento umana e di sostanza.

Ne avevo bisogno.

In questi giorni niente passeggiate, mi mancano un po’, sono l’unico vero contatto con il territorio e con la sua estetica.

Certo mi fa più paura di quanta me ne facesse qualche anno fa. Ma non sono affatto sicura sia colpa sua, è che io, oggi, ho più da perdere di quanto non avessi 10 anni fa.

Almeno è questo quello che credo.

E il mondo è come te lo fai in testa.

Se pensi di avere qualcosa da perdere, ti metti in condizione di proteggerlo, di difenderlo e difenderti, non importa se, in fondo, non siste quel qualcosa.

Vedo le persone che amo cresciute e un po’ più tristi. Non tutti, ma quasi tutti.

Mi piace anche vedere persone che si rimboccano le maniche e provano a far qualcosa per esser più felici.

In questa città ci vuole coraggio, a far questo.

Per chi fosse in ambasce (!) a proposito della mia storia con Biancaneve, siamo ancora qui, tenendoci per mano e nascondendo la stretta con il cappotto. almeno per ora. Ed è molto bello così com’è.

C’è stata un po’ di devastazione, nella mia vita, in quest’ultimo periodo. Niente di irreparabile, molto di incomprensibile, qualcosa di evitabile.

Di rimarchevole c’è che sto entrando in menopausa.

Posso assicurare che la quantità di vampate che costellano la mia giornata è al di là dell’umana sopportazione. Dovrebbero avvertirti che funziona così. Sono esausta. La stronza, la vampata, parte all’improvviso anche se ci sono -7 gradi centigradi e ti ricopre di sudore ogni millimetro di pelle manco stessi in kenia a mezzogiorno. Oltre questo, non ci si può esimere dall’autocommento, a quanto pare: “fa caldo eh?” o dalla domanda retorica: “ma fa caldo?”, mentre intorno vedi gente con i paraorecchie e i ghiaccioli al naso e tu ti sei levata anche gli orecchini.

Dal parrucchiere, sottoposta alla tortura di guardarmi allo specchio per 60 minuti ininterrotti, ho avuto vari ed eventuali pensieri: sono invecchiata e ne sono perfettamente consapevole; mi riconosco più ora, guardandomi, che 5 anni fa, vado a farmi i capelli dallo stesso parrucchiere da 35 anni. Dal menarca alla menopausa. Mica pizze e fichi. In compenso mi sono spariti gran parte dei capelli bianchi. Miracolo di Biancaneve? Mah, i fitti misteri della vita. 

Non so ancora bene come prendere questa faccenda. In fondo non è niente altro che la fine di un ciclo di fertilità che eterno, giustamente, non può essere. Ma, in qualche modo, coinvolge e travolge ben altro. In fondo quella settimana di lamentazione a cadenza mensile, quelle maledizioni in cirillico che per anni e anni si affinano e si rivolgono alla propria manifestazione di rigenerazione e capacità di riproduzione e quell’argomento di discussione tra femmine (“ti sono venute?” manco fossero un parente autraliano in visita di cortesia) e di ambivalente ansia (“ho un ritardo”, come fosse un treno della ferrovia elvetica e senza mai che si riesca a capire, alla prima affermazione, se si è contentissime o incazzatissime), quando non ci sono mancano. Come una amica di una vita che all’improvviso non si fa più vedere né sentire. Preoccupa e intristisce.

Il commento del pater, sempre lapidario e pragmatico è stato “vabbè, tanto che te ne fai?”.

Come sarebbe “che me ne faccio”? non lo so cosa me ne faccio, non me ne devo fare qualcosa, che cazzo di commento è? Comunque, ne dovrò venire a capo e, d’altra parte, i prossimi rush ormonali non saranno cazzi miei ma di chi li dovrà subire.

Attenti voi…

domenica mattina (on the run)

18 Ottobre 2009 penelopebasta 11 commenti

mare aperto

Soundtrack: non lo so, ci penserò.

 

Aspetto il primo (e unico fino ad ora) possibile coinquilino per la stanza che si libera qui a casa.

Il fatto che sia un uomo adulto e che l’appuntamento lo abbia preso la madre, mi spaventa un po’, non credo abbia chances.

Nel frattempo rimugino sul casino che ho piantato con Biancaneve.

Che meno della metà basta.

Ho l’anima che batte i denti per la paura.

Una parte di me si sente un’idiota liquefatta e distruttiva compulsiva e orrenda ruminante.

Un’altra parte di me è ben convinta di aver fatto l’unica cosa che poteva fare.

Una spinta insopprimibile.

Ma non sentirla, non vederla, non averla addosso fa male. Fa ancora più male la possibilità che questo non accada più.

E se quello che ho visto non è vero ma è solo la proiezione del mio drammatico e cataclismatico sentire?

Se fosse così non c’è più spazio e tempo per passarci sopra (o attraverso o di lato o di sguincio, non importa), perché non è tollerabile essere ancora così a 46 anni.

Considerando anche quanto mi atteggio che “ho visto cose che voi umani…”.

Eppure io non lo sento così.

Lo sento come il bisogno insopprimibile di riportare questa relazione dalla favola alla realtà.

Il mio annaspare degli ultimi giorni, il mio non ritrovarmi nei panni che mi appartengono, anossica.

Ci ho messo tre giorni a capire cosa mi stesse succedendo.

Tre giorni di tortura, non a me, a lei.

Imparassi ad evitarlo, sarei ad un passo dall’illuminazione.

Fa freddo dentro e fuori.

E senza confronto, perché ha ragione lei a non voler parlare con me, ora, nuoto con l’acqua in bocca in un mare di niente.

Continuo dopo, il tipo sta arrivando.

La madre si è lasciata sfuggire che il figlio, mio candidato coinquilino, sta per fare un corso di giardinaggio con l’assistente sociale. La madre ha gli occhi sofferenti.

Santa pazienza. Ha pure una figlia di 6 anni.

Direi che non è il caso. Cazzo.

Ci mancava questa, stamattina.

Ore 11 e 40.

Mioddio che cazzo ho combinato. Ho sclerato chiedendo quello che già ho. Come cazzo ho fatto? Mi vergogno. Sono proprio una lesbica di merda.

 ore 12.00

io questa non me la perdono.

 

 

Paese di merda

13 Ottobre 2009 penelopebasta 8 commenti

Soundtrack: andatevi a risentire Fuck you di Lily Allen che ci sta benissimo

Volevo scrivere un post “Etero e Lesbiche III”. Per ridere un po’ sugli stereotipi e sui reciproci pregiudizi.

Volevo anche chiarire che i post precedenti non riguardano la mia storia con Biancaneve, ma una serie di questioni sorte tra me e due persone alle quali voglio bene.

Volevo sottolineare che, a parte questo, è un periodo che le voci inutili sulla relazione tra Biancaneve e me si sprecano e si espandono come H1N1.

“non pensi che forse tu possa aver incontrato una persona che risponde ai tuoi bisogni e quindi ti sei lasciata andare?” – le dicono – “e non è quello che succede quando ci si innamora?” risponde Biancaneve.

“Sai, le persone omosessuali tendono ad affermare la propria personalità con forza, non è che lei ti sta facendo credere qualcosa che non è e ti manipola e soggioga?” – le dicono – “Com’è che non sono l’amministratore unico della Nestlé se ho tutto questo potere alla Jean Grey Summers detta Fenice?” rispondo io. “E com’è che tutti pensano che io sia fatta di didò?” risponde lei.

Bypassando quello che dicono a me.

E queste sono le questioni personali che, comunque, non sono tanto dissimili dalle questioni generali di questo periodo.

Il trend è questo, bisogna prenderne atto.

Leggete qui, qui e qui, tanto per farvi una cultura tutta italiana.

Il ragazzo (uomo, direi) che hanno aggredito qualche giorno fa qui a Roma, è un mio vecchio amico di Napoli. persona che non vedo da secoli, ma che ho a lungo frequentato. E questa è una nota a margine.

Il fatto è che oggi, la classe politica italiana, con la “sinistra” in testa, ha deciso di sdoganare definitivamente il “sfragnamo i finocchi”. Come da richiesta popolare, evidentemente.

Io non voglio scendere sul piano del vittimismo omosessuale, non voglio lamentarmi, non voglio farne un caso particolare e specifico.

Vorrei che fosse chiaro, per tutti, che è da questo che parte il fascismo del pensiero, la filosofia della prevaricazione, la chiusura mentale e culturale, l’involuzione totale, il libero circolare di stereotipi e pregiudizi che impedisce, da oggi, che si possa alzare anche una sola voce aperta e limpida.

E’ così che si mettono i punti base per stabilire che la diversità è un delitto sociale e, come tale va punita.

Cominciare dagli omosessuali è più semplice, persino più semplice che farlo con gli zingari o gli ebrei.

E’ evidente e chiaro di per sé.

Il governo italiano ha detto, stasera: quello che vi fa paura, quello che non vi piace, quello che vi da fastidio, potete prenderlo a randellate.

A me fa paura.

Fa paura perché sono lesbica, ebrea, donna, logopedista, socialista, in pre-menopausa, terrona, senza figli e non mi trucco (però, almeno, mi depilo).

Questo paese sostiene, con voce ferma e chiara, che la mia vita non vale un cazzo di niente o, quantomeno, vale molto ma molto meno di quella di un maschio bianco etero qualsiasi o di una donna bianca etero con figli.

E quello, quell’è.

Al signor ratzinger è riuscito, in questi anni, di riportare questo paese molliccio e strafottente ad un fondamentalismo da medio evo.

Qui pareva brutto imporre il foulard alle signore e costringerle a restare a casa.

Ma ridurre gli omosessuali a “nemico della società”, questo si poteva fare. E si è fatto.

Se io fossi stata un uomo, le persone che sono intorno alla donna che mi ama avrebbero passato il tempo al telefono o al bar a parlare di quanti peli ho sul petto, di come scopo e di quanto è stata fortunata ad innamorarsi a 40 anni. E ad innamorarsi di qualcuno che ama lei e le da esattamente quello che vuole.

Ma sono una donna e passo il tempo a preoccuparmi di proteggere Biancaneve ed il nostro rapporto, senza sapere come fare.

E la mia sgradevole sensazione di chiusura, sensazione che mi governa, in questi giorni, ascoltando le voci di persone medie e qualsiasi che invece di farsi i cazzi propri cercano di imporre una opinione fatta di chiacchiere senza basi e costrutto e senza ritenere di doversi prima informare, conoscere, vivere, è una sensazione che credo di condividere con molti altri omosessuali come me.

Ovviamente non perché stanno tutti con Bancaneve, spero bene.

 

Non ho l’età

7 Ottobre 2009 penelopebasta 8 commenti

La_salsa

Soundtrack: Israel Kamakawiwo’ole – Somewhere Over The Rainbow/What A Wonderful World

Ho dormito due ore e 45 minuti, stanotte.

Ballato la salsa, che mi vergogno a dirlo. Odio la salsa e odio i balli di gruppo. No, ad essere precisi, mi vergogno. Come una foca tetraparetica.

Non ho più la tempra per reggere.

Non mi regge.

Non riesco poi a lavorare e mi trasformo, invariabilmente, in una bambina capricciosa di età variabile tra i 5 anni e i 7 (appena compiuti).

Ne fa le spese Biancaneve.

E non dovrebbe essere così.

Se voi poteste vedere, la fierezza negli occhi che ha e la sua fatica orgogliosa e serena.

Se tutti riuscissero a vedere la libertà che ha dentro e nelle mani, che ha nelle parole e nei fatti, negli affetti e nelle carezze.

Se io non chiudessi gli occhi (e non solo quando mi cala la palpebra) di tanto in tanto, vedrei quell’espressione da impunita che rivolge a me, e la scritta in sovraimpressione che dice “embé, ho scelto te, il resto non conta”.

E smetterei di metter su quei siparietti di drammatizzazione che, evidentemente, mi piacciono tanto.

Se qualcuno vedesse gli sguardi, l’energia, il calore, la potenza.

Sono una nana, una nana dentro e fuori.

Non ce la faccio, a volte (miii, che autoindulgenza), a contenere tutto quello che mi arriva da lei.

Istinti primari, i miei. Sento dolore: mordo.

E non è lei che mi procura dolore. Ma i denti scattano e si chiudono sulla sua mano.

Mi procurano dolore una gran quantità di cose che, di fatto, non le appartengono.

Gli stereotipi, mi fanno male.

La donna che sceglie diventa una zoccola isterica e torturatrice, l’uomo che non sceglie un tenero senzapalle castrato che cerca di far ragionare la virago, porello, ma nulla può contro la potenza della lussuria femminile.

Il matrimonio che da libera scelta d’affetto e ottimismo e fiducia, diventa un contratto pieno di postille, un luogo non virtuale dove rovesciare il peggio di sé e soprattutto, una buona scusa per sparare giudizi inutili e pesanti.

Sempre sulla donna, ovviamente.

In questo paese non c’è il burqa, non è necessario. Siamo oltre. Qualsiasi donna sia in grado di affermare scelte e personalità, quali che siano, è una fottutissima zoccola posseduta dal demonio e cattiva dentro.

Nel 2009.

Oggi ascoltavo lo psicologo del mio centro, quello fattone (che poi non è vero, ma sembra un fattone preciso preciso) e impazzivo di rabbia.

E dolore.

Si parlava di uomini senzapalle.

Strana caratteristica tipicamente maschile, questa delle palle retrattili.

Vengono fuori pure all’ultimo dei coglioni quando si tratta di minacciare, prevaricare ed esercitare potere su chi non può o vuole reagire.

Poi “sciuap”, si nascondono e diventano introvabili di fronte a fatti da risolvere, persone che hanno cose da dire e da rispondere, situazioni complesse, critiche, richieste di cambiamento.

Il mio capo è un senza palle, poverino.

Poverino un cazzo. E’ un coglione strafottente e presuntuoso. I testicoli non c’entrano una mazza.

Il marito della signora con l’amante (e quindi zoccola) e isterica (perché si vuole separare) è un senza palle. Lui ci prova a parlare con la moglie, ma lei è una stronza che non vuole parlare. E lui è ancora lì, a casa con una che lo schifa. Non schioda.

A me non fa tenerezza, fa rabbia. E le palle non sono in discussione. E’ in discussione la capacità di riprendere in mano la propria vita, quella di affrontare un dolore, il rispetto per le scelte di una donna, la considerazione per le emozioni, di una donna, l’onestà intellettuale di accettare la chiusura di un “progetto” senza dover per forza dare la colpa a qualcuno. E, porca puttana, se lei non ha più niente da dirgli, che cazzo deve “parlare”, ancora?

Allora anche io sono stata una senza palle. Lo sono stata quando ho spaccato i coglioni a chiunque sulla colpevolezza e sulla stronzaggine e sulla zoccolaggine della mia “ex” pur di non ammettere che il progetto non aveva funzionato, pur di non dover affrontare il dolore di tornare nella mia vita, una vita che non c’era. Da riscostruire. Con tutta la paura e l’insicurezza che comporta. Non era questione di palle, ma di comodità, vigliaccheria e disonestà.

Di nuovo, mi accorgo che i miei post stanno diventando confusi e inzeppati di cose dette e non dette, mescolate che neanche un minestrone findus.

Ricapitolando, mi hanno rotto il cazzo questi stereotipi che pretendono di governare la vita della gente in generale, e delle donne in particolare. Mi hanno rotto il cazzo i giudizi non richiesti, l’assenza di rispetto per l’altrui sentire, il non ascolto, l’orgoglio a cazzo di cane. Mi hanno rotto il cazzo quelli che, su queste basi, rendono la vita spinosa a Biancaneve. Mi hanno rotto il cazzo ma non posso fare niente. Non sono wonder woman, non ho i superpoteri e non sono la Fenice degli X-men che può controllare altrui pensieri e azioni.

Poi avevo pure dormito troppo poco.

Ma a me Biancaneve non basta mai. Vederla andar via perché deve, mi svampa i neuroni e mi attorciglia l’anima.

Pazienza, ci vuol pazienza.

Con una nana in terza età, isterica e manco zoccola. Come me.

Domande epocali e cotolette impanate

4 Ottobre 2009 penelopebasta 17 commenti

barnbuddy

Soundtrack: Lily Allen - Fuck You (ormai c’è)

Qualcuno di voi sa dirmi il titolo di quella canzone di De André che parla di un tipo al quale una donna chiede il cuore di sua madre?

Mi frulla in testa da un paio di giorni ma il neurone del titolo non si attiva.

In secondo luogo ci tengo, ma proprio ci tengo, a specificare che il post precedente è stato tolto dopo una difficile notte passata battendo i denti e cercando di riscaldare il sangue nelle vene raggelato dall’immane spavento provocato dalla muscolare dimostrazione avuta su codesto blog.

Detto questo, passiamo alle domande epocali che mi attanagliano da qualche giorno e che mi innervosiscono non poco.

Quanto riusciamo ad affermare noi stessi in quanto tali e con le nostre sole forze e quanto ce lo permettono gli altri per gentilezza, pigrizia, opportunità, strafottenza, affetto?

Quanto ci si può fidare di qualcuno che è disponibile a fare ogni genere di favore ma non ad accettarlo, se non nella misura in cui (tiè, una botta anni 70) è una restituzione di un già dato?

Quanto è corretto imporre una scelta a qualcuno?

L’immagine che noi abbiamo di un altro, quanto è simile a quella che l’altro ha di sé?

Quando si chiede di scegliere, si considera, realmente, tra cosa e cosa, ovvero, si considera il significato della scelta per la persona cui lo si chiede o si valuta solo il peso che ha per chi lo ha chiesto?

Si può essere contenti di aver ottenuto qualcosa che neanche ti appartiene del tutto, attraverso la mediazione di altri?

Perché è così necessario minacciare e alzare la voce durante una discussione?

Perché le discussioni (o questioni, o litigi, o confronti, a seconda) diventano prove di forza?

Perché mi guardo intorno e non mi fido più di nessuno?

Quanto incide, nella vita, il tempo da perdere per far diventare le questioni smisurate e sovradimensionate?

Quanto incide, nella vita, essere troppo impegnati per considerare talune questioni poco più che strunzate pretestuose?

E se per chi ha tempo da perdere sono importanti, è poi giusto non vederne il peso?

E quanto è corretto tenersi fuori guardando da lontano come se il fatto non fosse il proprio?

Qualcuno ha detto che gli amici si vedono, realmente, nei momenti belli e positivi, perché son pochi quelli che riescono a sostenerne il peso. E’ vero?

Biancaneve dice che son brava a “ridefinire”. E allora perché mi resta un campanello luminoso rosso acceso di allarme e una “ridefinizione” non mi esce manco sotto meditazione trascendentale?

Ma davvero io penso con la testa mia o è sufficiente che l’operatore ecologico che mi sfranta i coglioni alle 7 di mattina del sabato con lo sputatore d’aria per foglie secche sotto casa mia mi dica la qualunque per convincermi che il cielo è marrone?

Ha poi importanza che a quello che mi sono costruita in questi due anni potrei tranquillamente rinunciare?

Quanto poco siamo abituati a sentirci dire le cose in modo diretto e inequivocabile?

Quanto siamo bravi a costruirci un mondo fatto a misura sartoriale per non mettere in discussione le parti di noi che proprio ci da fastidio mettere in discussione?

Ma l’ironia, è un’arma?

Sono vendicativa?

Da dove arriva questo senso di delusione profonda e di svalutazione delle mie capacità di relazione e di individuazione dei nuclei di personalità?

Quanti di noi hanno il coraggio di definirsi “narcisisti” e di addossarsene il peso?

Perché ho la sensazione di essere stata impanata e fritta perbenino come una cotoletta di pollo del macdonald?

Su facebook c’è un giochino che si chiama Barn Buddy. Hai la fattoria e ci pianti gli ortaggi. Gli altri possono venire nel tuo campo e annaffiare. Ma, anche, rubare il tuo raccolto ormai maturo e mettere erbacce e bugs su quello non ancora pronto, per impedirne la crescita.

Annaffiare, rubare, impedire la crescita.

Ognuno fa quello che può.

E quello che sa.

 

 

Supermercati e pensieri

16 Settembre 2009 penelopebasta 7 commenti

Soundtrack: GUARDATEVELO TUTTO CHE NE VALE LA PENA

Entro al supermercato e mi investe il pensiero di te.

Niente affatto inaspettato.

Ma violento.

Il pensiero di quello che penso di dirti e mi muore in gola quando riesco a vederti. Il pensiero dell’attesa di te, del sogno di te, dell’immaginazione di te.

Lunghi discorsi nella mia testa di ricotta di pecora. Litigate feroci a volte. Cariche di energia lanciate per investirti e nutrirti manco fossi Goku Super Sayan.

Poi niente. Niente di quello che la mia testa produce in solipsistico onanismo.

Sì, lo so. Lo so che quando racconti qualcosa ti frena il conoscermi. Sai che mi liscerò le corna e partirò sollevando polvere alla ricerca della prima cosa in forma di fottuto torero per incornarlo e sventrarlo.

Mi sento di parte, priva di obiettività, incapace di pensiero limpido e ascolto le voci che mi arrivano credendo capiscano e sappiano più di me. Capisco ora che non è vero. Non è vero affatto e che è inutile, per me, provare a mediare e raffreddare una testa che brucia e l’adrenalina che sale.

Inutile provare a proprorti una versione di me che io non so essere.

Ti vedo stanca e provata. Dovrei fissare di più la mia attenzione sulla luce degli occhi.

Rossa. Una luce rossa come quella delle pietre che si sciolgono nel calore della bocca aperta di un vulcano.

E mi basta. La verità è che mi basta. Per pensare che ci sei, che stai facendo, che ti stai muovendo come meglio credi di poter fare. E non c’entra una mazza il “saperlo”. E’ il movimento che conta e pesa e definisce.

Realizzo che buona parte della stanchezza non è nel tuo muoverti, ma nello star ferma. Nell’essere costretta ad attese che non senti e stand by che non si accordano con la voglia che hai di scattare in avanti.

Stupida io a lasciarmi inquinare dalle mie paure.

Stupida un migliaio di volte.

Stupida a non porgerti calore e legname sul quale appoggiarti.

Il mio narciso è forte e viziato, presuntuoso e superbo. Quanto il tuo, Biancaneve.

Si dispera del suo nutrirsi di sogni e immaginazione e visioni e potenzialità. E rompe il cazzo a cadenza settimanale.

Non voglio metterlo da parte, è il mio motore e la mia forza. Voglio che impari.

Così metto, nella lista delle cose fatte e da fare, anche questa.

Sta zitta Penelope e, se proprio non riesci a tacere, dille quello che hai dentro tu.

Dammi la mano, Biancaneve, dammi la mano che ti passo quello che ho.

Dammi la voce che te la liscio e lucido e restituisco limpida e morbida.

Soprattutto, baciami.

 

 

Pilato’s big feet

12 Settembre 2009 penelopebasta 6 commenti

Ma non lo so.

Mi pare di dire sempre le stesse cose.

Ossicompu, così mi chiama Alice.

Stringo i denti e fra un po’ resto con la dentiera.

Porca puttana (sempre e comunque con il massimo rispetto per le signorine della Salaria che hanno anche ricominciato a lavorare).

*URLO*

Che poi mi scioglie in due parole.

A dirsele, però.

Eccheccazzo.

A me non me ne frega un cazzo di come va a finire, vanno a finire le cose che cominciano. Qui siamo ai piedi di Pilato.

Certo che Pilato deve avere dei piedi enormi considerando la massa di cose e persone che stanno lì.

I modi di dire, che stranezza.

Ha gli occhi liquidi.

Non Pilato, ovviamente.

E’ una bella soddisfazione gestire i testi con i tasti del computer.

Sono circa 27 anni che smanetto sui computerss e non sono una hacker.

Tempo perso.

Sto ascoltando i Living Colour e mi ricordo della mia migliore ex fidanzata.

Un pezzo di pane anche se è finita di un male che la metà basta.

L’amavo molto.

Lei non mi amava più, amava un’altra.

L’ho dovuta lasciar andare, anzi ho dovuto spingerla fuori dalla mia vita. Lei si sentiva troppo in colpa per farlo, preferiva disintegrarmi l’anima pensando fosse meno grave che lasciarmi.

Ma io l’amavo (disse la principessa russa stesa sul sofà appoggiando il fazzoletto bianco alle labbra umide) e feci quello che andava fatto.

Voglio dire che:

  • la camorra è camorra – dice ziasaimon, una amica mia – ovvero gli amici sono amici e prima si proteggono, tutelano, sostengono e accompagnano, poi si menano se è il caso.
  • io sono lesbica. Sono una lesbica qualunque. Pure un po’ nana. Oltre ad essere lesbica qualunque, sono una persona, ho un nome, una vita, un bel lavoro malpagato, pago le tasse, ho degli amici, un gatto e una famiglia. Mi lavo e mi vesto, uso persino un profumo. Bevevo molto, non bevo più da almeno 10 anni. Fumavo erba (ma anche hashish e boungavillea) e non la fumo più da una ventina d’anni (marò che noia questa parte), fumo sigarette di tabacco perché costa meno e fumo meno (ma che è? la fiera della virtù?). Ho un carattere normale, faccio cose tipo guidare la macchina e fare la spesa. Al mio peggio faccio shopping inconsulto, mi assento dal mondo e sono una incazzosa esagerata. Sono anche ordinata e pulita. Ti pare il ritratto di un alieno?
  • della “gente” come me, delle lesbiche, degli omosessuali, dicono molte cose; dicono che siamo diversi, che siamo destabilizzanti per la società, dicono anche che è possibile menarci e insultarci, che siamo un pericolo per chi è etero, che siamo sterili, che facciamo peccato mortale e andremo all’inferno, che la nostra esistenza è un insulto e che siamo la devianza, il male e la feccia della terra. Lo dicevano anche degli ebrei. Immagino esista chi ne è convinto. Pensa che io di marchi in petto dovrei portarne due, la stella gialla e il triangolo rosa. C’è chi è andato nelle camere a gas per molto meno. E io non sopporto la lamentela vittimistica di noi DEVIATI, perché mi rompo le palle e mi annoio a dirlo e a sentirlo. Ma, CAZZO, comunque è così.
  • in 46 anni di vita non mi è mai, ripeto MAI capitato di trovare qualcuno che mi sparasse stronzate stereotipate sulla mia vita. E di gente ne ho incontrata. Non ho perso nessuno, non si è allontanato nessuno. Chi non conosceva mi ha chiesto, chi non capiva ha ascoltato, chi non sapeva ha imparato.
  • ci tengo a questo blog, a dichiarmi lesbica, a fare gli spettacoli. Ci tengo a parlare con persone che di quello che vivo io non sanno una mazza di niente. Per raccontare una vita fatta di cose comuni e qualunque. Di sentimenti che sono uguali per tutti, di emozioni che non hanno niente di diverso da niente, di vissuti forti e chiari che vanno condivisi perché sono una ricchezzai (abbè, questo è proprio un delirio di onnipotenza silviano).

Dove voglio arrivare?

Non lo so, è tutto abbastanza sconclusionato e stanco.

Non ha senso.

Buonanotte.

 

 

 

 

Videocracy e anche le promesse spose

10 Settembre 2009 penelopebasta Lascia un commento

 

Iersera Videocracy.

Ulcera.

Paese di merda. Paese piccolo, vecchio, campagnolo, psicotico.

Mi ricorda la salita del nazismo. Senza neanche la stessa grandiosità scenica.

Come allora ai posti di potere solo narcisisti patologici, psicopatici compensati, serial killer in pectore e deliranti minuscoli personaggi senza valore ma con una assurda quantità di potere.

Un potere ridicolo, ma pur sempre potere.

E le donne solo tette e culi.

E troppe ragazze a far le veline, con il sottotesto “sei una donna, quindi sei una zoccola, quindi la puoi dare a tutti”.

Mi si sono corrose le pareti dello stomaco.

Il massimo è stato scoprire che esiste una canzone che dice “meno male che silvio c’è”. Non lo sapevo e, dirò, non mi è venuto da ridere per niente.

Meno male che mia nipote è partita, perché vivere in questo paese è un segno di idiozia.

Eccoci qui, dunque, le donne puttane, i froci di merda, chi lavora è fesso. Fantastico.

Per il resto, mi abbruciano le cervella. Non posso vedere Biancaneve. Ma vi pare normale?

Mi pare “le promesse spose”. Ci manca il rapimento.

Mi girano i coglioni.

A 3000.

Fanculo a tutti.

Biancaneve va alla guerra

5 Settembre 2009 penelopebasta 12 commenti

Nel 2009.

Si può ancora partire per la guerra.

Una di quelle chirurgiche, una di quelle che non lascia segni visibili e macchie di sangue sulla maiolica della cucina bianca immacolata. Non sia mai qualcuno possa pensare che non c’è pulizia qui.

Niente materia cerebrale sui muri, niente Csi.

Solo il dolore delle orecchie. Le orecchie che devono sentire.

Sentire madri che insultano figlie. Sentire uomini piccoli e acquosi ricattare. Sentire amici che mettono in fila parole affilate dal giudizio “popolare”

Biancaneve non pensava potesse accadere. Non le era passato per la mente.

Pensava che amare bastasse. Pensava che essere felice bastasse.

Che avrebbe messo d’accordo tutti con la forza della sua energia pulita e attenta.

Ma non sta andando così.

Arrivano bombe chimiche da tutte le parti. Da ogni angolo dei suoi luoghi protetti partono proiettili per stenderla e riportarla “dove deve essere”.

Perché una moglie e una madre non può impazzire dalla sera alla mattina. Non può mettere in dubbio lo stato delle cose, le scelte fatte, i codici e i canoni e gli schemi e le aspettative di tutti.

Piuttosto a Prozac.

Meglio una figlia ad antidepressivi che una figlia che sta con una donna.

Meglio una moglie automa a casa che una donna che sceglie un’altra donna.

Biancaneve è stata una brava ragazza, una di quelle che fanno felice la famiglia, madri fiere e maschi orgogliosi.

Ha fatto quello che doveva, ha dato quello che doveva dare. Una brava ragazza che diventa una brava laureata, una brava moglie, una brava madre.

Non si mette caos in quest’ordine perfetto.

Non si doveva permettere.

E la guerra è dura e violenta e conta morti e feriti che non ha fatto lei.

Non posso fare niente, io. Se non ragionare su quanto mi sia costruita, in tutti questi anni e con muscoli e vene, una vita a mia misura. Una vita nella quale non ci sono giudizi e pregiudizi, ben protetta in luoghi denominati “friendly” e con amiche e amici e parenti stretti che sanno stringere senza cercare di uccidermi.

E avevo dimenticato.

E non pensavo fosse possibile.

Ma il mio mondo è piccolo e attiene a poche anime che si portano appresso una lucetta di quelle USB. Un po’ azzurrata e forte che riesce ad illuminare quello che hanno dentro e che hanno davanti.

Il resto del mondo, quello vero, evidentemente no.

Il resto del mondo ha un’altra griglia. Diversa dalla mia. Lontana dalla mia. Incompatibile con la mia.

Ascolto Alice e Da Queen chiacchierare di cose di casa, di mutande e calzini da comprare, di cibo da condividere, di questioni di coppia. Come la maggior parte della gente. Come la maggior parte delle coppie. Come la maggior parte delle persone che si amano.

E’ così difficile da capire?

Ho incontrato una donna, l’ho riconosciuta, me ne sono innamorata. Ho cercato di ignorarla perché non volevo far casino, non volevo casini.

Biancaneve ha incontrato una donna, l’ha riconosciuta, se ne è innamorata. Ha cercato di ignorarla perché non voleva incasinarsi l’esistenza.

Ma è andata così. E anche se io non credo alle cazzate disneyane, ai trionfi ed alle vittorie, abbracciarsi è stato più forte dell’ignorarsi.

E, come detto, so’ cazzi.

Dalla Sardegna con furore.

Vado

29 Agosto 2009 penelopebasta 4 commenti

chiuso-per-ferie

Ci rileggiamo a metà settembre.

Abbiate cura di voi.

Quello che non ti ho detto (aggiornato)

28 Agosto 2009 penelopebasta 4 commenti

scarpe

Soundtrack: Lou Reed - How do you think it feels

Perché non è facile restare ragionevoli di fronte a ragionevoli scelte ragionate con l’uso della ragione.

Non per me.

Di questo avevo paura e mi hai sentito dirlo.

Scegli di rinunciare a noi per salvare il salvabile.

Scegli di perdere l’unico spazio-tempo che ti appartiene in questo momento.

Non di sospenderlo. Rinunci.

“Non è finita”, mi dici.

Cazzo, io mica ci avevo pensato, l’avevo presa per una scelta d’urgenza, una di quelle necessarie per calmarsi e recuperare lucidità. Una di quelle scelte dolorose e impulsive che poi, più prima che poi, avrebbero cambiato forma e ritrovato spazio.

Ma certo che dubbi, così, me ne vengono.

E non ho un cazzo da farci se la mia faccia non ti piace.

Che maschera volevi, Biancaneve?

Volevi che ti dessi io la forza per sostenerla?

Sticazzi. A me fa male anche così, aggiungere il sacrificio estremo delle mie emozioni non è da me. Non più.

Avevo proposto una sospensione, Biancaneve, tu pensavi già ad una distanza di sicurezza.

Quale pericolo corri?

Non sono una bomba a tempo, non sono un’incosciente, non sono una sfracantacazzi colpevolista, non sono una recriminante major. Non con te.

Quel che è fatto è fatto. I giudizi non cambieranno, non ora. I controlli non cambieranno per molto tempo ancora. La riprovazione e le accuse e i giudizi e gli stereotipi e i luoghi comuni e le recriminazioni e la rabbia e i casini ci sono già.

Ha poco senso chiudere la stalla quando i fottuti buoi sono scappati.

E beati loro che sono scappati. Staranno in giro per infinite praterie a brucare erba fresca, grattarsi le orecchie e scacciare le mosche con la coda.

Ti ho scelto per amore e per avventura, perché mi piace la tua vita quanto a te piace la mia, perché mi piace come sei, come ti muovi (the way she moves), quello che pensi, come sai mettere le cose, come guardi, come scherzi e come ti raddrizzi sulla schiena quando la suscettibilità e l’orgoglio ti mordono le chiappe. Mi piace ascoltare i tuoi sogni, i tuoi progetti d’acciaio lucido. Mi piace guardarmi con i tuoi occhi, mi piace la tua voce per me, mi piace l’energia azzurra e liquida che ti scorre nelle vene. Mi piace far l’amore con te. E pure scopare con te.

Sei una testa di cazzo. Una fottuta testa di cazzo.

E’ me che vuoi ed è me che allontani.

Ti aspettavi che non mi incazzassi e capissi? Io capisco benissimo, ma mi incazzo lo stesso.

Perché non è rinunciare a te che voglio. Perché non è starti lontana che voglio. Perché non è fingere che non ti amo che voglio.

E tu ce la fai?

E sì, ha ragione mia nipote. Ragionevolmente ragione ragionata.

Io ci sto comunque, l’ncazzatura passerà.

 

P.S.

iersera, come sempre capita quando si va in giro con la “piccola comunità” (casa famiglia?) ovvero Alice e Da Queen, qualcuno si è peritato di venire a raccontarci parte dell’accoltellamento dei due ragazzi fuori al Village. Cercando la nostra complicità contro “i froci”. Non racconto di più perché mi viene il sospetto che sia materia di magistratura. Ma mi chiedo:

ti fanno cazzo comodo i soldi dei froci per vendere i tuoi fottuti panini? ti fanno ricco stronzo che non sei altro? e pure di schifarci, ti permetti, coglione. Sei un fascista razzista e scegli il gay village per il tuo camioncino del cazzo?

Ipocriti. Stramaledetti ipocriti.

 

 

 

Fa caldo

21 Agosto 2009 penelopebasta 8 commenti

albergo biancaneve

Soundtrack: Black Eyed Peas - I Gotta Feeling

Non è esattamente un pensiero originale.

Vacanzetta a Senigallia dalla sora.

Delirio shopping. Le bancarelle del Summer Jumboree sono fantastiche.

Mi manca Biancaneve. Peraltro scopro che è gelosa. Incredibile.

A Senigallia c’è la connessione libera nelle piazze. La sera scendevo con il mio lap e mi connettevo. Niente di importante, ma ho una fattoria da mandare avanti su fb.

Bagni e mare e sole e sale.

Qualche seria verità è una gran quantità di ricordi (orridi) scambiati con mia sorella.

Mia nipote si è trasferita a Londra il 19.

Definitivamente.

Son ben contenta che se ne sia andata da questa fogna che è ’sto paese. Ma anche no. Mi mancherà. Mi manca già.

A casa grandi pulizie.

Inseguo Biancaneve fin dove sta per vederla almeno un’ora. Adolesco. Adolesce. Adolesciamo. Adolescete?

Oh, ho registrato alla SIAE il mio spettacolo. Siete avvisati, o lettori di codesto blog.

Penelope è sfranta dal caldo e se la prende con me, come se potessi farci qualcosa. Potrei aggiungermi la rata del climatizzatore, così, tanto per creare confusione.

Ci sfrantiamo di caldo insieme, passerà.

Ieri ho fatto il bagno alle 8 e mezza di mattina. Persino Capo Cotta sembra un posto fantastico a quell’ora.

Sono pensierosa e in parte preoccupata. Non so bene di cosa. Inquieta e irrequieta. Malinconica anche.

Ma proprio non so dove pescare.

Ho voglia di sentire la testa di Biancaneve sulla mia spalla.

Oggi, nel delirio pulizia generale, son saltati fuori i quaderni di viaggio che scrivevo con lei-la ex.

Non rientravo in quei ricordi da 234 anni e non riconosco più una sola emozione.

Questa cosa, in fondo, mi sembra strana. Gnente te dico gnente. Non mi sembra bello. Nè gentile.

Vabbè basta, scrivo solo puttanate.

 

 

Categories: lesbica quotidiana Tag:

Statinpensiero

10 Agosto 2009 penelopebasta 4 commenti

statine

Soundtrack: NERD - She Wants To Move (ahahahah)

Non ho sonno.

Devo prendere i miei 20 gr di statina e perdo tempo sperando di dimenticarlo.

Non vedrò Biancaneve per un po’ e mi innervosisco.

Andrò a riposare.

Son distratta.

Dovrei parlar di lesbiche innamorate ma mi sembra noioso.

Un po’ uguale alle lesbiche banana.

Prendo coraggio e inghiotto il pinnolo (=pillola, N.d.T.). Mi accompagnerà da ieri e per sempre. Mi prende alla gola la consapevolezza. Un collare stretto e fastidioso.

Fatemi compagnia, o scarsi lettori di codesto blog, mentre tengo a bada la fobia.

Ho la tentazione di fare come i matti e metterla sotto la lingua e poi sputarla.

Ecco, tiriamo fuori un argomento serio. In questo periodo ho più la sensazione di parlar da sola, su questo blog e, forse, mi pare riprenda il suo compito originale.

Diario on line.

Bisogna farci i conti, ma ho un rifiuto genetico con il concetto di “anni che passano”. Assolutamente genetico.

Ne ho già parlato fin troppo.

Dalle mie parti non si muore per cause naturali o malattie.

Perché mai dovrei essere la prima?

Eccheccazzo.

Ho bisogno di cambiar qualcosa. A settembre devo muovermi, mi sento immobile e putrescente.

Per quanto il lato affettivo vada divinamente bene.

Io amo questa donna e questa donna ama me. Mica pizze e fichi.

Ma il movimento è necessario.

Anche nell’attesa di togliere veli e coperte da questa storia.

La tengo a bada la voglia di mettere i manifesti e gli striscioni con il suo nome e cognome, la tengo a bada con fatica.

Ci sarà occasione.

Anno complicato e denso. Anche nella sua meraviglia. Sono stanca dentro e fuori e mi trascino, al momento, conservando le energie per i miei “Biancaneve moment”.

Se ci ripenso da agosto 2008 ad agosto 2009 è successa qualsiasi cosa.

Ma meno male, sennò sai che palle.

Resta il fatto che questo blog dovrebbe, ormai, essere chiuso.

Ne aprirei comunque un altro, ne sono certa, ma il ritmo e il senso di questo io non riesco a tenerlo.

E mi sento in colpa ogni volta che ci scrivo sopra cose che non fanno ridere o riflettere o che cazzo ne so io.

Ma mi manca il posto dove rovesciavo e dipanavo il mio dentro.

Nel bene e nel male.

Ho bisogno di qualcosa che mi permetta di parlare di quello che vivo ora e i problemi sono due.

Da un lato mi sembra di non essere all’altezza di quello che ho scritto in passato.

Dall’altro proprio non posso mettere qui, dove mi legge la qualunque delle persone che mi conoscono, la storia che sto vivendo.

Eppure è una delle cose più belle, più nuove, più sorprendenti, più stimolanti e più riempenti che mi sia mai capitato vivere.

Sto “reimparando” a stare dentro una relazione di coppia. A restare individuo anche dentro questa cosa incomprensibile nei suoi sviluppi che si chiama “relazione”.

E’ tutto più complicato e difficile da gestire e, proprio per questo, assolutamente affascinante.

Non possiamo vederci liberamente, neanche più gli sms. Poi arrivano due, tre, cinque ore da passare insieme devastanti nella loro meraviglia.

Stasera qualcosa in più la dico, va’.

Sono la prima donna della quale si innamora. E non ne fa uno psicodramma. Si fa delle domande. E io mi scopro morbida e delicata nel suggerire risposte. Sono costantemente preoccupata che si possa spaventare, come all’inizio. Ma la verità è che non si spaventa affatto. Non si spaventa di niente. Sono io che ragiono per stereotipi.

Mi dice spesso che l’ho sedotta. Io son convinta che a sedurmi è stata lei. Ti pare che mi mettevo in questa situazione ragionevolmente? Poi realizzo che la questione non è né l’una, né l’altra.

Un giorno di almeno un anno fa ci siamo, molto semplicemente, riconosciute. E io non ci ho creduto. Altrettanto semplicemente.

Invece lei era lì e voleva me tanto quanto io volevo lei. Sempre semplicemente.

Ora, qui ed ora, sono pronta a fare cose nuove e impensabili per me. Farle con lei. E un giorno le racconterò.

Non mi importa di quanto potrà cambiare la mia vita, non mi importa quanto potrà essere difficile. Perché lo sarà.

Vedo il suo coraggio e la sua determinazione e sorrido. E mi viene voglia di usare quello che so e quello che sono per condividerci la vita.

E mi viene voglia di arrivarci migliore, a quel momento.

Per la prima volta sono attenta a quello che faccio, attenta  a guardare me tanto quanto guardo lei. Inusuale.

Ho anche una paura fottuta. Strafottuta. Perché, per me, è un’enormità e, per lei, una rivoluzione.

E non ho paura che non vada bene. Sento che, comunque, la cosa più importante è dentro le azioni e non nel risultato. Il che non mi mette in una botte di ferro. Potremmo ritrovarci a fare questo safari insieme e, una volta uscite dalla savana, salutarci affettuosamente e procedere per altre vie e percorsi. Non mi piace l’idea, ma ha un senso forte e importante.

Siamo due donne che si cambiano la vita perché non possono farne a meno. La differenza sta nell’anima che governa la scelta.

La mia è quella di sempre, quella che deve muoversi per restare viva e pulsante a prescindere e comunque. Quella che per farlo si deve infilare spalle al muro in un angolo scuro e sporco che non lascia alternative se non quella di alzarsi e combattere e ricostruire.

La sua è cosciente e consapevole. E’ un’anima che sceglie per la propria felicità. E questo le resterà. E’ una bella differenza. Inquietudine cronica vs determinazione ad essere.

Ma questo incontro tra  necessità di movimento mi fa sentire al fianco di una donna assolutamente unica. E anche l’unica che può capire me.

Enormemente diverse con tratti meravigliosamente compatibili e, in questo caso, il mio reiterato utilizzo di aggettivi esagerati ci sta una favola.

Lei mi sente. Io la sento. A distanza. Ad ogni passaggio emotivo. Con certezza.

E non mi si venga a dire che è sempre così quando si è innamorati. Perché non è vero per un cazzo. Non capita a tutti e non capita sempre.

Si incontrano i nostri lati difficili. Si incontrano scivolando uno sull’altro come ci fossero litrate di lubrificante.

Io vedo il suo narcisismo dilagante e lei vede il mio. I nostri narcisi si apprezzano molto. Si trovano simpatici. Non capita spesso.

Riesce a stoppare la mia passione per lo psicodramma con poche parole e gesti. Sto persino imparando a contenermi e non riesco ad incazzarmi con lei fino in fondo. Riesco a frenare il fiume di lava autoreferenziale che le sgorga dal cervello con poche parole e gesti. Si incazza e me lo dice, torna e mi bacia.

Non lo so cosa potremo costruire. Per parte mia ho imparato che la stabilità mi fa male e non la voglio. Questo, in parte, vale anche per lei. Troveremo un modo di conciliare. Mi pare complicato, ma troveremo il modo.

Perché se ne può parlare e capirsi mentre si parla. Non è necessario arrivare allo scontro. Almeno non ancora.

E non c’è il controllo, la manipolazione, quelle sottili opere di femminile bisogno di cambiare l’altra/o a misura di sé.

E’ spiazzante ma energetico. Ti restano energie per fare altro. Per star bene insieme. Per star bene da sole.

Sono esterrefatta.

Ripeto che ho paura delle responsabilità che ho voglia di prendermi. Terrore direi. ogni volta che sogno io o che sogna lei il futuro che potrebbe aspettarci, mi prende la tachicardia. E mi parte un sorriso ebete. Perché sarei onorata.

Metto un piedino davanti all’altro con calma e riflessione. Non voglio finire di nuovo a desiderare una cosa solo perché mi sembra bella, utile e risolutiva, come è già successo. Non posso fare a meno di chiedermelo. Quando, più o meno 8 anni fa, ho scelto, l’ho fatto perché mi sembrava la giusta soluzione e risposta all’età che avevo e ai bisogni che credevo di avere. Mi sono raccontata tante di quelle puttanate da crederci per 6 anni di seguito.

Non so come stabilire se è ancora così. L’unico parametro, a ben pensarci, è quello che ho scritto allora e quello che scrivo oggi. E’ non è solo una questione di tempo che passa.

E direi anche che non mi sembra né bella, né utile, né risolutiva. Mi sembra solo impegnativa, sorprendente e affascinante. E anche naturale. Ho sempre imposto alle mie donne di adattarsi alla mia vita. Come il pater, a ben pensarci. “Chi mi vuole entra nel mio mondo, io di qui non esco”. Con Biancaneve la prospettiva è unirne il suo e il mio di mondo, e tirarne fuori un terzo del tutto nuovo. In ogni senso.

In questo periodo mi viene spesso in mente la seconda moglie di mio padre, la donna che mi ha cresciuto. Ritrovarmi a fare una scelta come quella che ha fatto lei mi stupisce e colpisce. Era una donna determinata e forte. Per quanto le lesbiche le facessero schifo, sarebbe fiera di me. E mi preoccupa il fatto che io lo pensi. Non so se è un bene o un male.

Uh, non scrivevo tanto da una vita. Ne avevo bisogno. Necessità, direi.

@work

5 Agosto 2009 penelopebasta 3 commenti

waterfall_large

Soundtrack: George Michael & Mary J. Blige - As

Equipaggiamento personale:

  • n°1 fucile a pompa;
  • n° 2 pistole;
  • n° 50 palloncini;
  • n°3 cambi di vestiario,
  • n° 1 bacinella;
  •  asciugacapelli;
  •  asciugamano;
  • ciabatte;
  • costume.

Preparazione:

Allago la cucina per riempire i palloncini. Conosco i miei colleghi, so quanto sanno essere bastardi dentro. Meglio essere preparati.

Alla prima ora ho counseling con i genitori di un ciccio piccolo assieme alla TNPEE, allo Psicologo e alla NPI.

Eravamo d’accordo per cominciare subito dopo.

La segretaria mi chiama mentre sono per strada per mettermi prescia.

[Bastardi]:

Arrivo al cancello del posto di lavoro (ricordo a tutti che faccio la logopedista e lavoro in un centro di riabilitazione, casomai vi foste dimenticati o vi fosse passato per la mente che fatico in un circo) e vengo aggredita vigliaccamente dallo psicologo, e sottolineo psicologo, dotato di un fucile con gittata 6 metri.

Ma sono pronta.

Nella mia bacinella ho fucile e pistole e palloncini carichi.

NON MI AVRETE.

La NPI è dotata dell’arma finale: “la figlia seienne”. Alta strategia di guerra, ma non mi intimorisco.

La battaglia è dura ma sopravvivo con la testa inzuppata e i vestiti così e così.

Tregua. cazzo abbiamo i genitori che ci aspettano.

Entro nel corridoio per andare a cambiarmi.

Ed è l’inferno.

Logopediste, tnpee e bambini mi assalgono mentre cammino faticosamente nella palude che ha preso il posto del pavimento.

E sono disarmata.

Vigliacchi.

Mi chiudo in stanza e mi cambio.

Costume e copricostume e ciabatte.

Tregua per riunione.

Noi dell’equipe ci presentiamo grondanti e in grotteschi abbigliamenti. Riusciamo persino ad essere seri. Non so come.

Fine riunione, si ricomincia. E’ delirio.

Una segretaria cerca di salvare i computer, una madre cerca di cazziarci perché il figlio di 4 anni è una zuppa d’acqua, si bagnano documenti e fogli firma, ma ce ne fottiamo altamente.

La NPI che, ricordo per i più distratti, è la NeuroPsichiatra Infantile responsabile dell’equipe, improvvisamente, alza il tiro e si procura UN SECCHIO.

E’ guerra globale.

I genitori fuggono. Letteralmente.

Bagno totale. Lo Psicologo scorrazza in calzoncini da mare. L’unica logopedista sopra il metro e 80 riesce a contrastare la furia delle secchiate della NPI che non rispetta nemmeno i “momenti ricarica”. A una certa stacca la doccetta del lavandino e ci doccia tutti.

E oggi non c’era il sole.

Il corpicostume era talmente zuppo che mi impediva i movimenti. Vedo una TNPEE a terra colpita da due persone armate, febbrili operazioni di riempimento palloncini, una segretaria colpita a tradimento mentre parla al telefono.

Fa un cazzo di freddo e siamo stanchi e fradici come purpetielli (=polipetti, N.d.T.). Si decide di smettere.

Mi cambio ma non metto i vestiti definitivi. Non mi fido, devono ancora arrivare due colleghe, ho il terrore che si ricominci.

Lo Psicologo va via, la maggior parte delle terapiste pure. Rimaniamo in poche. La NPI si è asciugata e ha fatto svampare il fon.

Mi rilasso.

Decido di mettermi cose asciutte e le colleghe rimaste pure.

E’  in quel momento che la NPI effettua un blitz veloce ed efficace e ci rifracica tale e quale. Pistole e secchiate e bottiglie e palloncini e qualsiasi cosa contenga almeno una goccia d’acqua.

Tre ore di battaglia.

Sono sfranta.

E starnutisco pure.

Non ci ho l’età.

Ma, santa pazienza, che ridere.

 

Cana gentile

30 Luglio 2009 penelopebasta 7 commenti

vicky3

Mancherà. Manca già.

Categories: lesbica quotidiana Tag:

S.E. & O.

27 Luglio 2009 penelopebasta 11 commenti

vicky2

Soundtrack: Coldplay - Life In Technicolor II

Report dell’ultimo periodo.

Lo spettacolo è andato giovedì scorso al Gay Village.

Non troppo pubblico, ma molta visibilità.

Si prospettano nuove cose.

Mi emoziono ogni volta e me lo guardo come fosse la prima.

Ormai è più di Alice che mio, c’è da dir. Ma tant’è, forse funziona così con le cose che si scrivono, una volta che le hai scritte diventano di chi le legge o le recita o le piega a barchetta.

Ho amiche che non stanno bene e – come raramente mi capita? – non so bene cosa fare. Un pezzo di me pensa che non ci sono cose precise ed adeguate da fare, un pezzo di me pensa che ce ne siano a iosa.

Nulla di nuovo.

In realtà non ho più il conto delle cose che mi succedono e che faccio. Non abbastanza da poterle scrivere quissù.

Mi si chiede di aggiungere, nello spettacolo, il personaggio della sado-maso.

Non ne conosco, ‘orca pupazza. Urge approfondire l’esperienza.

Ho fatto degli splendidi giretti su una Ducati Monster. Orgasmi multipli.

Ho portato la macchina dal carrozziere ed ho una macchina di cortesia che è meglio della mia.

Sono sempre più distratta e rincoglionita. Mi dovrebbero impiantare un tom-tom non dico dove, per impedirmi di perdermi ogni duecento metri.

Feisbùk e i suoi giochini mi hanno del tutto inghiottito.

Sono stata citata nel forum di ellexelle ed è partita una pippa lesbica che la metà basta. Siamo delle rompicoglioni da primato, noi lesbiche.

Ho sul blog un tipo che vuole dare vita alle sue fantasie standard e se ne vergogna anche.

Maddechè?

Io fantastico sempre della possibilità di fare sesso con altre donne, due, tre, quattro. Figurati se non ti capisco.

Mi seccherebbe se fossi presente tu, Lorenzo83, ma infatti non ti ho offerto il mio supporto.

Pochi giorni fa ero stesa su un cuscino, in fase di riposo rem lavorativo, nientepopodimenoche con la tnpee nota come “man’ ‘n cuoll’”.

Entra uno degli psicopagliacci (lo psicologo 2 la vendetta). Si blocca sulla porta, ci guarda e io vedo, chiaramente, il film porno che gli parte dietro il bulbo oculare. In 3d e dolby surround.

Che pazienza che ci vuole.

Sono totalmente “Biancaneve addicted”.

Più la vedo e più la voglio.

’spè che mi faccio una sigaretta.

Aspetto le vacanze nella speranza di riprendere l’uso dei miei neuroni andati perduti in inutili questioni lavorative e nella sopravvivenza di questo periodo.

Comunque ho le mani bucate.

Stimmate?

Bah.

Non sono sicura più di niente.

Mica facile. Era più semplice sentirmi infallibile. Magari più fastidioso per il mio prossimo. Ma più semplice.

Il cane del pater sta morendo. E mi addolora. E’ un cane gentile. Una labrador festosa e gentile. Di quelle che ti accontentano qualsiasi cosa tu voglia. Di quelle che ti baciano per ore anche se non hai niente da mangiare in mano.

Quelle canone grandi e grosse che cercano di parlare la lingua degli umani guardandoti e lesciandosi accarezzare.

Ha fatto amicizia persino con Penelope. Giocavano. A modo loro, ma quando vivevano insieme giocavano.

La cana ha scelto il pater come suo signore e padrone e controlla, in macchina, che lui non si addormenti.

Sorride, la cana, quando vede gente.

E mangia come un bidone aspiratutto. Ladra pure è.

12 anni è un bel record per un cane di razza con pedigree. E dopo 12 anni non sei un cane, sei un’amica di famiglia. Anzi di più. Sei un pezzo della famiglia, che se a Natale non ci sei manchi.

Bella cana gentile.

 

Categories: lesbica quotidiana

Ma va?

17 Luglio 2009 penelopebasta 11 commenti

zattera

Soundtrack: Malika AyaneControvento (per Biancaneve, obviously)

Mi appoggio sul letto alle 4 e mezza e mi risveglio alle 9 di sera.

Non trovo suoi sms.

Gli sms che non posso più mandarle.

Giorni spuntuti e faticosi, fatti di distanze spigolose e difficili da riempire. Per un sacco di buoni motivi.

Cerco il sole e sono l’unica a resistere sotto la violenza del caldo.

Quest’anno mi piace. In anni passati fuggivo e mi nascondevo al buio come un geco.

Mi risveglio e vorrei averla distesa al mio fianco.

Carezzarle la nuca.

Infilarle le dita tra i capelli e risvegliarla parlando piano.

In questi giorni cose e parole ricorrono.

Questioni con persone diverse e faccende simili in modo impressionante.

Il controllo. Il fine ultimo di tutti.

Il percorso. La certezza che chiude i confronti.

La mano di Dio. Che pare passi il suo tempo infinito a sistemare tagliole e buche malesi sui sentieri.

La paura. Che taglia le gambe, la vita e il pensiero in migliaia di trattini e segmenti. Vedo una gran quantità di gente con i piedi incastrati tra un trattino ed un altro.

Qualcosa mi arriva e qualcosa capisco. Altro non è accessibile per me.

Ricordo bene il mio periodo new age.

Dovevo essere una gran palla.

Forse invidio chi riesce a sentirsi così certo dei propri obbiettivi e dei modi per arrivarci.

A tratti mi pare infantile e insufficiente. In qualche modo stonato.

Mi chiedo anche se è davvero possibile porsi una meta tanto lontana e friabile come la definizione di sé.

Considerando che nessun giorno è uguale ad un altro.

Un po’ greve sto post eh?

Sto un po’ malinconica, per motivi vari ed eventuali.

I misunderstanding con Biancaneve mi sfiancano un po’ e mi manca il suo contatto.

Comunico con gli amici e non capisco troppe cose. Stupefacente per una che si crede capace di penetrare ogni recesso dell’animo umano.

Loro hanno la filosofia spirituale, io ho Freud.

Mi sa che non c’è poi ’sta gran differenza.

Sempre al controllo si arriva.

Figuriamoci, l’unica cosa che vorrei al momento è mollare i remi e lasciare che la zattera se ne vada in giro per i cazzi suoi…

Ché remare pensando di saper dove andare è una rottura di palle che la metà basta.

Non vedo gran motivi di sudare per raggiungere l’India e invece finire in America. Che magari potrei finire alle Fiji.

Un pareo, un baretto sulla spiaggia e un tifone all’anno.

Mi sa che ci vuole una vacanzetta.

Abbelli, mi mancate.

 

 

 

Categories: lesbica quotidiana

mumble mumble…

11 Luglio 2009 penelopebasta 8 commenti

H-bomb_1

Soundtrack: the Gossip - Heavy Cross

Sono un’idiota.

Sono un’idiota.

Sono un’idiota.

Sono un’idiota.

Sono un’idiota.

Posso ripeterlo pure all’infinito. Non cambia il fatto che io sia un’idiota e non lo cancella.

Stupida inabile alle relazioni umane.

Testarda e ostinata paracula.

Orgogliosa e superba ameba.

Voglio un tutor.

Un tutor che mi insegni cosa e come farlo, che mi prenda a randellate sulla nuca quando svicolo, che mi spezzi le cosce quando stresso chi non merita di essere stressata e accampo ragioni e motivazioni che nulla hanno a che vedere con quello che succede.

Un tutor che mi metta i voti a fine settimana non senza avermi spaccato le gengive per non farmi dire cazzate liberamente.

Qualcuno mi dica come si ferma l’istinto distruttivo ché io non ne ho la più pallida idea.

Esso (l’istinto autodistruttivo) vive di vita propria, viene fuori quando gli pare, ritiene di poter devastare a piacimento e non si sente soddisfatto se non ha compiuto la sua opera.

E io non so come riparare.

Sì, è forse vero che mi fa fatica mantenere nascosto quello che vivo.

E’ forse anche vero che l’attesa non è esattamente il mio elemento.

E anche che la consapevolezza di quello che mi aspetta (in senso positivo) a volte non basta.

Ma questo è quello che ho scelto e l’ho scelto per molti motivi. Moltissimi. E’ anche una non-scelta, dato che innamorarsi non è esattamente una cosa pilotabile. Non importa, questo fa parte delle cose meravigliose che accadono.

Il fatto è che c’è altro dietro. Altro che attiene a me, al mio carattere, ai miei schemi e alle mie orride modalità di sopravvivenza.

Voglio imparare a non sedermi nei raporti di coppia.

Voglio imparare a non investire tutte le energie solo nel rapporto di coppia.

Voglio imparare a rispettare l’altra da me senza considerarla un prolungamento del mio ombelico.

Voglio diventare una che sa stare nel mondo pur avendo una relazione.

Voglio imparare ad essere amata per quello che sono.

Voglio imparare ad amare senza averne bisogno.

Voglio sentirmi in pericolo costante per non ingrassare 20 chili e scomparire dalla società.

Voglio conservare i miei interessi senza considerarli una minaccia all’esclusività dell’amor.

E mi ritrovo a poterlo fare.

E recalcitro e inveisco e sputo e urlo invece di farlo.

E lo rovescio addosso alla persona che amo. Ora.

Ho pure il culo di ricevere telefonate dalla Grecia che mi illuminano all’improvviso. Prima che io faccia di peggio, prima che io devasti del tutto. E manco mi basta.

Ripeto spesso che, per me, questo momento, è nuovo e imprevedibile ma, se continuo così, di nuovo non ha nulla.

Non so come riparare, non so come scusarmi, non so un cazzo di niente come al solito vaffanculo Penè, sei un’idiota e esci da questo loop.

Vorrei avere la speranza di farcela.

 

bah!

3 Luglio 2009 penelopebasta 1 commento

Soundtrack

Quando litighi con uno: è stronzo lui.

Quando litughi con due: è una pessima giornata.

Quando litighi con tre: hai un problema.

Certo non è alta filosofia, devo averlo sentito in un serial televisivo pomeridiano, ma mi sembra sensato.

Mi vengono in mente molte cose sulle quali riflettere.

Fermo restando che sull’ultimo episodio si è trattato solo di “giusta reazione”, qualcosa non va lo stesso.

La prima cosa che mi viene in mente, al di là di quello che le persone importanti per me mi dicono, è che questo vivere costante in orrore economico mi sta trasformando in una bestia da sopravvivenza.

E’ il primo item e non casualmente. E’ risolvibile con poco, lo comprendo, vedo possibili soluzioni e mi fa anche cordialmente schifo. E’ come essere un tossico, un alcolista, un giocatore d’azzardo. Hai un pensiero in testa e mantieni lo sguardo fisso e penetrante su occasioni, opportunità, opzioni e soprattutto persone che ti possano tenere la testa fuori dal fango. Appunto: “una bestia da sopravvivenza”. Vedo anche che si è trasformato in un punto dolorante e debole, sul quale è facile colpirmi e farmi male. Un ottimo modo per distogliermi da altro. Non capiterà più.

Mi accorgo di essere monotematica e ossessiva nel comunicare. I temi sono due: Biancaneve e sopravvivenza. Immagino lo sfracantamento di palle. Suppongo anche si possa tollerare, ma solo nel caso in cui, di tanto in tanto, la bocca taccia e le orecchie si accendano. Cosa che evidentemente non succede secondo chi ho di fronte.

Sul secondo tema ho già detto; sul primo imparerò a tacere. Sulla accensione delle orecchie sospetto sia meno facile. I miei neuroni gemelli sono ossessivi, vanno a loop e questo, decisamente, si nota. Ho da imparare a mettere da parte la mia vita sentimentale, per quanto sia ancora in piena tempesta e formazione, per quanto sia ancora densa di astrusi colpi di scena e soggetta a variabili irreali, devo imparare. Non so come si fa, ma è una buona occasione, di quelle necessarie.

Più di una persona mi ripete, negli ultimi mesi, che la mia assenza si sente. Qualcuna mi dice anche che la mia assenza fa rabbia. Altre mi dicono che poi, nel mio esserci di questo periodo, metto solo in atto una sapiente strategia cartonata che suona più o meno “faccio finta, in realtà sono assolutamente altrove”. Nella quale strategia è prevista una durezza di quelle che non ammettono repliche.

Questo ho più difficoltà a capirlo. A sentirlo. A figurarmelo. Ma ci sto lavorando, ci arriverò. Mi viene da giustificarmi e so che, fin quando reagisco così, non ho capito l’essenza della questione (che è un modo gentile per dire che non ho capito un cazzo).

Penelope incazzosa tende a starnazzare come un’oca e ad affermare il proprio bisogno di essere dov’è, ad imporre la propria necessità di seguire i fruscii delle vesti di Biancaneve come e quando ne ha voglia. L’incazzosa Penelope si chiede cosa c’è di male in questo, nel suo essere dentro qualcosa che ha desiderato a lungo e che neanche sperava. Si chiede perché dopo due anni così difficili e lupeschi non le venga perdonato il bagno nei suoi privati sentimenti. Penelope si chiede anche se è questo il punto e ne dubita, ma ha bisogno di dirlo.

Ancora ci devo pensare, non mi torna e non mi basta. Ci deve essere altro e non so neanche se ci sono vicina, alla realtà delle cose.

Buon week end a tutti e passate a vedere le magliette: http://www.eshirt.it/gs/4a4b5e1008a29

 

Negozio ON LINE – Inaugurazione

1 Luglio 2009 penelopebasta 4 commenti

Si inaugura oggi il mio negozietto di magliette on line.

Ce ne sono 4 per ora.

Il link eccolo qua.

Ce n’è per tutti.

 Non vi fottete le idee, che qua si suda e sanguina.

http://www.eshirt.it/gs/4a4b5e1008a29

 

Cosa non si farebbe per guadagnare 2 lire.

The Flying Freghnas

30 Giugno 2009 penelopebasta 2 commenti

Non ho tempo per immagini e suoni.

Potrei andare avanti a cambiare tema fino al 2012. In fondo mi piace quello che avevo, ma ho voglia di cambiarlo e non ne vengo a capo.

Ho anche voglia di cambiare modo di stare in coppia.

Non voglio vedermi come l’unica che “ha bisogno”.

Non voglio essere governata dalla sindrome abbandonica.

Perbacco.

Quel senso di autocompiacimento/autodenigrazione che si tatua nell’orecchio: “ommioddio, ama me! come è potuto accadere?” mi ha un po’ sfragnato le palle e ne faccio a meno volentieri.

Fatti delle scorse settimane:

Incontro la mia ex al mare e penso che, cazzo, non me ne fotte neanche di chiederle come sta. Non abbiamo costruito granché in 6 anni.

Biancaneve è il mio pensiero costante. Adolescenziale. Che meraviglia. Ma c’è da recuperar qualcosa che si è perso/incrinato perché ci son questioni in gioco che son cazzi.

Siamo un gruppo strutturato in web. Una rete che si attiva sulle necessità di qualcuno e riesce a trasformarsi in una squadra efficace ed efficiente. Perché siamo quasi tutti senza riferimenti fissi, senza famiglia (omosessuali e pure emigranti, niente più?) e pieni di inutili conoscenti. Domenica le “Flying Freghnas”, ovvero Alice, Da Queen ed io, abbiamo organizzato un soccorso volante perfetto. Racconterò. Questa struttura mi affascina, mi piace, mi riscalda e mi rassicura anche. Non è da tutti.

La mia situazione economica è drammatica (ma che palle, Penè).

Feisbùk mi ha rotto.

Ho dei progetti.

Su di me.

Voglio scrivere un altro spettacolo.

Volevo parlare di tutt’altro.

Se non la smetto di perdermi per Roma e dintorni, mi infilo un tom tom in parti del corpo insospettate.

Buona settimana.

 

 

Cambio

25 Giugno 2009 penelopebasta 8 commenti

Quando ce vo’, ce vo’.

Piace?

Nel frattempo

21 Giugno 2009 penelopebasta 11 commenti

Soundtrack: ce vo’.

In macchina mi ritrovo a pensare che è arrivato il momento di lasciar andare delle cose. Di abbandonare. E che abbandonare non è sempre sinonimo di uccidere. Non so se ce la farò, è una impresa enorme. Devo pensarci ancora un po’. Mi chiedo molte cose, trovo molte risposte qua e là.

Entro a Napoli da via Marina. Buffi tentativi di abbellire con le palme una strada che sarebbe, senza nulla aggiungere, bellissima. Basterebbe lasciare libero il mare.

Mangio pesce. Vedo il Fab. Indurito e scintillante come la lama di una katana. Mi festeggia e demolisce con le medesime parole. Mi dice: “non sbagliare”. Mi dice: “sii felice”.  

Dormo come ‘na bimba dopo i miei rituali di buonanotte con gli amori sparsi.

C’è il sole, poi la pioggia. Sembrava umidità solida. Napoli ha un odore preciso quando piove. Un misto di polvere e sabbia e sterco e sale e catrame.

Ziasaimon mi regala un pantalone. Ferma in un punto preciso incontro almeno 5 persone che conosco. Via i capelli.

Cammino raccontando ogni passo via sms.

Mi allungo sulla città e mi commuovo a guardare le palme morte e moribonde e i pini con la corteccia rosso sangue. L’energia di questa città, in questo periodo, è malattia e morte. Come il resto del paese, ma, come al solto, qui si vede di più.

Vedo il pater, c’è da convincerlo a spostarsi. E’ tempo. Lui resiste, vedremo. Gli racconto di me. Non so se è più stupito, imbarazzato o disinteressato.

Passeggio, incontro, guardo le vetrine, mi maledico per l’indigenza cronica e chiacchiero con Biancaneve in testa e via cell. La nostra vita immaginaria.

Di nuovo il fab. Lo ascolto e vedo la nebbia che ha saputo tirar su intorno alle sue motivazioni. E’ bello il fab. Stronzo e bello. Lui è così, inutile stare ad aspettare altro da questo.

Cena con i soliti. Mi addormento di colpo. Sonnambulo sul divano. Non li saluto neanche.

Mi risveglio per sistemarmi alle 2. Alle 4 inizia l’inferno di tuoni e fulmini e vento e pioggia. Non riesco a dormire. Dalla finestra non si vede neanche il palazzo di fronte. Assordante. Accecante. Mi addormento alle 5.

Chiacchiere, cibo, ancora sonno, è saltato l’impianto. Il docfab è stanco morto.

Trovo la mia macchina con la fiancata devastata e lo specchietto penzolante. Non riesco neanche ad incazzarmi. Mi avvilisco.

Ascolto il concerto delle cantanti italiane per l’Abruzzo. bello. Ascolto Biancaneve cambiare voce e stringere la gola. Come sempre quando non è dove vuole essere. Non è bello.

Abbandonare. Lasciar andare. Separarsi. Imparare a farlo.

Improvvisamente mi sembra importante. Prioritario. Basilare.

Son cazzi.

 

Ho scelto

14 Giugno 2009 penelopebasta 9 commenti

sinusoide

Soundtrack: Joe Jackson - Steppin’ Out

Ho scelto lei.

Con la sua camminata lunga e ritmata, con la sua voce sinusoidale, con il suo profumo di pulito ed energia.

Mi siedo, dopo due giorni densi come caramello, e mi accorgo che sono stanca e fortunata.

Ché a 46 anni amare in un modo che non conosci è una gran botta di culo.

Incontrarsi è una gran botta di culo.

Sì, lo so, avevo da andare al gay pride, avevo da andare a trovare mia zia, avevo da.

So anche che non è una novità che io abbia scelto lei e non il resto. Che ho sempre fatto così.

Ma non mi importa.

Un momento con lei è un momento rubato. Io non ci rinuncio.

Imparerò a mediare quando non dovrò più centellinare.

Mi fa anche paura questa mia già nota monogamia mentale e pratica. E parecchio.

Son fatta così.

E’ che svegliarsi all’alba e trovare il suo sorriso sul cuscino accanto al mio è il festival di Rio e i fuochi d’artificio della notte di ferragosto a Positano.

Ridere con lei raccontando storie fantastiche e senza senso è sole e vento ed aria fresca.

Sognare futuri alternativi è bello come l’acqua quando hai sete e il pane quando hai fame.

Io lo voglio un equilibrio tra il mio perdermi con lei e la mia enorme e colorata famiglia di sangue e sudore e denti. Voglio arrivarci senza perdere niente.

La mia gatta dorme, meglio che vada anche io.

Vi amo tutti, sappiatelo. Sono in fase peace & love.

 

Emozioni

7 Giugno 2009 penelopebasta 6 commenti

piè

Soundtrack: Men at work - Who can it be now?

Tu chiamale se vuoi emozioni, diceva Lucio una trentina di anni fa.

Ci sono frasi che fanno parte del DNA. Che lo si voglia o no.

Un week end difficile. Di quelli che mettono microcandelotti di dinamite alle mie certezze.

Le mie antenne perennemente sintonizzate su radio-biancaneve.

When the going gets tough, the tough gets going.

Credevo di essere capace di controllarmi abbastanza da non finire completamente immersa nei labirinti della sua voce.

Non che mi dispiaccia. Ne sono talmente piena.

Ho, come sempre, paura di perdere quello che ho per distrazione e per mancata cura.

Troverò un equilibrio.

Le sue irrequietezze mi rendono instabile come un’immagine satellitare di cattiva qualità.

Mi ritorna in mente (ma cos’è, la giornata internazionale delle citazioni?) la questione di qualche giorno fa, la difficoltà di sentirsi amate per quello che si è.

Spiegavo a mia sorella la strana sensazione che ho ad avere a che fare con qualcuno che da me non vuole niente, che non mi vuole diversa, che non si spaventa per quello che sono.

Lei mi ha risposto: “deve essere difficile, dopo essere cresciuta dovendo sempre sapere cosa l’altro vuole da te e come vuole che tu sia”.

Poi mi manca il “controllo”, non mi va e non mi riesce di mettere in piedi le mille strategie di “controllo” che hanno sempre fatto parte dei miei rapporti di coppia.

“Non so che fare” ho detto a mia sorella.

“E se non facessi niente?” mi ha risposto lei.

Eh già.

Per quanto riguarda il crescere guardandosi negli occhi degli altri è cosa antica e complessa da spiegare.

No, non complessa, dolorosa.

Una di quelle faccende delle quali dovrei decidermi a parlare, prima o poi. Perché si trasformi in inchiostro secco e si stacchi dalle molecole della mia anima.

Avrà le molecole l’anima?

 

 

La terza e l’ultima

1 Giugno 2009 penelopebasta 5 commenti

contributo video

Soundtrack: niente perché il box non funge

In questo periodo ho difficoltà a dare le parole a quello che vivo e sento.

Cosa estremamente fuori norma. Sospetto sia una cosa importante, anche se non la capisco granché.

Devo scrivere qualcosa su mia madre. Lo sento. Lo sento importante. Vedremo.

Passiamo allo spettacolo “Io sto una favola, è Naomi che non è normale”.

Sabato sera Alice è stata fantasmagorica. In sala c’erano svariati “addetti ai lavori” e le critiche arrivate sono state più che lusinghiere (si dice così no?). Soprattutto c’era mia sorella, direttamente dalle Marche con affetto.

Sono stata fiera e contenta.

Domenica l’ultima.

Amici ancora e affetto a profusion.

E’ bello sentire la gente ridere. Mi mette di buon umore.

Questo spettacolo è nato perché decine di cose si sono messe insieme magicamente e hanno preparato la culla e la stanza nel quale farlo crescere.

Ho conosciuto Alice casualmente, attraverso questo blog. Ci siamo viste, ci siamo trovate, ci siamo riconosciute.

Non l’avevo mai vista recitare, ma che lei sia un’attrice ce l’ha scritto in fronte.

Le dissi che sognavo di scrivere una cosa per il teatro da almeno una decina d’anni. Lei mi ha detto: “fallo”.

In tre mesi il testo era pronto. In tre mesi lo spettacolo era pronto.

Per quanto fosse poco strutturato per un palco, la regista e Alice ne hanno fatto quello che desideravo.

Nel frattempo vivo una storia privata che mi pare la più bella della mia vita. Quasi contemporaneamente.

A tratti mi prende la paranoia di essere finita in un mondo parallelo, di dormire e sognare, di essere schizofrenica e aver immaginato tutto, di essere morta e il paradiso è rivivere la vita come l’avresti voluta.

Mi accorgo che mi sono costruita scafandrata, maniacalmente attenta a non farmi sfiorare da emozioni troppo forti e, ora che le vivo, manco so come manifestarle. Come se mi mancassero dei pezzi.

La sera della prima una mia collega ha pianto. Anche dopo. Ha detto che ci vedeva la fatica del ricostruirsi, del mettersi in discussione, le vite vissute e la forza delle donne. Non me lo aspettavo. E’ forse la reazione che mi ha colpito di più.

Detto questo, detto tutto.

Grazie ancora ad Alice, portatrice sana di sogni altrui ed alla regista, traghettatrice.