Olocausto – shoah – porajmos
Soundtrack: Ursula Rucker – 1 million ways to burn
C’è sempre qualcosa da imparare. Per quanto la mia metà ebrea ci tenga, orgogliosamente, a sostenere di sapere tutto quello che c’è da sapere sull’argomento.
Invece apro wikipedia e scopro di non sapere un cazzo.
Non conosco il significato vero delle definizioni, non ne conosco le sottili differenze semantiche. Differenze legate a chi la inventa, quella definizione. A chi ha vissuto, quel pezzo di storia. A chi ne porta i segni.
In questi giorni penso spesso che, tutto sommato, se non fosse schifosamente politically incorrect, staremmo assistendo all’ennesima cacciata degli ebrei. In fondo ci risiamo di nuovo. Il potere delle banche, il peso dei prestiti, la povertà delle nazioni. Fino a 100 anni fa, anno più anno meno, la questione si risolveva dando la caccia agli ebrei banchieri ed economicamente conservatori. Si salvavano stati e reami così. Metodo spiccio e, a quanto pare, redditizio.
E siamo qui a ricordare, ancora una volta, l’apoteosi dell’odio immotivato e pretestuoso.
Mio padre, tra poco, non ricorderà più. Piccoli ma efficaci ostacoli bloccano, una dopo l’altra, le vene che nutrono cervello, memoria, parola, gesto.
Senza la sua memoria, resta poco. Restano le prove di sopravvivenza, ma non restano le parole del dramma e del dolore.
A breve, per lui, non ci sarà neanche la memoria di quel che resta. Di me e mia sorella. Della nostra piccola storia.
E forse troverà un po’ di pace. Magari potrà smettere di sognare i tedeschi che lo inseguono, potrà smettere di essere arrabbiato con il mondo che lo ha escuso dai giochi della gioventù, dalla scuola, dalla casa, dal quartiere, dalla sua stessa storia. Magari non avrà più paura di progettare, conservare, proteggere, tutelare, tesaurizzare. Non ne avrà più bisogno. E magari potrebbe non sentire più la colpa. La colpa di essere sopravvissuto alle deportazioni, alle mogli. O potrebbe ritrovarsi immerso e “immedesimato” (come dice lui) nel ricordo della paura, della fuga, del rifiuto, del disprezzo, dell’impotenza. Gli auguro l’oblio. Per lui e per me.
Lo guardo e penso, egoisticamente, che devo proprio essere stata una cogliona ad aver terrore di quest’uomo per quasi 40 anni. A vederlo adesso davvero non capisco come ho fatto.
Penso, giusto per ampliare il mio giardino, che devono essersi sentiti coglioni anche molti ebrei alla fine della guerra. Molte volte ho sentito fare la stessa domanda: “perché non si sono ribellati?”. Quando sento quasta domanda, faccio un po’ fatica a trattenere la capata in faccia.
Sono quelle domande senza senso (un po’ come la mia affermazione di coglionaggine), quelle domande vagamente razziste, superficiali, profondamente ignoranti.
Ho avuto paura di mio padre perché era un uomo irascibile, irruento, emotivo, autocentrato. Ho avuto paura di lui perché era forte, determinato, autoritario e autorevole. Ho avuto paura di lui perché siamo cresciuti così, con i suoi scatti di rabbia primordiali, con la sua voce tonante da orso grizzly, con le sue espressioni di disprezzo nette e limpide.
Non potevo non averne paura.
Che io adesso comprenda, improvvisamente, da dove arrivava quella rabbia, quella violenza verbale e quella severità ottocentesca, mi rende cogliona, è vero, ma mi rende anche una figlia che fa i conti con un ruolo che sta per non esistere più. E se non sei più figlia, non ha molto senso restare nella paura e nel rancore. Non lo si può appoggiare più da nessuna parte.
Gli ebrei non si sono ribellati per molti motivi. E non è esatto dire che non si sono mai ribellati. Ci sono molti episodi dei quali parlare. Episodi nascosti nelle pieghe della storia. Ma, comunque, secondo me, un popolo abituato ad essere buttato fuori da qualunque posto e dalla notte dei tempi, impara a sopravvivere adattandosi, non a fare la guerra.
Doveva essere difficile credere, in quel momento, che l’orrore avesse la forma e l’odore di un forno crematorio.
Doveva essere difficile credere che il treno piombato fosse destinato ad esseri umani.
Doveva essere difficile credere che il vicino ti avrebbe venduto per meno di 30 denari.
Doveva essere difficile credere che i tuoi figli sarebbero stati usati per fare esperimenti.
Doveva essere difficile credere che la vita e la morte sarebbero state, casualmente, affidate alla voce ed al capriccio di un sottufficiale dell’esercito.
Doveva essere difficile credere che non ci sarebbe stato scampo e che li avrebbero presi uno per uno.
Per me era difficile credere che mio padre avesse debolezze. O paure.
Con la generazione di mio padre, la memoria muore. A guardar lui, mi sembra di vedere la rappresentazione di un secolo assolutamente folle che è passato dalla violenza animalesca a twitter. Progressivamente dimenticando cosa è stato, cosa ha creato, cosa ha sofferto e faticato.
Eccoci qua, io a guardare mio padre che si sforza come un dannato per essere presente a se stesso e noi tutti a guardare il mondo che si sforza di fingere di essere migliore.
‘Na botta di vita
Soundtrack: Tears For Fears – Shout
(perché è vintage e ci sta bene)
Ieri, botta di vita.
Con R&B, Donnie Darko, V*, invece di vedere la partita del Napoli (appuntamento sacrosanto come da cliché emigrantesco), serata lella al Nylon. Locale a Trastevere. Mondanità inusitata per me che sto diventando paesanella e culo pesante.
In questa casa ci sono 14 gradi. 14. Pompa di calore a palla. Per ottenere 18 gradi da metà casa in poi. Nella prima metà restano i 14. E nella prima metà c’è il divano imperiale nuovo sul quale vegeto gloriosamente. Ho una onorevole gatta centenaria a destra e un ragazzone peloso a strisce a sinistra. Dettagli. Con il loro perché.
Dunque serata mondana.
Mi guardo intorno. Lesbiche vintage a badilate. Inizio a macinare atrocità da riportare sul blog. Penso sia la volta buona per riaprire la categoria “lesbica quotidiana” che langue da più di un anno. Il cervello rumoreggia osservando stili, atteggiamenti, frasi, approcci, movimenti, colori. Comincio ad immaginare feroci sarcasmi su ogni singola lesbica che vedo, da trasferire in Penelopebasta appena rientrata.
Categorie, standard, segni di riconoscimento, orrori stilistici. Tutto il campionario.
Ma qualcosa non va. Non va per niente. Qualcosa non scatta. Mi chiedo se poi sia così necessario. Mi chiedo a cosa mai possa servire. Sì, lo so che ridersi addosso fa bene. Ma in questo periodo ho anche altre cose in mente e nel sangue.
Ho in mente che sono stanca di essere trattata una merda in quanto omosentimentale.
Ho in mente le frasi che sento da vescovi, cardinali, papi, pidielli, leghisti e piddini.
Ho in mente gli insulti che mi accompagnano, costantemente, in questi ultimi due anni.
Il tono si è alzato sempre di più, ogni giorno un po’ di più, ogni settimana una tacca al volume.
E io mi sono rotta il cazzo. Mi sono rotta il cazzo di essere insultata da indegni rappresentanti di una religione misogina e maschilista che non sapendo come fare per non affondare definitivamente, ha rispolverato il mito del nemico da combattere. Che pare brutto prendersela per l’ennesima volta con gli ebrei e assolutamente sconsigliabile dare addosso ai mussulmani. Quindi cosa c’è di meglio dei ricchioni e delle lesbiche? Il perfetto agnello sacrificale per una categoria che non si fa specie di mescolare pedofilia e omosessualità e che nega umanità, comunione, affettività e dignità ad un pezzo di popolazione come fosse parte integrante e necessaria di una dottrina che predica perdono e comprensione. Preti e religiosi. Omosessuali repressi e repressivi. Omofobici e dannati. Perché ad odiar se stessi ci si danna e niente più.
Sono stanca di questo perché ad ogni rutto di questa improbabile papessa e dei suoi chihuahua con cappottino rosso, io devo fare un passo indietro, avere un po’ più paura, pararmi il culo nascondendomi un po’ di più.
E mi sono rotta il cazzo di questi politicanti miserabili, cafoni ed arroganti, ignoranti come capre e improduttivi come stalattiti di merda in un condotto fognario che ritengono di avere qualcosa da dire su di me, sul mio stile di vita, sui miei amori, sul sesso che faccio affibbiandomi un valore che non ho, un immagine che non ho, una responsabilità che, cazzo, non ho. E questi ragli arrivano da gente che paga trans e puttane, prende mazzette, importuna i bambini, scopa minorenni, mangia stereotipi e banalità da bar di paese, non parla italiano e non vede al di là del proprio miserabile cazzo.
Ho detto cazzo? Sì.
E sono stanca delle donne che lo fanno. Anche di loro non ne posso più. Di queste zoccole rifatte, di queste mezzecalze, servette che dopo essersi vendute la fica fino a consumarla, hanno finito per vendersi il cervello. A forfait.
Sono stanca di sentirmi dire di essere un paria, un virus, una malata, un danno per la società, un pericolo per i bambini, una fantasia pornografica, una peccatrice irredimibile, uno scherzo della natura, una sottospecie umana.
Una che si può picchiare per strada. Che si può insultare. Che si può disconoscere. Che si può sminuire. Che si può svilire. Che si può attaccare. Che si può negare.
Che non merito, che non ho il diritto, che non devo mostrarmi, che non devo affermare, che non devo chiedere.
In questi ultimi 5 anni abbiamo dovuto fare più passi indietro di quanti ne abbiamo fatti in avanti nei 10 anni precedenti.
Io non voglio indietreggiare. Io non voglio cadere in questa fottuta trappola da fine impero. Io non voglio essere il capro espiatorio di un paese che non sa salvarsi e non capisce con chi cazzo se la deve prendere per davvero.
Mentre io ho il privilegio di sapere perfettamente con chi prendermela. Che culo.
Quindi, pensando a tutto questo, ho deciso che quelle lesbiche vintage romane del Nylon io, le amo.
I nostri capelli corti e la nostra intolleranza alla tintura. La nostra mancanza di stile. Il nostro essere totalmente DE-fashion, i nostri stivali, i nostri pantaloni improbabili, la nostra allergia al trucco e al corretto accoppiamento di colori, la nostra grigérie, le nostre mascelle tirate e i sorrisi trattenuti, i nostri sguardi da guerrieri dell’anno mille.
Noi ci siamo. Così come siamo. E fanculo ai vostri fottuti fanatismi da disperati che annegano nella fanga che avete prodotto in questo decennio.
Buffoni.
2011 in review
The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.
Here’s an excerpt:
The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 25.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 9 sold-out performances for that many people to see it.
Tradizionali auguri di natale
Soundtrack: Death Cab for Cutie – Underneath The Sycamore
Dal primo anno di vita di questo blog – natale 2007 – faccio gli auguri di Natale. Non posso farne a meno, a quanto pare. Quindi si procede anche in questo strano anno pieno di paura e di rabbia per tutti. Per un motivo o per un altro.
Buon Natale alla mia Biancaneve, prima di tutto, cuore di questo cuore, vita di questa vita. Non ci vedremo neanche stavolta, ancora. Ma stasera infilerò il naso nelle mie lenzuola e mi addormenterò tra le braccia del pensiero di te. E’ già qualcosa, a volte non c’è neanche questo. Buon natale alla leonessa che ti abita dentro, al coraggio che non perdi, all’amore che produci (immagino una fabbrica piccola piccola, nel ventricolo destro, piena di cinesi alla catena di montaggio 24 ore al giorno; lavorano come ciucci, vorrei sapere di cosa mai sono contenti, i tuoi cinesi ventricolari, ma sembrano contenti). Buon natale ai tuoi piedi che avanzano imperiosi in un mondo nuovo e tutto da inventare. Buon natale ai tuoi occhi fatti di acque termali calde e curative. Buon natale alla tua bocca morbida che costruisce con cura parole giuste nei momenti giusti. Buon natale alla tua anima calibrata e curiosa, alle tue mani generose ed al tuo morbido ventre cuccia calda e comoda per me, spuntuta (appuntita, N.d.T.) gnoma drogata di te. Buon Natale, Biancaneve. Che tu sia serena e mai sola, che tu possa allungare la mano e sempre trovare chi te la prende e la riscalda, che tu possa vivere tutta la tua vita come la vuoi, quanto la vuoi, tutte le volte che vuoi.
Buon natale alla mia stracciata, squilibrata e anomala famiglia. Che più passa il tempo e più mi piace. Buon natale a mio padre, guerriero senza armi e senza più guerre da combattere. Buon natale a mia sorella, che non mi è capitata, no. Credo mi abbia scelto e, ogni giorno, vivo il privilegio di questa scelta. Buon natale a mia nipote, anima irrequieta e uccello migratore, piccola donna che se non prova non crede, nipote preferita – e non solo perché l’unica -. Buon natale agli altri piccoli, sparsi pezzi. Buon natale alla zia che non vedo da anni, i suoi figli feriti e ai due cugini che, sorprendentemente, camminano paralleli a me, pochi passi più in là ma sempre là. E ritrovarsi è divertente e sorprendente. Tutte le volte. Buon natale, allora, alla famiglia che ho. Che possa mantenere questo anarchico e scostumato legame e continuare a fingere che non ce ne sia uno. Si vede che stiamo meglio così.
Buon natale ai miei amici. Alle anime in pena che cercano requie, agli uomini che cercano di diventarlo. Buon natale a chi fa i conti con gli anni, con le scelte, con la vita, con il dolore, con l’amore, con se stess*. Buon natale alla loro pazienza, alla loro presenza, alla loro vicinanza, alla loro baldanza, alla loro esistenza. Che mi fa sembrare natale ogni incontro e ogni pranzo fatto insieme. Buon natale e vite nuove. Amori nuovi. Odori nuovi. Parole nuove a tutti voi.
Buon natale a chi lavora con me. Sarte pazienti intente a cucire e ricucire, rattoppare, rinforzare, allungare ed accorciare quella strana stoffa che compone le anime dei bambini che incontriamo. Trovando il tempo per accarezzare le ferite di una di noi, le illusioni dell’altra, il dolore di un’altra ancora e abbracciare chi non ce la fa, aspettando che possa ricominciare. Che si possa continuare a vivere il lavoro come fosse vita e a sentir calore ogni volta che ci si ritrova in cucina a mangiare patatine e cioccolata.
Buon natale a chi ancora legge queste righe, dopo quattro anni, trovandoci ogni volta qualcosa che gli appartiene. Buon natale a chi si lascia abbracciare da queste righe fitte fitte. Buon natale a chi non smette di nutrire. Che possiate essere. Che possiate crescere. Che possiate vivere.
Buon natale alla mia gatta vecchia. Nervosa ed indignata per essere costretta a condividere spazi ed abitudini con due giovani ragazzoni pelosi energetici e irrispettosi. Non so quando mi perdonerà. Ma spero che questo natale impari anche lei che un gattone di 8 chili può essere comodo per stare più calda in questa casa gelida e impossibile da riscaldare.
Buon natale alla famiglia di Biancaneve che, per quanto non mi piaccia, è la sua ed ha le sue ragioni. Che il natale vi porti un po’ di serenità che tanto, qui, non c’è niente da capire e niente da combattere. Fatevene una ragione. Ed al suo ex marito spero babbo natale porti un nuovo amore e una nuova casa. No, non sono generosa né gentile, è che staremmo meglio tutti.
E buon natale a questo paese da medioevo, che trasuda paura e cinismo, che cade sempre negli stessi errori, che non capisce mai cosa deve fare per diventare un paese adulto e, nel frattempo, è diventato un paese vecchio. I periodi brutti finiscono e finirà anche questo, nel frattempo spero che il regalo più bello vada ai ragazzi, quelli veri, quelli che non hanno ancora compiuto vent’anni. Spero che nel pacco ci sia speranza, fiducia, immaginazione, voglia di essere migliori dei propri padri e delle proprie madri e non per la cilindrata delle auto o per il colore delle tende, ma per anima, etica e senso collettivo.
Buon natale alla Agos che cerca di riavere i soldi da me e che, tra un po’, mi manderà qualcuno con una mazza da baseball. Pregate con me che io vinca al superenalotto: è l’unica chance che abbiamo.
Buon natale a me, alle mie converse one star invernali nuove di pacca che sono fichissime. Ai miei umori fragili ed ai miei nervi scoperti, alla mia pazienza ed alla mia voglia di scrivere, alla mia pigrizia ed alla mia voglia di vivere. Mi concentrerò per il superenalotto, come dicevo ma, comunque, di regali ne ho talmente tanti ogni singolo momento ed ogni singolo respiro, che proprio non mi posso permettere di lamentarmi.
Se non fosse chiaro, buon natale a tutti.
Presepe 2011
Soundtrack: Two Doors Cinema Club – Something Good Can Work
Ogni anno, al lavoro, si fa il presepe. Questo ormai lo sanno anche i sassi. Abbiamo fatto il deserto, il mare, l’isola greca, la collina toscana, l’anno scorso il titanic e quest’anno il condominio.
72 appartamenti/monolocali. Uno per ogni cicciopiccolo.
C’era da scegliersi palazzina e piano, colore dell’interno, numero di abitanti e quale stanza della casa rappresentare. Al centro c’è un giardino. Nel giardino un palco da concerti. Lì ci va la natività che, puntualmente, ogni anno, dimentichiamo di mettere (l’anno scorso finì su una scialuppa).
La novità vera è stata quella di far venire i genitori a lavorare con i propri figli alla realizzazione del monolocale.
E ho visto cose che voi umani non potete immaginare.
Ho visto cose che mi hanno fatto commuovere e cose che mi hanno fatto incazzare. Ho capito che se un genitore mi sta sul cazzo ho il dito puntato e tutto mi sembra inadeguato. Se mi è simpatico giustifico la qualunque. Ho visto cosa “scende per li rami” e cosa rende più facile o difficile il mio lavoro. Ho visto affetto. Confusione. Ansia. Piacere. Imbarazzo. Curiosità. Strafottenza.
Un pomeriggio l’ho passato a guardare una madre e un figlio seduti al tavolino ikea tra das, colori, stecchini, stoffe e polistirolo. Loro chiusi in una bolla morbida, una placenta immaginaria. Il cicciopiccolo di solito iperattivo era calmo, seduto, sereno. A bassa voce si dicevano cosa fare, come farlo. Insieme impastavano e trafficavano. Non era pensabile intervenire. Mi ha trapassato il cuore da parte a parte. La natività erano loro. Essere madri e essere figli erano loro. Essere famiglia erano loro. Essere amati erano loro. Ho dovuto distogliere lo sguardo molte volte. Un’emozione troppo violenta per me, troppo difficile da sostenere. Maddiochebello.
Mi sono divertita a guardar madri che insallaniscono (=rimbambiscono, N.d.T.) figli maschi facendoli credere di far qualcosa mentre è niente che stanno facendo (i figli). Madri preda del peggior delirio di competitività che io abbia mai incrociato. Mamme capaci di accettare i più inguardabili prodotti del lavorio dei figli pur di vederli contenti, madri che hanno lanciato nel cestino produzioni ritenute “non belle”, madri imbarazzate dalla presenza delle terapiste, madri che non sanno lavorare in tridimensionale. Madri maestre. Madri spaventate. Madri cristallizzate. Madri liquide. Madri massicce. Madri alcolizzate alle 2 del pomeriggio.
Il presepone sta venendo bene. Ha qualcosa di caldo e morbido in sé che non so spiegare. Bisognerebbe vederlo.
Nel frattempo tutto questo interagire familiare e tutto questo osservare madri che fanno cose divertenti con i figli, ha come effetto rebound (si dirà così?mah?) il farmi sentire sola. Spaventosamente sola. Irrimediabilmente sola. Perché è così, il senso di solitudine ce lo devo avere di default, evidentemente e, credo, gran parte delle cose che faccio o che uso per riempire la mia testa, poco altro è se non un tentativo di tenere a bada la sensazione di non avere avuto e di non avere, mai, una placenta immaginaria nella quale sedermi e parlare a bassa voce.
A volte mi chiedo come ho fatto ad imparare ad amare (ammesso che io lo sappia fare) e perché mai un figlio non l’ho fatto.
Saranno bilanci da menopausa.
Inizio, poi vedremo
Soundtrack: Arctic Monkeys – She’s thunderstorms
Non so proprio di cosa scrivere, ma ne ho voglia. Molta voglia.
Ho riletto alcune cose scritte un paio d’anni fa e mi viene da sorridere guardando il mio livore, la mia rabbia e il mio bisogno di farmi notare.
Perché alla fine quello quell’è.
Non sarei in grado, ora, di analizzare la vita altrui e mia con cotanta presunzione.
Insomma, mi capisco ma non mi condivido più.
E’ vero, in parte è vero che il mondo è fatto di cose classificabili, riconoscibili e riconducibili ad un modello standard. E’ vero. Ma è apparenza. Armatura. Mimesi. Paura.
Credo sia un ragionamento da pancia piena, questo. Un ragionamento sul divano dell’amore assicurato e del quotidiano accompagnato. Per quanto nel mio caso si applichino parzialmente, assicurazione e accompagnamento.
Ma è così, il cuore caldo spaventa la paura e tutto sembra molto più sciolto, semplice e personale. Sto scialla, direbbero i giovinotti della capitale.
Non ho bisogno di appartenere perché appartengo. Non ho bisogno di sembrare perché sono, non ho bisogno di travestirmi perché posso farmi vedere nuda.
Questo succede, credo, quando ami e sei amata. E mi sembra di vedere tutta la strada fatta strepitando e sbattendo i piedi e agitando i pugni nell’attesa di incontrare l’incrocio che mi facesse smettere.
Ma che tenerezza che mi faccio.
Sto buona stasera. Stanca e buona. Tra poco comincia il presepe annuale al centro dove lavoro. Il tema è “il condominio”. Faremo dei palazzoni con appartamenti vari e ogni cicciopiccolo e il relativo genitore si occuperanno di costruire personaggi e oggetti.
Quest’anno lavoreranno con noi anche i genitori. Perché sono stanca di prendermela con le madri dei miei ciccipiccoli accusandoli di qualunque nefandezza e incapacità. Sono stanca di dare una colpa che non c’è e sono stanca, per l’ennesima volta, di riempire di responsabilità donne che si fanno un culo così dalla mattina alla sera occupandosi di due miliardi di cose contemporaneamente.
Cherchez la femme (ho dovuto controllare su google per vedere se era scritta bene). Ma chi cazzo l’ha detto?
Ho imparato, osservando Biancaneve da vicino, che le madri non sono una categoria. E neanche le lesbiche.
Le madri sono persone (donne, in particolare) che si assumono la responsabilità del nucleo atomico sociale. E lo fanno in maniera totale e assoluta. Anche quando lavorano, anche quando sono matte come cocuzze, anche quando so’ stronze.
E ogni madre educa un figlio in relazione ad una serie di variabili che neanche un elaboratore IBM potrebbe conciliare.
Vedo donne mettere insieme il bagaglio ricevuto “in dote” con le proprie aspirazioni (a volte coincidono, a volte DEVONO essere diversi), considerando il tessuto sociale di quel momento, mediandolo con il bagaglio e le aspirazioni di un uomo e centrifugare l’insieme per renderlo potabile ad un bambino che deve restare vivo per poter poi crescere al meglio di ogni possibilità. Il tutto scartando continuamente attentati emotivi, affettivi e sociali. E incastradosi periodicamente in un imbuto fatto di dubbi e incertezze e messe in discussione. E cambiando direzione all’improvviso, quando le cose cambiano, quando gli eventi lo chiedono, quando il gioco si fa duro. Il non previsto arriva e arriverà sempre, per quanto io veda ognuna di queste donne/madri cercare di pianificare e prevedere anche l’assurdo. In questo bailamme che sfinirebbe un ippopotamo, ci si deve anche dotare di biancheria intima sexy. Non ingrassare. Combattere la cellulite. Leggere libri. Conoscere il programma scolastico di tutto il ciclo della scuola primaria e secondaria. Comprare mutande a tutti e autoreggenti per sé. Fare la spesa e cucinare 14 piatti diversi in una settimana. Uscire la sera e fare bella figura senza addormentarsi con bavetta alle 10 e mezza sul divano del dirigente del marito. Saper aggiustare elettrodomestici. Non sfanculare i figli sotto i sedici anni quando ti sfrantano i coglioni alle 11 di sera perché non vogliono dormire e non spengono la nintendo. Fare il gendarme perché i suddetti figli si lavino, facciano i compiti e mangino decentemente, perché i mariti aiutino, le suocere si facciano i cazzi propri, le nonne non interferiscano, le amanti dei mariti non esagerino e i colleghi non ti facciano lo sgambetto. Pulire casa come un’impresa professionale. Mettere le scarpe coi tacchi. Fare i cambi di stagione al momento giusto. Decidere con 50 euro di comprare i pantaloni ai figli e non una maglia per sè, anche se sono passati 306 anni dall’ultimo acquisto decente. Cucire bottoni. Guidare la macchina come un driver professionista per arrivare in tempo a scuola, al basket, al catechismo, dai nonni, al lavoro, in ospedale dalla zia, dalla sorella depressa, dall’amica che l’ultima volta che l’hai vista il figlio era appena nato adesso sta alle medie.
E mentre sudano come foche in questo perenne movimento iperattivo, arrivano le voci di fuori. Non sono abbastanza educati. Non ti curi di te. Non sono abbastanza fighetti. Non scopiamo abbastanza. Non puoi prendere decisioni così rischiose. Non sta bene. Non è giusto. Non mangiano abbastanza. Non parliamo abbastanza. Non li responsabilizzi. Non puoi fare tutto, devi rinunciare a qualcosa. non si può mangiar pizza tutte le sere. Non ci sei mai. Sei troppo dura. Sei troppo arrendevole. Non sai gestirli. Sei ingrassata. Sei troppo ansiosa. Sei troppo protettiva. Li lasci troppo soli.
Mi pare che mi posso fermare. Ma ci potete aggiungere quello che cazzo vi pare. Tanto ci sta tutto.
Non sarà per tutti così, ma per la maggior parte sì.
Quindi non ho più voglia di ritenere colpevole una madre per ogni figlio iperattivo, inibito, dislessico, con ritardo del linguaggio, balbuziente, maleducato o rompicoglioni.
Le guardo e penso che fanno quello che possono. Al meglio di sé. Impregnate della loro storia, del loro dolore e dei loro dubbi. Con marchi a fuoco che io neanche conosco. Spaventate a morte ma sempre a far scudo. A volte in ginocchio, a volte in piedi, a volte con la testa nella sabbia.
Preferirei imparare a dir loro che va bene così, va bene. Che lo so che più di questo non credono di poter fare. E che qualcosa di nuovo, insieme, ce lo potremmo pure inventare. Per star meglio tutti.
Più sopra ho scritto che il cuore caldo spaventa la paura. Me lo devo ricordare anche quando lavoro.
Ma come sto romantica stasera.
Prossimamente un pippone sul potere sociale dirompente delle lesbiche.
Pigrizia e amori che finiscono
Soundtrack: Maroon 5 – Give A Little More
Ascolto Pesatori, leggo l’oroscopo internazionale e non mi cambia un cazzo. Pigra sono e pigra resto.
E manco ho voglia di far qualcosa. Mille progetti sospesi. Faccio orecchini adesso.
Non proprio adesso. In questo periodo.
Ho delle amiche. In difficoltà di coppia. A volte mi chiedo se il trascinare rapporti non sia una forma di pigrizia sentimentale.
Mi chiedo anche perché mai si creda che portare avanti un rapporto esausto sia da considerare un atto di gentilezza nei confronti dell’altr*.
Ma ricordo anche molto bene quanto sia difficile chiudere quella porta e “mandar via” qualcun* dalla propria vita. Qualcun* cui si è voluto bene, che si è amat*. Qualcun* di cui ci si è innamorat* pazzamente e follemente.
E, come ho detto spesso, quel gesto che ti ha portato al nirvana della mente e della carne diventa, una mattina di un mese qualunque e di un giorno della settimana qualunque, l’intollerabile prova di una presenza inutile, sgradevole, fastidiosa, soverchia.
Nel frattempo ho al telefono Biancaneve che vive la sua prima esperienza di festicciola preadolescenziale dei nani.
Amore mio, abbiamo la memoria corta. Rido ascoltando i suoi turbamenti da violazione di domicilio. Ridiamo da stamattina.
Dicevamo.
Credo di sapere quali meravigliosi discorsi può fare una mente per costruire un’impalcatura di bamboo che sostenga un amore che non esiste.
Ma proprio perché lo ricordo ancora, sono certa che si tratti di pigrizia, pavidità. E forse anche più di questo, la narcisistica pretesa che l’altr*, senza di noi, non ha speranze. Il che la dice pure lunga sulla natura del rapporto.
Se io credo che *l* mi* compagn* non sia capace di badare a se stess* e che ha bisogno di me per campare, non l* amo, non l* stimo, non l* considero un* pari. L* considero un animale da compagnia.
E non è un granché, per un rapporto di coppia. E non può durare. E non ha valore.
Non ci si dovrebbe legare ad una persona che non si stima e, di questo sono certa, lo sappiamo da subito se stimiamo qualcuno. Dalla prima volta.
Ma tira di più un pelo di fica che un carro di buoi. Metaforicamente parlando.
Certo tira anche la sindrome dell’infermiera. E una buona infermiera non può abbandonare il proprio paziente se non è guarito. E se non è guarito non si è state buone infermiere. Tanto vale, allora, farlo morire ‘sto paziente.
E chi si trova dall’altro lato vede lo sfacelo, il fastidio, la putrefazione dell’amore morto e pensa “ci sto provando, ma non so cosa fare”. Ed è una cazzata. Una gran cazzata. Chi sta dall’altra parte non ci prova, non ci prova perché non ama più. E piuttosto che ammettere il proprio non amore, preferisce considerare l’altr* un* bambin* capriccios* che vuole qualcosa che non può avere.
Non sono io a non volerci stare, è l*i che me lo impedisce.
E le cose si trascinano. Si spengono. Si sfaldano. Diventano orrende a vedersi e a viversi e si aspetta.
Si aspetta che arrivi un gancio, un ascensore, una gru, un passante qualsiasi a trascinarti via. Qualcun* che stavolta salvi te.
Funziona, in genere. Alla fine funziona davvero. E serve ad entramb*. Si ritrova amor proprio e voglia di ricominciare. Quasi sempre. Ma sarà difficile ritrovare qualcosa in comune. Non ci si rincontrerà più.
Solo mi spiace vedere le storie finire così. Sarebbe bello avere il coraggio di dire a qualcuno, semplicemente: “non ti amo più”. Il più presto possibile, il più limpido possibile.
Almeno così resta qualcosa.
Stima di sé, stima dell’altr*.
Credo, almeno.
La festa di là continua, i nani sono scatenati. Sentire le loro voci attraverso il telefono mi diverte e mi fa sorridere. Vorrei esserci.
Ma-non-è-ancora-il-momento.
Avete ragione
Soundtrack: Jill Scott Feat Anthony Hamilton – So In Love
Non mi faccio sentire da molto.
Forse è per non turbare questa quiete che sembra una magia. Niente casini, niente difficoltà, niente lutti, niente dolore. E io senza un po’ di dolore non so scrivere.
Oggi sono a casa iperraffreddata. Di quei raffreddori che mi fanno sentire una mappina (=straccio; N.d.T.) a rotelle.
Mi si prepara un altro anno in questa casa gelida che, però, mi piace e mi appartiene. Mi arrangerò.
Fuggo dalla finanziaria che mi ha pagato la macchina e mi rifiuto di ottemperare alle rate che mi competono.
Sticazzi. Quando potrò, riprenderò.
Guardo con orrore tutto quello che succede a questo paese e penso di aver letto tutti i segnali di questo squagliamento morale e sociale qualche anno fa. Perché tanto, lo sappiamo tutti, la questione non è solo dei governanti e dei partiti. Ognuno di noi ha permesso che una quota di squagliamento si materializzasse senza minimamente far caso alle conseguenze.
E rincoglionita come sto, ho voglia di dire che mi sono rotta il cazzo dei funerali che durano tre giorni passati ai tg tre volte al giorno come un antibiotico. Mi sono rotta il cazzo delle immagini splatter piantate nei miei occhi come se non dovessi cogliere la differenza tra CSI e la morte senza dignità. Mi sono rotta il cazzo dei miei giochini di facebook, che mi drogano e mi attorcigliano il pensiero, mi sono rotta il cazzo dei post su facebook tutti uguali e tutti senza un minimo di critica e informazione aggiuntiva (anche i miei). Non ne posso più di sentire le stesse identiche fottutissime frasi. Le diciamo tutti. Le recitiamo tutti. Un mantra di ignoranza che nasconde il reale disinteresse per qualsiasi cosa intorno.
Penelope cerca di salirmi sulla tastiera del computer. A 21 anni potrebbe pure stare nu poc chiù quiet. In quell’ora che passa sveglia si annoia e vorrebbe qualcosa da me che non so cosa sia.
Con Biancaneve va bene, procediamo con lentezza bradipa verso non si sa cosa. Come un gatto sulla vetrinetta degli oggettini della nonna, cerchiamo di non far cadere niente e di non rompere bomboniere e vasi di cristallo. Che poi di cristallo non sono. Ma ogni vetro è cristallo a qualcuno.
Cerco di trovare nuovi modi di lavorare perché, perlopiù, mi annoia fare le stesse cose.
Odio ammalarmi. Mi prende male. Mi prende “vogliomamma” e invece me la devo cavare da sola. Cheppalle.
Il tempo è bigio e grigio. Un albero, davanti alla mia finestra, si è spaccato ed è caduto. Dall’altra parte, per fortuna.
Forse non è tutto così immobile e forse un po’ di dolore, da qualche parte, c’è. Ma non abbastanza per scrivere decentemente.
Sarà la menopausa.
buone vacanze
Soundtrack: Amy Winehouse – It’s My Party (feat. Quincy Jones)
(tribute)
Periodo pieno, dove il personale diventa collettivo ed il collettivo personale. Al di là di ognuno.
Sono veramente stanca quest’anno.
Fisicamente e mentalmente.
E non mi è facile fare i conti con la mia impotenza, con le frustrazioni reiterate e con i desideri repressi…
Machissenefotte.
Immagino non molti di voi andranno in vacanza, il periodo è quello che è.
Qui gatta Penelope resiste, con i suoi 21, il suo pelo imbalsamato e le sue urla belluine.
Qui Penelope umana resiste, con i suoi 48, il suo pelo corto e la bruschezza congenita (che non è bruschetta, che sarebbe meno invasiva e anche mangiabile; è proprio maleducazione interpersonale).
Raggiungo mia sorella per qualche giorno e penso di rifarmi una full immersion in Positano anche di poche notti. Mi piacerebbe. Perbacco.
Al di là di questo, che pure esticazzi, mi chiedo casa fate voi, orfani di un blog personale e sfacciato come è stato questo. A volte me ne sento orfana anche io, quando mi accorgo di non scrivere più post nella mia testa mentre vivo qualcosa, quando mi rendo conto che di categorie, comportamenti, analisi e sintesi non me ne fotte più un grande che. E anche quando mi accorgo che non mi va più tanto di scrivere di Biancaneve. Un po’ perché mia nipote ha detto che son diventata mielosa, un po’ perché non mi va di raccontare i cazzi miei al marito di Biancaneve medesima.
Me ne sento orfana quando mi rendo conto che non è più così importante, per me, andare a guardare chi è passato, chi ha scritto, chi è collegato, chi ci ritorna. E’ un piccolo lutto.
Ma di chiuderlo non ho voglia. Ne abbiamo già parlato, questo spazio è la mia oasi e tale resterà, prima o poi lo riprenderò tra le braccia e ne farò il posto dove riposare o qualche altra cosa che ancora non so.
Mi sembra che le cose mi siano cambiate sotto le mani senza neanche accorgermene. E anche la mia pelle, il mio profilo, il mio modo di lavorare, il mio giustizialismo, la mia rigidità, la mia durezza. Non so cosa sia successo ma è successo.
Qui c’è penombra, che fuori fa caldo. Alla radio ci sono i Genesis, questo pezzo non lo conosco ma i suoni e le voci non possono essere confusi con nessun altro. La lavatrice lavora sullo sfondo. Ultimi panni da lavare e stirare prima di partire. Penso a quello che vorrei fare e che non posso fare. Come tutti. Come sempre. Penso al mare. Che mi ricarica e ripulisce. Penso al sale. Che mi da l’idea di stare meglio, di essere più saporita. Penso a quei paesaggi mediterranei, greci, sardi. Pietre e mare e alberi bassi e siepi secche e sabbia e montagne sofferte e cieli bianchi e mari ghiacciati e piccoli pesci scostumati che vengono a morderti i piedi.
Penso ai pomeriggi tardi sulla spiaggia che smette di cuocere e inizia a cullare. L’ora in cui dormire. L’ora dell’ultimo bagno, quello che ti lascia i capelli bagnati. L’ora che impone al mare di tirar fuori l’odore salmastro e fresco. L’odore del vento e del sale. L’odore del mare. Quello. L’ora delle vele, dei windsurf, delle folate che increspano la baia, dei colori che contrastano forte, che si fanno notare. Che riposano gli occhi dopo una giornata accecante passata con le palpebre strette e gli occhiali da sole. L’ora di birra e patatine. L’ora della soddisfazione guardando i gradi di abbronzatura guadagnati. L’ora di chiacchierare senza tenere la mano aperta sulla fronte per fare ombra.
Il momento di scotoliare l’ascuigamano cercando di non investire nessuno con quintalate di brecciolino e sabbia. Il momento di rifare lo zaino ma cazzo, questo coso è ancora bagnato, me lo tengo sulla spalla. Camminando sulla sabbia con la sigaretta in bocca verso lo stabilimento, la macchina, la casa. Con le spalle al mare ed alla spiaggia che non urla più. Perché cazzo, quanto urliamo noi italiani sulla spiaggia. Un po’ di maestrale ti arruffa i capelli e ti fa venire il prurito sul collo salato. La sigaretta è più saporita adesso.
Prendiamoci un gelato. Io continuo a volere il Camillino. Vanno bene anche i suoi cugini moderni. Ma il Camillino era un’altra storia. E il succo di pomodoro condito e senza ghiaccio, il vizio di famiglia.
Buone vacanze a tutti voi, ai vostri vizi, ai vostri desideri realizzati
cosa è successo.
Soundtrack: Marta sui tubi – Di vino
E’ successo che qualcuno ha collegato il mio nome al blog e lo ha letto.
E’ successo che una cosa che riguarda me e Biancaneve e che io ho scelto di rendere pubblica perché me lo posso permettere, è diventata un’arma rovinosa e perniciosa.
E’ successo che chi si è preso la responsabilità di cercare cose che potevano potenzialmnte essere dolorose, non è stato disposto a tollerarne le conseguenze. Conseguenze che sono, appunto, il dolore della scoperta.
Io le chiamo “le prove che non si possono portare in tribunale”. E penso che, quando ci si lascia prendere dalla voglia di farsi male rimescolando nel provato della propria ex (ma anche della propria durante, è uguale), ci si mette a fare capa e muro e non si può colpevolizzare chi, quelle prove, non te le aveva mostrate o non voleva tu le vedessi.
Abbiamo tutti diritto ai nostri margini di clandestinità. Ad ogni livello.
Stamattina sono molto nervosa e sufficientemente incazzata per spiegarmi meglio, per essere più diplomatica e per risparmiarmi le opinioni che ho su questa faccenda.
Il risultato è che ho dovuto chiudere il blog di corsa per proteggere Biancaneve e, paradossalmente, la persona che ha passato qualche ora su internet a cercare informazioni su di me fino a trovare Penelopebasta.
Lo riapro criptando i post che riguardano lei.
Ed è per pura gentilezza che lo faccio.
Questo blog è aperto da un po’, direi quasi quattro anni. E’ il mio blog. Ci scrivo il cazzo che mi pare. Lo legge chiunque ne abbia voglia. Mi ha portato grandi casini e grandi soddisfazioni. Nuovi amici e grandi litigi.
E’ il MIO cazzo di blog.
Se vuoi continuare a leggere, accomodati. Se ritieni di voler commentare, fai pure.
Io non smetto, né di scrivere post sui cazzi miei, né di amare la tua ex moglie.
Buona giornata.
Chiudo il blog.
E’ il caso.
Ci rileggeremo.
il pubblico è (de)privato
Soundtrack: Raphael Gualazzi - Behind The Sunrise
Seguo le elezioni come un gatto col topo. Mi nascondo. Mi acquatto. Questa non è più politica. Non è più democrazia. Ma io sono ancora di parte. Sottopelle.
Per quanto io pensi che dovrebbero tutti, ripeto TUTTI, tornarsene a casa e mollare quelle poltrone rosso fuoco che non si meritano e non rappresentano altro che loro stesse (le poltrone medesime), ho ancora le mie idee e me le tengo strette.
Credo in una cazzo di uguaglianza sul piano umano che non può far differenze tra me, impiegata a 1200 euro al mese e te, imprenditore miliardario con villa alle Cayman. Perché non siamo diversi affatto. Ci ammaliamo uguale, sbagliamo uguale, abbiamo ragione uguale, ci facciamo un mazzo tanto uguale. E se è vero che tu permetti a me di avere uno stipendio, io permetto a te di pagarti l’aereo personale. Con il mio pensiero, il mio sudore, le mie mani, le mie tasse, i miei mutui e le mie vacanzette.
Credo nei diritti civili, perché siamo uguali e viviamo le stesse vite (orpelli e fronzoli sono un fottuto optional cui tieni tu, non io) e che io sia omosentimentale, colorata, idolatra, randagia, schizzata, analfabeta, carrozzata, non son cazzi di nessuno se non miei. In qualità di essere umano, come te, non vedo cosa mai può fare la differenza per stabilire cosa non merito di avere o cosa non farebbe di me una cittadina come altri. Ed in qualità di essere umano, merito il meglio che posso offrire a me stessa. Perché la società è fatta da me e tanti come me.
I giudizi morali, l’etica religiosa, il pregiudizio sociale, lo stereotipo vigliacco, sono fregi dorici di colonne che valgono perché son colonne e reggono il palazzo, non perché sono ornate.
Qualcuno ha perso di vista il nodo, il punto, la partenza, il cuore. Della questione.
Credo nel merito. Ci meritiamo vite migliori e non perché ce le possiamo pagare, ma perché sono possibili per tutti. Anche per chi vive scavando le montagne 8 ore al giorno. La vita migliore non è nel tipo di lavoro e nello stipendio. La vita migliore è in come puoi fare quello che hai deciso di fare, in cosa ne fai del tempo al di fuori della cava, nella spiaggia che puoi raggiungere senza pagare, nel cibo che puoi scegliere, nell’acqua che puoi bere. Perché io mangio e bevo e la mia necessità primaria non può essere un mercato che serve per arricchire te.
Mi chiedo sempre (soprattutto quando sogno di vincere le cifre folli e spropositate del superenalotto) a cosa, realmente, servano, così tanti soldi. Ah, sarei capacissima di spenderli, per carità, fino all’ultimo euro. Ma per farci cosa? per nutrirli, probabilmente. Per nutrire un oggetto inanimato, costituito di carta e di inchiostro, di valore nominale e non reale, capace di dare parecchi punti a qualunque batterio emofago.
E dov’è il godimento dello spendere soldi mentre il mondo intorno striscia? Non lo so, al momento non lo vedo, il godimento. Forse è una di quelle cose che bisogna vivere per capirle.
Credo nel mutuo soccorso. Sono un essere umano, è naturale che io aiuti e supporti un altro essere umano. Punto.
Credo che si possano risolvere le cose senza uccidersi. Che ci si può provare. Che questo potrebbe avvenire solo se al mondo esistessero altri interessi che non siano il denaro ed il potere.
Credo che il potere possa essere utile. Ma che mangia l’anima. E l’unico modo per non farsi mangiare, è mollarlo dopo un po’. Dopo aver fatto quello che andava fatto. Agisci e poi fuori dai coglioni. Perché credo che fermarsi sia impossibile, quando ci sei entrato con tutte le scarpe.
Credo nell’entusiasmo e nell’energia di chi conosce poco il mondo. Nella scarsa indulgenza di chi si affaccia all’esistenza, nell’utopia di chi non ha ancora fatto i conti con la vita. Sono i ragazzi che fanno il futuro. I vecchi sono quelli che cercano di congelare il presente, di renderlo inattaccabile e fermo.
E questo è un paese di vecchi.
Di quei vecchi che hanno avuto un’utopia e poi ci sono marciti dentro. non hanno più mollato, non hanno più staccato il culo dalla poltrona rossa.
Per le cose in cui credo mi sono dimessa da rappresentante sindacale.
Altri sei mesi così e mi ci sarei attaccata come una cozza, a questo ruolo. Ma, a 48 anni, non sono io quella che deve mettere innocenza ed entusiasmo in una lotta dispari e inutile come questa. Perché a 48 anni ne vedo tutta l’inutilità. E non si cambia niente con uno sguardo così corto. Non si cambia il mondo. E’ solo un bearsi ebete del proprio miserabile potere.
Sia chiaro.
Non so come andranno queste elezioni o i referendum, sono pessimista. Questo paese non mi piace e non vedo luce da nessuna parte.
Allungo il collo dietro l’angolo e aspetto.
Qualcosa succederà.
As Usual – Omosentimentale
Soundtrack: Hideo Kobayashi – Beautiful Moment
La tua spalla è il mio posto. Mi ci infilo tra un momento di iperattività e l’altro. Mi ci accomodo.
Ciao.
Dov’eri?
Flash Gordon.
Corri ovunque ed io ti aspetto dietro un albero, acquattata sotto al muro, nel cofano della macchina.
E tu ti nascondi nell’armadio. Posso dire di aver avuto anche io un’amante nell’armadio.
Non sarebbe cambiato niente se ti avessero visto.
Profumo di tiarè.
In questo brutto mondo è sempre bello abbracciarti e legarmi alle tue braccia. Rinfranca, riposa, addolcisce, ridimensiona.
Accarezzo la capoccia del mio gatto che fa il pieno di zucchero. Quello che io ho fatto con te.
Sono diventata la sua badante. Di Penelope gatta, intendo. Le taglio le unghie, le pulisco gli occhi, la spiumaccio ché non è più capace a togliersi il sottomanto da sola.
Il mio sax avrebbe bisogno di una seria revisione: cambiare tamponi, mettere il sughero, oliare i meccanismi, pulire perbenino, sistemare un paio di chiavi che non chiudono bene. Viene fuori un suono orrendo. Ma magari sono solo io che sono una puzza.
Se vivessimo insieme non credo ti piacerebbe molto sentirmi suonare. Ahbbè, lo farei quando non ci sei. Questione risolta. Ho meno forza. Meno stabilità emotiva. Posso essere solida e gassosa e liquida alla velocità della luce.
Aspetto di vincere al superenalotto per comprare una casa a te e una a me… ormai è congenito il senso di coppia no-abitante.
Mastico la mia solitudine senza troppa ansia. Mi intristisce starti lontana. Mi squaglia dormirti accanto. Mi si versa cera bollente sul cuore a vederti rivestire per andar via.
Non riesco a non pensare a te, non riesco ad avere altri argomenti e non riesco a non strutturare la mia vita intorno alla tua. Forse è da cogliona, ma il fatto è che sono innamorata di te comm’a na criatura e non c’è molto che io abbia voglia di fare per evitarlo. Vincerò il premio rincoglionita del decennio e ne sarò fiera. Me lo attaccherò al petto e lo farò vedere a tutti orgogliosa del mio perdermi con te. Perché non è facile a quasi 48 anni lasciarsi andare così, masticazzi.
Del resto a Yoga arrivo con le mani a terra. Anzi i polsi. Quindi. Faccio il cazzo che mi pare e mi comporto come una demente con piacere e soddisfazione. Ecco.
Tra poco è il mio compleanno. Dovrei fare una seria wishlist. Niente festa però. Non se ne parla. Sarò a Napoli per servigi vari. Mi respirerò i 48 dove ho cominciato. E’ un modo per ricordarmi chi sono. Chi sono. “Chi sono” è una affermazione forte e anche un po’ presuntuosa. Chi può dirlo? nemmanco io.
Ci mandiamo sms molli e zuccherati, Amore mio. Avevi dimenticato com’è? secondo me sì. Ma poi riesco a ricordartelo.
Ricette o pappicio vicin a noce: ramm o tiemp ca te spertoso.
P.S. Non ho più intenzione di definirmi “omosessuale”, considerando che si tratta di una definizione ottocentesca e del tutto errata (chiunque può scopare con chiunque, al mondo e di prove ce ne sono in abbondanza), d’ora in poi mi definisco “omosentimentale”, perché è di CHI ti innamori che fa la differenza.
Grazie dell’attenzione.
Signore e Signori:
Buonanotte.
Oroscopo del giorno prima
Soundtrack: Joan as a Police Woman - The Magic
Mi rollo una sigaretta. Con calma.
Cambio tema del blog. Così, tanto per. Voglia di mare.
Strano periodo questo.
Molto da dire. Niente da dire.
Che sono le donne ad imporre cambiamenti alla società, da sempre. Bella la manifestazione di domenica. Bella davvero.
Che i nostri genitori hanno generato una generazione arrogante, strafottente, intollerante e pigra. I figli dopo di me, quelli degli anni 70. Lavorare con loro è un inferno. Parlare di politica con loro è un inferno.
Che questo è un paese di vecchi. E sta morendo.
Che Biancaneve sta soffrendo.
Che in questa casa si gela.
Che le persone non sanno separare personale da pubblico.
Che la consapevolezza non è un valore, è una condanna.
Che il mo lavoro sta agonizzando.
Che il mio entusiasmo sta morendo.
Andatevene affanculo. Non mi avrete.
Non mi arrendo ancora. Non mi arrendo a questo paese brutto che impedisce alle persone di esprimersi ed appartenere a se stesse.
E questa è solo una parte.
A chi si aspetta da me qualcosa, dovrei dire che ho le scolle in fronte (=le pezzuole avvolte intorno al capo - N.d.T.) e non so come rimettere mano alla mia vita, figuriamoci se posso essere utile alla vita degli altri.
Ieri, con Biancaneve, ci siamo dette che ci sentiamo in una specie di atroce limbo di transizione, in attesa di non si sa cosa, ferme ad aspettare “l’evento”. Cosa cazzo aspettiamo chi lo sa.
Non è un lamento questo, no. E’ il disperato tentativo di contenere un livello di incazzatura senza precedenti.
Sono ferocemente incazzata e lo sa solo il mio colesterolo, il mio utero e le mie ginocchia.
Alla fine sono incazzata con me stessa, immagino.
Biancaneve è in guerra.
Acquattata in trincea mette i punti da sola agli squarci sulla pelle e aspetta il prossimo attacco, indecisa se venir fuori con il coltello tra i denti o prepararsi ad ammortizzare la granata che arriverà.
Potessi prendere la forma di un giubbotto anti proiettile lo farei. Ma anche come bazooka non sarei male.
Vederci è una complessa operazione, via di mezzo tra strategia militare, diplomazia internazionale, servizi segreti, universi paralleli e letteratura fantasy. Ci riusciamo a vederci. Ci riusciamo anche se i proiettili fischiano e la gente rompe il cazzo. Qualcosa abbiamo perso, ma ci rifaremo. Sono pur sempre Penelope, le trame so riprenderle e ricostruirle ogni santissimo giorno come non avessi mai fatto altro per tutta la mia vita.
Nel frattempo, la intrattengo con la triste storia del movimento lesbico worldwide e la scaletta di film, libri, varie ed eventuali rigorosamente a tema.
Sapessi com’è triste, amore mio, non poterti portare esplosioni di colori e rivoluzioni della mente.
Le donne cambiano il mondo ma non il loro mondo. Le donne sono le ultime e le lesbiche le ultime delle ultime.
Il lavoro che faccio, nel posto dove lo faccio, sta morendo di inedia e di stenti. Tossisce, a tratti qualche scossa tonico-clonica e l’agonia degli ultimi. Quelli per i quali non si fanno sforzi, non si fanno previsioni, non si fanno investimenti. Quelli ai quali non val la pena di dire la verità. Gli ultimi a sapere. Almeno questo credi tu, brutto bastardo di un imprenditore quarantenne di questo cazzo. Miserabile ameba. Minuscolo pene senza coraggio. Mavafanculo.
I progetti che avevo in mente si arenano. Spiaggiano come balene scimunite. Sbatacchiano la coda nell’acqua bassa e non fanno neanche danni. Un cazzo di niente. L’ultimo colpo vedremo se andrà da qualche parte.
Le persone con le quali credevo di avere un legame, erano lì agganciate alla mia fottuta energia straripante. Leva quella e perdi tutto, Penelope. Ancora una volta. E ancora una volta io non riesco a trovare l’errore. Cieca e sorda. Mi si accolla la responsabilità di esserci, la responsabilità di prendermela, la responsabilità; mi si ignora ogni sacrosanta obiezione e poi mi si sfracanta il cazzo quando dico no. E perdo tutto: legami personali, di lavoro, appoggi ed affetti. Prima o poi capirò che cazzo faccio che non va bene. Nel frattempo, andatevene affanculo.
Il favoloso non mi risponde. Suppongo creda io sia in uno di quei periodi “cazzi miei”. E’ così, ma non nel modo che pensa lui. E mi manca. E vafanculo pure lui.
Però, il Napoli è secondo in classifica. Abbiamo il nostro gruppo partita e mi godo una sensazione persa almeno 20 anni fa, quando la squadra era il riscatto di una intera città, quando ci si sentiva cretinamente fieri e belli come il sole. Nessuno ne parla. Ovviamente. Gli ultimi di cui parlare. Ovviamente. Vaffanculo ai giornalisti sportivi. Ovviamente.
Non vorrei sembrare scortese, quindi, a questo punto, accomodatevi affanculo con ordine, non vorrei qualcuno si facesse male nella ressa.
in Italia
Qui parliamo del mondo, oggi. Di questo paese. Della gente che lo abita. Del pensiero comune. Del medioevo che fa trendy, della vera natura di un gruppo di persone che definire un popolo sarebbe un complimento immeritato
Io abito in un paese dove vivono una sessantina di milioni di persone che passano il tempo a pararsi il culo, a fottere l’altro da sé e ad immaginare modi per costruire muri di granito impenetrabili intorno alle proprie case.
Io vivo in un paese dove la religione ufficiale, che si basa sul sacrificio mortale di una persona nel nome di tutti, passa il tempo a spiegare alle persone che l’altro è un nemico, che il diverso è da compatire, che la verità è una sola e che puoi fare il cazzo che ti pare purché tu sia disposto a dichiarare un pentimento non rispetto al mondo tradito ed alle persone ferite, ma rispetto ad un essere umano vestito di nero. Qui, nel mio paese, la religione ufficiale ha ucciso e uccide, ha tradito e tradisce, si è arricchita e si arricchisce, ha ignorato ed ignora etica e morale, ha lavorato e lavora perché la conoscenza resti di pochi e, tanto per collegarci al “qui ed ora”, negli ospedali e nei centri di cura che gestisce, ha soppresso i contratti di lavoro e ne ha, da sola, rifiutato il rinnovo ed adeguamento. Perché la religione ufficiale del mio paese, pensa che il costo del lavoro, che il lavoro di una persona sia, in realtà, una spesa non giustificata.
Io vivo in un paese dove in una delle regioni, questa, si fa passare una leggina il 7 agosto che stabilisce che, gli esseri umani ospiti di centri residenziali e semiresidenziali (giorno e notte o tutto il giorno, e si può facilmente dedurre che tipo di persone siano gli ospiti di centri di questo tipo), devono pagarsi il 30% del costo di ricovero. La regione dove vivo chiede, di fatto, alle famiglie di psicotici gravi, disabili gravissimi, insomma, persone non autonome e non in grado di mantenersi e che hanno bisogno di impegno totale, da parte di chi hanno intorno, di cacciare i soldi per mantenersi. E questa regione, la regione lazio, non rende pubblica la delibera. Devi saperlo da te.
Questo mi fa pensare che, malgrado 50 anni di crescita ed evoluzione, in questo paese si ragiona ancora in termini di “peso”. “Peso” per la società, “peso” economico. Resiste ancora, in questo paese, l’idea che esista la normalità e l’anormalità, l’uguale ed il diverso, il più uguale dell’uguale e il “levati dalle palle che sei inutile e mi dai fastidio”.
Nel paese dove vivo la gente si chiude in casa a rincoglionirsi di sogni di plexiglass fatti di soldi facili e facce da riconoscere e di “toglietemi tutto ma non quello di comprarmi la macchina a rate”.
Nel paese dove vivo le tasse sono un’ingiustizia. Nel paese dove vivo il lavoro non ha valore. Nel paese dove vivo i governanti proteggono i potenti e spellano gli ultimi, assicurano aiuto e sostegno a chi tiene il suo culo su una poltrona di pelle o di velluto e si rivolgono a chi il culo lo deve tenere in movimento, come ci si rivolge agli ultimi degli sfigati.
Nel mio paese, se per vivere devi lavorarci, sei un coglione e come tale meriti di essere trattato e, nel mio paese, se hai bisogno di aiuto ma non hai niente da dare in cambio, l’aiuto non te lo puoi guadagnare. Qui se ti incasini per cento euro vai in galera, se sposti una milionata ti fanno l’applauso, se rubi un rimmel alla coin ti portano dentro, se metti le mani in tasca a 40 milioni di persone, sei un fico della madonna. Qui se fai quello che devi, non sei nessuno.
Minchia che paese di merda.
2010 in review
The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.
Crunchy numbers
About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 39,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 5 days for that many people to see it.
In 2010, there were 50 new posts, growing the total archive of this blog to 431 posts. There were 7 pictures uploaded, taking up a total of 648kb.
The busiest day of the year was January 19th with 386 views. The most popular post that day was Etero & Lesbiche.
Where did they come from?
The top referring sites in 2010 were it.wordpress.com, facebook.com, miss777.com, omaha.ilcannocchiale.it, and search.conduit.com.
Some visitors came searching, mostly for penelopebasta, volpe, polacchine, aikido, and mammolo.
Attractions in 2010
These are the posts and pages that got the most views in 2010.
Etero & Lesbiche November 2008
69 comments
Lesbiche romantiche February 2008
11 comments
Penelope Gatta, quella vera. January 2008
9 comments
Lesbiche con le polacchine December 2007
7 comments
About Penelopebasta December 2007
22 comments
E ora: auguri 2011
Niente colonna sonora. Ecco.
Ooohh.
Non si può venire meno alla tradizione.
Ma sì che si può. Gli auguri li faccio comunque, poi, l’anno prossimo, cerco di fare pace con il cambio di argomenti e toni di questo blog, cercherò di non cedere alla voglia di farne un altro e continuerò a scrivere del cazzo che mi pare.
Ogni anno è un anno difficile, ogni anno finisce con quella punta di rabbia e quel vaffanculo detto tra i denti sostenuto da una testarda speranza che l’anno dopo sarà più facile, o anche solo meno difficile.
Non è mai così, mai davvero. I giorni si srotolano come un red carpet davanti ai piedi e quasi tutto dipende da che scarpe hai messo e quale passo hai scelto. Di tanto in tanto arrivano applausi o fischi o pietre o petali o merda. Non sai quando, non sai in che quantità, non sempre sai perché e raramente corrispondono a scarpe e camminata. 365 passi con sorprese inaspettate, bizzarre, meravigliose, devastanti, fastidiose, avvilenti. E sempre e comunque sorprese.
Intorno al tuo, personale, red carpet, c’è il resto del mondo. Il resto del mondo è fatto di cose a volte assolutamente incomprensibili. E si vorrebbe cambiarle. O si vorrebbe esserne parte. O si vorrebbe che sparissero.
Ad ognuno il suo.
E allora, prima i “buon anno” ad personam.
Un anno speciale, ricco e lubrificato a Biancaneve, la mia donna nervosa con il suo passo ritmato e lungo, le sue scarpe col tacco, i suoi occhi profondi e attenti da gatto curioso e il suo sorriso che è un’arma letale. Se potessi, passerei le giornate a spargere petali di rose colorate sul suo tappeto rosso, porgerei acqua quando serve, cappotti di cammello se fa freddo, piume per alleggerire l’anima, cuscini per riposare e abbracci energetici dall’alto del mio scalino necessario all’uopo. Il suo oroscopo è favoloso, lei è favolosa e l’anno prossimo sarà favoloso, sennò che Biancaneve sarebbe?
Un anno buono alla mia famiglia, quella di sangue, quella che mi continua a scorrere dentro allegramente seguendo regole, usi e costumi assolutamente non convenzionali. Mia sorella, mia nipote, mio padre con la sua terza signora che è anche la quarta, mia zia che non vedo mai, i miei cugini distanti. Che sia un anno non convenzionale, non vorrei dover rivedere le mie abitudini.
Alle mie colleghe di lavoro, presenti passate e future, auguro un anno pieno di lavoro, di coraggio, di pazienza, di nuovo entusiasmo, di stipendi, di accordi rispettati e di autonomia di pensiero. Perché prima o poi arriverà, l’autonomia di pensiero.
I miei amici. Ci sono diversi gradi di amicizia, ammettiamolo. Ci sono quelli che stanno seduti nel ventricolo destro del tuo cuore, ci sono quelli che fanno parte del tuo derma e dei tuoi capillari, ci sono quelli che ti riempiono gli occhi, ci sono quelli che ti fanno compagnia.
Per quelli che stanno seduti nel ventricolo destro del mio cuore, vorrei che l’anno prossimo (oltre ad una mia auspicabile vincita al superenalotto che mi consentirebbe di restituire molto di quello che mi è stato dato) fosse sereno e liquido, scorrevole, limpido, chiaro. Un torrente veloce con rapide praticabili con l’aiuto di un buon kajak e due pagaie solide e maneggevoli.
Per chi fa parte di capillari e derma, vorrei arrivasse un anno nuovo. Nel senso di nuovo. Da spacchettare con l’entusiasmo del dopo shopping, da stupire, da sorridere, da vivere.
Il 2011 di chi riempie di miei occhi e, spesso, le mie orecchie, vorrei fosse colorato, rumoroso, un lungo corteo di samba con piume che svolazzano, tamburi e fischietti.
A chi mi accompagna, auguro un 2011 pieno di incontri, nuove mani da stringere, strade da prendere, pesi da posare, fortune inaspattate e vita succosa.
Un anno ancora alla mia gatta nera, nel migliore dei modi possibili, continuando a saltare sul letto e sul bidet per bere acqua fresca, con le unghie di bestia del cenozoico da tagliare con le cesoie una volta al mese, col suo lamento costante ed irritante, i vizi nel cibo e il bisogno di calore.
Ai lettori pazienti e follemente fedeli di codesto blog, un anno da leggere, un anno da scrivere, un anno da commentare, un anno “mi piace”.
Poi vorrei un anno ricco per chi ha poco, un anno povero per chi ha molto, un anno fresco per chi si sente arido, un anno caldo per chi ha freddo, amorevole per chi ne ha bisogno, contorto per chi se li merita, un anno che insegna e che prepara a quello che ancora ha da venire, un anno libero per chi è alla catena, un anno di formazione anche a chi crede di non avere altro da imparare, un anno profumato per non sentire più i miasmi del 2010, un anno vivo e vegeto, un anno senza interruzioni, un anno con i secondi intensi, i minuti densi, le ore che vibrano, i giorni che si ricordano, le settimane fatte di sabati e domeniche, mesi di vacanza all’aria aperta.
Che sia un anno NUOVO per tutti.
State bene, fatevi ritrovare.
Penelope
Auguri 2010
Soundtrack: Coldplay - Christmas Lights
Ormai è tradizione.
Frettolosamente auguro.
Auguri a Biancaneve, che si preoccupa e crede che io abbia spazi bui per guardar male i suoi gesti avvolgenti e caldi. Ai suoi figli/mosaico vitali ed energetici. Alla sua famiglia chiocciosa e soldatesca. Al suo ex-marito ancora marito che vagola distratto dentro la sua vita senza trovare la strada per uscirne. Le regalo quello che posso, quello che ho, quello che riesco a sentire, quello che riesco ad essere. Ed è un regalo senza carta argentata e senza fiocchetti, un po’ rozzo e un po’ piccoletto, ma sono io, ed è il meglio che posso trovare, amore mio.
Auguri a chi ha passato questi dieci giorni guardando le vetrine senza entrare nei negozi. Pensando che fare i regali è un piacere e negarsi un piacere è un dolore. Il mio regalo è il piacere di sentirsi senza collare, senza catena e senza bisogno di sentirsi “uguali a”.
Auguri a chi ha paura del peggio che potrebbe arrivare, a chi batte i denti al pensiero di quello che ci potrebbe essere 5 metri più in là. Regalo le gambe di Fiona May, per saltare oltre i 5 metri e ritrovarsi dove proprio non ci si immaginava di ritrovarsi.
Auguri a chi ha perso il coraggio e non ha la forza di andare a cercarlo. Il mio regalo è un pacco di coraggio nuovo nuovo e luccicante, mai visto prima, un pacco di coraggio che ti arriva direttamente tra le mani ed esce da solo dalla scatola e ti abbraccia forte e non si stacca dal collo finché serve, finché è necessario, finché vivi.
Auguri a chi resta seduto e pensa che alzarsi sia una fatica che non vale la pena. Che questo mondo non vale la pena, che questo paese non vale la pena che questa vita non vale la pena. Dentro al pacchetto di carta metallizzata blu, per loro, ho messo uno specchietto piccolino per controllare se gli occhi sono chiusi o aperti, per vedere se viene fuori aria dal naso, per provare a far muovere la lingua. E’ la pena che hai sulla faccia, che non vale la pena. Il resto è lì per te, allunga la mano.
Auguri a chi si sente umiliato, offeso, negato, maltrattato da persone che non valgono l’unghia del proprio mignolo sinistro. Io regalo, e mi regalo, un palloncino capace di far alzare i piedi da terra quel tanto che basta per cambiare punto di vista, per lasciare la rabbia incollata al suolo, per volare alto sopra le miserie di chi non sa fare altro che umiliare, offendere, negare e maltrattare. Il problema è loro, non mio.
Auguri a chi sta imparando a credere che il proprio mondo si può cambiare. Il regalo non lo faccio io a loro, ma loro a me, tutte le volte che mi fanno sentire viva e fiduciosa.
Auguri a chi non ama e a chi non è amato. Nel mio pacchetto ci sono un paio di pattini a rotelle per andare in giro a cercare. Perché a cercare anche lontano, amori e amanti si trovano sempre.
Auguri ai gatti mummia come il mio, la vecchia pazza freddolosa e magra e senza forza nelle zampe, sorda e cecatella, ma sempre qui a strepitare contro la sua compagna bipede che non se ne prende cura abbastanza. Penelope, sarai mica arrivata a 20 anni per miracolo?
Auguri a chi odia il natale, a chi ne sente il peso, a chi non vorrebbe aprire la porta su quelle emozioni e quei ricordi e quelle sensazioni che tagliano il fiato e le gambe. Sedetevi e respirate piano, son due giorni e passano in fretta.
Auguri a mia nipote, che non vedo da mesi, che non vedrò a natale perché la porta non la vuole aprire e basta. Se potessi ti regalerei una chiave. Che di porte da aprire ne hai più di una, tesoro mio.
Auguri a tutti gli operatori sanitari di Lazio e Campania. A noi voglio regalare rispetto e civiltà, lavori pagati e una società che non vuol diventare un’azienda produttiva ma un posto dove vivere e crescere per quello che si è: mancini o destrorsi, dislessici o lettori, disprattici o artigiani, capaci o incapaci, pigri o iperattivi, disturbati o disturbanti, figli o figliastri, omo o etero, extra o common, strani o semplici, originali o pezzottati, chiatti o secchi, stangoni o nanetti. Bello un mondo così.
A me è così che piace il mondo.
Buon Natale 2010, gente.
Penso
Non voglio sentire nessuno, stamattina.
Neanche Biancaneve.
Voglio capire.
Dove è andato il mio coraggio, dove è andato il mio orgoglio, dove è andata la mia anima ebraica errante. Dove e quando ho dimenticato che i punti di riferimento sono aleatori, labili, aquei, trasparenti. Solo un piccolo indicatore di direzione lampaggiante senza altro senso che un consiglio da seguire o no.
C’è qualcosa nel mio karma che persiste e si ripropone, che reitera, che non smette di tornare.
Il mio punto debole.
Il cumulo di sassi che ferma le mie strade.
Sono io che ho bisogno di pensare che le mie scelte dipendono dai fatti, dai contesti, dalle persone, dagli affetti, dalle persistenze.
E quando fatti, contesti, persone, affetti si sgretolano e svaniscono, resto nuda e senza il senso del movimento.
Perché sono qui? cosa mi ci ha fatto arrivare? cosa l’ho fatto a fare? perché mi sono fidata? perché ho sbagliato di nuovo? cosa non ho saputo vedere?
Mi arrotolo nei dubbi e nei fallimenti, mi spalmo sul divano dell’errore, mi avvolgo nella melma dell’ingiusto.
Naturale attacco di vittimismo. Non si sfugge.
Penso.
E che cazzo penso a fare?
La gatta mi guarda. Dorme 23 ore al giorno ormai. E soffre il freddo di questa casa fredda.
Oggi non sopporto nessuno.
E non sopporto parole che mi riportino ai dubbi che ho. Al senso fallimentare che mi governa oggi.
Alle tre di notte ho spostato la scrivania. Mi viene in mente quella lamentela tipica da condominio: ” ma che cazzo fanno questi, spostano i mobili alle tre di notte?”. Sì, succede. Serve. Aiuta. Fa sentire un po’ meglio. Ad essere mano educata avrei pure trapanato il muro.
Non ho fatto l’albero di natale, neanche quest’anno.
Ho un micro alberello rubato al centro dove lavoro. Sotto ci sono tre regali di Biancaneve. Mi ha comprato cose che mi servono. Cose che non mi posso comprare.
Forse non ho detto che, oltre ad essere in cassa integrazione, non ci pagano il mese di novembre e la tredicesima men che meno.
Ho le bollette sulla scrivania.
Che cazzo vogliono da me oggi co’ ste telefonate.
Devo fare il cambio di residenza ed ho paura che servano soldi per farlo.
Negli ultimi anni ho cercato di fare scelte che mi portassero ad una stabilità, alla possibilità di fare affidamento su di me. Lenta progressione, ma il fine ultimo è sempre stato questo. Ho cercato. Ci ho provato. Ci sto provando.
Ma non funziona, a quanto pare.
Ho messo anima e cuore in un posto di lavoro che ho dovuto faticare per farmelo piacere, ho trasformato in qualcosa che mi fosse compatibile, ho adattato al mio modo di lavorare.
Perché io non sono una logopedista seria, sono una cialtrona riciclata logopedista e abilmente mimetizzata in un luogo dove posso cialtronare senza troppe rotture di cazzo.
Al momento ho il terrore di rimettermi in giro. Non reggerei il confronto neanche con il cane del portiere di un centro di riabilitazione.
Ma cos’è, la sindrome di stoccolma?
Minchia, spero bene questo periodo duri poco, perché stare così non mi piace per niente, mi da fastidio e mi irrita.
Fanculo.
bad mood
Sountrack: Otep - Special pets
Sono in condizioni pietose.
Mi vengono in mente quelle storie di gente in cassa integrazione che finisce in depressione ed alla fine prende a fucilate i colleghi.
E non mi faccio capace di avere una reazione così inutile e passiva.
Non sono incazzata, sono avvilita.
Non ho desideri di vendetta. Ho voglia di non uscire di casa.
Non ho sussulti di orgoglio. Sono spaventata come una maruzza.
Mi guardo allo specchio e mi vedo ingrassata, spenta, passiva.
Mi guardo allo specchio e vedo che le mie scelte sono sempre state dettate dalla certezza di avere il culo coperto.
E adesso ho paura.
Ho paura persino di licenziarmi.
Io. Che di questo non ho avuto paura mai.
Perché non mi pare di avere risorse, reti, supporti, coperte di lana per avvolgere il culo.
Mi guardo allo specchio e mi pento di aver fatto scelte basate su questo lavoro.
Ed io lavoro per vivere, non ho mai vissuto per lavorare.
C’è un che di umiliante, credo di averlo già ripetuto più volte. Un che di umiliante del quale non vedo la radice. Non capisco cosa mi fa sentire così. Non mi sono mai identificata con il mio lavoro. Cosa mi succede adesso?
Mi sento lontana da me. Mi sento diversa da me. Mi sento altro.
Mi sento usata, ferita, incatenata, turlupinata, frustrata.
Capisco anche molto bene che non mi serve trovare un colpevole, non mi serve odiare o meditare vendette. Non mi serve.
Ma non trovo un barlume di energia manco a cercarlo con il lanternino. Che poi mi manca pure il lanternino. Perché il lanternino bisogna accenderlo. E non ho come accenderlo.
Mi ripeto mantramente che per queste sensazioni e per questo avvilimento ci devo passare per forza. Mi ripeto che è normale. Mi ripeto che mi devo dare tempo.
Va bene, va bene.
Ne verrò a capo.
La notte
Soundtrack: Alanis Morissette - Fear of bliss
Dormire con il tuo respiro è la mia droga.
Non posso farne a meno.
Ho le orecchie devastate dagli auricolari e divento sorda ogni giorno un po’ di più.
Me ne fotto.
Non posso farne a meno.
Mai stato facile addormentarmi per me. Da sempre.
No, da quando avevo 12 anni.
Per disperazione, dopo un anno passato con gli occhi spalancati fino all’alba, avevo messo su un rituale preciso e inderogabile.
Svegliare qualcuno in casa – non appena addormentati tutti -. Di preferenza la mia Signorina, la fantastica governante che ha regnato a casa mia per 30 anni.
Persiane alzate per vedere se, per caso, qualche finestra fosse illuminata negli altri palazzi.
Radio accesa, per avere la certezza che qualcuno fosse vivo in giro per il mondo.
Luce accesa, per non essere sorpresa dai mostri al buio.
Occhiali sul naso, sennò anche alla luce ogni oggetto della stanza poteva diventare un mostro. E poi non c’è niente di peggio, quando si ha paura, che non poter mettere a fuoco i dettagli.
Spalle al muro. Coperta sull’orecchio. Attesa del crollo definitivo.
Avrò dormito così quasi 10 anni.
E’ per questo che i rituali dei bambini li capisco bene.
Mi verrebbe da prendergli l’anima tra le mani per spiegare che i mostri non sono fuori mai. Non sono sotto al letto né fuori dalla finestra, né nascosti nel buio.
Stanno dentro e c’é da guardarseli un po’.
C’è da capire che se stanno dentro sono tuoi e, in qualche modo, fanno parte di te.
C’è da capire che stanno lì perché hanno paura quanto tu hai paura e che si nascondono quanto tu ti nascondi.
Bisognerebbe guardarli quando dormono, i propri mostri.
Son mostri con la faccia da bambini ed il corpo da adulti. Mostri che sognano il loro peggio e quando si svegliano dall’incubo non trovano nessuno che gli accarezzi i capelli e sussurri che tutto va bene, che era solo un brutto sogno.
I mostri che abitano l’anima dei bambini, e a volte anche dei grandi, sono cicci piccoli soli e senza calore.
Se gli insegni che non sono soli e che il calore, da qualche parte, c’è sempre, si sciolgono senza lacrime e si liberano di loro stessi.
E diventano alleati, qualche volta, perché aver paura di qualcosa è necessario, è vitale, è sano.
I miei mostri, ormai, hanno capelli bianchi e facce stanche, non si può fare i mostri tutta la vita.
Ci parlo, a volte, ci aiutamo a capire dove siamo e dove stiamo andando, ci facciamo compagnia e ci scambiamo carezze per nutrire la parte migliore.
E sono sempre gli stessi, non cambiano mai.
Quelle paure, quelle insicurezze, quelle contraddizioni, quel peggio di sé.
Ora come allora. Quello che cambia è la tenerezza che mi fanno. Che mi faccio.
Di sicuro il tuo respiro aiuta i miei mostri ad addormentarsi, la notte.
Dovessi diventare sorda, sono sicura che troveresti un altro modo, Biancaneve.
A casa
Con febbre.
Quindi perdo tempo e cambio sfondi e temi del blog.
Il blog.
Mi si dice che son diventata cupa.
E’ che non c’è molto da ridere, in questo periodo.
Però sto bene.
Un po’ mi lamento, vorrei diventare una scrittrice.
Ma anche vincere al superenalotto.
L’importante è avere le idee chiare.
Scorro Facebook in lungo e in largo alla ricerca di qualcosa di interessante. Ovviamente non c’è nulla di nulla. Cosa mai potrebbe esserci. Uso Fb per giocare a delle cazzate clamorose che mi portano via anche un paio d’ore al giorno e ho il wall che se ne cade di comunicazioni di gioco. Prevalentemente in inglese/americano.
Stufa accesa che ccà se more e fridd.
Ieri firmata la cassa integrazione. In vacanza dal 13.
Seguo i ragazzi in protesta a Roma e in Italia. E mi esalto.
Vecchia pazza.
Leggo che ieri gli automobilisti a muro torto sono usciti dalle macchine ed hanno applaudito ed abbracciato i ragazzi che manifestavano.
Ma allora chi cazzo li vota a questi che abbiamo al governo? Gnente, non mi tornano i conti.
Cough cough.
Piedi gelati.
Vorrei avere una storia da scrivere.
Probabilmente ne avrei più di una, ma non si accende la lucetta.
Se oggi rileggo parti di questo blog, mi ritrovo in disaccordo con varie cose.
Non mi va più di far categorie, non mi va più di vedere le cose in modo così netto e parziale. Mi sembra che la vita sia altro, più sfumata, morbida, curva. Che le persone possano essere una cosa ma anche un’altra, senza drammi e senza colpevoli. Solo che i tempi sono diversi, i luoghi, i pensieri, il sentire, lo sguardo, la voglia di capire.
Forse son diventata più noiosa, forse ho messo tanta di quella energia sul lavoro e sul restarci, al lavoro, che il resto è sfumato fino a scomparire.
Ma non mi riesce di prendere le cose meno che a testa bassa e mi è impossibile non mettere tutto quello che ho.
Faccio i conti con qualche limite che non mi riconoscevo, imparo a mollare il controllo, mi impegno a restare in quello che sono e che so fare, a controllare spinte onnipotenti e “m’o begh’io” (=me lo vedo io, N.d.T.). Il rischio naturale che si corre ad ottenere le cose per le quali si lotta e si morde. Il rischio che potresti scegliere di prenderti quando hai la sensazione che “gli altri” deleghino a te le loro scelte.
Non è mai vero questo. Mai del tutto vero o comunque mai vero a lungo.
Prima o poi scoprirai il fianco e qualcuno darà il primo morso. Subito dopo sarà banchetto.
E se ci penso bene, è giusto così. Non è sensato credere di poter fare tutto al posto di tutti, né che si possa entrare in ogni cosa e cercare di muoverla o portarla dove si pensa sia il caso.
Alla fine non è così che funziona e che deve funzionare.
Pausa pranzo.
Riprendo anche a mangiare decentemente. E con Biancaneve non è affatto facile.
E’ di una golosità seduttiva. Potrei passare ore a guardarla gustarsi la cioccolata. In ipnosi. Difficile poi non partecipare attivamente all’orgia dei sensi. Finisco sempre per condividere. E mangio come una scrofa, io.
Ha un modo di spalmarsi la cioccolata sulle papille gustative millimetrico e festoso. Le si illuminano gli occhi, sorride senza accorgersene e si concentra completamente su quello che sente. Un festival.
Vabbè, basta.
Vado a riposare e a scaldare i piedi gelidi.
Buona giornata.
A casaccio
In questi giorni non sono in grado di ascoltare un fatto, un’informazione, una spiegazione, una domanda o un’affermazione, per più di 47 secondi.
Al 48esimo la mia attenzione è zero.
E poi me ne dimentico pure.
E se l’argomento ha a che vedere con la situazione lavorativa, arrivo a 22 secondi, non di più.
Mi piacerebbe, invece, parlare di lavoro. Il lavoro di logopedista che da mesi non faccio più.
Mi manca.
Ferocemente.
Ho imparato ad essere convincente, ma non ad essere una migliore logopedista. Mi sembra mi manchi qualcosa.
E poi non ho più pazienza, accoglienza, serenità.
In questi giorni stiamo costruendo un presepe favoloso.
Il titanic.
Una nave gigantesca.
Molti bambini mi stanno chiedendo di non farla affondare, di non farla scontrare con l’iceberg.
Una ragazza mi ha proposto di mettere un fumetto che dice “INDIETRO TUTTA!”.
Lo farò.
Perché se l’iceberg lo vedi, lo puoi scansare. Se lo scansi, resti a galla.
Certo io sarei più per prenderlo in pieno. Passarlo da parte a parte. O si vince o si muore. E se si muore vuol dire che non si era forti abbastanza. Peccato. Selezione naturale.
E’ quello che ormai faccio per qualunque faccenda.
Ma loro chiedono di scansarlo e restare a galla.
Quindi, non c’è discussione.
Passiamo oltre.
La mia casa nuova di Monterotondo è assolutamente sociale.
Ed è assolutamente Biancanevosa.
Anche un po’ fredda direi, si gela.
Ho scoperto che Penelope è considerata “felino in età geriatrica” ma dall’aprile prossimo, all’atto del suo 21esimo compleanno, esce dai parametri indicati.
Felino in età mummia?
Vedremo.
I miei week end con Biancaneve sono aria di mare e piume d’oca. Sono fatti di piccole cose e molte chiacchiere, di attenzione e cura avvolgente. J’adore.
Ci avrei in mente un post erotico, ora che ci penso.
Vabbè, sarò per un’altra volta.
Bonne soirée.
Giaculatoria
Soundtrack: The Temper Trap - Sweet Disposition
Non sopporto chi si affida ma non si fida.
Non sopporto chi parla e straparla senza neanche immaginare il peso specifico di ogni singola parola.
Non sopporto chi manipola persone o cose o fatti per poter arrivare alle proprie, incontrovertibili, conclusioni.
Non sopporto chi interpreta solo quello che vuole interpretare e vede solo quello che non vuole vedere.
Non sopporto chi dice “è stato lui/lei/loro.
Non sopporto chi si nasconde dietro l’opportunità, la necessità, il caso di.
Non sopporto il mio modo di stare in piedi sullo scranno con il dito puntato.
Non sopporto chi non capisce il costo ed il consumo dell’anima che ogni scelta comporta.
Non sopporto chi giudica senza sapere.
Non sopporto questo momento ibernato-congelato-cristallizzato che sembra un presepe con 20 personaggi fissi e risaputi e inamovibili e immobili e ben sistemati nel proprio ruolo.
Non sopporto la sensazione che ho di sentirmi Giucas Casella: posso mettere in una busta chiusa le risposte che 10 persone mi daranno domani alla stessa domanda ed essere sicura di aver indovinato anche le virgole.
Non sopporto questo guinzaglio stretto che devo portare al collo perché devo mangiare e devo bere e devo mettere benzina in una macchina che mi serve per stringere un altro po’ questo collare del cazzo.
Non sopporto le voci troppo alte, le voci troppo basse, i corpi che negano quello che dicono.
Non sopporto chi chi resta male quando scopre che le cose si devono guadagnare.
Non sopporto chi da per scontato.
Non sopporto chi mi sfranta i coglioni.
Non sopporto i pentimenti, la vigliaccheria.
Non sopporto chi cade dal pero ogni sacrosantissima volta che succede la stessa fottutissima cosa.
Non sopporto chi non sa mai niente.
Non sopporto chi ti dice quello che devi dire e quello che devi fare e come lo devi dire tu.
Non sopporto chi si nasconde dietro l’orgoglio del cazzo per nascondere l’incapacità di esporsi.
Non sopporto chi ha bisogno di colpevoli.
Non sopporto chi ha bisogno di innocenti.
Non sopporto il mio pensiero in loop, la mia prosopopea, la mia presunzione e la mia grettezza.
Non sopporto il karma, i chakra, lo zen e il cazzo del tiro con l’arco.
Non sopporto i miei tremori e la mia paura endogena.
Non sopporto certe sere in solitudine, quando sarebbe necessario riempirsi le orecchie di rumore.
Non sopporto il mio gatto, la sera, quando rompe il cazzo che vuole andare a letto.
Non sopporto i 7 chili che ho ripreso.
Non sopporto la stanchezza che sento.
Non sopporto me e l’energia che sto sprecando per una cosa che non sopporto più.
Buonanotte






Ricett' 'n faccia a mmè